vy n y I pt ‘ fa VWVVWVWWWWy UVA ue, av <& € CE > ai dr ES Ss CET. È at Ù N° Div he V ME AAT RAI: i Sr - Aa La (O) a “ge vl i Vi wie pera si Ja a RZ l dai x MITRA TAMARA que vga È Val vu Na VOICE i OI Suv ‘OVVIE Vaie (MINI VETTORE VINTA LN VW TRE sa AVI vv ciù uv 7 " TORIE eg c La ta nt AS l fi C UNIVA vi IV Na i MEOMAO Matteda ss VITA MV, MIA i VON AAVIATAVA Vu ia AL : L< x Ysd È $ ‘/ È , È CA" vec . 9 La IMPARATE

o re di i TAN f < vi 9 È 2, ire SIAE, È ‘ ; o ns » x Se Y N t ui s ri 5 bi a = ì +$, D È * U ) x 2 p e : i È i x \ ì "e [! a INA \4 x i de TR) (i h Rd dh stai 7 si È . A ' x IR PELA v VIVA Mavi VA > if So Ra MI svi ANTA ; sha 4 N » MAO, i Sa a A VIstio, ASI Vv! pu vryr CI A VE ev CAVI di MIOVTORNZONEA TARA ;08? RARA L'A 9 GEA uni VE DA CA i vr Vai Mi MMM iva = aRava Pit VAS a na VON ELE “uu e o vy yu” y SE ve gt si PAVAN I vi vu” Arsugi IV y | UMM MU eg re IV si SEA AVVIA Î V Vf ve vy 4 rici "VR Mi | A Hei UA LIL ATAVIVVIVA NIDI DAMA DALIA] PISA DIA Rod d CITATA TO TETI RAR CMV i — MI do Mato na vue va PINA Mt, NOVA et. wi w | W Nye MA AVIO \ yi Miu i Li , Pa : , BE ASA Ù le Di) . Le a da LV ME er # 1] # de i DELLA BOLLENDINO La e DEA DE N-AERERALISEI » - da) CI Sai BOLLETTINO DELLA SOCIETA DI NATURALKTI BR INA POLI SERIE I.— VOLUME XIX. 4A.NKNXNO XIX 1905 (Con 8 tavole e 19 figure nel testo) (Pubblicato il 10 febbraio 1906) NAPOLI ‘R. TIPOGRAFIA FRANCESCO GIANNINI & FIGLI Strada Cisterna dell’ Olio 1906 (9787 fi tc PREL, MUSQUNM i fa) ti 3 i e Lr [ AGUIA. DIRI PAN Mer © 9 SLA A0! | “ Se vi sieno due foglietti, o due strati, nella dura madre cranica: come sieno in essa distribuite le fibre elastiche: e come in essa decorra l’arteria menin- gea media. — Per il socio Francesco Luzzi. (Tornata del 24 luglio 1904). I. SE VI SIENO DUE FOGLIETTI, O DUE STRATI, NELLA DURA MADRE CRANICA. Massa nel 1560 attribuì alla meninge fibrosa del cranio due foglietti, che furono accettati dagli autori fino al 1875. In que- sto anno Key e Retzius pubblicarono i loro studî microscopici sopra una striscia di dura cerebrale, e negarono i due foglietti, ravvisando nella tessitura della meninge due strati fondamentali, esterno ed interno, legati intimamente da fasci, che reciproca- mente si scambiano, da rendere artificiale, la loro divisione. Le vedute di Key e Retzius, confermate da Laurent, si ri- tennero esatte nelle linee fondamentali. Melnikow-Raswedenkow le riconfermò nel suo bel lavoro intorno alla Struttura normale della dura madre e sopra la pachimeningite interna, stampato il 1900. Szymonowiez accetta pure i due strati interno ed esterno di Key e Retzius. L’interno per istruttura ed importanza corri- sponde alla dura spinale ; lo strato esterno adempie l’ ufficio di periostio alla superficie interna del cranio, ed in esso le fibre sono disposte in due strati, che s’ incrociano vicendevolmente. Ma Trolard nel 1890 mette alle stampe un caso, veramente eccezionale, di duplicità della dura cerebrale, e trae occasione @ pronunciarsi in favore dei due foglietti, di cui rintraccia le prove nei laghi sanguigni, nel seno petroso superiore , e nella tenda del cervelletto. Nel tentorio, egli dice, con lo scalpello alla mano, si possono separare i due foglietti in tutta l’ estensione. Testut nella sua Anatomia descrittiva normale sostiene i due foglietti meningei, di cui trova esempî nel seno petroso superiore e nel cavo di Meckel. E recentemente, nell’ Anatomia descrittiva dell’ uomo del Poirier, Soulié adduce questi argomenti a conforto dei due fo- glietti della dura madre del cervello: \Ak& ag, SIGIA 1.0 I due foglietti si possono separare facilmente nella mi- nore età; il foglietto esterno è più spesso , e contiene i gros- sl vasi. 2.0 Essi potrebbero essere normalmente staccati e distinti in certe regioni, come la cavità di Meckel, ed il sacco endolinfa- tico. L’ esempio dei seni è contestabile. Trolard ha citato un caso, in cui su tutta la convessità, eccetto la regione mediana, la dura madre cranica era duplicata in due foglietti, della medesima struttura istologica, e debolmente aderenti. Nel canale rachidiano il periostio e la dura spinale sono due membrane distinte, unite solamente al livello del forame occipitale. 8.0 La reazione patologica non è uguale per i due foglietti oirier). È essenzialmente alla dipendenza del foglietto esterno che si sviluppano i sarcomi, gli osteomi a placca, o a tumore. Le pachimeningiti hanno un’ evoluzione differente, secondo che sono esterne o interne. Mettiamo a prova la validità degli argomenti sopra men- zionati. L’ esame minuto del seno petroso superiore (fig. 1) non dà segno di due foglietti, che si dividano per costituirlo. Le fibre, ‘l i IZ )ÒÌ (INI) AS LIA) ) Fig. 1.— Seno petroso superiore. che circondano il seno ed aderiscono alle sue pareti, hanno tes- situra uniforme, che si presenta come nei seni della grande falce, nel seno retto, ecc. ecc., scartati come argomenti per sostenere i due foglietti della membrana esterna del cervello. Savi È contrario alla verità il dire di Trolard, che le pareti della vena petrosa s’enucleano comodissimamente dai due foglietti me- ningei, i quali s’ accollano ad esse, trasformando la vena in un canale aperto. 0OZZiZA £ Ae h 44) — SS “>> Fig. 2. — Tenda del cervelletto. Questo fatto trova ragione in un’abile mano, e nella bontà d’ una lama ben temperata. Ricercati al microscopio i due foglietti nella tenda del cer- velletto, non si ritrovano, essendo compatta l’orditura (fig. 2). Anche qui l’ ottimo scalpello di Trolard fa prodigio di destrezza, creando artificiosamente 1 voluti due foglietti. Se è vero che nella prima età si possono di- videre i due foglietti della pachimeninge del- l’encefalo, è pure vero che la divisione, anche in questa età, è affatto artificiale. Io ho diviso in due lamine una parte d’un pezzo di dura di volta, che apparteneva ad un neonato. Le se- zioni mostravano al microscopio una struttura eguale nel tratto integro, il quale chiudeva l’an- golo dell’artificiale sdoppiamento, e si continua- va nelle due lamine. Non'si scorgeva segno di divisione naturale dei due foglietti (fig. 3). Che fatti eccezionali e stati fetali rivelino ciò che furono due formazioni, confuse dopo il com- pleto sviluppo dell’essere, è verità irrefiutabile. Il caso di Trolard potrà dimostrare che i due strati generatori, che con la loro fusione dànno corpo alla dura madre del cervello , restino in- dipendenti nella loro maggiore estensione. Divisione artif. Questa idea mi nasce dal lavoro di Salvi su lo ciale. sviluppo delle meningi cerebrali. Questo autore segnalò due strati nel posto della meninge fibrosa; 1’ interno sì differenzia prima, ed è per lui la vera dura ; l’ esterno si svi- volta di neonato. deci pa luppa più tardi, ed è il periostio ; il quale subito si confonde con l’altro, serrando i vasi interposti tra loro, di cui le vene diver- ranno 1 seni. Esempî di due foglietti durali nel cranio, che rimangono in- dipendenti a completo sviluppo , sono indicati da Wiedersheim nei vertebrati inferiori; ma lo stesso autore afferma che nei ver- tebrati superiori i due foglietti si fondono nella dura cranica. E la fusione avviene in età embrionale, secondo le osservazioni di Salvi. Avvenuta la fusione, i foglietti si perdono in una tessitura comune ed uniforme, e la prova proviene dall’esame istologico. Chi esamini sezioni di dura, vuoi di volta, vuoi di base, d’ adulti e di neonati, scorge un’ uguaglianza d’ ordito, che re- spinge l’idea, non dico di due foglietti, ma di due strati. In qualche punto la diversa direzione dei fasci nelle sezioni durali potrebbe dare la falsa imagine di due strati; ma tra loro non esiste limite alcuno, necessario ad una distinzione, ed il loro legame è strettissimo. Sulla base del seno superiore della grande falce , nel seno petroso superiore, un fascio nitidissimo sovrasta spesso come pon- te; ma nei tagli in serie sì modifica , e le fibre decorrono nel senso del seno. Ai lati del seno superiore della grande falce, e talvolta per la maggior parte dell’ altezza di questa , due fasci della stessa parvenza insinuano l’ idea di una introflessione della dura per formare la falce. Un fascio a ponte tra essi, alla basa del seno, apparisce come una briglia, che li concatena. Questa veduta men- tisce più la realtà nelle sezioni che hanno vasi, o fasci fibrosi, verticali, che sembrano una barriera tra i fasci laterali. (fig. 7). E pure qui non'si può invocare l'origine della falce da due strati, perchè nasce da un gettone pieno (Salvi). Di più, in altre sezioni i fasci sì confondono in una stessa orditura , spesso per tutta l'altezza della falce, e costantemente al margine libero, in cui scorre il piccolo seno. La disposizione dei fasci a gruppi spiccati talvolta è dovuta a liste fibrose, che, decorrendo perpendicolarmente ai gruppi, li circoscrivono. Ed in alcune sezioni una zona può apparire costi- tuita da una continuazione di campi, che rappresentano i tagli dei fasci. Ma questi campi non sono costanti, e si dileguano per dare una uniforme orditura a quel tratto di pachimeninge. Intorno ai seni e alle grosse arterie pare che ci sia un gros- so fascio, che goda di una certa apparenza individuale. Anche PES A ad occhio nudo si vede nel neonato in questi punti un ispessi- mento della dura, che spicca sulla superficie esterna; il quale scomparisce nell’età adulta, e solamente si ravvisa nell'indagine minuta. Evidentemente questa accolta di fibre è legata alla pre- senza dei vasi. Nelle pareti del cavo di Meckel anche l’occhio nudo scorge una differenza di spessezza, che le distingue. La parete superiore è più spessa, più compatta, ed è la vera continuazione della dura. L’inferiore è sottile, e bisogna staccarla dall’osso con molta de- strezza negli adulti, e specialmente nei vecchi, in cui si lacera facilissimamente; nella giovine età è alquanto più spessa e meno difficile il distacco. Le sezioni minute, intere, eseguite in tutti i sensi, del cavo di Meckel di dura di soggetti adulti e di neonati, mostrano una sottile capsula connettivale, propria del ganglio, che lo circonda, e si confonde con la guaina dei cordoni nervosi nei punti di loro uscita. Essa si colora di un bel nero con la tintura di pi- cronigrosina. Le fibre inferiori ed esterne della meninge, incontrando la capsula, l’ abbracciano, confondendosi con essa. Le fibre meningee , che rafforzano la parete inferiore della capsula, non sono numerose , e non possono tenere il posto di un foglietto esterno ; esse sono semplicemente fasci di rinforzo capsulari. Non si può parlare di sdoppiamento della dura in due fo- glietti nel cavo di Meckel, ma di fibre meningee , che incapsu- lano il ganglio di Gasser. Questo argomento quindi non può difendere i due foglietti della meninge fibrosa del cervello. Senza valore è pure l'argomento che la dura spinale esiste separata dal periostio vertebrale, e sono uniti al contorno del forame occipitale. A questo foro la dura si unisce con gli at- tachi ligamentosi; ma non vi è dubbio che la membrana occi- pito-atlantoidea continui il periostio dello speco vertebrale al di sopra della prima vertebra. E nel forame dura e periostio sono riconoscibili al loro ordito, compatto quello della meninge, ral- lentata la trama periostale ; e non sì ha il medesimo aspetto come nella meninge cerebrale. La limitante elastica esterna discende fino al contorno del forame, e si arresta al punto dove il perio- stio s’ innesta alla dura. Sarebbe un argomento valevole, se all’ orlo del forame oc- cipitale la limitante elastica esterna si continuasse dalla dura Lil a cerebrale alla faccia esterna del periostio; e le due membrane, di una medesima tessitura , si differenziassero , scendendo nello speco vertebrale. S’' incontrano casi, in cui la dura più bassa del clivo ha la medesima orditura elastica della meninge fibrosa vertebrale; ma sempre si trova la differenza di tessitura tra la meninge ed il periostio. La diversa evoluzione di un processo patologico di un or- ‘ gano non ha per base esclusiva il diverso sostrato anatomico, e la patologia è ricca di prove. Anche la proprietà di fabbricare osso appartiene a tutta la dura, e non allo strato esterno di essa, voluto rappresentante del periostio endocranico. L’esperienze di Caminiti, condotte con avve- dimento, provano che la dura, trapiantata nei muscoli e sotto la cute, genera osso, come il periostio impiantato in luoghi identici. Ho ricercato pure i due foglietti, e i due strati, nella dura cerebrale di tacchino, di pecora, di cane, di gatto, e non li ho . trovati , essendo compatta l orditura delle fibre meningee. La grande falce di pecora, di gatto, e di cane ha l’aspetto di gettone pieno, come nasce la grande falce dell’ uomo. Concludendo, nella dura cranica conformata a pieno svilup- po, non vi sono due foglietti nella sua tessitura, ne’ due strati, e tanto meno si vede la stratificazione indicata da Szymonowicz. Per comodità didattica si può distinguere nella dura la zona vascolare o esterna, che contiene i grossi vasi, e la zona aracnoi- dea: nomi che non implicano inesattezze genetiche e strutturali. II. CoME SIENO DISTRIBUITE LE FIBRE ELASTICHE NELLA DURA MADRE. Avevo alcuni dubbii sulle cose dette intorno al tessuto ela- stico della pachimeninge cerebrale , ed ho impreso una serie di pazienti ricerche per assodare quanta esattezza vi sia nelle co- noscenze finora possedute. Mi sono servito in questo studio di diversi metodi di colo- razione delle fibre elastiche. La eosina di Bagneris, il metodo di Martinotti all’ acido cromico e safranina, di Mibelli, che tinge con safranina e decolora con ‘acido cloridrico, non mi hanno reso buoni servigi; nè miglior bontà ha. mostrato quello di Burci, che usa la soluzione satura alcoolica d’ auranzia. Il metodo di Tar- tuferi non s’ è prestato bene a queste mie ricerche. Non ho fatto uso dei metodi d’Hertiwig, di Gerlach, di Lustgarten, d’ Unna- Rep 3 Taenzer. Il metodo di Livini mi ha fornito un discreto risultato. Per ora l'eccellenza sopra le tinture delle fibre elastiche la vanta il liquido di Weigert. Ho praticato il puro metodo di questo autore; la modifica proposta dal Minervini, ed ho ottenuto belli preparati. Splendide colorazioni s' hanno pure, fissando in bicro- mato al 2 °/, colorando le sezioni col liquido di Weigert, e, dopo la scolorazione in alcool a 90°, passandole in safranina per 24 ore. Il sublimato al 2 °o, la formalina al 3 °/, e la formalina alcoolica al 5 °/o d’ alcool a 80°, si prestano benissimo a fissare 1 tessuti per la colorazione delle fibre elastiche col liquido di Weigert. Dubreuil ha notato che la natura del fissatore non esercita seria influenza su la colorazione del tessuto elastico col liquido di Weigert. Del pari la fucsina può essere sostituita col violetto di me- tile SB, il violetto dalia, il violetto exametile, la tionina, il blu di toluidina, il blu di metilene, l’orceina, la tropeolina, ecc. con buoni risultati. La tintura di Weigert colora con maggiore energia dopo un lasso di tempo dalla sua fattura, ma, invecchiando, perde di for- za: agisce in 5-10 minuti sopra le sezioni; la durata di 20-30 minuti esige una lunga e difficile decolorazione. I pezzi si colo- rano in massa tra 24-48 ore, ed occorre un tempo doppio e tri- plo a scaricare il colore nell'alcool acido (1 d’acido cloridrico e 100 di alcool a 70). Per ottenere una spedita scolorazione giova lavare con acqua distillata il precipitato del filtro prima di scio- glierlo nell’ alcool a 90° nella preparazione della tintura di Weigert. Le sezioni decolorate è opportuno tingerle con colori di con- trasto ; a questo oggetto si prestano il carminio boracico, la sa- franina, l’ acido picrico, la cocciniglia, l’eosina. La tinta di con- trasto non deve essere molto forte. Il materiale, scelto allo studio, fu la dura di neonati, di gio- vani di 15 e 25 anni, d’ adulti da 37 a 50; e di vecchi di 60, 70, 80 anni, morti per diverse malattie, ma nessuno di menin- gite. Aggiunsi la dura di tacchino, di gatto, di cane, di pecora e di macaco. i OSSERVAZIONI I. Dura di neonati. Le sezioni di meninge della volta presentano rarissime fibre elastiche ; nelle vicinanze del grande seno sono più frequenti. La limitante elastica interna, interrotta MS ° da violenze meccaniche nei miei preparati, è evidente , ma sot- tilissima ; qualche fibrilla ricorda l’ esterna. i Le sezioni di dura della fossa cerebellare hanno la limitante elastica esterna, qualche fibrilla al posto dell’interna. Si notano qua e là delle fibre elastiche, commiste alle collagene. Nella fossa cranica media, nel foglietto inferiore della cavità di Meckel, vi sono punti, in cui sono frequenti le fibre elastiche. Confrontando le fibre elastiche della meninge della volta con quelle della dura della base, le fibre elastiche di questa ultima sono più frequenti. IL Dura d’uomini di 15 anni. La dura della volta ha maggiore la limitante elastica esterna che l’interna ; le fibre ela- stiche abbondano più nella zona vascolare, che nell’aracnoidea. Nella dura della base prevale un pochino la limitante ela- stica esterna su l’interna. Nelle loro vicinanze alcuni punti sono pieni di fibre elastiche, ma queste scarseggiano nel mezzo della sezione. Il cavo di Meckel presenta una chiarissima limitante elastica. Sono bene sviluppate le limitanti elastiche della grande fal- ce e della tenda del cervelletto. Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle della base, risultano meglio sviluppate l’esterne che l’interne. Le fibre elastiche , che scorrono tra le collagene, sono in ambo le sezioni inegualmente distribuite; ma nella volta sono più nu- merose. III Dura d’'uomini di 25 anni. Nella volta la limitante elastica esterna prevale di poco su l’ interna; le fibre elastiche sono in discreta quantità. La dura basilare mostra una limitante elastica interna svi- luppatissima , consta di parecchie fibre. L’ esterna, anche essa bene sviluppata, è più sottile dell’interna. Le fibre elastiche sono numerose. Nel tentorio la limitante superiore è più cospicua dell’infe- riore : le fibre elastiche, che le compongono, sono dirette trasver- salmente, con decorso più o meno obliquo ;} una fibra è separata dall’ altra, e non s’ intrecciano a rete, come si vede manifesta- mente nei punti, dove le fibre sono oblique, e specialmente nelle sezioni oblique. Le fibre elastiche del suo tessuto sono numerose; ma non in pari misura sono disseminate in tutti i punti. Paragonando le limitanti elastiche della volta con quelle della base , queste sono molto superiori a quelle; e le fibre elastiche sono più numerose nella base, che nella volta. e IV. Dura d’ uomini di 37 anni. La pachimeninge della volta ha bene sviluppate le due limitanti elastiche ; ma sono scarse le fibre elastiche del suo tessuto ; s'incontrano più frequenti nella zona vascolare. Alla base prevale la limitante elastica esterna su l’ interna; sono più numerose le fibre elastiche nella zona vascolare; la zona aracnoidea ne è quasi priva. Il cavo di Meckel possiede una li- mitante elastica bene sviluppata; ma non è uguale in tutti i punti. La grande falce ed il tentorio hanno chiare le loro limitan- ti; ma le fibre elastiche del loro tessuto sono scarse. Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle della base, queste la vincono su quelle , eccetto la limitante in- terna della volta, che supera l’ interna della base. Le fibre ela- stiche sono più numerose alla base. V. Dura d’ uomini di 48 anni. Le sezioni, ottenute dai varì punti della dura di questi individui, sì comportano come quelle di soggetti di 37 anni, e credo opportuno di non deseri- verle. VI. Dura d’ uomini di 60 anni. La volta ha meglio svi- luppata la limitante elastica interna, che l'esterna; ma il suo tes- suto è povero di fibre elastiche. Nella fossa cranica anteriore la limitante elastica interna è ben conformata ; vicino a questa v'è una zona ricca di fibre ela- stiche. La limitante elastica esterna, è poco sviluppata; nelle sue vicinanze vi sono fibre elastiche in discreto numero. Nella fossa cranica media le due limitanti sono quasi ugua- ‘ li; le fibre elastiche del tessuto durale sono in mediocre quan- tità; ma sono più numerose in vicinanza della limitante elastica interna. Nel clivo le fibre elastiche sono numerosissime, e distribuite uniformemente, da offuscare l’individualità delle limitanti elasti- che, che si perdono nel tessuto elastico comune; ma sono meno numorose delle fibre elastiche della meninge fibrosa cervicale. Nel punto d’ innesto della dura col periostio dell’ orlo del foro occipitale, le fibre elastiche s’arrestano distintamente, e non invadono il periostio ; il quale in generale ne è povero, se togli qualche chiazza più o meno ricca. La grande falce ha due belle limitanti elastiche, ma il suo tessuto è povero di fibre elastiche , le quali sono più frequenti in vicinanza delle limitanti. In identiche condizioni della grande falce trovasi il tentorio. Li Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle della base, queste appariscono superiori a quelle ; le fibre ela- stiche sono più numerose nella base, che nella volta. VII. Dura d’ uomini di 70-80 anni. La volta ha bene sviluppate le limitanti elastiche ; nel suo tessuto serpeggiano fibre elastiche in discreta quantità. Nel clivo la limitante elastica interna, o superiore, è un tan- tino più sviluppata dell’ esterna ; le fibre elastiche sono nume- rose. La dura, vicina al foro occipitale, ha le due limitanti ben conformate : l’ esterna s’arresta nel punto d’ innesto della dura al periostio del contorno. Le fibre elastiche sono numerose, sono di più in vicinanza della limitante elastica interna; e non inva- dono mai il periostio del forame occipitale, arrestandosi su d’un limite ben evidente. La grande falce ha regolari le sue limitanti; ma in gene- rale è povera di tessuto elastico. Nel tentorio le limitanti ela- stiche sono di pari sviluppo ; il tessuto elastico è in discreta quantità, e disseminato inegualmente. Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle della base, queste sono meglio sviluppate di quelle ; il tessuto elastico prevale nella base. I. Dura di tacchino. Non vi sono molte fibre elastiche nella dura della volta, nè della base ; qualche fibra elastica si di- spone a limitante interna. II. Dura di pecora. Nella volta la limitante elastica in- terna è più sviluppata dell’esterna; ma il tessuto elastico è piut- tosto scarso. Nella base le limitanti elastiche sono sottili, e le fibre ela- stiche scarse. La grande falce è ben provvista di limitanti elastiche, ma è povera di tessuto elastico. Il tentorio, tappezzato da sviluppate limitanti elastiche, ha una discreta quantità di fibre elastiche, disseminate irregolarmente. III Dura di gatto. Le limitanti elastiche non sono ma- nifeste nè nella volta, nè nella base. La volta è scarsa di fibre elastiche; mediocremente provvista è la base. La grande falce è ricca di fibre elastiche, ma sono inegualmente distribuite. IV. Dura di cane. La volta e la base sono in identiche condizioni rispetto al tessuto elastico, cioè : mancano le limitanti elastiche ; le fibre elastiche in generale sono scarse, ma alcuni punti sono ricchi. Lion MR V.Dura di macaco. Nella volta le limitanti elastiche sono sottilissime, e scarseggia il tessuto. Nella base la limitante ela- stica interna è ben costituita ; ma l’ esterna non si scorge nei miei preparati microscopici a causa dei maltrattamenti, che av- vennero nella faccia esterna della dura nel distaccarla dalle ossa. Considerato complessivamente, il tessuto elastico è scarso; ma nella base si trovano punti ricchissimi nella zona vascolare. Situazione e decorso delle limitanti elastiche. —La limitante ela- stica interna tappezza la superficie interna della dura cranica, ma non è posta immediatamente sotto dell’ epitelio, essendovi inter- posto un sottilissimo straterello di tessuto collageno. Spesso, per distacco meccanico dell’ epitelio e dello straterello durale, la li- mitante elastica viene a trovarsi alla superficie , e pare facesse seguito immediato all’epitelio. Nella grande falce ha un decorso ondulato a breve distanza dalla superficie. Occorre qui vederla spesso andare flessuosa in una faccia, e quasi rettilinea nell’altra. In qualche punto è duplicata, o triplicata, e tra le lamine ela- stiche intercedono fibre collagene ; in qualche altro punto la li- mitante lascia lacune, che danno l’aspetto di scontinuazione. La limitante elastica interna riveste la volta e la grande falce, senza interrompersi nei due margini (fig. 7). Le fibre elastiche nella grande falce decorrono sagittalmen- te, e passano su la superficie superiore della tenda del cervellet- to, dove in generale si dirigono trasversalmente. Giunte al mar- gine libero del tentorio, lo girano, ed intonacano la faccia infe- riore, e si diffondono nella fossa cerebellare. In un preparato minuto della tenda, la limitante elastica su- periore è a fibre trasversali, e 1’ inferiore a fibre sagittali, dire- zione che assumono, ripiegando nella faccia inferiore. La limitante elastica interna della volta discende nella fossa anteriore e nella media. La limitante elastica esterna è lo strato più esterno della dura, se bene in qualche punto esistano fuori d’essa delle fibre collagene, che fanno supporre che negli altri luoghi le fibre me- ningee esteriori siano strappate nel distaccare la dura dalla sca- tola ossea. Questa limitante s’ espande sopra la superficie esterna della meninge, passando sopra 1 seni, senza interrompersi o modificarsi. Costituzione delle limitanti elastiche. Key e Retzius furono i primi a proclamare, che le limitanti elastiche della meninge ester- na del cervello sono intrecciate a rete. Questo enunciato, scusa- bile per il tempo ,«in cui fu emesso, non ebbe smentita finora, Me ri anzi di recente ha avuto conferma da Melnikow. Ma nessuno vide la rete, nessuna figura disegna la rete. Le scontinuità, che s° os- servano nelle limitanti sono interpretate per maglie, queste sup- pongono le reti, e queste forniscono il concetto di membrane fi- nestrate. Ecco l’ipotesi, architettata da Melnikow: le fibrille ela- stiche s’ uniscono a fasci, e questi s'intrecciano a rete : con l’età cresce la spessezza ed il numero dei fasci della rete , le maglie si restringono di più, e, nelle persone attempate, confluendo i fasci, dànno luogo ad una membrana continua 1). Questa concezione riposa sopra una falsa induzione, e man- ca di prova diretta. Le interruzioni delle limitanti non sono ima- gini di maglie e di finestre, ma sono spazî interposti tra le fibre elastiche. La continuità delle limitanti non nasce dalla ristret- tezza delle maglie della rete per ingrossamento e moltiplicazione . dei fasci, che confluiscono nei vecchi, ma è dovuta più tosto al- l’ integrità delle fibre elastiche. Anzi tutto nei neonati s’ ha esempio di limitante elastica continua, più sottile, ma della stessa parvenza di quella dei vec- chi; altri esempî forniscono i giovani di 15 e 25 anni (figg. 4, 5 e 6). * In questi casi si deve escludere il restringimento delle ma- glie , 1’ ingrossamento e moltiplicazione dei fasci per mancanza d’età avanzata, che ne sarebbe il fattore. Di più, v'è il fatto ca- pitale, cioè : la mancanza della rete nella tessitura delle limitanti. Per ottenerne la prova ho aggiunto alle sezioni parallele alle lamine elastiche, poco dimostrative , ed alle perpendicolari , se- zioni oblique, che riescoìo più convincenti. In questi ultimi ta- gli, se rete vi fosse, assolutamente dovrebbe manifestarsi; ma non se ne scorge verun segno. Nelle sezioni parallele s’ incon- trano punti, in cui le fibre elastiche corrono di conserto, più 0 meno addossate, senza intrecciarsi. Nelle perpendicolari la conti- guità è ben manifesta, presentandosi una serie di punti, più o meno vicini, che delineano la limitante. Le sezioni oblique mo- strano costantemente che le fibre elastiche della membrana decor- rono isolate ed indipendenti, separate tra loro, e senza interse- 1) Es findet diese Erscheinung in dem fensterartigen Bau der Membran ihre Erklirang, denn wir haben es hier nicht mit einer fartlaufenden Mem- bran, sondern mit einen Geflecht dicker, aus diinnen elastischen fibrillen ge- bildeter fasern zu thun. Mit dem Alter nimmt die Dicke und Menge der fasern dieser netzartigen Membran zu, die Maschen des Netzes werden enger und bei bejarten Leuten confluiren die Fasern zu einer fast fortlaufenden Membran. . MOIO RO carsi mai (figg. 7 e 8). Spesso le fibre elastiche formano una curva nel luogo doula limitanti, che potrebbe dare una forma d’ unci- netti nei tagli. In alcuni tratti delle limitanti v’ entrano due o tre ordini di fibre elastiche, che camminano separate, e più o meno vicine, tanto nei tagli paralleli, quanto nei perpendicolari. HI "IN IA, TIMINISI]IN | IMINLIIII Uli (d| iell | "A MII] tI DI SMI, LI TRA TNBA(NU(I (FINI (MURA A Il AUT I I} ! [f | ti P_MES i | Il | DI | UA dh UNI i i ni Îl I \ \) QUATTRO Fig. 5. — Dura di volta Fig. 6. — Dura di volta Fig. 4 — Dura di volta 3 È d'uomo di 15 anni. d’uomo di 25 anni. i neonato. REC: CASE al. HA i ua i, 1. Limitante elastica in- 1. Limitante elastica in- 1. Limitante elastica int terna. terna. interna. 66: o AT . 2. Limitante elastica e- 2. Limitante elastica e- sterna. sterna. Per avere preparati chiari e dimostrativi occorre che le se- zioni siano sottili, 5 a 7 p, e perfetta la scolorazione del liquido di Weigert. Distribuzione delle fibre elastiche nel tessuto meningeo. Le fibre elastiche, che serpeggiano nel tessuto della dura cerebrale, non sono in pari quantità nella volta e nella base. Key e Retzius riconobbero la base più ricca della volta. Io confermo questa verità in linea generale, ed affermo che la parte bassa del clivo è il punto più ricco di fibre elastiche della meninge cranica. Non tengo conto però'dei miei preparati di soggetti di 15 anni, che NOR” perno presentano la volta più ricca in fibre elastiche della base ; nè fo conto che nel tacchino, nel cane, e fino ad un certo punti nel macaco tra volta e base non vi sia differenza notevole di tessuto elastico. Le limitanti elastiche prevalgono pure nella base, trascuran- do la constatazione che in uomini di 37 anni la limitante inter- na della volta è superiore all’ interna della base. }IMIMIMI = == DMI LU sr 25 AZZ Fig. 7. — Grande falce cerebrale di uomo Fig. 8.— Tenda del cervelletto di 37 anni. di uomo di 37 anni. 1. Limitante elastica interna. 1. Limitante elastica. 92. Limitante elastica esterna. Ma in queste due grandi sezioni, volta e base, il tessuto ela- stico è inegualmente distribuito ; in alcuni luoghi scarseggia, ab- bonda in altri. Nella grande falce in generale è scarso ; il ten- torio in molti esemplari si mostra povero di fibre elastiche , in altri ne contiene una certa quantità. Nella volta e nella base il tessuto elastico è più ricco nella zona vascolare che nell’aracnoi- dea; ma vi sono casi non infrequenti, che offrano la condizione inversa. Nel mezzo del tessuto durale le fibre elastiche comune- a NO mente sono scarse; ma non mancano sezioni che ne mostrino una certa quantità. Ho potuto notare, ma non costantemente, degli anelletti ela- stici intorno ai nervi, e dei nodi elastici, che stringono fasci di fibre collagene. i Dal confronto del tessuto elastico delle diverse età, da me esaminato, derivano due risultati. Uno riguarda la conformazione Fig. 9. — Dura di volta ta d'uomo di 15 anni. d'uomo di 75 anni. 1. Limitante elastica in- 1. Limitante elastica in- terna. i terna. 2. Limitante elastica e- ‘ 2. Limitante elastica e- sterna. sterna. normale delle limitanti elastiche della dura cranica a 15 anni; l’altro che col progresso degli anni non cresce il tessuto elastico meningeo, come sì scorge in queste due figure (figg. 5 e 9); la fig. 5 appartiene ad un individuo di 15 anni, e la fig. 9 ad un uomo di 75. Sezioni di dura cerebrale d’uomini di 15 anni, starei per dire, hanno meglio sviluppato il tessuto elastico di quelle di uomini d’ anni 25 e 37, .e non sono da meno di quelle di persone at- tempate. LR Per avvicinare, quanto più sia possibile, all’esattezza questo ragguaglio , conviene osservare di togliere i pezzi, che devono servire al confronto da punti identici, data l’ ineguale distribu- zione del tessuto elastico nella dura cranica. Così s’evita l’errore che sezioni di luoghi ricchi vengano a confronto con sezioni di punti poveri. Non collima con le mie osservazioni l’ asserto di Melnikow che con gli anni cresce a poco a poco il tessuto elastico : è mi- nimo nei neonati, poche fibrille in vicinanza dei vasi; apparisce più o meno chiaro dai 20-25 anni; è ben costituito ai 40-59 anni; e raggiunge il suo alto grado di sviluppo ai 70-80 anni. Io non ho avuto agio d’ esaminare esemplari sotto di 15 anni, per riconoscere con precisione l’età della normale costitu- zione delle limitanti elastiche della meninge esterna del cervello; e devo contentarmi d’ affermare che a 15 anni sono bene svi- luppate. Ma se sarà dato congetturare dalle osservazioni di dura cranica di neonati, dove esistono chiari segni di limitante ela- stica, inosservata da Melnikow e da K. Schutze, oserei asserire che molto prima di 15 anni le limitanti meningee sono regolar- mente cestituite. Non avendo Melnikow tenuto conto della disuguale distri- buzione del tessuto elastico della dura cranica, forse gli sarà capitato di confrontare sezioni ricche con sezioni povere di fibre elastiche. Potrebbe essere questa la ragione, che spieghi la diver- genza tra il mio ed il suo risultato, rispetto all’accrescimento del tessuto elastico della dura madre del cranico. Dopo la pubblicazione di Key e Retzius sopra la dura me- ninge, rivolsero su questa la loro attenzione Frey il 1876, Hu- guenin il 1876, Mendel il 1886, Obersteiner il 1891, Bellinger il 1397, Kélliker, Stéòhr, Bòohm e Davidow il 1898, Soulié e Mel- nikow-Raswedenkow il 1900. Le loro vedute sul tessuto elastico della dura cerebrale pos- sono aggrupparsi in 3 categorie. Nella 1® entrano Frey e Stòhr, che ammettono un notevole contenuto di fibre elastiche ; nella 28 stanno Mendel, Bòhm e Davidow, Obersteiner, Key e Retzius e Soulié, che danno una povertà di tessuto elastico; nella 32 fi- gurano Kélliker ed Huguenin, che affermano che il tessuto ela- stico è mediocremente sviluppato. Melnikow non partecipa a nessuna di queste categorie, so- stenendo egli che il contenuto elastico della dura cerebrale cre- sce con l’ età; il che, secondo lui, dà ragione dei diversi risultati degli autori. Dea, persa Io su questo argomento mi unisco a Kéòlliker ed a Huguenin; e penso che le differenze degli autori sul tessuto elastico della pachimeninge cerebrale nascano da ricerche assai ristrette, e dal- l’ ineguale distribuzione di esso. III. COME DECORRA L’ARTERIA MENINGEA MEDIA NELLA DURA MADRE L’ arteria meningea media co’suoi rami e le vene compagne giacciono nella metà esterna della spessezza della dura, ma i soli rami arteriosi sporgono su la superficie esterna durale, allogan- dosi nei solchi della vitrea. L’ arteria ed i suoi rami non camminano liberi nei canali scavati nella zona esterna, come empiricamente aveva notato qualche autore. V’ è una strettissima connessione tra le pareti vasali e le fibre meningee : la cui conoscenza rende esatta ragione. d’alcuni punti patologici degli stravasi sanguigni estradurali. . L’ arteria, entrando nella dura, si spoglia dell’ avventizia, che possedeva prima del suo ingresso, e conserva le altre tuni- che : intima, limitante interna elastica, muscolare , e limitante esterna elastica. L’ avventizia viene formata dalle fibre della meninge , che circondano la muscolare : le fibre non sempre si dispongono cir- colarmente, talvolta assumono direzione longitudinale, contrastan- do spesso con la direzione delle altre fibre collagene. L’ avven- tizia meningea si ritrova in tutte le ramificazioni dell’arteria. La limitante elastica interna, locata regolarmente tra l’intima e la muscolare, si compone di diversi ordini concentrici di fibre elastiche. Melnikow dice che nelle meningee medie di persone in- vecchiate si numerano dieci e più membrane elastiche retiformi. A mano a mano che diminuisce il diametro dell’arteria e dei suoi rami la limitante elastica interna s’ assottiglia, ma non si dilegua mai. La limitante elastica esterna, sempre più sottile dell’interna, consta anche essa di parecchie lamine concentriche di fibre ela- stiche, situate tra la muscolare e l’avventizia meningea. Alcune fibre elastiche esteriori della limitante s’inoltrano nell’avventizia, specialmente al tronco dell’ arteria meningea, e mostrano una direzione tangenziale nei tagli perpendicolari al vase (fig. 10). Questa limitante esterna presto scomparisce senza tenere pro- porzione dell’ impiccolimento del lume vasale. Tra le due limitanti corrono esili e rare fibrille elastiche, che serpeggiano o s’ intrecciano nella muscolare. Do ag VND Vene. Due vene compagne camminano addossate al tronco arterioso, da cui sono separate da una distanza microscopica. Più che vene, sono veri seni, fornite solamente dell’ intima, e della limitante elastica interna, circondate da fibre meningee, che sono strettamente legate con questa, da impedire il restringimento del vase. Spesso un fascio di fibre collagene gira circolarmente alla limitante elastica, come se dovesse rappresentare un’ avventizia. Trolard afferma che, sopra tutto in vi- cinanza del pterion, e per una lunghezza variabile da 1-3 cm., le pareti venose ad- dossate sono scomparse, e si ha una sola cavità, che egli vide larga fino a 7 mm., nella quale l’arteria è interamente libera nei °/3 antero-esterni della sua circonfe- LS" renza. Sopra del pterion, nel punto in cui le vene meningee ricevono da dietro le vene parietali medie, davanti le vene frontali ed orbitarie, s'uniscono tutti questi vasi e formano una cavità unica, che può ave- re fino ad 1 cm. di diametro, nella quale sì bagnano le arterie. Dice Trolard che si riscontrano abba- stanza sovente, specialmente in basso, briglie a raggi, che dalla circonferenza dell'arteria vanno alle pareti venose. Esse sono ordinariamente sottilissime; altre bri- glie più piccole e più tosto lamellari si trovano nell’ angolo rientrante formato indietro dall’ addossamento dell’ arteria con le vene. Fig. 10. — Arteria menin- L’arteria meningea media, aderendo alla gea media presa nella dura madre per il 3° interno della sua fossa media 1 cm. sotto periferia, è libera, o quasi libera, per gli n iene altri 2/3 della sua circonferenza. Ed ag- 92. Vene satelliti. giunge questo autore che vi sono casì, in cui l’arteria è completamente libera. Questa descrizione , secondo Trolard, riguarda le vene me- ningee situate tra il pterion ed il forame piccolo rotondo. Trolard yede un duplice scopo in questa disposizione ana- . tomica, cicè: 1° favorire il corso del sangue venoso ; 2° proteg- — dd —- gere la polpa cerebrale dalla congestione sanguigna come orga- no derivativo di sicurezza, al pari dei laghi; e più reagendo le vene, fortemente ripiene, contro le pareti arteriose depressibili, restringono più o meno il lume vasale, ostacolando l’afflusso del sangue. Sono seducenti queste vedute di Trolard, ma non riposano interamente sopra la verità. Le due vene meningee sono addossate all’arteria, ma divise dalle fibre durali, che fanno da avventizia, le quali sono più o meno numerose, e talvolta dànno una distanza notevole. Le vene che fiancheggiano il vase arterioso, corrispondono rispettivamen- te per !/5 della periferia arteriosa. Qualche volta una vena sor- passa di poco questo limite (fig. 10). Bisogna venire in prossimità del forame piccolo rotondo per avere la fusione delle due vene; e l’ unica cavità, che risulta, abbraccia la metà, o ?/3 della cir- conferenza arteriosa, rispettando la metà o il !/3 interno. L’ ar- teria in questo punto è pure circondata dall’ avventizia menin- gea. A parte che la pressione arteriosa è maggiore della venosa, solamente in questo luogo la disposizione anatomica può rispon- dere alla veduta di Trolard circa la compressione venosa dell’ar- teria. Ma ad una certa distanza dal forame piccolo rotondo, alla maggiore pressione arteriosa s’ aggiuhge l’ ostacolo alla restrin- zione dell’ arteria che nasce dalle aderenze d’essa al tessuto me- ningeo ; e la pressione venosa, esercitata sopra ?/5 della periferia dell'arteria, riesce inefficace, o poco compressibile. La traumatologia ricava una reale utilità dalla disposizione anatomica dell’ arteria meningea e delle sue vene compagne con la dura. La breve distanza tra le vene satelliti e l'arteria fa ritenere eccezionale la ferita del solo vaso arterioso. La punta d’un ferro, una scheggia ossea, deve essere acutissima per aprire la sola ar- teria; ma se ha un 3 mm. di larghezza , ed agisce trasversal- mente, offende con sicurezza, oltre l’arteria, una, o ambo le vene compagne. Essendo comunemente d’un certo diametro il mezzo feritore, l'arteria e le vene restano lese, ed il sangue stravasato è artero-venoso. Se si tiene conto del decorso delle vene, specie di canali rigidi tra il seno longitudinale superiore ed i plessi pterioidei, sì comprende ehe la corrente venosa si riversa senza ostacolo. L'arteria pure non può restringere il suo lume, come le vene, nè, come già s’intuiva, può ritrarsi nel canale meningeo, essen- 2 I do fortemente aderente alle fibre durali, ed il sangue deve sem- pre spicciare. Per l’emostasi spontanea, oltre qualche zaffo, opera esclusi- vamente la pressione endocranica esercitata contro i vasi dal sangue fuoriuscito ; la quale , per contrapporre le pareti vasali, deve vincere la resistenza delle fibre collagene , e la pressione endovasale, che è abbastanza alta: nell’ arteria 80-100 mm. Hg secondo Bergmann. Le connessioni dei vasi con la dura spiegano ottimamente le rotture vasali con integrità della parete ossea. Sotto l’azione del trauma le ossa s’ incurvano in dentro, e deprimono la dura; la quale, essendo poco elastica, s’ infrange, e le ossa restano il- lese. I vasi sanguigni, legati intimamente alla meninge, non pos- sono mettere in giuoco la loro elasticità, e, lacerandosi, subisco- no la medesima sorte della dura, Loi BIBLIOGRAFIA . Bone — Formazione della cicatrice ombelicale e modo di comportarsi delle fibre elastiche nelle varie età — Annali di Ostet. e Gin. 1898 an. XX n. 4. BacnerIs — Sur la tintion des fibres élastiques par l’eosine — Revue Medic. de l’ Est. 1877. Barzer — Recherches techniques sur le tissu élastique — Arch. de Phys. Vol. X, n. 7, 1892. Bénm unp Davmow — Lehrbuch der Histologie des Meschen 2 Aufl Wiesbaden 1898. Boruineer — Atlas und Grundriss der pathologischen—Anatomie Bd. II, pag. 74, Munchen 1897. Camnrti, R.— La dura madre nelle riparazioni delle lesioni del cranio — Ri- cerche sperimentali. La clinica chirurgica, maggio 1901. D’ Acquisto — Genesi e sviluppo della sostanza elastia — Atti della R. Accad. delle scienze mediche. Palermo 1901. Duvar — Compendio d’ istologia. Traduzione italiana. Torino 1899. D’ Urso — Le fibre elastiche nel tessuto di cicatrice —Bollettino della R. Accad, med. di Roma 1900, an. XXVI f. 5, 6. DusreuiL, G. Recherches sur quelques nouveaux procédés de coloration des elements élastiques dérivée de la methodo de Weigert — Bibliografie Ana- tomique, octobre 1902. Ewan — Zur Histologie und Chemie der elastichen — Fasern und des Binde- gewebes Zeitsch. f. Biolog. 1889. Vol. XXVI Frey Er -- Handbuch der Histologie und Histochemie des Meschen 5 Auf. Leipzig. 1876. Groné — Die Bedeutung der elastischen Fasern bei patologischen speciellen regenerativen Processen — Munch. medic. Wochensch 1 ottobre 1901 n. 40. GerLAca — Ueber die Anlage und die Entwickelung des elastichen Gewebes— Morph. 1878, Vol. 4. HerTwIe — Ueber die Entwickelung und die Bau des elastichen Gewebes in Netzknorpel — Arch. f. mikros. Anat. 1878, Vol. IX und 1870, Vol. XI. HusveNIN — Acute und cronische Entiindung des Gehirns und seiner Hiiute- Hadbuch der speciellen — Pathologie von. v. Ziemssen Bd. XI, 1 Halfte Leipzig 1876. Key er Rerzius — Studien in der Anatomie des Nervensystems und des Bin- degewebes 1 Hilfte mit 39 Tab. — Stokolm 1875, 4.9 KéLuixER — Hadbuch der Gewebelehre des Menschen 6 Aufl. Leipzig. 1896. ‘LAuRENT, Hans — Zur Histogenese der Pachymeningitis haemorrhagica inter- na, mit 5 Abbild. Inaug — Dissert. Diisseldarf 1898. Livini — Di una modificazione del metodo Unna-Taenzer per la colorazione delle fibre elastiche — Monitore zool. ital. an 7, n. 2, 1896. LorseL — Formation et evolution des elements du tisses élastique — Jour. de l’ Anat. et de la Phys. An. 37, 2, 1897. Mrxervini — Modificationen der Weigert'schen Methode zur specifischen Fiir- bung des elastichen Gewebes Zeitsch. f. wiss Mik. 1901 p. 161. MeLNIKow-RAaswEDENKow — Histologische Untersuchungen iiber das elastiche Gewebe in normalen und pathologischen verinderten Organen—Ziegler’s Beitrige vol. 27, 1899. MeLvigow-RanvepENKOow — Histologische Untersuchungen iber den normalen Bau der dura mater unde iber Pachymeningitis interna — Ziegler’s Bei- trige, Vol. 28, 1900. MenpeL -- Der Bau der Dura mater Realencyclopidie Bd. VII, 2 Auf. 1886, p. 592. Pansimi — Su la genesi delle fibre elastiche — Progresso medico 1887. Pick — Tabes und Meningitis syfilitica nebst Bemerkungen iber die Genesi der sogennanten « Elastica » bei Endarteritis obliterans Arch. f. Dermat. u. syphil. OBERSTEINER — Organi nervosi centrali — Traduzione italiana. Milano. Porrier ET CHARPY — Traité d’ Anatomie Humaine, Paris 1900. Quan — Anatomia umana — Traduzione italiana, Società editrice Libraria, Milano 1900. Romrri — Anatomia umana — Milano. RenauT — Traité d’ Histologie pratique — Paris 1893. SaLvi — Sopra lo sviluppo delle meningi cerebrali — Memorie della Società Toscana di Scienze Neturali, Pisa 1897, vol. XV. SaPPEY — Anatomia umana. Traduzione italiana. Milano. Ste — Anatomie et physiologie du Tissu élastique — These de Paris 1860. Screen — Istologia normale dell’ uomo — Traduzione italiana, Milano. Srégr — Lehrbuch der Histologie 1 Aufl. Jena, 1898. Szvmonovicz — Trattato d’ istologia ed anatomia microscopica — Traduzione italiana, Milano. TuÒoma — Das elastiche Gewebe der arterienwand und seine verinderungen bei sklerose und aneurismabildung. Magdeburg 18983. TappeI, D. — Le fibre elastiche nei tessuti di cicatrice, Ferrara 1903. TroLarp — De l’Appareil veineux des arteres encephaliques—Des veines mé- ningées — Journ. de l’ Anat, et Phys. 1890. — De quelques particularités de la dure-mere: Jour. de l’An. et Phys. 1890. Wricerr — Ueber eine Metode zur Fibung elastischer Fasern Centralb. f. Allg. Pathol. Anat. Vol. IX n. 8, 9, 1898. Wirzmann u. NeUMANN — Ueber die Verinderungen der elasticher Fasern. Allg. Wien. med. Zeit. 18390. Istituto d’ Anatomia normale, Direttore G. Antonelli. Fenomeni geo-fisici osservati durante l’ attività esplo- siva del Vesuvio nel settembre 1904. Nota del socio G. Dr PAOLA. (Tornata del 18 dicembre 1904). L'attività del Vesuvio suole appalesarsi o con sole esplosioni centrali o con squarciature laterali e relativi trabocchi di lave o con l’uno e l’altro fenomeno insieme — non solum per craterem sed per ima montis latera *). Uno studio interessante per la fisica terrestre e per la storia del nostro vulcano è dato dall’attenta osservazione dei fenomeni geo-fisict che accompagnano l’estrinsecazione dell’energia vulcanica. Il Vesuvio iniziò un periodo di forte attività esplosiva il 20 giugno 1903; attiyità, che, aumentando gradatamente nei mesi suc- cessivi, determinò, nel 26-27 agosto, dei veri efflussìi lavici laterali. Di essi, quello avvenuto il 27 agosto dalla parte di ENE, con- tinuò per quasi tutto quest'anno, invadendo dal lato orientale l'estensione di tutta la valle dell’anferno. In questo periodo eruttivo l’efflusso lavico laterale è stato accompagnato da una successione continua di fenomeni avvenuti al cratere principale; quali franamenti parziali ed esplosioni al piccolo cono terminale, coi caratteristici boati ed emissioni di sabbie, di gas e di vapori. Nel mese di settembre di quest'anno, poi, allo stato perma- nente di deiezione lavica laterale si aggiunse un’attività dina- mica centrale, accentuata sino alla manifestazione di una forte recrudescenza parosismale, da rappresentare, quasi direi, la fase ultima risolutiva di questo breve periodo eruttivo 1903-904. Di guisa che nei giorni 20-25 settembre 1904 di grande attività esplosiva, il vulcano diede libero sfogo a tutte le sue forze endogene e dal cratere principale e dalla squarciatura late- - rale. Il dinamismo centrale si manifestò con grandiose e formi- dabili esplosioni di scorie e di bombe lanciate in aria sino ad un’ altezza massima di circa 600 metri, con densissimi globi di 1) PaLmwigrI L. Il Vesuvio dal 1875 al 1895. Atti R. Accad. delle Scienze fis. e matem. di Napoli. Vol. VILI. Serie 2.8 1895. MORI rea fumo cinereo e con boatie detonazioni fortissime, udite da Napoli e paesi circumvesuviani. Il fenomeno eccentrico, efflusso lavico, fu in corrispondenza col dinamismo del cratere, perchè da tre conetti nella valle del- inferno si ebbero esplosioni di brandelli di lava sino a circa 150 m. di altezza. Permanendo in quei giorni all'Osservatorio Vesuviano, mi si è prestata l'occasione di porre in confronto i fenomeni geo-fisici con le condizioni del Vesuvio di quest’ultimo periodo ed ho cre- duto opportuno di farne un riepilogo, lasciando a chi ha avuto sott'occhio continuamente tutte le manifestazioni presentate dal vulcano, di valutarne e studiarne a suo tempo le particolarità. I fenomeni geo-fisici concomitanti osservati furono : trepida- zioni continue del suolo, con commozioni sensibili (fenomeni geo- dinamici), perturbazioni degli aghi magnetici (fenomeni magneti- ci?); e folgori guizzanti nel fumo cinereo (fenomeni elettrici). A tali fenomeni aggiungerò i valori della pressione darome- trica, per osservare se le variazioni di essa .abbiano avuto una certa influenza sull’attività del vulcano. FENOMENI GEODINAMICI — Le trepidazioni continue del suolo durante la fase ultima esplosiva venivano palesate dal movimento delle spirali dei sismografi elettro-magnetici Palmieri (fisso e por- tatile), dalle oscillazioni delle masse pendolari, dall’incresparsi della superficie tranquilla dell’ orizzonte a mercurio, dall’agita- zione dell’ ago di rame (sospensione bifilare) dell’ apparatino di confronto e dalle perturbazioni magnetiche (oscillazioni verticali ed orizzontali) dell’apparecchio di variazione di Lamont. Le scosse registrate, nei giorni in cui la fase esplosiva si svolse marcatamente, furono diverse e in stretta relazione con l’at- tività del cono di eruzione. Di natura, generalmente, sussultoria, esse provenivano dagl’impulsi violenti cagionati dal ribollimento della colonna lavica in movimento ascensionale e dalla rottura dell’equilibrio dai gas e vapori imprigionati ad alta tensione, quando, rendendosi liberi, strappavano e menavano in grande quan- tità scorie e proiettili infuocati. A queste scosse che erano limitate alle vicinanze del vul- cano con raggio circoscritto , seguivano degli aeremoti prodotti dalle esplosioni, le quali, determinando nell’aria circostante le due fasi di onde atmosferiche di compressione e di rarefazione, scuotevano fortemente le lastre delle finestre e le aperture delle case dei paesi vesuviani sino a Napoli e Sorrento, etc. e DA Nella stanza dove erano collocati gli strumenti, guardando gli aghi e le masse pendolari, si notavano dapprima oscillazioni per effetto di onde sismiche, poscia dopo circa 7” si udiva l’urto delle onde sonore nelle lastre degl’infissi interni, prodotte dalle esplosioni 1). Avendo dato un accenno sulle condizioni del Vesuvio prima della fase esplosiva ultima, credo che non sia privo d'interesse di trascrivere i fenomeni geo-dinamici registrati durante questo periodo. © 1) Stimo opportuno riportare alcuni dati, presi dall’ultima triangolazione eseguita nel 1900 per il nuovo rilievo topografico del Somma-Vesuvio, sulla posizione dell'Osservatorio Vesuviano rispetto al cratere terminale. O — R. Osservatorio, m. 608 sul livello del mare V — Cratere; punta più alta m. 1303 sul livello del mare. A —Puntoideale dell’asse eruttivo alla medesima altitudine del R. Os- servatorio. OV — Distanza in linea retta dall’Osser- ma A W/ vatorio al vertice del Cono m. m. 2620 3 } 2710. /OA — Distanza in linea orizzontale dal- l'Osservatorio all’asse eruttivo m. 2620. 3 < » \ L L IA 4444 LA Scosse registrate nel periodo eruttivo 1903-904 prima del settembre 904 D Mesi Giorni | Ore | NATURA, DURATA E DIREZIONE | Luglio 1903 | 14 |13. | Orizzontale — 7° — SW-NE. » 14 |131' Replica di brevissima durata. » 18 |2045'| Verticale —2° Agosto 7 |1849 » di brevissima durata. » da 5 32'| Orizzontale —5° — SW-NE con repli- ca istantanea. » 21 6 30° » leggera, d’incerta direzione. » 24 |2327'| Verticale, di breve durata. Settembre 31 133'| Orizzontale, leggerissima. » 31 145 » » Febbraio 1904 3 444'|. Orizzontale, leggerissima. Luglio » 18 |2048' » leggera, d’incerta direzione. > » 30 dll "» brevissima — N-S. SRI > Ie Scosse registrate nella fase esplosiva di settembre 1904 Giorni| ORE NATURA, DURATA E DIREZIONE 20 a o | Orizzontale — 4" — SSW-NNE. 22 Verticale — brevissima durata. » | 1020' » > » 23 230" Verticale » » » 125 » » » > | 123’ » 4° » | 2055 Verticale e orizzontale — direzione incerta. > | 22 » leggerissima. cade 7 >» » 24 | 382° | Orizzontale, leggera — SE-NW. » 445° » » SE-NW. » 653’ | Verticale, TIE issima. » 857 Orizzontale » » 10 12° Verticale e orizzontale. > | 1128 » » dc 42,37 |» » » si ..KH19.13 Verticale, leggerissima. >» | 1744 » » 1 65° » » » | 2014 » » » 20 46° » » » | 2350’ » » 25 6 45° Verticale » We peo Dall ispezione di quest’ultimo quadro notiamo che i giorni di massima intensità nei fenomeni geodinamici furono il 23 e 24 settembre, in esatta corrispondenza all’attività esplosiva del cra- tere. Il 25, le esplosioni diminuirono e all’ attività scemata su- bentrò una grandiosa emissione di sabbie; il 28 cessarono le lave nell'atrio del cavallo (valle dell'inferno), rimanendo solo al cratere qualche esplosione con fumo bianco, e finalmente nel giorno 30 il vulcano rientrò in una vera calma, che perdurò per alquanti giorni. Nella 1% metà di ottobre però i fenomeni geodinamici si rinvigorirono , i tremori del suolo si palesarono nelle vibrazioni degli aghi e parecchie furono le .scosse registrate dal sismografo. Le maggiori agitazioni degli aghi si mostrarono nei giorni 3, 5, 6, 8, 10; e non mancarono rumori cupi uditi, alla base del gran cono vesuviano, dal personale della stazione inferiore della fnicolgai È naturale e logico il pensare che, cessata l’ attività esplo- siva ignea e la fase emissiva di sabbie, il livello della lava si è abbassato di molto; per il franamento del materiale detritico si ebbe l’ ostruzione del canale eruttivo, ed allora i fluidi interni, per la resistenza del materiale sovrincombente, non trovando fa- cile uscita, con la loro forte tensione elastica dovevano provo- care dei conati eruttivi abortiti, e scuotendo i fianchi di tutta la massa vulcanica originare movimenti tellurici. Riporto le scosse registrate nella 1® metà di ottobre. Scosse registrate nella 1° metà di ottobre 1904 GIORNI ORE NATURA, DURATA E DIREZIONE | 10 4 D' D20 » 1 » » » 492’ 56” MG n° » b » 19 94 99" » hg » » 3 953" Verticale — 1° » 11 23' Orizzontale — 1” — direzione incerta. D. | 1026.53” » ig » » > | 1339'36” » 2 » » 6 23 54' 15” » 2" » » 8 15 38' 45” » i As » Fenomeni magnetici ?— Gli aghi magnetici dell’apparecchio di variazione del Lamont sì mostrarono agitati da vibrazioni ver- ticali ed orizzontali. Sebbene essi siano abitualmente perturbati dal passaggio della ferrovia elettrica vesuviana, tuttavia le oscilla- zioni orizzontali, con scosse molto pronunziate, e l'agitazione straordinaria verticalmente in corrispondenza alle vibrazioni del- l’ago di rame dell’apparatino di confronto, e dallo stesso movi- mento delle masse pendolari, era facile discernere che i movi- menti degli aghi, erano fenomeni dipendenti da vibrazioni del suolo per azione meccanica, in seguito al passaggio delle onde sismiche. L’ Ing. Montà, professore di misure elettriche nella nostra R. Scuola d’applicazione per gl’ingegneri, il 26 settembre iniziò all’ Osservatorio (*) alcune misure magnetiche , affine di deter- minare i disturbi cagionati alla componente orizzontale del ma- gnetismo terrestre, dal passaggio della ferrovia elettrica vesu- viana. Il Prof. Montù !) ha pubblicato i risultati di queste sue accuratissime ed importanti osservazioni nella Rivista « La Tra- zione elettrica » di Roma. A tale scopo, egli installò, nella stanza degli apparecchi magnetici, una bussola delle tangenti con lettura a riflessione; e mentre faceva osservazioni continue , constatava nell’ago magnetico, a brevi intervalli, dei moti bruschi verticali, dei quali era chiara la origine meccanica. Però l’amico Prof. Montù rimaneva sorpreso nell’osservare, che alcune volte, qualche secondo prima che avvenisse un’esplo- sione, l'ago magnetometrico pativa moti regolari di escursioni oscillatorie; di maniera che egli mi manifestò il dubbio che que- sti moti orizzontali potessero essere occasionati dal fatto che i materiali infuocati (magma lavico sotterraneo) nell’ascendere, non avendo ancora raggiunto una certa temperatura, possano produr- re delle modificazioni nel campo magnetico sensibili al magne- tometro. (#) Il Direttore del R. Osservatorio Vesuviano Prof. Matteucci ha gradito assai che il Prof. Ing. Montù, nella sua reputata com- petenza, abbia iniziato questi studi; ed ha espresso il vivissimo desiderio che egli ed altri cultori delle scienze fisiche e naturali, vogliano continuare a compiere all’ Osservatorio delle ricerche così utili alla Scienza. 1) Montù C. — Alcune osservazioni magnetiche eseguite all’ Osservatorio Vesuviano durante l’ultimo periodo esplosivo del Vesuvio nei giorni 26-27 set- tembre 1904. La trazione elettrica Rivista Mensile, Anno Il. N. 10, 11 Novem. 1904, Roma. i DET eee Il Palmieri, nell’eruzione del 1855 1), ebbe il sospetto di vere modificazioni nel campo magnetico terrestre in seguito alle esplo- sioni; ma dopo l’illustre e dotto osservatore sì convinse che que- ste perturbazioni siano per la maggior parte occasionate da vi brazioni del suolo ?). Mi sono occupato altre volte di questo argomento 3) e poi- chè gli aghi non restano mai deviati durante le perturbazioni, ma solo patiscono oscillazioni attorno la loro posizione di equi- librio, mi sono sempre convinto che queste agitazioni per effetto di parosismi vesuviani e di terremoti sono dovute ad un'azione puramente meccanica del suolo in seguito al passaggio delle onde sismiche. Difatti, energia impetuosa del vulcano, nella sua estrinse- cazione deve necessariamente generare delle commozioni nel suolo e queste trasmettersi agli aghi, apportandovi moti verticali e moti orizzontali. Se oltre quest’azione meccanica si vuol considerare che nell’emissione di sabbie vi sono miriadi di particelle di ma- gnetite, forse potrebbe ingenerarsi il sospetto di qualche azione influenzante magnetica, la quale sarebbe un fenomeno susseguente alle esplosioni vulcaniche. Ciò pare si sia verificato nella famosa conflagrazione del Krakatau (1883) 4); nel principio di questa eruzione gli aghi ma- gnetici dell’Osservatorio di Batavia rimasero indifferenti. Invece cominciata l'emissione di sabbie, quando esse erano più abbon- danti nella caduta, allora gli aghi magnetici rimasero influenzati. Certamente proseguire ulteriormente in queste indagini, come suggeriva lo stesso Palmieri sin dal 1888, con apparecchi grafici e scientificamente più precisi e sicuri, sarebbe di grande impor- tanza per potere recisamente dire se alle agitazioni del suolo, sì uniscano talvolta azioni elettro-magnetiche e se la scienza possa così avere qualche segno precursore delle grandi eruzioni del Ve- 1) Guarini, L. PaLmerI ed A. ScaccHi — Fruzioni vesuviane del 1850 e . 1855. Napoli 1855, pag. 116. 2) PalwierI L. — Azione de’terremoti, dell’eruzioni vulcaniche e delle fol- gori sugli aghi calamitati. R. Acc. Scienze fis. e matem. Fasc. II. Nov. 1888. 3) Di Paora G. = Sulla correlazione dei fenomeni vulcano-sismici con le perturbazioni magnetiche all’ Osservatorio Vesuviano. Bollettino Soc. Nat. in Napoli, Vol. XVI. 1902. pag. 151. Di PaorA G.— Le perturbazioni magnetiche durante la fase eruttiva ve- suviana del 1908. Boll. Soc. Nat. in Napoli, Vol. XVIII. 1904, pag. 2. 4) R. D. M. Verbeck Krakatau Batavia 1886, citato in Girard J.—Recher- ches sur les tremblements de terre, pag. 82-83, Paris 1890. DO. RSA suvio. Speriamo che anche di questi apparecchi venga presto provveduto 1’ Osservatorio Vesuviano. Fenomeni ELETTRICI —Il fatto delle manifestazioni elettriche n mezzo al pino vesuviano non è nuovo, esso venne descritto sin dalla prima eruzione storica del Vesuvio, nelle famose lettere che Plinio il giovane inviava a Tacito. Però questi fenomeni non compariscono sempre nelle grandi eruzioni del nostro classico vulcano, come avvenne nelle eruzioni del 1850, del 1855 e del 1858. Non mancarono osservatori i quali studiarono il fenomeno molto attentamente e poterono stabilire che le manifestazioni elettriche in mezzo al pino vulcanico si hanno quando il fumo è abbondante ed è spinto con velocità inusitata e che insieme sia emesso copiosissimo materiale detritico. Così, di fenomeni elet- trici, se ne ebbe esempio nelle conflagrazioni del 1822, del 1861 e del 1872, appunto perchè dopo l’attività ignea in queste eru- zioni fece seguito una fase di emissione di fumo spinto con molta violenza e di sabbie in grande quantità. Nella fase esplosiva del settembre ultimo le proiezioni di blocchi incandescenti e di materiale detritico (scorze, lapillo e sabbie) spinte insieme ai vapori erano copiosissime, e la sabbia si vedeva cadere a guisa di pioggia dalla parte dove il vento la trasportava. Nei giorni 25 e 26, colonne tetre di fumo nero ascendevano vertiginosamente a grandi altezze: le esplosioni seguite da forti detonazioni proiettavano miriadi di frammenti di diverse gran- dezze, in tutte le direzioni, e quando le: nubi di fumo si eleva- vano dal cratere, in mezzo ad esse, si videro solcare delle vi- vissime folgori e qualcuna caratteristica a zig-zag. Ad esempio, il giorno 26 il Direttore dell’Osservatorio, Prof. Matteucci , tornando da un’ escursione compiuta all’ ingiro del cono, mi riferì che aveva notato due di tali bellissime folgori quando si trovava dal lato meridionale. Il Palmieri !) che, con grande assiduità, studiò le leggi del- l'elettricità atmosferica, con esperienze proprie e dopo una lun- ga serie di osservazioni, constatò che quando il fumo è copioso e quando vi è caduta di cenere, sia in vicinanza dei crateri, sia in distanza, il fumo dà sempre indicazioni di elettricità positiva e la cenere, cadendo, dà segni manifesti di elettricità negativa. Egli attribuiva alla condensazione dei vapori la cagione princi- pale della elettricità positiva del fumo. La cenere, poi, pel fatto 1) Palmieri L. — Sulla conflagrazione vesuviana del 26 aprile 1872. Atti R. Accademia delle Scienze fis. e mat. in Napoli, vol. V, 1872, pag. 47. > a della sua caduta tende a prendere elettricità negativa, accrescendo quella positiva del fumo, e si generano così que’ rapidi incrementi di potenziale pe’ quali si hanno le folgori. Io penso che il fumo, costituito in maggiore quantità di va- pore acqueo,—°9/1000 secondo Sainte-Claire-Deville !),— nei paro- sismi vulcanici, uscendo dalle bocche eruttive con immensa ve- locità e con altissima tensione, debba elettrizzarsi alla stessa maniera di come avviene la elettrizzazione dei vapori nella mac- china idro-elettrica di Armstrong. La elettricità del vapore che la fa da corpo strofinante deve richiamare poi un’eguale quan- tità di elettricità nella parte craterica, in modo che possiamo considerare le nuvole di vapore acqueo e la parte craterica come le due armature di un grande condensatore, separate dal dielet- trico che è l’aria atmosferica. Il materiale detritico lanciato dal cratere sì elettrizza quindi negativamente, ma per la condensazio- ne del vapore il potenziale elettrico si accresce e diviene diverso da quello delle sabbie o ceneri e quindi esso vince la resistenza dell’aria per dar luogo al balenar della folgore. È bene, intanto, far notare che per la grande rarefazione dell’atmosfera, la scarica elettrica avviene senza una grande differenza di potenziale ; e per la differente temperatura ed eterogeneità dei diversi strati d’aria e per l’intervento di sabbie più o meno conduttrici si ve- rificano le condizioni per aversi la folgore a forma di zig-zag. Ad ogni modo risulta chiaramente confermato che due sono le condizioni perchè si abbiano manifestazioni elettriche nelle eruzioni vulcaniche : 1.0 è vapori debbono essere abbondantissimi e spinti con vio- lenza dalle bocche di eruzione; 2.° essi debbono essere misti u copiosissima sabbia o cenere. Nota— Per provare che, effettivamente, il potenziale della nuvola nel con- densamento o aggruppamento debba accrescersi, avvenendo in essa un vero centro d’azione, possiamo applicare il calcolo come per le nubi temporalesche, quando le goccioline riunendosi in gocce più grosse danno luogo ala piog- gia. 2) 3). Difatti la nuvola si considera come costituita da miriadi di goccioline conduttrici elettrizzate. Se v è il potenziale di ciascuna sferetta, si ha la nota formola i q=vr e per n sferette 1) IsseL — Compendio di Geologia, vol. I, pag. 217. 2) Pinto L. — Fisica elementare — Napoli 1892, pag. 576 e 577. 3) NeGro C. — Fulmine — Rivista di Fisica, Matem. e Scienze Nat. Anno 5, N.° 52 — Pavia — Aprile 1904, pag. 329. Te BRE Quando le n piccole sfere o goccioline si riuniscono in una sola, questa acquista una capacità assai minore della somma delle capacità delle singole sferette e quindi le cariche elettriche passano nella gocciola formata, acqui- stando un potenziale elettrico molto maggiore. Per questa sfera risultante, il potenziale sarà 3 — ma il raggio R—r)/ n, quindi per la (1) Mia Pra desi. @) R Eos anni UVAT VV n ma n > 1, sarà pure e conseguentemente ie cioè il potenziale è accresciuto e quindi tacilmente può scaricarsi sui corpi circostanti. PRESSIONE ATMOSFERICA — La pressione atmosferica ha essa esercitata un’azione sull’attività del Vesuvio nel settembre scorso? Ecco una questione che si riannoda alla necessità di registrare esattamente le condizioni meteorologiche di pari passo ai prin- cipali fenomeni vulcanici. Pubblicherò prossimamente la discus- sione di uno studio ampio sull’importante argomento e cioè se vi è azione della pressione atmosferica sulle eruzioni vulcaniche ve- suviane; nella presente nota riporto i valori della curva barome- trica descritta durante la fase esplosiva ultima. Il Vesuvio aveva manifestato un’ attività sensibile nella 1 metà di settembre e nei giorni precedenti all’inizio della forte attività esplosiva, esso presentava emissione di sabbie e detriti lavici con modeste esplosioni di brandelli di lava. La fase parosismale cominciò marcatamente il 20 settembre, quando dal cratere si manifestarono forti boati con getti di lava abbondante e sbuffi di cenere, mentre dalla squarciatura laterale la lava scorreva a ENE. Nel giorno 21 il dinamismo aumentò notevolmente e si accentuò maggiormente il 22, 23 e 24. Il 25 si notò una leggerissima diminuzione nell’attività esplosiva, che continuò progressivamente nei giorni successivi, sì che al giorno 30 il Vesuvio poteva dirsi calmo e della sua attività non sussi- 3 1a RR steva che appena emissione di vapore bianco e qualche esplo- sione con sabbia. Cessate le lave lateralmente, dal 30 settembre alla 1% metà di ottobre il vulcano si mantenne in perfetta tran- quillità. Nel quadro seguente registro la media delle indicazioni ba- rometriche avuta in ciascun giorno dalle osservazioni delle 9", 12", 15%, e 21"; a questa fo seguire il valore massimo ed il mi- nimo osservati nella giornata. Aggiungerò pure i valori medi della temperatura, dello stato igrometrico, della nebulosità e della precipitazione, per avere una chiara idea delle condizioni meteo- riche durante il periodo della forte attività esplosiva. 2.98 Se « 9U0120]1A1991d « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « « 03 19do9 tp OIpaur OTHIO THA OLVLS ‘0492 D 97jopia 0UOS 2YyILIZPWOLDQ 92290 IT (e) cT6 C8 6031 PI FOL 00°9 9L 80 G0°LOL 00°9 C8 00€T T8'80L ct‘6 gg © PoCI FE'FOL 0e°8 79 9081 PE‘COL (Cri #8 CoLT _G9°80L 0c‘9 28 OoLT 06°90L GL'8 8L O0CT P9'90L 00°g 9 Pot 00°C0L C38 LL GOTI OG'TOL 00°8 1% GoLI FICOL 00°. cq 9oLI 69°COL CT ce 6081 8C°90L 0e°E (He GoLT TE'90L OT/g 9e LoLT GE90L BIpeur BAIFB]RI | BUIMIP BIPOUI ES VLICINOA VIUALVUHIANHL OLLAINOUYVA 28‘FOL 76802 68‘80L 23 LOL P680L. 6960. 09°80L T#'80L 68°90L Ge'TOL PI‘90L 9790. GI LOL SO'LOL T9'90L (e) OWISSEBUI OULAHNOUVA FOG6L H3YEAINE LLAIS GEFOL CF'80L 7880. CF'GOL C8‘L0 03'60L Te°L0L OL‘90L 960. POCO. TECO. Z0°90L C6°90L 6L‘90L TH'90L (e) OUIMIP Orpewa OULANO UVA 06 66 86 LG 96 ce o GG 6 TG 06 6I 8I ITIOT) i | —_— __—_————_==>=>=5=**}<>><"<>"-<""%YYy+yv)| Nei giorni precedenti e all’ inizio della forte attività esplo- siva la curva barometrica si mantenne quasi orizzontale, subendo le solite variazioni diurne. Il giorno dopo avvenne un abbassa- mento direi istantaneo, di pochi millimetri, che perdurò circa 7 ore, poscia la curva barometrica aumentò sensibilmente e sì man- tenne ascendente sino al 26, salendo per circa 9 millimetri, come si osserva nel diagramma del barografo Richard. L'andamento in certo modo parallelo della curva barografica ascensionale e del l'aumento dell’ attività esplosiva fa escludere ogni indizio d’in- fluenza della pressione sull’eruzione. Diminuendo, intanto, l’atti- tività eruttiva, decresceva in corrispondenza il valore della pres- sione ; il dinamismo vulcanico continuò. la sua fase discendente, mentre la curva barometrica risali di nuovo sino a mezzodì del 28 per proseguire nelle sue variazioni. i L’ abbassamento, di circa 3 millimetri e mezzo , verificatosi il giorno 21, quando già il Vesuvio era in piena attività, non ha potuto esercitarvi alcuna influenza; basterebbe considerare che se la tensione altissima dei vapori imprigionati dal vulcano si po- tesse tradurre in pressione barometrica, questa acquisterebbe un valore di centinaia di metri; ed allora è chiaro che la depressione atmosferica di pochi millimetri si riduce ad una ben cosa insi- gnificante. Da questi valori comparativi appare chiaro che /’ aumentata attività esplosiva ultima del Vesuvio non rispose alle oscillazioni della pressione barometrica. Dai fatti osservati, possiamo concludere. 1° nel parosismo vesuviano del settembre scorso i feno- meni geodinamici (siano micromoti, siano macromoti) si svolsero in rapporto di causa ad effetto; 2° le perturbazioni magnetiche manifestatesi negli aghi magnetometrici furono concomitanti alle agitazioni dell’ ago di rame dell’apparatino di confronto e quindi, secondo me, essi oscil- larono per effetto meccanico del suolo, funzionando così da pen- doli sismici ; 3° i fenomeni elettrici nel pino vesuviano, sotto forma di fol- gori, si manifestarono quando il fumo copiosissimo , spinto con grande violenza, era misto ad abbondantissime sabbie o ceneri; 4° le variazioni della pressione atmosferica non esercita- rono azione alcuna nell’estrinsecazione dell'energia vulcanica. Dal R. Osservatorio Vesuviano, 25 ottobre 1904. Sopra alcuni casi di teratologia vegetale.—- Nota del socio L. MarceLLO. (Tornata del 20 novembre 1904) Ai casi di teratologia vegetale precedentemente da me de- scritti, credo utile aggiungerne altri, che recentemente mi è stato dato di osservare. Citrus Limonum L. In alcuni fiori di questa specie, oltre ai petali normali, ne ho rinvenuto altri interni, che decisamente apparivano derivare dalla trasformazione degli stami, poichè erano alquanto più ri- stretti nella regione corrispondente al filamento , ed uno anzi portava, all'apice, tracce evidenti di una mezza antera abortita. Si tratta quindi di un caso di metamorfosi petaloidea degli stami. Prunus Cerasus L. Alcuni frutti di questa specie presentavano due drupe, late- ralmente saldate, di cui una più sviluppata e l’altra meno. Es- sendo portate da un pedicello unico, e presentando alla loro base un calice apparentemente normale, è verosimile il supporre che provenissero da fiori aventi due pistilli in luogo di uno solo. Questa supposizione è avvalorata dal fatto, che molte Rosa- cee hanno il gineceo costituito da più pistilli liberi fra loro. JUGLANS REGIA L. Un frutto di questa specie, di grandezza quasi normale, è composto di un sol carpidio e non di due, come al solito av- viene. L’unico carpidio (v. fig. 1) trovasi accartocciato su sè stesso, coi due margini perfettamente saldati, e lascia vedere una sola linea suturale, come si trova nei veri follicoli, ad esempio in quelli di Peonia. L'unico seme è venuto a perfetta maturità; però, mentre uno dei cotiledoni è normalmente sviluppato , l’altro si Lote mostra molto più piccolo e quasi atrofizzato (v. fig. 2), e preci- samente quello rivolto verso il dorso del carpidio stesso, come appare dalla sezione trasversale del frutto (v. fig. 3). Il caso di frutti bicarpellari divenuti unicarpellari, per aborto più o meno completo di uno dei due carpidii, non è raro; ma, nel caso presente, vi è la particolarità che sì tratta di ovario in- fero, quindi meno atto a variare nel numero delle parti che lo compongono. I frutti normali di Noce, nel momento della germinazione, presentano l’uscita dell'embrione mediante l'allontanamento delle due valve: ora sarebbe stato interessante seguire la germinazione Fig. 1 di questo frutto teratologico, non potendosi aprire come i folli- coli normali, essendo fortemente lignificato. Io però non ho po- tuto tare alcuna osservazione in proposito, disponendo di un unico esemplare, che occorreva sezionare per rilevarne l’ interna struttura. ALLIUM TRIQUETRUM Lu. In una inflorescenza di questa specie ho riscontrato fiori ad architettura tetramera , anzichè trimera: infatti essi hanno otto tepali, otto stami e quattro carpidil. ScoLOPENDRIUM VULGARE Sm. In una pianticella di lingua cervina, raccolta a Cava dei Tirreni, e presentante tre sole fronde, si trovano due fronde nor- mali ed una con l'apice dicotomicamente partito, in modo da formare cinque lobi assai bene distinti. rt Questo caso teratologico nello Scoloperndrium vulgare è ab- bastanza frequente e conosciuto; tuttavia è da notare che si ri- scontra, per solito, in esemplari coltivati, mentre, nel caso pre- sente, si tratta di un esemplare perfettamente spontaneo. PoPuLus TREMULA L. Credo interessante indicare anche un caso di deformazione osservato in alcuni picciuoli foliari del tremolo, pure a cava dei Tirreni. I detti picciuoli, in prossimità del lembo, sono slargati ed appiattiti, ed avvolti in modo da formare una contorsione spirale, costituente una cavità abbastanza vasta. Somigliano assai ai picciuoli di Populus nigra L., analoga- mente deformati per opera del Pemphigus spirotheca, ed è chiaro che anche nel caso presente si tratta di una deformazione, dovuta, forse, alla stessa causa parassitaria. ATLANTHUS GLANDULOSA Desf. Parimenti a Cava, lungo la via della Pietra Santa. ho po- tuto osservare un anormale accrescimento di radici di Ailanto, sotto quella forma conosciuta, per altre piante, col nome di code di volpe: tali radici avevano completamente invaso un acque- dotto, nel quale erano riuscite a penetrare. Questo sviluppo enorme di radici, venute a contatto con un'abbondante massa di acqua, conferma il fatto già rilevato dal Prof. Delpino, cioè che « in date condizioni, la grande sorgente d’azoto per le piante dev'essere 1’ ammoniaca atmosferica, la quale, sebbene esista nell’atmosfera in tenuissime proporzioni, pure, per una spiccata diffusione elettiva, passa nell’ acqua ed è avida- mente assorbita dalle radici ». Questo sviluppo di radici, quindi, a coda di volpe ha forse lo scopo, aumentando la superficie assorbente, di procurare, in maggior quantità, l’azoto. Una visita a Stromboli. — Nota del Dr. BeneDIoT FRIEDLAEN- DER e del socio E. AGUILAR. (Tornata del 29 gennaio 1905) 1. L’attività dello « Stromboli » nel settembre 1904. Avendo nello scorso settembre fatto un’escursione a Strom- boli, per visitarne l’apparato eruttivo, ed essendo restati di notte tempo sull’orlo craterico , non ci pare privo d’ interesse riferire sui fenomeni esplosivi e sulle fiamme, che ci accadde di osservare durante le esplosioni. Nel pomeriggio del 17 settembre giungemmo a Stromboli, e dopo esserci alquanto riposati dal viaggio, fatti i preparativi per l'escursione, cominciammo l’ascensione, partendo dalla borgata San Vincenzo. Verso le ore 20, in poco più di tre ore, raggiungemmo la cima, che si eleva a 918 m. sul mare, e dalla quale si domina il cratere attivo eccentrico, che a 700 m. si apre sul versante N.-N.W. del monte !). 1) Stimiamo utile dare un cenno della orografia di Stromboli, e ci ripor- tiamo alla descrizione del Mercalli e del Riccò, fatta con chiarezza e brevità. La trascriviamo non integralmente : « L'isola di Stromboli è terminata da due cime centrali di altezza poco differente, cioè una di 925 m. e l’altra, situata un po’ più a N., di 918 m. Tra queste due cime esiste un vallone, limitato ad E. dalla Portella delle Crovi e a W. dalla Portella di Ginostra, il quale è con tutta probabilità il residuo del cratere terminale dell’isola. Da tempo immemorabile il cratere terminale e centrale dello Stromboli è spento, e quello attivo è un cratere laterale che si apre sul versante N.-N. W. del monte, a 700 m. di altezza. Esso occupa la parte superiore di un. gran vallone, che in alto comincia con l’antico cratere terminale, ed in basso finisce al mare. I fianchi di questo vallone presentano due irregolari e grosse sporgenze, chiamate i Faraglioni (formati da conglo- merati ed arenarie vulcaniche), i quali limitano e quasi racchiudono il cratere attivo a N.E.ea S. W. Il fianco N. W. del cratere attivo, costituito da scorie e lapilli, discende fino al mare con forte pendio (35°) ed è chiamato la Sciarra del fuoco, perchè sopra di esso si vedono sempre rotolare a mare le scorie incandescenti, lanciate dalle esplosioni. La Sciarra inferiormente, presso il mare, è larga un km. ed è limitata da due scogliere di antiche lave, che, ascendendo, per mezzo del Filo di Baraona a W. e del filo della Sciarra e del Filo del Fuoco ad E., vanno a ricongiungersi coi due Faraglioni ». (Sopra è! me Trovammo il vulcano in moderata attività schiettamente stromboliana. Due bocche soltanto erano in eruzione: una a N.- N.E. che non vedevamo, perchè nascosta dal fianco S.E. del cono; l’altra a N.W., assai ben visibile dai Faraglioni di ponente. La prima faceva esplosioni ad intervalli piuttosto lunghi e variabili. In un sol colpo, simile a quello di un cannone, poche scorie venivano lanciate a 50-70 m. di altezza, ed al getto si ac- compagnava copioso fumo brunastro, carico di sabbie. Invece la bocca che era più verso i faraglioni di W., rico- noscibile di notte per l’incandescenza della crosta lavica super- ficiale, era molto attiva e di forma quasi circolare, e con un’area approssimativa di 8-9 mq. Non sempre, ma spesso, al principio dell’esplosione si avver- tiva un aumento sensibile nell’ incandescenza, riverberantesi sul fumo che veniva fuori dalla bocca; talvolta si aveva l'impressione come se la crosta lavica si gonfiasse. Questi segni precursori, di breve durata, erano anche accompagnati sovente da un rombo sotterraneo, leggiero, ma perfettamente distinto, paragonabile ad un tuono udito in lontananza. Di quando in quando, indipendentemente dalle esplosioni, si avvertivano rumori ben differenti, come degli urli o sibili, e pro- dotti, senza dubbio, dallo sprigionarsi delle'materie gasiformi at- traverso le screpolature della crosta lavica incandescente. Ogni esplosione esordiva bruscamente e violentemente e con assordante fragore, simile a ripetute scariche di fucileria !); nel mentre che una fitta colonna di scorie incandescenti solcava l’aria, elevandosi ad un’ altezza di 150-200 m. Una parte delle scorie ricadeva nella voragine craterica, la maggior parte, però, si ri- versava lungo la Sciarra del Fuoco; mentre i grossi brani di magma che venivano contemporaneamente lanciati nelle esplosio- ni, senza raggiungere notevole altezza, o ricadevano nel camino vulcanico o si fermavano sugli orli di esso. Terminata l'esplosione la bocca si richiudeva; l’incandescenza del grosso materiale eruttato diminuiva lentamente, sicchè dopo periodo eruttivo dello Stromboli, cominciato il 24 giugno 1891. Relaz. dei prof. A. Riccò e G. Mercalli. Estr: dagli Annali dell’Uff. centr. Meteor. e Geodin.— Serie II, Parte III, Vol. XI, 1889.—Roma, 1892). 1) Dal Filo del Fuoco, presso il Semaforo, dove ci eravamo recati, il giorno dopo la nostra visita al cratere, per osservare le esplosioni e a vedere roto- lare le scorie incandescenti lungo la Sciarra del Fuoco, il rumore che ac- compagnava le esplosioni poteva esattamente paragonarsi al fragore e al bron- tolio di un tuono che si ode in vicinanza. SR Re 5-10 minuti rimanevano pochi blocchi roventi, spiccanti sulle nere scorie circostanti. Le esplosioni, in media, duravano una trentina di secondi (una sola volta ne notammo una fortissima durata circa 50°), e si succedevano con un tempo variabile: di solito, tra un’esplosione e l’altra decorreva una ventina di minuti. Durante l’ esplosione la forza del getto di scorie si manteneva costante, ed a questo si accompagnava una notevole quantità di fumo biancastro, ca- ratteristico delle schiette esplosioni stromboliane. Mentre, nel buio della notte, assistevamo a quella meravi- gliosa pirotecnica vulcanica; ci fu dato di osservare un fenomeno | piuttosto interessante, che crediamo utile riportare. Guardando attentamente, in alcune esplosioni, la parte centrale e più bassa del getto di materie infuocate, notammo delle fiamme azzurri- gne !) di notevoli dimensioni, alte approssimativamente più di 2 metri, poco luminose e a contorni poco netti. Le si sarebbero potuto paragonare fino ad un certo punto alle fiamme di CO che sì sogliono osservare nelle fucine sul carbone coke in combustione, allorquando si fa attraversare questo da una forte corrente di aria, spinta da un mantice ?). All’osservazione del fenomeno luminoso ci riuscì utile un binocolo a prisma di 7 !/» diametri, sebbene anche ad occhio nudo—nonostante la distanza di circa 200 m. dalla bocca esplo- dente—le suddette fiamme fossero visibili. Evidentemente alcune esplosioni di scorie erano accompagnate da getti di gas combu- stibili, ardenti con fiamma bluastra e poco luminosa, e che per la grande tensione con cui i gas erano emessi, non poteva assu- mere, bruciando, una forma netta, nè contorni distinti. A chi non avesse osservato attentamente, il fenomeno sa- rebbe potuto passare inosservato, essendo la luminosità delle scorie molto superiore a quella delle fiamme. A noi due, del resto, riuscì di vederle, per ben tre volte, sia ad occhio nudo che col 1) Pure a Stromboli il Matteucci notò delle fiamme durante le esplosioni. (R. V. MartEUcci— Sull’attività dei vulcani Vesuvio, Etna, Vulcano, Stromboli e Santorino nell'autunno del 1898—Boll. d. Soc. Sismol. Ital. Vol. V. Mo- dena, 1899). 2) Anche al Vesuvio, il 6 marzo 1903, uno di noi (Aguilar) ebbe agio di osservare di giorno, per due volte, una fiamma bluastra, alta qualche metro e mezzo, fra il getto di scorie. Il Vesuvio era allora in moderata attività strom- boliana, e le esplosioni avevano luogo da un conetto centrale, visibile magni- ficamente dall’orlo craterico, dal quale distava circa 55 a 60 m. ARS CSA binocolo, tanto distintamente, che non rimane alcun dubbio sulla loro autenticità. Queste fiamme osservate durante le esplosioni a Stromboli, erano molto meno appariscenti di quelle osservate da uno di noi al Kilauea e al Tongariro 1). Prodotti gassosi. Sulla parte più alta dell’orlo del cratere attivo, cioè verso S., si trovavano piccole fumarole acquose; invece grosse fumarole esistevano intorno alle bocche eruttive ed emettevano, senza in- terruzione, copioso fumo bianco. Sensibile era poi l’odore dell’a- ‘cido cloridrico e dell'anidride solforosa. A questi gas esalanti dal fondo craterico, si aggiungeva l’acido solfidrico, in quantità piut- tosto rilevante, e proveniente, insieme con scarso vapor d’acqua, da fumarole quasi estinte sull’ orlo dell’ antico cratere (918 m.) verso S. E. 2. Paragone dello Stromboli con altri vulcani attivi. Quando si sono visitati parecchi vulcani attivi, come il Ve- suvio, Etna, Vulcano, Stromboli, Kilanea, Mauna Loa, Tongariro, Auruhoe e Ruapehu, e molti vulcani spenti, si viene facilmente ad una conclusione che « la formazione orografica ed il carattere dinamico dei vulcani dipendono principalmente dalla fluidità del magma >. Questa conclusione coincide in gran parte con la classifica- zione dei vulcani e delle loro manifestazioni nei tipi che noi di- remo « stromboliano » e « vulcaniano ». La fluidità del magma logicamente può dipendere: 1.° dalla sua composizione chimica, che determina il punto di fusione e la viscosità ad una data temperatura; 2.° dalla temperatura. Le differenze chimiche hanno, senza dubbio, la maggiore influenza sul carattere dinamico e per conseguenza sulla configurazione dei vulcani, giacchè è noto che il punto di fusione si eleva con il percento di acido silicico. In generale i vulcani acidi sono del tipo vulcanzano, cioè a magma piuttosto viscoso, laddove i vulcani basici sono del tipo stromboliano, o a magma piuttosto scorrevole *). 1) FRIEDLAENDER B. Der Vulkan Kilauea auf Hawaii. Berlin, H. Paetel, 1896. — Some notes on the Volcanoes of the Taupo District, in Transactions ot the New Zealand Institute—1898. pg. 488-510. l 2) Come è noto, il termine sfromboliano è usato, dalla maggior parte dei vulcanologi, per indicare lo stato di moderata attività esplosiva di un vulcano. Mano e Le differenze mineralogiche e chimiche sono di facile osser- vazione, e la loro influenza sul dinamismo dei vulcani è ben nota; invece poco o nulla si sa delle differenze di temperatura. Se è difficile determinare il grado di calore delle lave fluenti, è quasi impossibile determinare quello del magma nelle bocche attive; ed anche se fosse possibile fare queste misure, non conosceremmo che la temperatura degli strati più superficiali. È solo la mag- giore o minore luminosità dei getti che ci può fornire qualche indizio della sua differente temperatura; ma questo mezzo è tutt’al- tro che accurato, e sotto qualche riguardo è dubbio se si può stabilire qualche cosa sul grado di calore degli strati inferiori del magma; d’ altra parte è possibile che la luminosità del magma incandescente non dipenda soltanto dalla temperatura, ma anche dalla composizione chimica. Osservando, però, le lave del Kilauea, del Vesuvio e dello Stromboli, troviamo che le differenze chimi- che e mineralogiche sono troppo poco importanti per spiegare le differenze di luminosità; ed è probabile che l’ incandescenza più viva delle lave e dei getti di scorie sia indizio di temperatura più alta. Secondo le osservazioni fatte da uno di noi, la succedenza del grado di luminosità coincide con quella della liquidezza della lava, e ciò confermerebbe l’ ipotesi delle differenze di tempera- tura. Ecco la serie dei vulcani tipici, ordinati secondo il grado di luminosità media dei loro getti. 1. TongariRo: (cratere Te Mari): proiettili d’ incandescenza rossa cupa, invisibile di giorno, e di fusione molto imperfetta. 2. VuLcano: simile al precedente; però la presenza e la qua- lità di vere bombe è indizio di una temperatura alquanto più elevata. Dal Mercalli, invece, questa parola è usata per denotare non la forza, ma il carattere delle esplosioni. In quanto poi al termine vulcaniano, si può dire che sia quasi nuovo, ed è stato introdotto dal Mercalli stesso per caratterizzare uno stato esplosivo, diverso dal precedente , e proprio dei vulcani trachi-an- desitici, ma che frequentemente si rinviene anche nei vulcani basaltici. (G. MercaLLI — Notizie vesuviane. — Luglio- Dicembre 1900. Boll. della Soc. Sism. Ital. Vol. XII, Modena, 1901). Nella presente nota, invece, queste due parole sono da noi usate in un senso più ampio, cioè per denotare il carattere com- plessivo dei vulcani, nonchè quello delle loro manifestazioni esplosive. Questa nostra modifica delle parole predette ci sembra giustificata e cre- diamo di non cagionare equivoci od errori, poichè : 1.° la prevalenza di uno stato di attività piuttosto continua e moderata; 2.° il carattere delle esplosioni chiamato stromboliano dal Mercalli; 3.° la fluidità del magma, sono fatti che hanno un intimo nesso tra loro; come pure stanno in intima relazione i fatti opposti, nel caso di vulcani vulcaniani. SI de 3. SrromBOLI: proiettili d’ incandescenza rossa viva, ma dit- ficilmente o appena visibili di giorno: non si schiacciano sensibil- mente cadendo a terra. 4. Vesuvio : in attività stromboliana ordinaria, simile al pre- cedente; i proiettili sono più luminosi e cadendo si schiacciano. 5. IDEM: in attività stromboliana violenta, come nel 23-25 Settembre 1904: incandescenza rossa vivissima, tanto da esser visibile di giorno quando il cielo è coperto o il sole vicino al tramonto. 6. Erna: durante l’ eruzione del 1892 (formazione dei monti Silvestri): simile al precedente. 7. KrLaueAa E MaunaA Loa: incandescenza gialla chiara, addirit- tura abbagliante di notte e visibilissima di giorno. Al chiaro del sole le fontane del lago di lava, corrispondenti ai getti di scorie degli altri vulcani, rassomigliano ad un liquido opaco di colore arancio. Lava scorrevole come l’ acqua. Giacchè il punto di fusione delle lave acide è più alto di quello delle lave basiche, si potrebbe credere che generalmente i vulcani acidi dovessero esibire un’ incandescenza maggiore e quei basici un’incandescenza minore: perchè ci sembra un fatto degno di nota, che, secondo le nostre osservazioni basate su pa- recchi vulcani di diversi tipi, il contrario è vero. Il vario grado, adunque, di luminosità, cioè di temperatura, coincide con la scorrevolezza delle lave; e poichè queste due serie coincidono con quella della composizione chimica, almeno fino ad un certo grado, rimane il dubbio, se la diversità di temperatura e di composizione chimica siano due cause indipendenti o coe- renti della liquidezza delle lave. Ipoteticamente si potrebbe ammettere una coerenza, poichè più liquido è il magma, più facile ne è il trasporto dalla profon- dità alla superficie; ed allora la maggiore fusibilità del magma sarebbe la cagione che i vulcani più basici esibiscono non solo lave più scorrevoli, ma anche, malgrado la più facile fusibilità del loro magma, più calde; in altri termini la composizione chi- mica del magma sarebbe la causa primaria che determinerebbe da sola tutto il resto, cioè il carattere dinamico e la configura- zione orografica dei vulcani. Ma lasciamo le ipotesi e torniamo ai fatti e alle definizioni. Facendo il paragone del magma dello Stromboli con quello del Vesuvio, si nota che il primo è sensibilmente più viscoso del se- condo. Il Vesuvio durante una fase di attività stromboliana or- dinaria proietta delle scorie tanto fuse, che si piegano e si con- Mc pes torcono mentre volano in aria, e dei brani di lava, piuttosto grossi, che, cadendo a terra, si schiacciano assumendo una forma di focaccia. Basta poi un leggiero aumento nell’ attività esplosiva per render visibile di giorno e a distanze piuttosto notevoli la incandescenza delle scorie. Al Vesuvio l'intervallo fra due esplo- sioni è generalmente assai breve ed il getto delle scorie dura pochi secondi; a Stromboli, invece, le esplosioni hanno una durata maggiore e si succedono ad intervalli assai più lunghi; poi la loro forza esplosiva ed i boati, da cui sono accompagnati, sono molto più violenti che nel caso del Vesuvio in attività or- dinaria. Una cosa piuttosto interessante è che, a Stromboli, gran parte delle scorie lanciate nelle esplosioni, si riversano lungo la Sctarra del fuoco fino al mare; e ciò probabilmente dipende dalla loro maggiore consistenza; giacchè se fossero tanto fuse come quelle del Vesuvio, schiacciandosi nel ricadere, si arresterebbero a formare un orlo craterico completo anche dalla parte del mare, cioè a N.W. Ora avendo detto innanzi che per tipo stromboliano intendiamo un vulcano dal magma piuttosto scorrevole, e per tipo vulcaniano un vulcano dal magma piuttosto viscoso, veniamo alla conclu- sione che il Vesuvio, nonchè il Kilauea, ad es., è più strombo- liano di Stromboli stesso, e questo è un po’ più vulcaniano del Vesuvio. La divisione dei vulcani, riguardo al loro dinamismo, in que- ste due categorie ci sembra utile e ben fondata sui fatti; e con- siderando un maggior numero di vulcani ed amplificando i pa- ragoni, ci avviciniamo ancora di più ai fatti, stabilendo una suc- cedenza di tipi. Riferendoci alla serie predetta, si potrebbe con- siderare il Vesuvio come un vulcano leggermente wultrastrombo- liano, ed il Kilauea come un vulcano più che ultrastromboliano, se pure non sembra preferibile farne un tipo speciale, essendo la differenza fra Stromboli e Kilauea tanto grande, quanto quella fra Vulcano e Stromboli. D’ altra parte, certi vulcani superano ancora Vulcano per la viscosità del magma, e per conseguenza della forza esplosiva. Così. p. es., le esplosioni del Te Mari sem- brarono ad uno di noi leggermente ultravulcaniane. Da quanto abbiamo detto, ci pare quindi giusto di parlare di un tipo ultra- vulcaniano (Te Mari), di uno vulcaniano (Vulcano), di uno strom- boliano (Stromboli), di uno ultrastromboliano o vesuviano (Vesuvio); ed infine di un tipo kawaziano (Kilauea). Bisogna poi por mente —e crediamo che tutti i vulcano- logi siano d’ accordo — che è quasi inimmaginabile un’ attività DES 1. a stromboliana (nonchè hawaiiana) a Vulcano, oppure un’ attività vulcaniana al Kilauea. I tipi intermedi, come lo Stromboli e il Vesuvio, esibiscono talvolta, fino ad un certo punto, esplosioni più o meno wvulcaniane , ma solo in linea eccezionale , ed allora quelle non arrivano mai alla purezza del tipo, essendo cagionate da franamenti craterici o da altre temporanee e speciali circo- stanze. In conclusione, il dinamismo e la configurazione orografica dei vulcani dipendono dal grado di ii del magma lavico, e da questo punto di vista si può stabilire una serie, di cui i limiti, da quanto si è detto, sono il Tongariro e il Kilauea. Napoli, Ottobre 1904. Cirrodrilus cirratus, n. g. n. sp. parassita del- l Astacus japonicus.--Nota del socio U. PrERANTONI. (Tornata del 29 gennaio 1905) Il Prof. Monticelli in una sua recente permanenza a Parigi, ricercando le Temnocefale sui decapodi d’acqua dolce delle col- lezioni del Museo di Storia Naturale di quella città, raccolse sulle branchie ed alla superficie del corpo degli astacidi buon numero di Branchiobdelle che volle affidarmi in istudio, come avea già fatto per quelle da lui rinvenute su crostacei di acqua dolce di altri musei esteri e nazionali, perchè io potessi valermene per le ricerche, delle quali da qualche tempo mi vo occupando, sull’ana- tomia e le affinità di questi animali. Nel materiale del Museo di Parigi, una forma rinvenuta su di un Astacus del Giappone ha attratto maggiormente la mia attenzione, perchè si allontana per le sue esterne fattezze dalle Branchiobdelle stesse, pur avendo con questi anellidi qualche carattere comune. Ho creduto perciò utile di darne un cenno pre- liminare in questa nota, nella quale esporrò solo i dati risultanti da un esame esteriore, poichè lo stato di conservazione degli esemplari a mia disposizione non mi ha permesso uno studio par- ticolareggiato della interna struttura. Anche dai soli caratteri esterni, del resto, non è difficile scorgere nel curioso animale qualcosa di assolutamente nuovo. Non dispero di poter ottenere in seguito dal paese d’origine, mediante i dati di rinvenimento abbastanza precisi di cui dispongo, un nuovo e più fresco ma- teriale, adatto per uno studio anatomico. Il verme, che è rappresentato nella Fig. 1 della tavola an- nessa, ha una lunghezza massima di 3 mm. e mezzo, ed una spes- sezza, presa nella regione cefalica, di !/» mm. circa. Il corpo è quasi cilindrico, leggermente appiattito nella faccia ventrale e nettamente distinto in quattro parti: un capo rigonfio, a cui segue un collo ristretto, un tronco formato da sei segmenti uguali ed in fine una regione caudale terminale, il cui estremo libero è incavato a ventosa. La parte comprendente le ultime tre regioni ha aspetto quasi cilindrico, essendo leggermente rigonfia nel suo tratto mediano. Lf Il capo o regione cefalica (Fig. 2) è piriforme, con la parte assottigliata rivolta in dietro e continuantesi col collo. Nel punto ove è più rigonfio il capo presenta una corona di dodici tenta- coli, i quali sono più lunghi sulla parte corrispondente al dorso che su quella corrispondente al ventre. In mezzo a questa corona sì apre la bocca, che è notevolmente spostata verso la faccia ven- trale, ed è posta all’estremo di una specie di grugno o sporgenza; essa a sua volta è circondata (Fig. 3) da una serie di piccole appendici tentacoliformi, più numerose lungo il margine ven- trale che lungo il dorsale, le quali formano una speciale coron- cina o rosetta. Entro la cavità boccale si rinvengono due mascelle chitinose (Figg. 4 e 5), l'una dorsale e l’altra ventrale, foggiate sul tipo di quelle delle Branchiobdelle. La forma di queste mascelle è appiattita, con uno dei margini impiantato alla parete della bocca e l’altro libero nella cavità di essa. Ciascuna mascella presenta inoltre due facce, di cui l’una porta verso il margine libero un grosso dente centrale (Fig. 5), e l’altra una serie di otto den- telli: nella posizione normale le punte di tutti questi denti sono rivolte in dietro, e nella cavità boccale si guardano le due facce che portano i dentelli. Le mascelle possono estroflettersi insieme colla parete epiteliale del cavo boccale e nel fuoriuscire si capo- volgono , in modo che i denti si rivolgono in avanti, ed in den- tro si guardano le facce provviste dell’unico robusto dente. Il collo, nel punto in cui si attacca al capo, è assai ristretto; esso è formato da un solo segmento privo di appendici, che va gra- dualmente aumentando di diametro per continuarsi in dietro col primo segmento del tronco. x Il tronco è fatto da sei segmenti uguali, ciascuno dei quali presenta una serie ventrale trasversa di sel o sette appendici ten- tacolari digitiformi; in ciascuna serie ì tentacoli centrali sono più sviluppati dei laterali (Fig. 1). La regione caudale è formata da due segmenti, l’uno cilin- drico, privo d’appendici, in continuazione con l’ultimo segmento del tronco; l’altro anch’esso cilindrico, ma col suo estremo libero formante una ventosa, senza quindi che questa assuma un dia- metro maggiore di quello del tronco. Il corpo tutto è di solito incurvato in modo che la bocca e l'estremo posteriore sporgono alquanto ventralmente, formando, evidentemente, i due punti di attacco del parassita sull’ ospite (Fig. 1). bg; Dai caratteri che ho esposto nella precedente descrizione si può desumere che il Cirrodrilus è una forma affine alla famiglia dei Branchiobdellidi per la struttura e disposizione delle mascelle e della ventosa, mentre se ne discosta per la netta cefalizzazione dei segmenti anteriori, per la coroncina dei tentacoli boccali, per la corona tentacolare cefalica e per le appendici tentacolari del tronco. I quali tentacoli tutti, e specialmente i cefalici, non pos- sono non far pensare ad un altro gruppo di vermi, che corri- sponde col Cirrodrilus anche pel regime di vita: voglio alludere agli Histriobdellidi, 0, come più recentemente sono stati chia- mati, Histriodrilidi, sulla cui posizione sistematica a così incerte conclusioni sì è giunti. Io non dubito quindi che uno studio sull’anatomia del Càr- rodrilus porterà un notevole contributo alla conoscenza delle suaccennate forme di anellidi (Branchiobdellidi ed Histriodrilidi) le quali, tutte od in parte, sono state classificate ora fra gli Iru- dinei, ora fra gli Archianellidi ed ora fra gli Oligocheti, ed ora considerate come Policheti degenerati, senza giungere ancora ad alcuna fondata conclusione sulle loro affinità. Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, Decembre 1904. Lg go SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA (Tav. I.) Fig. 1— Cirrodrilus cirratus n. g. n. sp.— L’intero animale vistodi profilo. x: 40. » 2 — La regione cefalica vista dal lato ventrale. »< 75. » 3 —La bocca con le mascelle estroflesse. x 160. » 4— Una mascella vista da una faccia. x 700. » 5 —La stessa vista dalla faccia opposta. x 600. Su di uno sprofondamento avvenuto alla Solfatara di Pozzuoli. —- Comunicazione del socio E. AGUTLAR. (Tornata del 18 dicembre 1904) L' 8 agosto del corrente anno, sul piano inclinato della pa- rete interna S.E. del cratere della Solfatara ed a breve distanza dalla gran massa trachitica, che va col nome di Punta della Sol- fatara, nella zona delle piccole fumarole sprofondò il suolo, dando origine ad una caverna piuttosto ampia, dalla quale veniva fuori una densa colonna di vapor d’ acqua, da far quasi riscontro, a chi la vedesse da lontano, a quella detta Bocca della Solfatara. Pochi giorni dopo, cioè il 14, mi recai ad osservare la nuova bocca, come era chiamato lo sprofondamento da quelli del luogo. La grande quantità di fumo scottante ed il pericolo di fra- namento degli orli di questa caverna, rendevano non molto facile Nuova bocca della Solfatara l'osservazione all’interno. Potetti, però, notare, quando il vento deviava la colonna di vapore, che la caverna aveva una profon- dità di circa m. 4,50, era lunga al fondo m. 5 e larga m. 3. L'apertura esterna, di forma ellittica, misurava m. 1,60 nel senso N.E.-S.W. e m. 1,20 nel senso N.W.-S.E. Non potei rilevare la temperatura interna del vapor acqueo per la mancanza di un termometro a massima, ma credo che dovesse raggiungere i 100°, perchè era proprio scottante quando veniva a colpirmi il volto o le mani. SL Tranne una leggiera diminuzione della quantità del vapore, nessun altro fenomeno si verificò nella nuova bocca fino al 10 ottobre; ma il dì seguente, in seguito alle incessanti piogge dei giorni precedenti, franò la volta della caverna, la quale s'è ora in gran parte riempita, ed ha assunta la forma di una fossa ir- regolarmente ovale, con la massima profondità a S.E., cioè di m. 2.50, e con un diametro di m. 4,70 in direzione N.E.-S.W. e m. 3,60 nel senso N.W.-S.E (v. la fig.). Da quest’ ampia fossa continua a venir fuori abbondantemente il vapor d’ acqua con uma temperatura di 98°, pari, cioè, a quella delle circostanti fu- marole, accompagnato anche da idrogeno solforato. Questa nuova bocca è situata a 112 m. dalla Grande fuma- rola, dove il suolo è costituito da pezzi più o meno grossi di trachite decomposta e dal detrito di rocce disfatte per la pro- lungata azione dei vapori, provenienti dall’ interno del cratere. In profondità il materiale è incoerente; superficialmente, invece, offre una certa consistenza, cementato com'è dallo zolfo che con- tinuamente si deposita tra il materiale detritico; talvolta, anzi, compenetrandolo. Ecco perchè, mentre l'apertura esterna della ca- verna, nel suo maggior diametro, misurava m. 1,60, al fondo si aveva uno svasamento di circa 5 m. di lunghezza. Questa fumarola dell’agosto, notevolmente più grande delle circostanti piccole fumarole, in mezzo alle quali maestosamente si eleva, probabilmente è la riattivazione di quella che in antico esisteva nel medesimo luogo, ed intorno alla quale eravi la torre fatta costruire da Breislak !). A questa fumarola si dava il nome di Bocca grande o Bocca della Solfatara; ora, invece, tali nomi sono conservati per la più grande delle attuali fumarole, che si trova ad E.-S.E., ed. il cui vapore ha una temperatura di circa 153° (Mercalli). In tre mesi mi sono recato moltissime volte alla Solfatara per osservare se, in seguito alla cospicua attività della nuova fu- marola apertasi, l’ attività della grande e delle piccole fumarole fosse diminuita; ma il risultato delle mie osservazioni è stato ne- gativo, inquantochè sì l’una che le altre sono rimaste nella loro normale attività. Pozzuoli, 20 ottobre 1904. 1) BREISLAK S. — Voyages physiques et lythologiques dans la Campanie. Paris, 1801—Vol. II. Scaccni A. — Memorie geologiche sulla Campania, Napoli, 1849. Sulla rigenerazione sperimentale del parenchima ova- rico.— Nota del socio FrRANcEScO CaPoBIANCO. (Tornata del 4 maggio 1905) L’incessante movimento rigenerativo del parenchima ovarico per ripetizione del processo di primordiale formazione , che in- sieme alla perenne caducità di esso fu dimostrato dal Paladino nel 1881 e successivamente da lui confortato di sempre nuove dimostrazioni di fatto, è ora fuori di ogni discussione. Demolite le contraddizioni e le interpretazioni fallaci ed unilaterali ; sta- bilito e fatto prevalere il concetto che i singoli punti dell’ovario non sono gli equivalenti ed i rappresentanti di tutto l’ organo, dovevano necessariamente le ricerche avviarsi in modo più razio- nale e seguirne il generale consenso. Il Paladino determinò, inoltre, che quel processo di rigene- razione è diversamente vivace nelle differenti specie, in rapporto alla età dell’animale ed alla prolificità di esse: rapporto diretto in questo secondo caso, inverso nel primo; e che a parità di con- dizioni tale rigenerazione può attivarsi per molteplici e svariati momenti e fra tutti sono da considerarsi « le fasi delle forma- zioni lutee, l’epoca dei calori, la gravidanza ed in ispecial modo la mutilazione o castrazione unilaterale ». Così, come per altre glandole, anche per l’ovario sì esagera la funzione quando si lasci un solo organo a disimpegnare una maggior copia di lavoro utile. Se non che, il meccanismo di que- sto esaltamento dell’attività rigeneratrice dev'essere per l’ovario assai più complesso e forse, per quanto io penso, non indipen- dente dalla secrezione interna della glandola. Ma è la mutilazione unilaterale il solo mezzo, del quale possiam noi valerci per attivare il processo di rigenerazione del parenchima ovarico, o non è possibile riescirvi, agendo diretta- mente ? i Da un punto di vista generale si sa che la intensità, con cui vengono riparate perdite di tessuto, è in accordo con la ca- pacità di accrescimento delle sue cellule, e che tra tutti predo- minano, per questa ragione, gli epiteli di rivestimento e le glan- dole a secrezione morfologica (Bizzozero). L’epitelio ovarico è per le sue caratteristiche strutturali e funzionali cospicuamente adatto per rispondere all’attesa di una vivace rigenerazione , quando se ne sia prodotta una soluzione di continuità, asportandone o raschiandone una parte, comunque vada intesa la conseguenza della soppressione di elementi mecca- nicamente (Weigert) o funzionalmente ostacolanti (Roux, Lustig). Per tutte le precedenti considerazioni, ho io intrapreso nu- merosi tentativi sopra ovaia di cagne, di coniglie , di gatte, di una scimia. Con la laparatomia dal fianco aggredivo l’ovario e dopo le necessarie manovre per agire. direttamente sulla super- ficie, praticavo nell’ un caso o nell’altro raschiamenti o asporta- zioni, con le norme che verrò esponendo per ciascuno. A diversi intervalli uccidevo gli animali, raccogliendone le ovaia, l’una lasciata sempre integra per controllo e l' altra ope- rata. Rimandando alla definitiva pubblicazione la minuta espo- sizione delle mie ricerche, mi limito per ora a segnalare quanto mi è riescito osservare in una gatta di circa un anno, in avan- zato periodo di gestazione. Su questo animale praticai raschiamento dell’epitelio germi- nativo in due o tre punti, delicatamente, con la lama di un pic- colissimo bistori, e poi anche con un piccolo e sottile rasoio una incisione a cuneo molto superficiale con asportazione del fram- mento ed un’altra incisione egualmente cuneiforme, ma alquanto approfondantesi come una semplice incisione lineare. La forma delle resezioni si vedrà meglio nell’esame delle figure. Completate l'operazione e la sutura profonda muscolare e quella cutanea, slegai l’ animale che non mostrò di aver molto sofferto. i Il giorno dopo depose quattro feticini morti, ed in segui- to visse sempre bene. Dopo un mese dall’ operazione, la uccisi col cloroformio e raccolte le due ovaia, ne disposi per l’ esame istologico avvertendo sin da ora che per la colorazione preferii il miscuglio di ematossilina e scarlatto (Paladino), che, massime per gli organi glandolari, merita incontestata preferenza. Furono praticate sezioni in serie di entrambi gli organi — e qui ringrazio il Dott. Ciaricola, che mi aiutò nella bisogna — e permanente- mente inclusi. La osservazione mi fornì reperti interessanti che espongo. Prima di andare oltre però insisto ancora che a voler ot- tenere risultati favorevoli occorre che tanto il raschiamento quanto 2 99 e la resezione sieno fatti con la massima delicatezza, perchè come mi è stato molte volte confermato, una intensa irritazione deter- mina risentimento connettivale, che finisce per ricacciare in se- conda linea i fenomeni che si svolgono nell’epitelio. Nella figura 1 è riprodotta una parte di una sezione ovarica, ritratta alla camera lucida Zeiss. Vi si vede ai due limiti late- rali del disegno lo strato unico dell’epitelio germinativo, il quale progressivamente si continua senza interruzione con la zona fatta di molti piani di cellule e che corrisponde alla sede del raschia- mento. In alcune di queste cellule era palese un vivace, movi- mento nucleare, una maggiore complicatezza dei fili cromatici, ma non sono riescito a scorgere vere forme cariocinetiche. La origine di quelle cellule affollate , stipantisi in modo così fitto, non mi pare possa mettersi in dubbio. Esse devono esser deri- vate dall’epitelio residuato sui margini della lesione, ed il loro aspetto e la caratteristica colorazione le differenziano sicuramente dagli elementi connettivali sottostanti, e le assimilano invece con quelli dell’epitelio germinativo, con i quali si continuano sui lati. Nella figura 2 è riprodotto un altro punto, nel quale si vede che raschiando fu anche leso alquanto il connettivo sottoposto, in cui sì scorgono segni palesi di risentimento, ed al disopra uno spesso strato epiteliale fatto di 3, 4, e financo 8-10 piani di cel- lule continuantisi lateralmente e con graduale passaggio verso l’ epitelio normale, trascurato nella figura. Notevolmente più interessante è, però , la osservazione che può farsi sulla figura 32, che ripete un altro punto dello stesso ovario, cioè quel punto, ove praticai la resezione cuneiforme as- sociata ad un leggiero raschiamento dei dintorni della lesione. Vi sì vede a destra lo strato epiteliale unico, a sinistra fatto invece qua e là di uno, due o tre piani di cellule, ed in corrispondenza della breccia, che verso sinistra è alquanto frastagliata per uno sperone connettivale che sporge sul fondo, la si vede colmata tutta di una larga propagine, evidentemente epiteliale per la natura e l'aspetto delle cellule e per la continuità di queste col rivesti- mento dell’organo. Si ha qui — mi pare —un modo di comportarsi dell'epitelio germinativo analogo a quanto si può osservare nelle condizioni fisiologiche, cioè a quelle incisure crateriformi, che il Paladino vide esser frequenti nelle ovaia muliebri senza mancare in altre femmine , e le differenze che tuttavia da quelle la distinguono servono a rendere anche più sicuro e sensibile il modo d’ inter- petrarne la produzione , vale a dire generatasi in conseguenza - Va di una vivace e tumultuaria proliferazione epiteliale, che ha por- tato il riempimento completo del cratere sperimentalmente pro- dotto. Ma più che analogia con i processi fisiologici, una identità assoluta si trova esaminando la figura 4. Ivi fu fatta una superficiale asportazione di tessuto di forma triangolare, il cui apice fu prolungato con una incisione lineare, come può ancora perfettamente riconoscersi. Il risultato della os- servazione, come attesta il disegno, fu dei più interessanti. In- vece della proliferazione epiteliale tumultuaria si ebbe una vera propagine che si approfondò nella incisione con processo perfet- tamente normale, tanto che ho non poco dubitato di trovarmi in presenza di una propagine svoltasi indipendentemente da qua- lunque lesione sperimentale. E veramente i caratteri ne sono tali che par quasi impossibile come si sia riesciti ad ottenere e de- terminare é riprodurre con tanta esattezza la immagine della rigenerazione, che avviene fisiologicamente. Ma tenendo conto del modo come si presenta la breccia, la sua larga apertura iniziale, la regolare forma triangolare di essa, il restringersi brusco per continuarsi con una stretta incisione che scende abbastanza re- golarmente, si conforta la opinione che ci troviamo dinnanzi ad una rigenerazione sperimentalmente provocata , la quale è riu- scita a mentire meravigliòosamente i caratteri di una rigenera- zione fisiologica. Che importanza bisogna ora assegnare ai riferiti risultati ? Il Bidoni, in un lavoro pubblicato nel 1901 sugli Annali di Ostetricia e Ginecologia , studiò il processo intimo di quari- gione nelle resezioni dell’ ovaio in coniglie di 3 a 4 mesi e con- cluse, sulla base di reperti istologici, che le ferite lineari anche profonde si rimarginano spontaneamente senza lasciar traccia, e che quelle a cuneo rimarginano riempiendosi di connettivo prima giovane poi cicatriziale, il quale viene spinto alla super- ficie ovarica dal processo fisiologico di rigenerazione, che ha luogo nel parenchima ovarico, che si trova tutt’ attorno o nel fondo della lesione e che, ricacciando in alto il connettivo, restituisce al- l’ovario la sua regolare superficie. Nelle mie osservazioni, anche a me è toccato di veder com- pletamente rimarginata una ferita lineare in un ovario di scimia, venuta a morte senza causa nota dopo 6 giorni dall’operazione, e tale riparazione era così completamente avvenuta da non di- stinguersi quasi più all'esame microscopico la sede della ferita. Sa pi Ma osservando la figura 4 del Bidoni, che riproduce una sezione di ovario operato da 8 giorni, io trovo qualche cosa che si accorda con le mie osservazioni, poichè nel punto segnato col numero 5 l’epitelio ovarico integro scende rivestendo per breve tratto la superficie della ferita. Ora se nei conigli, dai quali io ho avuto risultati assai meno incoraggianti che nel gatto, è riescito il Bidoni a riprodurre quella figura che appoggia le mie osservazioni, io ne traggo ar- gomento per confermarmi nella idea che m’ero venuto formando, cioè che con adeguata manovra operativa può la reazione con- nettivale non esser così intensa nè così precoce da ostacolare il movimento rigenerativo dell’epitelio ovarico, il quale può talora distendersi come strato di rivestimento anche sulle pareti della breccia sperimentalmente aperta, specialmente quando il periodo di 8 giorni, come nel caso di Bidoni, sì prolunga sino ad un mese come nel caso mio. Sicché, in conclusione, senza lasciarsi trascinare ad esagerarne la importanza, mi pare che sia consentito di affermare a buon dritto che le demolizioni sperimentali possono ben rappresentare un modo diretto di rendere più attivo il movimento di rigene- razione in un parenchima ovarico, che sì supponga più torpido. Certamente il valore di queste ricerche sarebbe assolutamente stato di gran lunga maggiore, se avessi potuto aver la prova della capacità degli elementi neoformati a produrre uova primor- diali. Ma poiche la rigenerazione è, come il Paladino affermò e gli altri confermarono , in rapporto diretto con l’ovogenesi, io trovo che non è ingiustificato il pensare che anche dalle cellule rigenerate possano prodursi ovuli primordiali, sopratutto quando con maggior intervallo di tempo si consenta una più completa differenziazione degli elementi neoformati. In quest’ ordine di idee ho io in corso esperimenti, dei quali spero render conto completo. Che se da essi mi dovesse risultar sicura la ovogenesi negli elementi neoformati, io non esiterei a consigliare le demolizioni adeguatamente praticate anche ai ginecologi, cui sorrida il pen- siero di attivare l’ovogenesi senza produrre mutilazione di uno degli organi così necessarii alla funzione del sesso e per il suo prodotto germinativo e per il valore del suo secreto interno. Napoli, aprile 1905. pesai! LARA BIBLIOGRAFIA Parapino G.— Della caducità del parenchima ovarico e del rinnovamento to- tale dello stesso mercè ripetizione del processo di primordiale pro- duzione. Mem. con tav. Napoli, 1881. » ‘Ulteriori ricerche sulla distruzione e rinnovamento continuo del parenchima ovarico nei mammiferi. Con IX grandi tavole. Napoli, 1887. » Per il tipo di struttura dell’ovaia. Rend. della R. Acc. delle Scienze Fis. e Mat. Napoli, 1897. » Il rinnovamento del parenchima ovarico nella donna. Atti del XI Congresso Medico Internaz. Roma, 1894. » Sulla rigenerazione del parenchima e sul tipo di struttura dell’o- vaia di delfina. Rend. della R. Acc. delle Sc. Napoli, 1904. Lustie A. — Patologia generale. Milano, 1901. Vol. 1. Boxe E. — Sul processo intimo di guarigione nelle resezioni dell’ovaio. An- nali di Ostetricia e Ginecologia. Anno XXIII, N. 1, p. 74, Milano, 1901. SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA (Tav. Il) Fig. 1a Sezione di ovario di gatto dopo un mese dal praticato raschiamento. Sublimato. Ematossilina e scarlatto. ee agg normale ; ep epitelio Oc. rigenerato nella sede della lesione TOSSE 2. Koristka. Fig. 2.8 — Idem della precedente con raschiamento molto più forte. Prolil'era- Roia : | ; Oc. 3 zione epiteliale

» 17,80 media ra a boe » C (324 > VSS; 2) Cassetta di resistenza con l’ estremo H al suolo Valori osservati Media Valori calcolati Elettrodo in A è=17?.3+17°.5 17°.40 19/V=17°.40=1740 volt > B Srl Su 8,80, aa = 810 870 » C 5.3+ 5.2 5.25 /noV= 5.22= 522 >» » D 3.5+ 3.4 3.45 ?/0V= 3.48= 348 >» L'ultima colonna della tabella contiene i valori dei poten- ziali calcolati, mediante la legge di Ohm, in base al valore mas- simo ottenuto all'estremo A del circaito e ai rapporti delle re- sistenze, valutate a partire dall’estremo H in comunicazione col suolo. Confrontando questi valori con quelli osservati, contenuti nella penultima colonna, si ha, come si vede, un accordo abba- stanza soddisfacente specialmente se si ha cura di eliminare, ad ogni misura, qualsivoglia traccia di carica residua scaricando bene i dischi del condensatore. | La disposizione precedente può, evidentemente, applicarsi anche ad un: elettroscopio comune a foglie d’oro e, in tal caso, può servire a graduare l’elettroscopio stesso. È bene allora gio- varsi di una cassetta di resistenza composta di 10 rocchetti da 1000 ohm ciascuno, con i quali sarà possibile realizzare delle differenze di potenziale variabili per decimi. Si possono ottenere variazioni anche più piccole adottando la nota disposizione in- La dicata da Lord Rayleigh e da Bouty nella misura di forze elet- tromotrici col metodo di Poggendorff. È facile, infine, determinare il potere condensante del con- densatore aggiunto all’elettroscopio. Basta, per mezzo del milli- amperometro G, misurare la corrente costante che, durante la prova, attraversa il circuito. Nella verifica sopra indicata, tale corrente aveva, fatte le debite correzioni, il valore i = 0,0017 amp. Il potenziale v nel punto A era quindi : v= Ri= 10000X 0,0017 = 17 volt. D'altra parte, il potenziale V indicato dall’elettrometro Braun, relativo allo stesso punto, e corrispondente alla deviazione dè — 17?.4 è (poichè 1”= 100 volt.) V= 174x100 = 1740 volt. Il potere condensante del condensatore adoperato risulta dunque : V 1740 : aaa ti circa. Roma, laboratorio del Collegio Romano, Marzo 1905. Il clima di Napoli nell'anno meteorologico 1903-904 — Nota del socio ERNESTO ANNIBALE. (Tornata del 11 aprile 1905) Durante l’anno meteorologico 1903-904 si manifestarono delle lesioni impressionanti nelle mura della parte nord-ovest dell’edi- ficio universitario, all'altezza delle quali si trovava la sala delle osservazioni. Fu necessario quindi, onde alleviare il peso, demo- lire la detta sala, per la qual cosa durante cinque giorni, dal 18 al 22 aprile, non fu possibile eseguire le consuete osservazioni giornaliere. Intanto, dal Direttore del tempo, compianto Prof. Emilio Villari, fui incaricato di trovare il luogo più adatto per il colloca- mento provvisorio della gabbia meteorica coi relativi apparecchi termometrici. La cosa non fu del tutto agevole , sia per la co- struzione e il luogo dell’ edificio universitario, posto tra vie an- guste della vecchia Napoli ed avente il lato a settentrione re- lativamente più basso del caseggiato circostante, sia per cercare le condizioni che nel miglior modo possibile rispondessero ai dettami della scienza e sia infine perchè era mio intendimento di non modificare l’altezza dal mare dell’Osservatorio per un pic- colo intervallo di tempo. Dopo non brevi ricerche, dovetti per- suadermi che migliori condizioni di quelle offerte da una stanza della Specola Geodetica, attigua alla parte più a sud dell’Osser- vatorio, non era possibile trovare. Fattane richiesta al Prof. De Berardinis, direttore della Spe- cola Geodetica, gentilmente venne ceduta. Una delle finestre di questa stanza, nella quale si pose la gabbia meteorica , ha l’e- sposizione perfettamente identica a quella dell'antica; se essa presenta l'inconveniente di non avere un vasto e profondo spazio a sè dinanzi, ciò fu riparato in buona parte da schermagli e da pennate movibili. In tal modo la sala delle osservazioni si potè trasportare, sì può dire, parallelamente a sè stessa. Fu proprio all’inizio di questo trasporto che mancò la guida e il sapiente consiglio dell’Illustre Direttore: una malattia ribelle 3) SIGG a ad ogni cura lo colpì e dopo circa quattro mesi, il 20 agosto, lo strappò a noi ed alla scienza. Mi adoperai, per quanto mi fu dato, di disporre tutto nel mi- glior modo possibile e nelle medesime condizioni, specialmente quegli istrumenti o apparecchi i cui dati possono variare per la loro esposizione, altezza o altre circostanze, e ciò per non inter- rompere l'omogeneità nella lunga serie di osservazioni nell’ Os- servatorio conservata. | Per ciò che riguarda la temperatura, fin dai primi di marzo, incominciai a fare delle osservazioni comparative tra lo stato termico del luogo dove si trovava la gabbia meteorica e quello dove essa con molta probabilità sarebbe stata trasportata. A tal proposito esponevo vicino alla finestra della stanza scelta, in un tamburo di zinco, due termometri uno a massima ed uno a mi- nima della casa Negretti e Zambra perfettamente identici e com- parati a quelli esistenti nella gabbia meteorica. Riscontrai sempre tra i termometri del tamburo e della gabbia meteorica sensibili ed incostanti differenze e precisamente un difetto nel minimo ed un eccesso nel massimo del tamburo di zinco, il primo oscillante tra i due e i cinque decimi di grado, il secondo tra i quattro e gli otto decimi. Questi spostamenti però dovevano attribuirsi non alla diversa esposizione e condi- zione in cui trovavansi i due luoghi di osservazione, bensì al diverso modo col quale erano garentiti gl’ istrumenti dalle ir- radiazioni dell’aria e del suolo circostante. Ed infatti, dopo che la gabbia meteorica fu cambiata di posto, ripetetti per lungo tempo le medesime misure invertendo le protezioni dei termo- metri e notai che era sempre il minimo ed il massimo del tam- buro che presentavano rispettivamente il difetto e l’eccesso sopra indicato. Dopo tali fatti può ritenersi che nessun’ alterazione venne a subire la continuità delle osservazioni termiche dallo sposta- mento della sala meteorica. _ Ciò esposto , prima di passare all'esame dei varii elementi meteorologici, ricorderò ancora che nessuna modificazione venne apportata nel corso dell’anno 1903-904 a quanto si usò nei pre- cedenti in riguardo alle ore di osservazioni, agli apparecchi im- piegati, al metodo seguito nella determinazione delle medie, ecc. 1). 1) Vedere E. ANNIBALE « Il clima di Napoli ecc. » Boll. Soc. di Natur. in Napoli, An. XVI, Vol. XVI, e seguenti. ARMA Pressione barometrica . La pressione media annuale calcolata sui valori notati nelle quattro consuete osservazioni diurne, fu di mm. 756, 235, risul- tando così superiore solo a quella dell’anno meteorologico 1899- 900 dell’ultimo sessennio. Il disavanzo è tutto dovuto alla media invernale, essendo quella della primavera e della state notevolmente in eccesso sulle corrispondenti dei cinque precedenti anni e la media autunnale, se non superiore, almeno mediamente uguale a quelle della stessa stagione del detto periodo. Il seguente specchietto conferma quanto ho accennato 1). - | MEDIE Î STAGIONI | 1898-99 | 1899-900| 1900 901|1901-902|1902-903' 1903-904 | | | Inverno. . | ‘59,13 | 753,58 | 757,73 | ‘56,73 | 761,448 | 754,596 3 Primavera. | 756,20 | 754,45 | 755,84 | 755,38 | 755,490 | 756,347 Estate . . | 757,10 | 756,24 | 756,29 | 756,98 | 756311 | 757,191 || Autunno . | 759,19 | 757,53 | 756,47 | ‘156,77 | 757,923 | (56,812 LP norgeci Nd01908 05450 (56098201 ND64650 Mb. 93 Mb6:235 L'inverno presenta ancora la forte deficienza di mm. 1,639 sull’anno, la quale viene compensata dai lievi eccessi rispettiva- mente crescente della primavera (mm. 0,112) dell’autunno (mm. 0,577) e della state (mm. 0,956). Avviene cioè quasi l’inverso di quanto si verificò il passato anno, in cui rimase quasi solo l’in- verno a compensare il disavanzo delle stagioni rimanenti e a rialzare notevolmente la media annuale. 1) Le medie dei diversi elementi meteorologici dei primi due anni furono calcolate dal Dott. G. Di Paola: Vedere G. Di Paola « Osservazioni meteo- rologiche ecc. » Boll. Soc. di Natur. in Napoli, An. XIV, Vol. XIV e G. Di Paola « Le condizioni climatiche di Napoli ecc. » medesimo Bollettino, An. DEVA V nai (pe Lievemente variabili risultarono le medie mensili ; notevole però è quella che sì riscontra nei mesi invernali in cui, tra due mesi consecutivi, si calcola una differenza di mm. 5,462. Maggio presenta la maggiore media mensile con mm. 758,415; febbraio la minore con mm. 752,414. Non negli stessi mesi ca- dono le medie decadiche massima e minima , bensì quella nella seconda di novembre (mm. 961,910) e questa nella prima di di- cembre (mm. 749,649). Le medie barometriche di aprile e di ottobre tendono ugual- mente e più delle altre all’ annuale; la prima ne rimane supe- riore per mm. 0,209, la seconda inferiore per mm. 0,256. La maggiore variazione delle medie decadiche si riscontra in ordine di grandezza e di intervallo di tempo, in novembre, in aprile e quindi in dicembre; le medie decadiche di giugno e di luglio presentano la maggiore costanza, oscillando in una varia- zione inferiore a mezzo millimetro. Il 29 gennaio presenta la massima media diurna, il 1° di- cembre la minima, la prima risultò di mm. 766,15, la seconda di mm. 741,76; alle 12" (ora di osservazione) dello stesso giorno di gennaio si osservò la più alta pressione dell’anno (mm. 766,56) e alle 9" (ora di osservazione) dello stesso giorno di dicembre la più bassa (mm. 740,25). L'escursione maggiore fatta dal barometro durante l’anno, nei limiti delle quattro osservazioni giornaliere, fu di mm. 26,31. Riscontrate le curve barometriche date dai registratori Richard, la massima oscillazione assoluta ne differì per almeno due mil- limetri, trovandosi il barometro alle 9" del 1° dicembre nello stadio ascensionale, dopo la depressione del 80 novembre pre- cedente. Il I | | | 18‘9% 6 | I s<08 | DRS pi. 2100330 [14894 CAN Ri os°0g | 6 | eK L6*TA | 2219 | ez°Io | sosgs | eresse | ces | Gallas > | > > caquiones | 8821 ANI sL'0g 6 | 8 ELI | TO°TS | 9S°T9 | TSOPLG| 8LL'9c | pece | 6L7‘69 ee e 03505Y | | | 97°8 i qu. 6I 68°s | I | te SL'09 | 08°ES | T8°09 | 969°99| 0%9‘99 | pÙresac | 829°99 Dai i Sc ONINT ] <8°8 sE (6 ques | 6 | RT La*t9 Sil Sue | Tato ol 'agaliio | arene-] Pepira.| enosgg UT + o en ousnIoy a BRE, Ret e‘ | 8 | st Leg | 36409 | 08E9 | STH'SI I eee°Le| nostog | corte 0 01550N | goa | ST 1% 0afp | Fe e QL‘79 | 60% | 009 | sintoei sesta | centi zoetes] SY oL'08 | ST lE est | 6 e'%9 | 68%P | 68619 | 002449 | p9s'es | copfes | Loe'es PREMIO eo OZIUN | Î | (1) 4 EC) TS 7 este | ST_ |! sr 8L'99 | 89'3E | 9949 | FIBSTS | 9LE‘0S 91949 | 16429 Va e e LT GS°LT 6 i) €688 | » 15 > » 12,645 » 741,53 — Marzo > 3 LO Soa » 14,705 » 144,30 = Aprile » » DI dA » » 11,935 » 144,08 — Novembre >» d DE ib a » 12,205 La prima fu la più forte, benchè la minima quì registrata non rappresenti la minima della stessa depressione ; questa co- minciò a segnalarsi dalla mezzanotte del 28 novembre prece- dente e toccò il più piccolo valore alle 18" del 30, alle 9" del 1° dicembre il barometro trovavasi in ascesa e differiva dalla mas- sima depressione per almeno cinque millimetri. Ciò non ostante IR A e continuò in tutta la giornata, come nelle tre precedenti, il vento impetuoso di SW e mare tempostoso, ma con limitata pioggia. Notevole fu ancora la depressione del 31 marzo: essa sì ac- centuò verso le 10" del 30, all’1" circa del 31 toccò quasi il mi- nimo, da quest'ora la pressione si mantiene quasi costantemente livellata fino alle 14" da cui torna nuovamente, e quasi con la stessa costanza e rapidità, a salire. In essa si notò vento forte di WNW, mare agitato, pioggia abbondante con grandine, della quale il Vesuvio ne fu completamente coperto. Le altre depressioni non offrirono rimarchevoli note. Temperatura La temperatura media di quest'anno , risultata di 170,234, fu relativamente elevata; essa superò tutte le medie annuali del precedente quinquennio ed ebbe un eccesso sulle medie di que- ste di 00,454. Nel dolce clima invernale, che per il tepore superò l’anno precedente, rare volte il termometro discese al di sotto di sei gradi; non si può in esso riscontrare periodi di relativo freddo. Le medie giornaliere solo nel 18 e 19 gennaio e 25 febbraio, durante l’inverno, non superarono sette gradi, e fu nel giorno 18 che il termometro toccò la minima assoluta dell’anno di 39,5 e nel giorno 19 che la media diurna fu minima con 69,07. Corrispondentemente calde turono ancora la primavera e la state: le medie di esse guadagnarono su tutti gli analoghi valori dell’ultimo quinquennio, superando per 00,626, e per 19,375 rispettivamente la massima media primaverile e la massima me- dia estiva dello stesso periodo. Fin dalla seconda metà di giugno il termometro sale sopra i 80 gradi: dal 28 di questo mese fino al 21 di agosto , cioè per circa due mesi, rare sono le eccezioni in cui il massimo ter- mometrico giornaliero non raggiunga tale temperatura. In rela- zione alle indicate massime, le medie diurne scendono poche volte al disotto di 26 gradi. Si riscontra cioé un periodo ben lungo di caldo eccessivo, in cui il termometro il 10 luglio tocca il mas- simo asscluto di 349,1 e il massimo medio diurno di 289,65, li- miti questi superiori il primo per 00,1, il secondo per 00,88 ai corrispondenti dell’anno passato, ma ben inferiori per 20,8, e per 10,37 rispettivamente a quelli eccessivi del 1900-901. La più bassa temperatura toccata in questo periodo fu di 180,8 nel 3 agosto. Di ciò si può prender visione nel Quadro II, deg — in cui riporto le temperature medie ed estreme dei singoli giorni dell’anno con le relative escursioni. Tra le medie delle stagioni solo l’autunno presenta una dif- ferenza in meno sui valori corrispondenti dell’ultimo quinquen- nio, ed infatti in quest'anno, dopo il 21 agosto, lo stato termico atmosferico scende gradatamente e costantemente nei rimanenti mesi al disotto del consueto dolce tepore autunnale. In riscontro con l’anno precedente si ha che l'inverno, la primavera e la state sono rispettivamente più calde per 1°,182, 10,402 e 29,087 e l’autunno più freddo per 10,872. Contrariamente a quanto in generale avviene, lieve risultò la differenza in più tra la temperatura autunnale e la primave- rile; mentre, «per esempio , nell’anno passato l’ autunno fu più temperato della primavera per 39,534, in quest’ anno tale diffe- renza scese a 00,26. Nel seguente specchietto sono riportate le medie delle sta- gioni meteoriche dell’ultimo sessennio ; in esso si può prender visione di quanto ho accennato. MEDIE | STAGIONI | 1898-99 | 119,140 | 99,823 | 109,955 | ala Ca L | Inverno. . | 119,066 | 10°,893 | 89,617 | Primavera. | 15°,889 | 130,943 | 140,850 | 140,470 | 140,613 | 160,015 Estate . . | 230,888 | 230,726 | 240,173 | 230,775 | 230,461 | 250,548 Autunno , | 189,214 | 199,747 | 179,733 | 18°,480 | 189,147 | 169,275 | pro 1899-900| 1900-901) 1901-902| 1902-9038! 1903-904. Anno . .|179,014 | 179,077 | 16°,343 | 160,954 | 169,511 | 170,234 A. giudicare delle medie mensili, la temperatura segue l’an- damento regolare da gennaio, con 100,103, si determina l’anda- mento ascensionale lieve in febbraio, quindi sempre più marcato nei successivi mesi fino a luglio, in cui tocca il massimo di 260,989; in agosto già sensibile è la discesa, ma più forte ancora si deter- mina nei susseguenti mesi invernali. Come di consueto, la tem- peratura media mensile presenta più forti variazioni nella prima- SA. gu vera e nell'autunno che nell’ inverno e nella state (V. Quadro II). Luglio torna dunque in quest'anno a riavere la massima tem- peratura mensile a differenza del precedente, nel quale l’ebbe agosto. Nondimeno tutti e tre i mesi estivi presentano un avarizo sui corrispondenti del precedente quinquennio, il quale fu ri- spettivamente e mediamente di 20,529, 20,347, 00,611. La media termometrica mensile che più si avvicina all’ an- nuale è quella di ottobre, con una differenza in meno di 00,150. Tra le medie decadiche 20 risultarono inferiori alla media an- nuale e 16 superiori; fanno parte di queste tutte le decadi della state, tre della primavera, e le prime quattro dell'autunno : la prima di maggio risultò quasi uguale alla media annuale, diffe- rendone per meno di tre centesimi di grado. | =} TS = Quadro IL. Mesi Dicembre Gennaio . 7 : - Febbraio. ‘ . ; : Marzo = ‘ 2 5 Aprile . È Maggio . 4 Giugno . È ; Luglio . x i é Agosto . x " È Settembre È o 5 Ottobre . 5 3 È Novembre 5 x Anno s 4 ) 3 » 11°,952 11°.580 120,432 120,070 13.015 170.205 23.550 26°.237 26°,317 21,735 17°.685 14°,772 Medie decadiche sn Media mensile delle P: È q E E. f Ele ‘A 15, uo) om la) iI] fa N (OE =| (=) (e) 2 (e) Do = o “ - S 5 es 5 ‘E To III. = 9h 12h 15h 21h 5 iS 129,130 | 110,279 | 11°,770 | 110,52 | 130,48 | 13°,42 | 11°,60 6,1 10 17%4 2 AdS 9°,332 | 9°.461 |10°.103 | 9°,63 | 11°,67 | 11°,98 | 109,02 | 3°.5 18 | 149,5 9 | 11°0 11°.500 | 89,833 | 10°.994 | 10°,80 | 129,65 | 13°,01 | 10°,83 39,8 27 199,6 4 150.8 129,755 | 130,713 | 12°,874 | 130,03 | 150,04 | 150,45 | 12°.25| 69,0 3î | 203 26 | 1493 180,560 | 16°,662 | 15°,735 | 16°.10 | 18°.85 | 180.89 | 150,17 50,5 10 26°," 16 210,2 18°797 | 21°.891 | 199.381 | 200,54 | 220.26 | 22°,70 | 180.42 10,6 5 280,0 31 179,4 230,530 | 250,572 | 24°.217 | 250,56 | 270,38 | 270,61) 23°,01| 16°.7 4 319,2 29 149,5 27°,735 | 27°,000 | 269,989 | 280,42 | 300,29 | 300.37 | 25°,76 200,3 e2| 341 10 13°,8 27,393 | 220,741 | 250.395 | 260,41 | 280,27 | 28°,74| 249,59 15°.6 2" 32,5 15 169,9 20°.040 | 189,702 | 20°.159 | 200,40 | 230,14 | 23%,47 | 19°.34 129,7 22 289,7 10 169,0 170,189 | 169,441 | 179,084 | 17°.23 | 18°.64 | 19°,18 | 16°.65 10°,2 29 220,9 19 12°," 109,377 | 9°.515 | 119,555 | 11°,62 | 13°,32 | 130,57 | 11°,05 3°,9 2" 19°,8 do 159,9 _ — |17°,234 | 17°,655 | 190,584 | 19°,906 | 160,602 3°,5 |18genn.| 34°.1 10 30°,6 luglio SR La media decadica di maggiore eccesso sull’annuale è la se- conda di luglio, con una differenza di 10,501, e quella di maggior difetto è la seconda di gennaio, con una differenza di 79,902. L'ultima di novembre poi pareggia quasi, mantenendosi leg- germente superiore, la seconda e la terza di gennaio, decadi meno temperate dell’anno. Anche in quest'anno quindi come nei due precedenti la se- conda decade di gennaio segna la minima media decadica, ed è nel,18 di questo mese che il termometro scende al temperato limite inferiore dell'annata di 39,5. A questo minimo tien dietro quello riscontratosi il 27 febbraio di 3,8, il 26 dello stesso mese e il 27 di Novembre di 39,9. Le relazioni che passano tra le temperature osservate nelle diverse ore di osservazione si conservano, in generale, identiche a quelle dei precedenti anni, Così la media mensuale delle 9" ri- sultò superiore a quella delle 21", eccettuando i mesi invernali, la media delle 12" è sempre inferiore a quella delle 15" con la sola eccezione di dicembre. Inoltre, ancora esiste in generale una differenza che va aumentando dai mesi freddi ai caldi tra la media temperatura delle 15" e quella delle 21", e il solito eccesso della media temperatura delle 15" su quella delle 9", il quale, in quest'anno, supera solo in settembre 39,0 e non sempre raggiunge negli altri mesi 20,0. La media temperatura minima e la media temperatura mas- sima mensile anche nell’anno considerato seguono 1 andamento della media temperatura mensile (V. Quadro III). Esse, come quest’ultima, toccano il minimo in gennaio (min.=89,16—max.= 120,60) da questo mese vanno proporzionalmente crescendo fino a luglio, dove raggiungano le altezze considerevoli ‘di 220,59 e 310,19 e quindi nuovamente e regolarmente decrescendo. Si deve notare solo che la media temperatura massima di dicembre si mantiene leggermente inferiore a quella di novembre, benché la temperatura media del primo mese sia maggiore del secondo. Le medie delle temperature minime, uguale a 149,024, e delle temperature massime, uguale a 20,657, risultano superiori alle corrispondenti dell’ultimo quadriennio. Minor valore ebbe invece l'escursione media annuale in tale periodo e si calcolò di 69,633. Le medie mensili delle temperature estreme che più si av- vicinano alle medie annuali estreme sono quelle di ottobre (diff. temp. min.=0°,516; diff. temp. max.=0°,747) come ugualmente avviene per la media temperatura mensile. Quadro ILI. Anno Meteor. 1903-904 Temperature me minima massima media minima escursione escursione D Il Oì UO Hi 0 (Je No 0) DEI da + c0 LO I St a o o ec DI DO LS (o © DI ta (00) I D Na ID (a -1 “) io; =] ut > r9 Jo) 11,77 | 9,61 |14,86 10,97 10,85 13,50 16,25 19,97 11,38 10,72 11,55 13,18 12,95 14,17 13,13 11,42 13,07 11,53 8,28 11,50, 13,65 10,10 8,15 8,95 9,55 9,80 8,97 6,83 7.00 minima treme diurne | Inverno-Primavera MARZO APRILE MAGGIO e. ti E 3 * avo a s È 5 E 5 È E E EROE SEE 3 Ei El E 1 È E | E “20 Ci | FSE(S | 5 S 8 Ei 5 > ® | | > ® RA $ | | I | 9,1 | 11,8 27 |1075| 55) 154 9,9 | 18,30 | 13,5| 230 9,5 7,6 13,1 55 | 1257 | 86) 16,1 75 | 18,52| 140) 22,6 8,6 ! | 70 160 |- 90 | 12,70] 9,7] 164 6,7 |'1828| 15,1 21 6,0 9,1| 142 5,1 | 1220 79 | 15,8 7,9 | 18,45 | 15,1| 214 6,3 10,5! 15,5 5,0 | 12,29 |. 94| 15,8 6,4 | 13,20 | 10,6 | 17,5 6,9 8,3 | 15,6 73 |1350| 98) 17,6 7,8 | 1605 | 11,6 | 20,9 9,3 9,6 | 15,6 6,0 :| 13,85 | 10,1| 16,1 6,0 | 1645 | 13,1] 194 6,3 Q ESSI (ri n: i fa I D I (DI) i i= -J] (mi N (>) (er) DI | 3.|-16,75.| 133/203 | 70 10,8 | 172 | 69 | 1492 | 110| 186 | 76 | 17,92] 146| 211 | 65 | 18,18.| 145. 219 | 74 0 |1782| 152| 210 | 78 194 | 78 |18,48| 144| 224 | 80 I 1772 | 198 220 | 82 83 | 135 | 5,2 | 2010] 148] 264 | 191 | 1748] 180) 21,7 | 87 9,1 | 160 | 69 | 2047 | 162 264 | 102 | 18,17 | 85 154 | 69 |2162 | 168| 267 | 99 | 1850] 148| 215 | 67 t_ LQ (a fn O (o 0) Dì =] _ La DO DI [er £ (o) _ Sa N i 9 Li Hi Le Se 00 090 «I par ui Q O DD HD DS SARE SAAS 00 00 Oo fu i Vai A ITMOI died N © © PI a UT. SS DO _ ssa noe (©) ( sa IS) n H (>) w b 85 186 | 10,1 | 20,38 | 168| 260 | 92 | 1948| 152] 234 | 82 MiO e | dl — | 1985]| 164| 225 6,1 MO 65 bb | ca pipa = — 11970] 15,7] 28, 7,7 oa lag | eo DI ide Lap ion pa gi peri 110 9,4 | zoo te = le — |21,82| 159) 26,7 | 108 MOZZO e 80 | — SL —. | 21,50) 169) 264 | 95 10,7 | 166 | 5,9 | 1490 | 135| 169 | 834 |2180| 165) 262 | 9,7 11,0 | 162 | 52 | 15,80 | 116| 197 | 8,1 |19,88| 169] 224 | 55 10,0 | 198 | 9,8 | 16,22 | 120] 200 | 80 | 22,12] 168] 272 | 104 138 | 20,8 | 65 |1808 | 130| 217 | 87 |2283| 179| 271 | 92 128 | 196 | 78 | 1917 | 164| 23,8 | 74 |22,50| 180] 265 | 8,5 12,0 | 193 | 7,3 | 15,98 | 152] 185 | 53 |22.15| 181| 264 | 83 11,7 | 187 | 70 | 1605 | 130) 195 | 65 | 2105! 185] 249 | 64 11,5 | 15,7 | 42 | 17,10 | 126| 210 | 84 | 22,07| 180| 269 | 8,9 Bo-luss | ep}. — Li spit Agile. >|b28:98. | 18,5:) ‘2806 6 —__ r——_ 9,92 | 16,30 | 6,38 | 15,73 |11,94 | 19,72 | 7,78 | 19,98 | 15,23 | 23,33 | 8,10 i i | + Temperature mo cai ed estreme diurne Quadro III. Anno Meteor. 1903-904 un | DICEMBRE = GENNAIO | FEBBRAIO i RESERO A i C) ===+=<«=*&#>*‘“*=“ii Fà SETTEMBRE Ù OTTOBRE | NOVEMBRE a sr arr attrae A n I O 19,2.| 27,9 | 87 | 1797 | 15,4 | 19,7 | 43.| 1645] 181) 198 6,7 195| 25,6 | 61 18,70 | 14,6 | 22,7 | 8,1 |16,12| 189] 1965 5,6 17,6 | 28, 6,3 | 17,08 | 15,6 | 196 | 40 | 1420] 122] 171 4,9 16,5 | 24,6 | 81 | 1860) 163| 208 | 45 |1283| 101| 168 6,2 17,2 | 25,7 | 85 |1880 167| 21,8 | 46 |1342] 10,1| 165 6,4 19,4 | 249 | 7,5 | 1897) 160| 213 | 5,8 | 1460] 129] 17,1 4,2 16,7 | 25,4 | 8,7 |1953| 186| 20,7 | 9,1 |15,18) 128 | 186 6,3 16,7 | 26,3 | 9,6 | 19,15) 170| 218 | 48 | 15,87] 139| 188 4,9 19,6 | 25,9 | 6,3 |15,05| 124] 17,7 | 5,8 |1472| 126] 177 5,1 19,4 | 28,7 | 93 | 13,60] 11,6| 15,2 | 3,6 | 1483 | 12,1| 168 4,2 19,4 | 27,4 | 80 |1455| 115| 168 | 48 | 1465] 120| 179 5,9 19,1 | 26,6 | 7,5 | 16,27] 138| 188 | 50 | 1497] 196| 177 5,1 18,2 | 26,4 | 8,2 |1683| 187 20,8 | 6,6 | 1485| 180| 178 4,8 18,4 | 268 | 7,9 | 15,85| 141| 171 80 | 918| 66 136 7,0 16,5 |:247 | 82. |17,37]| 149] 202 | 58 | 682] ci 86 3,5 184 | 25,1 | 67 |17,80] 15,1] 214 | 68 | g70| 68| 114 4,6 16,8 | 244 | 7,6 |17,155| 145 206 | 6,1| 688| 41| 94 5,8 14,5 | 20,4 | 5,9 | 1820] 15,0| 220 | 70| 802| 42] 12,0 7,8 13,2 | 19,7 | 65 |18,97|.160| 229 | 6,9 | 1005| 6,6| 18,6 7,0 11,5 | 199 | 84 |1890] 16,1] 228 | 67 | 970| 71| 185 7A 13,3 | 17,4 | 41 | 1740) 155| 208 | 48 |1167| 88| 141 5,8 12,7 | 21,1 | 84 | 1815| 16,1] 218 | 5,2 |1285| 105| 15,0 45 14,9 | 29,6 | 7,7 | 1810] 15,1| 20,7 | 5,6 | 1460| 12,7 | 15,6 2,9 16,7 | 244 | 7,7 |1850| 16,2] 20,7 | 45 | 12,80] 106| 16,1 5,5 17,1 | 25,2 | 8, |1880| 165] 2149 | 5,4 | 10,62| 77] 192 4,5 18,3 | 26,1 7,8 | 18,05 | 15,8| 214 5,6. |- 7,88 | 6,2 150 5,8 17,9 | 221 | 42 | 15,10] 115| 181 | 66 | 5,86| 39|. 81 4,2 15,8 | 22,7 | 6,9 | 12,37] 106| 154 | 48 | 6,58| 41| 400 | 5,9 15,1 | 215 | 6,4 |13,40| 102| 167 | 65 | 622| 48| 81 3,3 14,6 | 21,7 | 7,1 |15,38| 110| 191 | 81| 6,63 40| 100 6,0 nu Si — |15,60| 183| 185 | 52| — — Le - 24,15 | 7,41 | 17,08 |1454 | 19,91 | 5,37 | 1155 | 9,10 \14,45 | 20,16 | 16,74 ASI L’escursione fra il massimo e il minimo assoluto dell’ anno risultò di 309,6, anch’essa inferiore alle consuete escursioni as- solute degli anni precedenti. Il termometro oscillò fra limiti più estesi in aprile con un’oscillazione mensile massima di 21°,2, e fra limiti più ristretti in gennaio e quindi in dicembre con escursioni minime rispet- tive di 119,0 e 11°,3. La massima superò quella dell’anno pre- cedente, la minima ne rimase inferiore. La maggiore escursione termometrica diurna avvenne il 14 aprile e fu di 12°,1, inferiore anche questa alla corrispondente degli anni precedenti; ad essa segue la variazione del 2 luglio di 110,1, e quindi quelle uguali del 20 maggio e del 5 giugno di 110,0. La minima variazione di 2°,0 si ebbe il 3 e il 21 feb- braio e poscia quella di 29,1 del 7 ottobre. Furono inferiori an- cora ai tre gradi le oscillazioni termometriche del 23 dicembre, del 4, 15, 21 e 25 gennaio, del 12, 15, 18, 25 febbraio, del 1° marzo e del 23 novembre. Anche in quest'anno si ripete ancora il fatto che le escur- sioni medie mensili fra le estreme temperature seguono, in gene- rale, l'andamento delle temperature medie mensili. Nell'anno con- siderato si nota la sola eccezione, offerta dal mese più caldo, in cui l’escursione differisce per solo 0°,04 in meno da quella di giugno. Queste escursioni si mantennero fra 4°,44 che è la mi- nima dovuta a gennaio e 89,64 che è la massima dovuta a giugno. Per la stagione invernale la media delle oscillazioni fu di 40,89, per la primavera di 7°,42, per l’estate di 89,37 e per l’au- tunno di 6,04. Solo la state presentò una maggiore escursione media superiore alla omonima dell’anno precedente per 0°,23, le rimanenti furono alle corrispondenti inferiori, come inferiore di 00,17 risultò l’escursione media annuale, che fu di 69,68. Tensione del vapor acqueo dell’aria La media annua della tensione del vapor acqueo si calcolò di mm. 10, 739, solo inferiore, nei limiti dell’ultimo sessennio, a quella del 1899-900. Il suo andamento nelle stagioni meteoriche è identico all’an- damento della temperatura: nell'inverno essa fu minima (7,487), nella state, come sempre, fu massima (15,676), in primavera (9,333) di poco inferiore all'autunno (10,348). Le medie prima- verile, estiva ed invernale, se sì eccettua la stessa stagione del 1901-902, si mantennero superiori agli analoghi valori dell’anzi- ET, [e detto sessennio , fu solo l’autunno che presentò un certo deficit sugli altri precedenti, come identicamente avviene per la tem- peratura, facendo esclusione dell'inverno del 1898-99. Il seguente specchietto dà ragione a quanto sopra ho detto: wu A MEDIE | | STAGIONI | 1898-99 ‘1899-900'1900-901| 1901-902; 1902-9083) 1903-904 Inverno. . 7,22 | Ta 5,96 7,58 | 6,607| 7,487 Primavera. 8,59 | 8,57 8,74 | 8,66| 8,107| 9,333 Estate . .| 13,82 | 15.16| 14,15| 13,80! 13,993 | 15,676 Autunno. ..| 11,38| 12,69} 11,18| 11,11] 10,782 | 10,343 Anno . .| 10,12| 10,90) 10,008| 10,288| 9,872 | 10,739 | Come di consueto anche l'andamento mensile della tensione del vapore è identico a quello della temperatura. Il primo come l’ultimo scende da dicembre a gennaio (V. Quadro IV) toccando ivi il minimo di mm. 6,970, da questo mese presenta un movi- mento ascensionale fino a luglio dove tocca il massimo di mm. 16,144, per tornare gradatamente a scendere fino a novembre. Similmente all’anno passato lievi differenze si riscontrarono tra le medie mensili dei primi cinque mesi dell’anno meteorologico; esse presentano una maggiore demarcazione nei rimanenti, in cui rag- giungono il massimo nei mesì di passaggio dalla primavera alla state (mm, 3,666), e da questa all’autunno (mm. 3,853). Solo i mesi autunnali presentarono un disavanzo sui corri- spondenti dell’anno decorso, come precisamente avvenne per la temperatura. La tensione media diurna si estese da un minimo di mm. 3,49 nel 15 novembre, ad un massimo di mm. 20,84 nel 18 agosto. Nello stesso giorno di novembre, alle ore 12 si notò la mi- nima tensione assoluta; non così fu per la massima, la quale si registrò alle ore 15 del 26 giugno. Quadro IV. | — —=—___——___—___———__r———m_—_—_tP_____FPm—m6TTrr@purrrrr__tt 6}Git.k...ii ila FE“ REA ' MESI Dicembre 1903. Gennaio 1904. Febbraio . Marzo. . Aprile. Pia na Maggio . Giugno. . Luglio. . Agosto. . Settembre. Ottobre. . Novembre. FAMMONIS O . f asa? s (os Media cis aa ea tiorni| Ore Se Giorni | Ore CE HEeO Massima | Giorni | Minima Si È ic: Gi È 8,055| 10,86 | 1° buo... do. | ELSA LS 20 5,46 9 12 | 5,88 LI SRaro) eaio id 487 | 24 9,95 | 14 | 21 4,65 24 9 | 5,30 . +| 7,482) 9,93 9 | don ti RS et e 4.68 3227 ip (68 UO 7 Ridi ‘ag 5,62 | 21 | 10,89 ge fcal 4,42 9 TAN . +1 8,694| 10,97 |24625] 4,70 | 80 | 12,70 | 27 2 4,14 3 15 | 8,56 . 511,924] 14,74°| 80 6780-28 | da 205/11 5,96 13 21 | 9,27 . a 14890| 1925.| 98 | 1164 | 17: 22,96) 26°) 16 949 | 20 15 |18/47 n esa voga ag 10480) 07] dadi 205 Da 9,24 | 80 15 |12,77 . .|15,968| 20,84 | 18 9,88 | 26 | 21,82 3 210 882 | 27 15 |13,00 ENI Vi 646 200 Tordi I 18 6,15 | 20 9 |11,22 2 |\L15288 CLI 7 BO LO ear 8 9 490 | 28 15 |11,37 Lil 7661 PR e pus Sio ae 3° 18 IR 1 12 | 9,44 . + |10,739| 20,84 s& 3,49 dica 92,96 fat 15 2,88 | 15 nov. | 12 |20,58 Ì CES9Ò La massima oscillazione assoluta della tensione sì verificò in giugno (mm. 13,47) e quindi in agosto (mm. 13,00), la minima in gennaio (mm. 5,80) e quindi in dicembre (mm. 5,88), mentre le medie diurne danno un massimo in agosto (mm. 11,01) e un minimo in gennaio (mm. 3,94). Le variazioni assolute furono maggiori e le diurne minori alle analoghe dell’anno precedente. Umidità relativa dell’aria L'umidità relativa media di quest'anno si calcolò di 65,539 centesimi di saturazione, risultando solo inferiore a quella del 1899-900, come del resto si verificò per la tensione del vapore nell'intervallo dell’ultimo sessennio. L'umidità diminuì fortemente dall'inverno alla primavera, come fortemente aumentò dalla state all’ autunno, meno rapida invece fu la discesa dalla primavera alla state. Essa fu dunque maggiore in inverno e quindi in au- tunno ed in modo da superare tutti gli analoghi valori del ri- cordato sessennio. In confronto all’anno precedente solo la state presenta una differenza in meno, la quale inoltre è molto meno rimarchevole delle differenze in più delle altre stagioni. Nel sot- tosegnato specchietto, noto i valori medii delle singole stagioni dell’ultimo sessennio. | i MEDIE ER | STAGIONI | 1898-99 |1899-900) 1900-901|1901-902 1902-903) 1903-904 Inverno. 63,97 68,41 64,95 71,13; 66,897] 72,326 | Primavera. 58,78 64,54 64,11 | 64,56) 60,510] 63,052 Estate . 57,08 64,09 58,29 57,57 | 60,115] 58,549 Autunno 64,34 67,553 67,04 63,62 | 64,019] 68,198 Anno 61,042| 66,142| 63,598| 64370) 62,885| 65,530 Le medie mensili dell’umidità seguono, in generale, l’anda- mento inverso a quello della tensione e della temperatura; dico in generale, perchè non è così regolare come in queste ultime Nr, IR meteore, cioè la tensione diminuisce dai mesi freddi ai caldi, pur presentando qualche divergenza, come in dicembre, in maggio e in novembre (V. Quadro 5°). Più secco quindi fu luglio con cen- tesimi 55,387, a cui segue, con quasi eguale distanza, agosto, giu- gno ed aprile. Metà dei mesi dell’anno, cioè i tre invernali, il primo pri- maverile e gli ultimi due autunnali, presentarono la media men- sile superiore all’annuale. La media diurna massima di umidità relativa si notò V1l febbraio e fu di centesimi 90,75 e la minima di centesimi 37,75, il 5 agosto. Questi giorni di massima e minima media diurna non compresero la massima e la minima assoluta, ma la prima si verificò il 14 dicembre alle ore 15, e la seconda nella mede- sima ora del 16 aprile. oquid® | 99 CT 9I 66 o idro 61 ST 06 ag GT 86 86 EG |CT96I{GOT 96 87 SI g CE ce a! 66 TÉ 87 SI 03 EG 96 GI TO PE 84 SI gi 66 ve RI TG CE 09 CI SI L47 Fo STO GL 76 09 CV [GIL®SI/6I196 69 4 n È | © È | oi | TULIOTL) vio ES CA eni CITUTT ° 5 | | GI | ‘IP FI] 6 |Fodeg aLze >} eL'06. | 689°9 ouuy 6 E 36 CT | 091% Fo | 0988 |T6989 ‘d1QuIdAON Ia | 73971 €6 83 | 09°87 (1 Gc88 |908gL|" * * 919090 ta 08 |- 68 03 | 09°F | 08 | S68L |Gpogg) © ‘osquienmes Ta |8I9LI8| 08 G GL'LE |8T9g| 00°, {91009 * * ‘09805y Tee “GIO TI 68 0g | ostow | 03 | e.'89 |Legee|° * * * 01Sw] Ta |639 9 18 LT. | 98/84 | IOT Sa 5 008009) e conse Ta E 06 DIS CSO aL |904T9|% © * ‘01856N Igegi ss | 28 (6 00417 | 8 | 0098 |0%9'09!* * * - epudy Ia LG 68 06 | QL°87 L GL'18 |000'L9|% * * * ozIeN 6 ui 76 ca | eL'gg TI | SL'06 |F602|° * * oreIqgOH 13 PI 76 Fo | 0959 | 9I | 2268 |IZ9TL)" FOGLI ou CI FI G6 GI | SL'E9 | FI | 0898 |EGSFLI GOGI QIquieog TU.IO1L) | VUITUTF{ | TUIOIL) | BOIISSET( sio | mon na | VIPON ISHN VUISSE N CUINIP_ RIPON _———lp"1a__—————————————————————————————É————————_—_——_—_—_—_—_—_—_—_—_——_——_——————.___-*TT See eee === “A 04pon0 a << ai La variazione assoluta mensile fu massima in novembre (cent. 62) e minima in dicembre (cent. 42); l’oscillazione annuale poi fu di 66 centesimi. Direzione del vento e stato del mare Il vento predominante nell’anno, nei limiti delle quattro os- servazioni giornaliere, rimane sempre il SW (V. Quadro VI). Poco frequente fu in gennaio (18), in ottobre (29) e in novembre (17) nei quali mesi ebbero prevalenza sugli altri il NE ed il N. Se si dispongono i varii venti in ordine di frequenza nelle diverse stagioni e nell’anno, ponendo per indici i numeri che indicano quante volte fu osservato il medesimo vento, si ha: Inverno SWss N87 NEs0 S4o NW>s6 Wa SEu Es Primavera SWi1s 73 NE67 N39 SE19 NW Wi; Eio Estate SW 146. S70 NE;0 SEss Was Es4 NW 1 Nio Autunno NEs9 SWso Ns6 S38 E33 SE NWio Wii Anno SWi29 NEe96 Sa21 Niss SEse Wr0° Es. NWrs I venti dominanti conservano lo stesso ordine di frequenza degli anni precedenti, solo qualche spostamento avviene in quelli meno costanti; così in confronto al 1902-9083, si nota lo scambio di posto tra il NW e il SE, e al 1901-902 tra 1’W e il SE e tra il NW e VE, di maniera che mentre i primi quattro predomi- nanti conservano negli ultimi tre anni un posto costante, i ri- manenti quattro si scambiano vicendevolmente il posto, in modo che ultimo fu prima VE poi ’W e, nell’anno considerato, il NW. Il SW prevale nelle prime tre stagioni dell’anno meteorico, meno in inverno , più in primavera e maggiormente in estate; rimane invece secondo in autunno, il cui predominio è del NE. 0a - > JA Quadro VI. i ‘ Numero delle volte in cui fu osservato Îl vento di | 5 = Mesi, stagimi el im | | \N|NE| E|SE|S sw winwl £3| | ! | 1a Dicembre 1903 . .|28 | 18 6 LE MII Bi 5 9| SW Gennaio 1904. . .|42|43| 1 (0) 4 | 18 f 9| NE Mebbraio: ila. i; Ja 19 1 del Z0S7 112 8| SW Miao dr I) 15810] 2a 20 41 6] 7 |ESW ec liolaa|-«&| 16 sea lo Maggio . RA ARR RARI Ao SL a Giugno ‘ 4|15| 5| 9|26|50| 3| 8| SW n I RR R05 | dA RO | A81 913 SW Agosto 215] 6/12|24/48|14] 3) SW Settembre . 7|81| 7|16|15|84| 7) 3| SW Ottobre . 16 ‘87|13| 5|13|29| 4| 7| NE Novembre . | ES I (EOS (IC MA (708 VOS 6 ri i AI Mesi CES naz | sol sui | 00-88 da 6) sw Primavera . . . .|32|67|10|19|73|115/15|17] SW Estate . . . . .|10|50|24|28|70/|146|26|14]| SW Autunno. . . . .|56]|99|33|28]|38|80|14]|16| NE Anno. . . . . .|185|296) 75 |86|221/429/ 79/78) SW | Riportando, come feci negli altri anni, i casi osservati ai quattro venti cardinali e formando le relative proporzioni per 1000, se ne hanno 831 per il S, 256 per il N, 229 per 'W e 184 per l E; l’ordine di frequenza quindi non risulta lo stesso di quello degli anni precedenti, prevalendo qui il N all’W. In confronto all’anno passato il N e 1'E ebbero maggiore incremento sui corrispondenti, gli altri riportarono una frequenza minore. Facendo un computo analogo, ripartendo gli otto venti nei quattro quadranti, se ne ottennero 295 per il 1° (NE), 162 per il 2° (SE), 401 per il 3° (SW) e 142 per il 4° (NW), e anche Sgt = quì in comparazione a quanto si verificò l’anno precedente, av- viene il non raro scambio di posto tra lo Scirocco e il Maestro. Molto ventosa si mostrò l’annata e in ispecial modo dicem- bre, febbraio e marzo. Si registrò vento forte o impetuoso in 37 giorni dell’anno, cioè in numero doppio di quello del precedente. Di essi ben 20 ne appartengono all’ inverno, 6 alla primavera, dovuti tutti a marzo, 3 alla state e 8 all'autunno. Come dallo specchietto quì riportato si vede, febbraio, come nell’ anno pre- cedente, fu il mese più ricco di venti forti con ben 11 giorni ventosi, lo segue dicembre e marzo con 6 e quindi novembre con 4, ottobre e gennaio con 3, agosto con 2, luglio e settem- bre con 1. Calmi completamente risultarono i tre mesi aprile, maggio e giugno. Mesi e giorni Dicembre 1° » D » 4 » 6 » 12 » al Gennaio 15 » 17 » 20 Febbraio 1° » 4 » D » 6 » 10 » (LI » 12 » 14 » 15 » 16 » 18 Marzo 1° » 5 » 26 » PIT » 30 » BI Luglio n Agosto 253 » 25 Settembre 27 Ottobre 9 » 11 » 18 Novembre 14 » 195, » 24 » 25 89 — Ore in cui Vento fu osservato il vento SW 9-12-15-21 SW 9-12-15 S-SW-W 9-12-15 SW 9-12-15-21 W 21 SW 12 W 9-12-15 SW 9-12-15 NE SE W 9-12-15-21 S 21 SSW 9-12-15-21 SSW 9-12-15 SW 9-12-15-21 SSW 12-15 W 9-12-15 SW 12-15-21 W 9-12-15-21 NW 9-12-15-21 SW 9-12-15 WNW 12-15 NE 12-15 S 15-21 S 9-12-15 SW 15-21 WNW 9-12-15 SE p05) W 12-15-21 S-W 12-15 W 12-15 SW 9-12-15 SW 9-12 E-NE 12-15 NE 9-12-15-21 NNE 9-12-15 SW 9-12 SW 9-12-15-21 Stato del mare nei giorni corrispondenti Tempestoso. Grosso. » » Agitato. » » Grosso. Calmo. Grosso. » » Agitato. » Grosso. Agitato. (Grosso. Agitato. Grosso. Mosso. Calmo. Agitato. > Mosso. » » Agitato. »)) Mosso. Grosso. Mosso. Calmo. Mosso. » Agitato. » Pg GIA I venti forti predominanti furono del 3° quadrante ; si fe- cero sentire per 24 volte nel corso dell’anno, a distanza li se- guono quelli del 1° e solo qualche volta quelli del 4.° Stato del cielo La media nebulosità atmosferica calcolata, come di consueto, in decimi di cielo coperto, fu di 4,294, cioè inferiore di meno di un centesi.no alla media dell’ultimo quinquennio Emerge per nebulosità l’inverno con una media di 6,305, su- periore ancora a quella del 1899-900, massima dell'ultimo pe- riodo. Quasi ad ugual distanza lo seguono la primavera (4,000) e l'autunno (4,758) e quindi la state (2,121) con un terzo delle nebulosità ad esso spettante (V. Quadro VII). In relazione a quanto ho accennato, più nuvolosi risultano i mesi invernali non solo in confronto agli altri mesi dello stesso anno, ma anche ai mesi dell’ultimo sessennio, se sì fa solo qualche eccezione. In nessun mese si toccarono i “/10 di cielo coperto, ri- scontrandosi in quelli invernali le medie rispettive di 6,460, 6,073 e 6,388. A questi mesi seguono, per decrescente nebulosità, ot- tobre con 5,669 e quindi a maggior distanza marzo (4,895), aprile (4.590), novembre (4,458) e settembre (4,117). Agosto, come nel precedente anno, risultò il mese più sereno (1,645), lo seguono luglio (1,823), maggio (2,629) e quindi giugno (2,933). Le medie di questi ultimi tre mesi con quella di settembre risultarono in- feriori all’annuale. I giorni sereni, misti e coperti dell’anno, come dal Quadro VII si vede, furono rispettivamente 98, 209, 54, classificati, come sempre, con le norme stabilite dall'Ufficio centrale di Meteorolo- gia in Roma e cioè, ascrivendo alla prima categoria quelli con media nebulosità da 0 a 1 decimo di cielo coperto, alla seconda quelli compresi tra 1 e 9 e alla terza quelli da 9 a 10. In con- fronto dell’anno precedente si nota una lieve diminuzione nei giorni sereni e una più marcata nei misti, tutto a vantaggio dei coperti. — 91 — Quadro VII È = NUMERO DEI GIORNI RENO GIORNI Mesi, Stazioni ed Ano |\SE -— ——|_ -— sE o vin Pioggia| Neve | Gra Dicembre 1903 . . .|6,460 1 20 10 22 » » ! Gennaio 1904. . . .|6,073 4 18 9 17 » 1 i 16888] 3 db ld 17,» MR Marani ci celo (84995 7 19 5 15 » » rp. 0 0.1 4,590 6 18 6 5) » » Masio... . Vv. . 126290 13 18 » 8 » » | fieno: 0 12:9991 *12 16 2 7 » » | Luglio . rueda dale 847 14 » 4 » » enna 646 17 14 » 4 » 1 Dpelembre . +. PEITI “ 21 2 13 » » Wilobres.. +. .*. . {5.669 4 7° I GIRI 16 » 1 Degnbre 0-13) 4458). 8 148 4 13 » 1 been i, Ci (6,305 8 55 30 56 » | 5) e e 000] 60 1-28 |» |A 1 AREA, PIRAPMTISE (0-5 07153 (IDE CE BP CAIO Tei MIO! TIR fanno i it e |A] 49 | 605] 1200042 |» | 2 | | (Anno LL. + | 4294 99 |212| 55 |141| 0 | 6 Tra le stagioni l’estate ebbe, come sempre, la prevalenza sulle altre pei giorni sereni; in essa se ne contarono 46; a di- stanza la segue la primavera (26), quindi l’autunno (19) ed in- fine l'inverno con solo 8 giorni sereni. L'ultima stagione ha la prevalenza sulle altre pei giorni coperti, l’autunno pei misti. Il massimo numero di giorni sereni (17) si riscontrò nei due mesi estivi, luglio ed agosto, nei quali mancarono i coperti, se- guono questi due mesi, maggio con 13 sereni e nessun coperto, e quindi giugno con 12 sereni e 2 coperti. Il massimo numero Rai - rat di quest'ultimi l’ebbero febbraio (11) dicembre (10) e gennaio (9). In tutti i mesi dell’anno, tranne in luglio ed in agosto, i giorni misti superano i sereni. Di giorni piovosi se ne contarono 141 nell’anno e nessun mese ne fu esente, abbondarono, in relazione alla nebulosità, più di ogni altro in dicembre, in cui se ne contarono ben 22, e quindi in gennaio e in febbraio con cinque in meno ; scarsi fu- rono in luglio e in agosto (4) correlativamente al massimo nu- mero di giorni sereni e alla scarsa nebulosità. Più piovoso risulta l’ inverno con 56 giorni di pioggia, lo segue, con 14 giorni piovosi in meno, l’autunno e quindi, sempre proporzionalmente alla nebulosità, la primavera e la state. In tutto l’anno solo in 6 giorni cadde la grandine; essi furono così distribuiti nei vari mesi: 2 in febbraio e 1 rispettivamente in gennaio, in agosto, in ottobre e in novembre. Data la dolce temperatura dominante in inverno e in au- tunno, neve nel corso dell’anno considerato non ve ne fu. Precipitazione acquea L'altezza dell’acqua caduta in quest'anno meteorologico rag- giunse mm. 993,7, superando la media normale di mm. 94,7 e. rimanendo inferiore all'altezza dell’anno più piovoso (1899-900) dell’ultimo quarantennio per mm. 837,2. Si possono noverare nell’anno 7 periodi di pioggia: il 1° di 9 giorni, che fa seguito al tre ultimi piovosi del novembre dell’anno precedente, in esso caddero mm. 59,8 di acqua; il secondo di 14 giorni, dal 24 di- cembre al 6 gennaio, col solo intervallo di un giorno comple- tamente coperto, in cui l'altezza d’acqua caduta fu di mm. 146,8; il terzo di 7 giorni, dal 12 al 18 gennaio, con mm. 42,0; il quarto di 6 giorni del 5 al 10 febbraio con mm. 26,0; il quinto di 8 giorni, dal 24 al 31 marzo, con mm. 33,6; il sesto, il più lungo, ma interrotto da quattro giorni non consecutivi senza precipi- tazione, che comprese 28 giorni, dal 21 settembre al 15 ottobre, in cui l'altezza dell’acqua caduta raggiunse mm. 210,0; il setti- mo periodo finalmente, di soli quattro giorni, dal 24 al 27 no- vembre, con mm. 95,7 di acqua. L'altezza totale annua va ripartita nelle diverse stagioni nella seguente maniera: mm. 359,9 all’inverno, mm. 130,8 alla prima- vera, mm. 78,2 alla state e mm. 394,8 all’autunno. Comparando queste altezze con quelle delle corrispondenti stagioni dell’ulti- mo quinquennio, come nel seguente specchietto, rimane sempre rimarchevole l’ oscillazione della precipitazione nella medesima stagione dei diversi anni. La primavera di quest'anno segna il minimo dell’ altezza registrata in questa stessa stagione del pe- riodo ricordato. Le altre stagioni rimangono comprese nelle massime oscil- lazioni che l'inverno, la state e l'autunno rispettivamente offrono nei ricordati anni. Tendono più verso i massimi rispettivi (mm. 480,5 e mm. 488,0) le precipitazioni dell'inverno e dell’autunno, più verso il rispettivo minimo (mm. 21,7) quella della state. MEDIE | STAGIONI | 1898-99 1599.000 1900-901|1901-902, 1902-903) 1903-904 | | | | A | : Inverno. .| 246,0) 480,5 206,0 397,0 |. 2522 389,9 Primavera. | 141,2| 3595| 2034| 2289) 1521) 1308] Estate. .| 181,7) 115,1 562| 217) 1608| 782 Autunno . Di | Vos 411,4 438,0 339,4 394,8 Anno . .| 8145| 133809| 8770) 10863| 9045| 993,7 | | L'acqua caduta in inverno (mm. 389,9) fu pressochè ugual- mente abbondante a quella dell'autunno (mm. 394,8), mentre ne furono ben scarse la primavera e la state. La massima mensile di mm. 226,0 si deve a dicembre; altri mesi ancora ricchi di pioggia risultarono gli autunnali, se ne ebbero mm. 172,0 in ottobre, 122,4 in novembre e 100,4 in set- tembre (V. Quadro VIII). I mesi estivi segnarono il minimo di precipitazione, più povero ne fu luglio (mm. 12,1), lo segue maggio (mm. 17,5) e quindi giugno (mm. 30,4). an. LOR Quadro VIII i ACQUA CADUTA IN MILLIMETRI | & È ,i I Mesi ed Anno FEST ata È Ri 1.3 Dec.|2.2 Dec.|3.2 Dec.| Mese | #8 | 9 E dA Ae, 9 Dicembre 1903. . .| 59,8] 498 | 1164] 226,0| 31,3 14 Gennaio 1904... | .30;47| (43.0-|--14,5 (6849. 178 17 Febbraio: ©. 0 =. AT AO 260E TITO 14 1 Marzo". Ge 0,3 18,5 | 33,6 | 524 16,9 31 Aprile cgiciiziati 1,9 » 53,0.;- 60,9. |. 20,2 23 Maggio» (ama Lg as 0,7 1,0 + 17,90) 4 5) Giano. 2,0 | 27,2 1,2 | 304| 21,8 13 elio: cana » 8,9 3,2 121 6,2 30 BORG IRA e 4,8 » 30,9 | 35,7 25,1 23 Settembre . ... _. + 9,0 |. 138,9 | 62,5 | 100417) (38,9 15 “Oboe”: 1. 91,6. | ‘(665/15 139°) METZION IZ 14 Novembre... ie, 23,3 » 99,1 | 122,4] 49,2 24 | Anni Ti dra | -- _ | —_ 993,7 | 38,9 |15 sett. La decade più piovosa fu la terza di dicembre con mm. 116,4, la quale fornì circa la metà dell’abbondante precipitazione di questo mese, la segue la terza di novembre con mm. 99,1, decade più abbondante di pioggia del passato anno, quindi la prima di ottobre (mm. 91,6) e a distanza la seconda (mm. 66,5) dello stesso mese. Priva di ogni precipitazione fu la seconda de- cade di aprile, la prima di luglio, la seconda di agosto e la se- conda di novembre, solo 0,3 millimetri di acqua ebbe la prima di marzo e 0,7, 1,0, 1,2, 2,0, 2,9 e 3,2 rispettivamente la seconda e la terza di maggio, la terza e la prima di giugno, la seconda di febbraio e la terza di luglio. Come si vede, non poche furono le decadi in cui la pioggia si lasciò desiderare, ma solo nei mesi estivi la siccità portò qualche danno alla campagna. La maggiore altezza raggiunta in un giorno fu di mm. 49,2, dovuta al 24 novembre, inferiore all’altezza del 29 dello stesso mese per mm. 5,9, la decade che la comprende viene seconda, come si è visto, per l'abbondante precipitazione. Teniporali Ancora limitato fu il numero dei temporali segnalatisi du- rante l’anno meteorologico 1904-904. Essi non presentarono per la maggior parte fenomeni degni di nota. Rimarchevole durata ebbe quello delle 9" 15" del 16 febbraio e notevole è in esso l'abbondante grandine caduta, la quale coprì di bianco manto il Vesuvio e il Somma. Forti scariche elettriche ebbe quello del 20 luglio, scariche a terra con pioggia torrenziale e grandine quello del 23 agosto. Nell'inverno si segnalarono 8 temporali, nessuno di essi ap- partenne a gennaio, ma 5 ne ebbe febbraio e 3 dicembre: la primavera fu priva di temporali; abbondante per lo contrario ne fu la state in cui se ne contarono 7, 4 in luglio, 2 in agosto e 1 in settembre, più abbondante ancora ne fu l’autunno con 12, così distribuiti nei suoi mesi: 4 a settembre, 3 a ottobre e 5 a novembre. Dei 27 temporali registrati ben 12 ne avvennero durante la notte (dalle 21" alle 9"); della maggior parte di essi non fu pos- sibile osservarne la provenienza, tanto più se si pensa che l’Os- servatorio, dispiacevolmente, durante la notte resta privo di per- sonale, essendo sprovvisto della più modesta abitazione. La provenienza fu varia, ma in linea generale prevalse for- temente quella del primo e quarto quadrante. Nel quadro seguente riunisco tutti i temporali segnalatisi durante l’anno meteorologico, indicando di ciascuno il giorno e l’ora in cui toccarono la città, la provenienza e qualche breve particolare. Quadro IX. ANNOTAZIONI | ESE DATA Reti Provenienza città | | | Dicembre 4 | 8"80m Inosservato| Con lampi e tuoni e discreta pioggia. » 31 | 12" 00m | NW Passa ad E, attraversando la città con lampi e tuoni e pioggia dirotta. » » | 21"00m W Con lampi e tuoni e discreta pioggia. Febbraio 5 6"00% Inosservato » » » » » i » 16 | 22 15m NW Pochi lampi e tuoni. » » | 720% | Mosservato| Qualche tuono. Lieve grandinata. » » | 95m | NW Passa a S e quindi a SE. Fase massi- ma: 9° 20%, durata: dalle 8% 45m | alle 9" 45%, Durante il temporale ' grandinate con chicchi minuti, dia- | metro massimo 4 mm. Dopo il tem- porale il Vesuvio ed il Somma si | mostrano coperti di grandine. » 20 | 11° 00m ||. NW Passa ad W e quindi ad E con scarsa | pioggia. Giugno 13 | 0"85® Inosservato| Con lampi e tuoni. Forte pioggia. Luglio 15 | 16" 00m E Con lampi e tuoni. » 16..| 17*30m.| E Passa ad W girando per S. Scarsa pioggia. » 20 | 15" 30m NE Passa ad E e quindi a S. Fase massi- ma alle 15" 40%, abbondante pioggia e forti scariche elettriche. » 29 | 15% 15m NE Con lampi e tuoni, pioggia discreta. Agosto 3 | 14"30m | NE Passa ad W con lampi e tuoni. i » 23 | 22" 40m | N Con forti scariche elettriche, di cui al- cune a terra, lampi continui e piog- gia torrenziale. Fase massima alle 23". Alle 23" 30" acqua mista a rosse grandine. Settembre 3 | 18" 30m S Lara e tuoni leggieri. Pioggia discreta. » 15 | 5"00® Imosservato| Con lampi e tuoni, pioggia torrenziale. » 27 | 6" 00m » i Con lampi e tuoni, pioggia abbondante. » 28 | 14" 15m | W Con lampi e tuoni, scarsissima pioggia. Ottobre 1° | 22% 15m S Con lampi e tuoni, pioggia discreta. » 9 | 20"50® | Inosservato | » » » » » » 10 9" 35m » » » » » Novembre 24 | 8" 50m N Con pochi lampi e tuoni. » 25 | 7"00% | Inosservato » » » » » | 20% 45m | » » » » » 26.1 -8*008 N Con ripetuti lampi e tuoni. » » Tola 30m | SW » » » | La pressione atmosferica e sue relazioni con l’attività del Vesuvio nel periodo 1871-1905.— Nota del socio G. Di Paora. (Tornata del 29 maggio 1905) Nel meccanismo delle eruzioni vulcaniche, alle cause per- manenti che le determinano, sieno le acque del mare o delle piogge (nettuniani), sia semplicemente il solo calore interno del nostro sferoide terrestre (plutorzani), alcuni geologi hanno rite- nuto che la rapida diminuzione della pressione dell’ aria debba avere influenza sulla reazione del magma lavico interno contro le forze esterne della crosta terrestre , favorendo così il feno- meno grandioso dell’accendimento dei vulcani. È ben noto come la crosta terrestre suole gonfiarsi e depri- mersi, compiendo delle vere oscillazioni, a guisa delle pareti elastiche di un vaso chiuso pieno di gas, quando la pressione barometrica cresce o diminuisce. Poichè la forza espansiva dei vapori , nell’ interno del vulcano , è certamente la causa delle eruzioni vulcaniche, così, dice lo Stoppani !), nasce spontaneo l'am- mettere che l'atmosfera non rimane passiva nei rapporti colle eru- zioni ; e se la diminuzione della pressione dell’aria non è vera- mente la causa del terremoto o dell’eruzione, parrebbe essere questa una condizione favorevole alla manifestazione dei feno- meni vulcanici (s2smiez, eruttivi). Lo Scrope *) che studiò i fenomeni eruttivi dello Stromboli, ed il Silvestri 3) quelli dell'Etna, affermarono recisamente lo stret- to rapporto che passava tra le vicende della pressione atmosfe- rica ed i fenomeni vulcanici, ritenendo sempre che nella massi- ma attività endogena vi sia depressione nella curva barometrica. Il Laur 4) osservando i fenomeni secondari vulcanici, che si manifestano al Geyser di Montrond (Loire), in relazione alla 1) Sroppani — Corso di Geologia. — Vol. I, pag. 517 — Milano, 1878. 2) Scrore—Les Volcans, leurs caractéres et leurs phènomenes.—Paris, 1864 pag. 333-334. 3) SiLvestrI — Esplosione eccentrica dell'Etna avvenuta il 22 marzo 1883. Catania 1884 (Atti dell’Acc. Gioenia di S. N. Vol. XVIII). 4) Laur — Sur les barométriques et les eruptions (Comptes Rendus des Sciences, 1883, pag. 469). x. 7.7 ga pressione dell’aria, trovò che prima dell’ eruzione eravi una de- pressione atmosferica. Queste osservazioni egli comunicò all'Ac- cademia di Francia in diverse memorie, e nell’atto di presen- tarle domandò , perfino, una data di priorità su queste nuove teorie. IT moti sismici, che sono considerati come conseguenza di eruzioni interne, sono, secondo alcuni, in connessione con le va- riazioni della pressione dell’aria. Il De Rossi !), compilando la statistica dei terremoti, nella formazione dei quadri grafici espri- meva graficamente per ciascun giorno il numero , l'intensità, l'estensione geografica delle scosse in relazione con la curva della pressione barometrica di Roma, scelta come luogo centrale della penisola. E dall’esame di queste tavole, egli constatò che quasi tutti i massimi sismici e l'aumento di terremoti, furono in coin- cidenza con la depressione barometrica, trovando in questa una condizione favorevole al manifestarsi di tali fenomeni. Finalmente, quando il microscopio (tr0mometro) rese mani- festi i continui movimenti della crosta terrestre (fenomeni mi- crosismici), il P. Bertelli potè enunciare la legge che: un forte abbassamento barometrico , ed anche in generale una variazione qualunque piuttosto rapida mella pressione barometrica, accompagna o di poco precede 0 segue i moti tromometrici. Non mancarono, però, scienziati i quali negarono ogni con-' nessione reciproca, come di causa ad effetto, tra la energia e la frequenza delle eruzioni con le oscillazioni della pressione atmo- sferica. Il Mallet *) studiando il meccanismo dello Stromboli, dal punto di vista del carattere ritmico delle sue eruzioni e in rapporto allo stato dell'atmosfera, potè affermare che « nessuno equilibrio tra le forze espansive e repressive può possibilmente esistere nel mo- mento di una eruzione, la produzione della quale prova un eccesso di pressione di molte atmosfere, il quale gradatamente si è andato accumulando dal tempo în cui Vl ultima eruzione tornò allo stato di quiete. ( Laur — Influence des baisses baromètriques sur les eruptions des gaz et d'eau au geyser de Montrond (Loire) (Comptes Rendus des Sc. 1883, pag. 1426). — Influence des baisses barométriques brusque sur les tremblements de terre et les phenoménes eruptits (Comptes Rendus de V Acc. des Sciences, 1885, pag. 289). 1) De Rossi — La Meteorologia Endogena—Tom. I, pag. 158. Milano 1879. 2) Mater R.— Il meccanismo del vulcano attivo Stromboli — trad. Sil- vestri — (Lollettino del Vulcanismo It., Anno III, pag. 53-57, 1876). — 99 L'Ing. Arcidiacono !) dell’Osservatorio Geodinamico di Ca- tania, in una pregiata memoria, sul periodo eruttivo dell’ Etna dal 19 Luglio al 5 Agosto 1899, osservò che nei sei mesi e mezzo che precedettero l'esplosione centrale dell'Etna del 19 luglio 1899, non sì ebbe perfetta corrispondenza tra le variazioni della pres- sione atmosferica ed i fenomeni vulcanici presentati dal cratere centrale etneo Se la depressione barometrica fosse connessa in reciproca relazione con i fenomeni vulcanici, allora i vulcani attivi, i sof- fioni colle loro emanazioni, i Geyser, le Salse, etc., ci rappresen- terebbero dei barometri naturali e ci potrebbero ‘preda re le variazioni del tempo. Invece la quistione è stata obietto di indagini e di discus- sioni, ma è rimasta sempre controversa, perchè mancano i molti fatti bene accertati, basati su lunga serie di accurate osservazioni dirette, e sui quali potersi fondare uno studio speciale, onde de- fimire nettamente questa pretesa relazione tra lo stato dell’atmo- sfera (meteorologia) e la endo-dinamica tellurica. Al nostro classico Vesuvio, che tra i vulcani attivi è quello, che meglio sì presta ad ogni indagine, per lo passato, quando erompeva in fragorosi e terribili incendi, tentarono di fare os- servazioni meteorologiche, nel secolo decimottavo, il Serao, il Vairo, il P. della Torre, il duca della Torre ed altri, ma senza Serle. Il Palmieri ?) nella conflagrazione del 1855, facendo os- servazioni diurne sulla pressione atmosferica, dice di aver notato più copiose le lave con l'abbassamento del barometro, ma 7207 essendo possibile una misura comparativa, così non fu possibile ca- vare pel momento alcuna conclusione. Il Direttore del R. Osservatorio Vesuviano, Prof. Matteucci, mettendo a mia disposizione una serie continua di osservazioni meteorologiche, che si vanno compiendo, quotidianamente, sul- l'Osservatorio medesimo sin dal 1864, accompagnate da una cro- nistoria del vulcano, mi ha dato la possibilità e l’ agio di por- tare un modestissimo contributo in tale ricerca. Ho distribuito il lavoro in modo che dalla pura scorta dei fatti si possa: 1°) analizzare le condizioni del vulcanismo in rapporto alle variazioni della pressione dell’ aria; 1) Arcmpiacono S. — Sul periodo eruttivo dell'Etna dal 19 Luglio al 5 Agosto 1899 (Atti dell’Accademia Gioenia di S. N. in Catania, 1900). 2) G. Guarini, L. PALMieRI ed A. ScaccHi — Eruzioni Vesuviane del 1850 e 1855 (&. Accademia delle Scienze) pag. 90— Napoli, 1855. — 100 — 2°) con calcoli approssimati, comparare i risultati dei valori della potenza dinamica della forza impulsiva ‘endogena con quelli della pressione atmosferica, tradotti in peso quale forza repressiva. I, Lo studio comparativo tra l’attività del Vesuvio e lo stato meteorico dell'atmosfera (pressione), lho limitato dal 1871 sino all’aprile del corrente anno 1905. Durante questo periodo di tempo, il vulcano estrinsecò la sua attività con una grande con- flagrazione, quella del 1872 , e con diversi parosismi centrali ed eccentrici. Il Vesuvio, per due anni consecutivi, dal dicembre 1868 al 1870 si mantenne in una fase di emanazione, ed iniziò un periodo stromboliano nel gennaio 1871. Nell'aprile 1872 avvenne la terribile eruzione che, per intensità e quantità di lave in cor- renti, fa la più grandiosa della 2% metà del secolo scorso. Nel dicembre 1875, dopo un riposo di circa un triennio, il Vesuvio riprese la sua attività stromboliana, la quale non è stata quasi mai interrotta sino al giorno d'oggi, mantenendo la sua gola in perenne comunicazione fra l'interno e l'esterno, dando spettacolo di fasi parosismali notevoli, come quelle del 1885 e 1889, delle due eruzioni laterali del 1891-94 e 1895-99, della fortissima fase esplosiva del 1900 con le relative recrudescenze, dei forti periodi stromboliani del 1901 e del 1903 con lave in correnti, della fase esplosiva ed effusiva del settembre 1904, in- fine delle recrudescenze del 1905. In tal guisa , noi consideriamo una serie abbastanza lunga di fatti, per poter studiare le relazioni di massima attività del vulcano in rapporto alle variazioni della pressione atmosferica. In questo periodo il Vesuvio si è trovato ora nei momenti critici, cioè, della rottura dell’equilibrio, quando i vapori con la loro potenzialità cinetica hanno vinto la resistenza del materiale sovrincombente, facendo sgorgare le lave in corrente dai fianchi del cono, ed ora in un periodo continuo di attività stromboliana, quando da una fase modesta o debolissima si passa a quella esplo- siva notevolissima. i A chiarimento dei quadri seguenti, aggiungo che il R. Os- servatorio Vesuviano è a 608 m. sul livello del mare, ed il poz- zetto del barometro Fortìn a 632 m. Nel quinquennio 1900-904 ho trovato una pressione massima assoluta di mm. 721,47 ed una minima assoluta di mm. 681,08 con una differenza di mm. 40,39. La pressione media annuale è di mm. 706,97. . — 101 — 13 Gennaio 1871 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Nei primi giorni del 1871 il crate- Db Barometro. im'xam. e a 0° re terminale fece varie esplosioni di | Giorni Si u | Media] proiettili incandescenti. Il 13 gennaio 9)" | 12° | o 000 dieta la fase stromboliana si accentuò e | l’ eruzione si manifestò in un modo 2 : i pei È eccentrico, determinando un’ apertura Il | 691,00 | 691,00 | 691,16 | 691,05 sull’orlo settentrionale del piano cra- RO A ta: È CSI. terico, da cui venne della lava, che 12 | 691,17 | 692,60 | 694,40 | 692,72 andò sempre aumentando tino al prin- Ù a io 7 0 848 cipio di marzo. 13 693,10 | 695,40 | 691,00 | 692,50 14 697,70 |. 698,00 | 628,80 | 693,16 Massima ass. mensile mm. 710,59 il 31 | Minima » > Rist ‘658.000 Differenza mm. 22,50 Media normale mensile 1) mm. 703,10 La pressione è bassa e stazionaria, ascen- dente dal 13. 26 Aprile 1872 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 00 Î - | Al principio del 1872 il cratere ri- RESGED pigliò vigore e nel marzo il lato di | Giorni | mi pa Nord del cono pati una piccola fen- o) 12 ditura, dalla quale, verso la base, uscì una lava senza strepito, che s’ impa- Di =, SET Da ludava nell’ Atrio del Cavallo. 2 (08,9 703,7 | 708,9 | 708,80 La sera del 24 aprile si vide il cono 5 E 3 “ad ARE vesuviano solcato da splendide lave 4: dei i A e Cia che tosto si raffreddarono. Il 25 tutte DE n ARRTTIITANE É È i queste lave erano spente. Ed il 26 di 109,15 | 709,15 | 709,17 | 709,15 alle ore 3 !/, il fian:o NW del gran cono si squarciò con una grande fen- ditùra, venendo fuori dalla parte in- Ian | Media diurna 26 | 711,18) 711,00) 7il,i4| 711,10 il Sri 9 710,90 | 710,90 | 709,10 | 710,3) teriore impetuoso torrente di fuoco, ‘ ’ | ; 7 ' i mentre dal cratere superiore, a larghe | Dara , proiettili intuocati cadevano i E o ec - SA aL rr Massima ass.* mensile mm. 711,18 il 26 i ; Minima » » » 696,13 » 12 | Differenza mm. 15,05 Media normale mensile mm. 706,07 L'andamento del barometro è ascendente, anzi la sua massima altezza coincide con | l’inizio della grande eruzione. [ 1) Le medie normali sono state ricavate da un quinquennio di osservazioni, 1900- 1904. SA — 18 Dicembre 1875 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA | Barometro in mm. e a 0° Dopo la grandiosa eruzione | Giorni ——_{rraianni del 1872, il vulcano presentò i gr | 12" | 15° | ju Media un periodo di calma sino al diurna 1875. Nel dicembre del 1875 | si notò un risveglio nelle fu- 16: "| marole e al 18 dicembre, in | | seguito ad uno sprotondamen- 17 | 712,82| 712,12) 710,87 | 71059| 71060 to avvenuto nell’ interno del | ' cratere dalla parte di SSE, si 18. | 703,69 | 708,42 | 707,65 707.86 703,15 formò una nuova bocca, che emise fumo copioso con river- 19 | 707,78) 708,11| 708,21 | 709,88 | 708,49 beri luminosi. | | 715,08 | 715,20 | 71448 | 71475 | 71486 Massima ass.8 mensile mm. 717,75 il 22 Minima » » * 68490 » 4 Differenza mm. 32,85 Media normale mensile mm. 704,83 La pressione è discendente sino al 18, mantenen- dosi al disopra della normale; dal 17 al 18 si ebbe una depressione di mm. 5,17. 9 Gennaio 1884 I CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 0° L'attività moderata strom- Giorni boliana prosegui sino al 1883; gu Jon 15" 9pr Media verso il dicembre di detto diurna anno vi fu una diminuzione | nell’ attività e al 9 gennaio 8 703,03 | 705,99 | 704,69 | 704,09 | 705,45 1884 il vulcano ebbe una forte ripresa, determinando una pic- 9 708,16 | 708,58 | 709,28 | 711,26 | 709,42 cola corrente, che uscì presso la base del cono e venne giù 10 716,08 | 717,40 | 717,37 | 71801| 717,21 pel suo versante NNW. | | Massima ass.* mensile mm. 718,47 il 22 Minima » » » 701,01 » 28 Differenza mm. 17,46 Media normale mensile mm. 708,10 La pressione barometrica è ascendente, al disopra della normale. | ttt nnt ito 103 — 2 Maggio 1885 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA | . AI 2 maggio 1885 si notò i | Barometro in mm. e un incremento sensibilissimo | Giorni | i | veul n sa Media al Vesuvio, e prima del mez- | 12" Lo. Gioni zodìi al cono si notarono due ‘enditure dall te cl ar- cia 1 2a 3a = da BRIO Trecase e Tome am | 1 | 708,63) 703,70] 70382| 70298 70339| nunziata, cioè a SE, con e- à È BicR Mpa ei bi missioni di lave in corrente. ti 105,00 | 705,83 | 705,72 | 706,69 I 705,81 d 106,99 | 707,28 | 706,49 | 705,77 | 706,63 | Massima ass.* mensile mm. 712,40 il 12 698.09 » 14 14,31 Minima » » » Differenza mm. Media normale mensile mm. 705,82 la normale. 3 Maggio 1889 La curva barometrica è ascendente, al disopra del- PiESSIONE ATMOSFERICA | CONDIZIONI DEL VESUVIO Barometro in mm. e a 0° L'attività fu sempre assai uc | limitata negli anni precedenti 2 EE LISI CRETO ROSI Ta 7 ARRE RMBREA TIT TO al 1889 e degni di menzione 9" | 12" | 15° | 2d 10 ie furono i fenomeni accaduti ai | ! o IA a | 70647 70688 | 706,39 | 705,98 | 706,50 BORE 3 | CE 3 | 70490] 70486 70421 | TOLTA | TOLTI da una fenditura determina- Sira ne Da z rta if illa ‘parto di Ottaisno 4 (05,18 | 705,21 | 105,21 | 705,99 | 705.39 vi fu emissione di lava. Dal cratere, intanto, comin- ciarono eiezioni di proiettili. di ceneri e di scorie, le quali lentamente formarono in se- guito un altro cono. Massima ass.® mensile mm. 709,20 il 13 » 699,95. » 26 Minima » Differenza mm. » 9,25 Media normale mensile mm. 705,82 La curva barometrica è quasi stazionaria; si ha una depressione di mm. 2.26 dalla mattina del Zoal 3i Ì | — 104 — 7 Giugno 1891 CONDIZIONI DEL VESUVIO Il 7 giugno alle 17"?/, il gran cono si squarciò. Nell’istante in cui avvenne la squarciatura, alla sommità del cono apparve una grande colonna di fumo, mentre lun- go la linea della fenditura si formarono diverse bocche e- ruttive , facendo riversare le lave nell’Atrio del Cavallo. PRESSIONE ATMOSFERICA sed Barometro in mm. e a 0° si Gioi re sii 6 706,99 | 706,82 | 706,71 | 705.67 | 706,54 7 707,34 | 707,84 | 707,67 | 708,48 | 707,83 8 709,39 | 710,70 | 709,48 | 703,25 | 709,45 Massima ass.8 mensile mm. 712,08 il 9 Minima » » » 705,67 » 6 Differenza mm. 6,41 Media normale mensile mm. 707,73 La curva barometrica è ascendente. 7 Giugno 1892 CONDIZIONI DEL VESUVIO L'attività stromboliana del cratere non venne mai me- no durante la fase effusi- va eccentrica, e le lave si ac- cumulavano nell’Afrio del Ca- vallo. Dal febbraio al maggio 1892 le colate di lave si spin- sero sino alla Vetrana, e ver- so la 2 metà di maggio, tut- to parve ritornare in calma. Ma il 7 giugno 1892, dopo un anno preciso, si ebbe un ener- gico risveglio, e mentre dal cratere si videro esplosioni di proiettili infuocati, dalla parte del crepaccio del 1891 si for- marono dei conetti e qualcu- no con vere e proprie esplo- sioni. PRESSIONE ATMOSFERICA | Barometro in mm. e a 0° uni ME pnt 6 704,56 | 704,07 | 704,18 | 704,80 | 704,55 ti 105,15 | 707,25 | 707,29 | 706,29 | 706,49 8 106,21 | 707,42 | 707,50 | 707,40 | 707,23 Massima ass.® mensile mm. 711,55 il 29 Minima » » > (004136 SESG Differenza mm. 7,19 Media normale mensile mm. 707,73 La curva barometrica è ascendente. — 105 — 3 Luglio 1895 finì per fendersi (10" 18") nel suo lato posto a NW. In que- sta fenditura si stabilirono CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 0° Cessato il periodo eruttivo | Giorni | ———— $i, e ASSI 1891-93, nell’autunno 1894 co- ii dg I tai Cet 9 Media minciò a sorgere nell’interno | diurna del cratere principale un pic- colo cono d’eruzione, il quale 2 711,85 | 711,50 | 711,28 | 71141 | 71146 per le sue esplosioni strom- boliane crebbe rapidamente in 3 713,12 | 712,65 | 71241| 71341) 712,89 altezza. ll 3 luglio 1895, dopo alcu- + (13,30 |" 713,5b-| ‘713,10 | 713,73.| (013,42 ne scosse di terremoto, il cono Massima ass.* mensile mm. 715,99 il 4 703,02 » 6 10,97 Minima » » ta delle bocche dalle quali ven- ri ii nero delle colate di lava. Media normale mensile mm. 708,75 La curva barometrica è ascendente e raggiunge la massima altezza il giorno 5. 7, 9, 10, 18, 17 Settembre 1898 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA | Barometro in mm. e a 0° Nei primi di settembre l’at- | Giorni = tività del Vesuvio era mode- gu Tee pri 9qr Media | stissima; le lave etfluivano diurna : mediocremente e il cratere | mostrava un debole dinami- 6 411;99-|o711#40. | 710:99- -- 11:11]: 1182 smo. 7 (10,61 | 710,95 | 710,41 | 710,65 | 710,65 Il giorno Y il dinamismo 8 41:45 |. LIDO |. 710,86. 711,09) 7151 del cratere si rianimò, lancian- 3) L1I16 | 010.921 710,61 “ 709,89 1 710.02 i do ceneri, pietre e proiettili 10 110,91 | “710/86 | ‘71046 ‘710,93 | 710.79 ! infuocati. Il 9 si ebbero forti Ki TRES TIZI ZI0,8L. ‘10,86 | KS9 i boati e le esplosioni aumen- 12 710,00 | 709,56 | 708,66 708,70 | 709,23 i tarono dal 10, sino ad un mas- 15 709,56 | 709,54 | 708,64 708,68 | 709,06 ‘i simo di violenza, che si ma- 14 710,51 | 710,64 | 710,86 711,56 | 710,76 | nifestò dal 13 al 17. Contem- 15 FLIEDi UP ER o 711,00). 710890) “#LE2L poraneamente a questo dina- 16 (10,41 | 710,63 | 709,89 710,84 | 710,44 i mismo al cratere, vi fu un 17 110,70 | 710,69 | 710,68 710,76 | 710,70 aumento dell’ efftusso lavico 18 11,01 | 710,75 | 710,60 710,63 | 710,75 | laterale. Massima ass.8 mensile mm. 711,82 il giorno 11 Minima » » » 702,58 » » 28 Differenza mm. 9,24 Media normale mensile mm. 709,24. La pressione si può dire stazionaria, ma quasi sempre al disopra della normale. e — 24. Aprile, 5 e 13 Maggio 1900 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA | Barometro in mm. e a 0° Il Vesuvio nel periodo e- | Giorni ruttivo 1895-98 presentò vari massimi, che sarebbe troppo lungo enumerare. Î Dal settembre 1899 il vul- | Aprile cano si mantenne in una mo- pa 710,10 | 709,75 | 708,04| 707,13 | 708,75 derata ed uniforme attività. 23 704,48 | 703,40 | 702,23 | 702,25 |: 703,09 Media diurna 9QR 193 45" | Da a Nel 24 aprile 1900 il dinami- 24 | 701,84] 70308 | 701,79 | 702,22 | 701,98 smo al cratere si manifestò 25 702,20 | 702,16 | 702,352 | 703,36 | 702,76 molto sensibile con esplosioni 26 | 70182) 705,48 | 705,50 | 705,41 | 705,56 di scorie e bombe , e questo stato di cose perdurò sino al 4 maggio. Da questo giorno AT, - îe : Minima » cominciò un dinamismo pro- | + . pc nunziatissimo e nei giorni se- Differenza mm. 23,04 i guenti l’attività aumentò e- La curva barometrica è discendente con depressio- . e i D RO ‘ 99 c normemente con violentissime ne di mm. 2,69 dal 23 al 24. esplosioni e spaventevoli boa- ti. Il giorno ll le esplosioni === Massima ass.a mensile mm. 714,50 il 15 » >» 691,46 » erano cessate e questa quiete PRESSIONE ATMOSFERICA | apparente perdurò due giorni. ì Il 13 verso le ore 1l ripigliò | Barometro in mm. e a 0° l’attività esplosiva. Sicchè pos- | Giorni | — i Media siamo considerare tre momen- pg 12" | 15" 21° Se ti di tutta questa forte atti- diurna vità esplosiva e cioè: | | | Maggio 20 Aprile — 4 Maggio; 2 706,02 | 705,59 | 704,03 | 703,85 | 704,82 5 — 10 Maggio; 5) 702,50 | 702,63 | 702,40 | 703,85 | 702,84 13—.... Maggio in poi. 4 704,39 | 705,12 | 705,22 | 706,47 | 705,50 5 707,86 | 707,86 | 707,76 | 705,99 | 707,46 6 708,65 | 708.52 | 708,11 | 707,95 | 708,30 rd 707,95 | 707,72 | 706,75 | 705,93 | 707,08 8 701,89! 704,78 | 704,17 | 704,16 !. 704,50 9 | 10 699.51 | 70024 | 700,33 11 702,72 | 70401 | 74,53 | 706,26 | 704,38 12 708,10 | 708.70 | 708,42 | 708,81 13 706,41 | 706,86 | 706,45 | 706,40 | 706,40 14 701,20 | 700.07 | 699,44 | 706,17 | 701,72 15 701,48 | 703,30 | 702,45 | 702,53 | 702,44 708,38 Massima ass.8 mensile mm. 703,70 il 12 Minima » » » ‘69944 > 14 Differenza mm. 9,26 Media normale mensile mm. 705,82 Dalla curva barografica Richard !) si rileva che la pressione dal 1° al 3 è decrescente per mm. 7 Ascende sino al 6 e poi decresce nuovamenta. Dal 3 al 4 il barometro sale per mm. 4,05. Dopo queste variazioni si ha una depressione di mm. 2,30 dal 12 al 13. 702.93 | 70223 | 701,68 | 69953 | 70159! 701,88 | 700,49 1) Alla fine del 1899 1’ Osservatorio Vesuviano venne fornito del barometro grafico, a registrazione continua, Richard. SOT — 2 e 8 Settembre 1900 | CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA O | Barometro in mm. e a 0° Una recrudescenza nell'at- | Giorni RA ; 0540 METE i a tività del cratere terminale si gu 12% 15% gjr ; Media manifestò con tortissime e- d.urna splosioni e getti di lave il 2 e il giorno 8. 709,48 | 709,81 | 709,88 | 70947 | 709,53 709,86 710,06 | 710,06 | 711,20 | 710,29 710,76 | 710,76 | 7.0,70| 710,75 | 710,74 711,98 712,31 | 711,91 | 712.00 | 71205 712,29 | 712,27) 711,66 | 711,60) 711,95 711,45 | 71145 | 71107 | 711,16| 71128] 711,63 | 711/87 | 711,64 | 711,16'| 71157 710,69 | 710,68 | 710,13 | 709,78 | 710,82 709,42 | 709,10 | 708,78 | 708,41 | 708,92 DONATO Massima ass.a mensile mm. 714,68 il giorno 16 Minima » » »i 06008» a 11 Differenza mm. 8,40 Media normale mensile mm. 709,24 La curva barografica è ascendente. » » dal 7 all’3 discende per mm. 2,09 6 e 13 Novembre 1900 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 0° Dopo alcuni saltuari incre- | Giorni eta menti poco notevoli durante gu | 12" | 15° | gj: | Media la metà di settembre e di ot- diurna tobre, il 6 novembre 1900 al cratere si manifestò un sensi- 4 706,28 | 706,28 | 706,28 | 707,40 | 706,56 bilissimo risveglio, con atti- 5 708,58 | 709,03 | 708,60 | 709.19 | 708,85 vità dinamica esplosiva, che 6 709,12 | 709,52 | 709,34! 709,26 | 709,31 7 8 raggiunse una grande vee- 709.01 | 709,00 | 708,61 | 708,84 | 708,86 menza il 7. Nei giorni succes- 708,81 | 709,17 | 708,77 | 710,77 | 709,38 sivi si ebbero esplosioni di materiale frammentario e in- 11 699.33 | 697,95 | 696,86 | 696,39 | 697.65 candescente, ma il 13 comin- 12 698,31 | 698,61! 698,62 | 698,48 | 698,50 ciarono esplosioni fortissime, 13 697,28 | 697,02 | 697,02 | 698,02 | 697,58 che perdurafono per molti 14 700,57 | 701,29 | 701,74 | 703,38 | 701,74 giorni. | Massima ass.* mensile mm. 714,65 il 1.9 Minima » » » 688,23 » 30 Differenza mm. 26,42 Media mensile normale mm. 706,57 La curva barografica è ascendente dal 4 al 9; — in questo giorno la pressione raggiunse un massi- mo di mm. 710 (mezzodi) e discese per mm. 13,60 in 52 ore, toccando un minimo di mm. 696,40 il giorno 11 alle 5°. Dal 12 al 13 depressione di mm. 1,60, però la pres- sione è al disotto della normale. = IR —- 15 Febbraio 1901 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA i Barometro in mm. e a 0° Nel 1901 l’attività esplosi- | Giorni di 14 da va al cratere è molto minore gu 12” 15° 9h Media di quella dell’anno preceden- A diurna te, e registriamo solamente i le brevi e fortissime esplosio- 14 (04,54 | 704.94 | 701,90 | 706,61 | 705,19 ni, avvenute la sera del gior- 15 707,34°| 707,32 | 707,15 | 704,65 | 706,61 no 15, verso le ore 21, che 16 699,99 700,16 698,20 | 699,91 699,56 lanciarono molto materiale 17 702,50 | 705,48 | 702,81 | 702,60 | 703,84 gu mentazio con brani di 18 700,53 | 702,13 | 701,95 | 701,57 | 701,54 ava. Il giorno seguente e poi il 17 e 18 continuarono le esplo- sioni di materiale incande- scente, con boati fortissimi. ‘ Massima ass.8 mensile mm. 705,75 il 9 Minima » » » 696,29 » 25 Differenza mm. 13,46 Media mensile normale mm. 704.80 La curva barografica è ascendente dal 14 al 15 — Una rapida depressione si ebbe nella giornata del 16 per mm. 6,45. 4. Marzo e 1 Aprile 1903 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Dopo circa un periodo di riposo sino al dicembre 1902, il Vesuvio manifestò un’ at- tività sensibile stromboliana. Nel mese di marzo quest’at- tività assunse carattere di vero parosismo. E difatti, nei giorni 4, 5,6.... sino al 18, il dinamismo fu ininterrotto con esplosioni di proiettili in- candescenti , ceneri e boati. Queste esplosioni furono vio- lentissime il 10 e 12. Dal 19 si ebbe una diminuzione nel- l’attività sino a tutto marzo. Nell’ aprile dal 1° in poi, il cratere riprese la sua attività esplosiva con getti di pietre basaltiche e brani di lava. Barometro in mm. e a 0? Giorni ; a” 12” a diurna Marzo | 3 709,28 | 697,43 | 696,06 | 639,21 | 698,24 4 01,32 | ‘701,70 | 702,05 | 702,25 | 702,07 5 706,91 | 708,83 | 708,34 | 708,95 | 708,25 9 | 701,775) 701,73) 700,98| 70083 | 7013: 10 | 702,15 | 703,38 | 703,75 | 705,34 | 703,65 il Si ivss 708,65 | 708,15 | 708.20 | 706,61 12 | 706,40) 705,70} 705,41 | 706,07 | 705,89 Marzo | | | | 30 I 709,82 | 709.97 | 109,54 | 709,55. | 01009;72 31 | 707,63 | 705,23 | 704,23 | 701,66 | 704,94 Aprile | | | | | 700,73 | 700/85 | 700,73 | 702,35 | 70008 2 | 702,50 | 702,53 | 702,33 | 703,20 | 702;39 5) | 701,59 I (01,59 | 700,77 | 7OLA1 | 701,31 NR Massima ass.a mensile mm. 712,16 il 9 arzo } - i Minima » » » 692,18 » 12 Media normale mensile mm. 705,03 \ Massima ass.* mensile mm. 713,76 il 3 i Minima » » » 697,04 » 27 Media normale mensile mm. 706,07 Dal 3 al 4 marzo la pressione ascende > 9 Cali, » » » Dall’11al 12 » » diminuisce per mm. 3,24 Dal 21 mar zo al 1° apr. » » » SO Aprile Cm i i i -: — 109 — 18 Giugno 1903 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 0° Il cratere del Vesuvio si Giorni ed i ara mostrò quasi tranquillo du- qu 12% 15° gji | Media | rante il mese di maggio e | diurna | nella 1® metà di giugno 190.3. | Il 18 del mese sudetto il di- 17 707,49 | 707,32 | 706,63 | 707,80 | 707,18 namismo si rianimò con esplo- 18. | 706,89 | 707,25 | 706,88 | 706,73 | 706,93 sioni di ceneri, lapillo, pietre 19 105,80 | 705,81 | 706,28 | 705,78 | 705,91 basaltiche e brandelli di lava. 20 | 705,65 | 706,07 | 705,42 705,47 | 705,65 Il 20 nel fondo del cratere si 21 704,35 (04,51 | 704,14 | 704,17 | 704,29 osservavano 3 bocche ; da due 22 703,94 | 703,49 | 703,55 | 703,55 | 703,63 di esse allineate NW-SE av- | venivano alternativamente e- 25 708,13 | 708,42 | 708,05 | 709,35 | 706,48 splosioni di sabbie e blocchi 26 709,42 | 709,72 | 709,15 | -709,24 | 709,88 solidi incandescenti di dimen- 27 708,53 | 708,94 | 708,94 | 709,01 | 706,85 sioni discrete. Quest’ attività 28 709,15 | 709,65 | 709,33 | 709,99 | 709,53 esplosiva aumentò durante il | | mese e le esplosioni erano tor- = tissime, accompagnate da boa- Massima ass.a mensile mm. 710,58 il 29 ti, il 26, 27, 28 sino al 2luglio. { Minima >» > >» 699,49 » 3 Differenza mm. 11,08 Media mensile normale mm. 707,73 Dal 17 al 18 depressione di mm. 0,76 » 25 al 26 la pressione ascende. 12, 17, 25 Luglio 1903 I CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 0° Dal 2 luglio all’11 vi fu de- | Giorni —- cremento nel dinamismo del (e) PIRRO Sal O: 15" 91" Media cratere, il 12 l’attività si ma- diurna nifestò con esplosioni forti, le | quali aumentarono sensibil- li (‘| 708,91 | 709,77] ‘109,93 | 710,26 | ‘709,71 mente il 17 e giorni seguenti. 12 709,57 | 709,54 | 709,30 | 708,59 | 709,25 Il 20 si ebbe un primo traboc- 13 708,48 | 708,62 | 708.35 | 708,17 | 708.40 co lavico. Il 25 si ebbe un al- | tro aumento nell’ intensità e- 16 709,13 | 709,07 |! 708,64 | 707,94 | 708,69 splosiva, che, continuando,die- 17 €07,41 | 707,57 | 708,10 | 708,65 | 707,93 de luogo a nuove fenditure 18 707,27 | 708,44 | 708,18 | 708,58 | 708,I1 con sgorghi lavici. 21 705.56 | 706,68 | 706,38 | 706,81 | 706,60 25 706,45 | 706,73 | 706.81 | 708,21 | 707,05 26 708,55 | 708,73 | 708,64 | 708,66 | 708,64 27 707,40 | 706,78 | 706,56 706,48 | 706,80 28 | 70649 | 70707 | 707,00 | 708,39 | 70723 | Ì Ì Ì Massima ass.® mensile mm. 712,60 il 2 Minima » » » 702,69 Vl’ 8 Differenza mm. 9,91 Media mensile normale mm. 708,75 Dall’ 11 al 12 pressione quasi stazionaria. Dal 16 al 17 leggiera depressione di mm. 0,72. Dal 25 al 26 pressione ascendente. — 110 — 10 Agosto 1903 | CONDIZIONI DEL VESUVIO Nei primi giorni l’attività fu mediocre e una recrude- scenza si ebbe dal 10 al 12 con esplosioni stromboliane. PRESSIONE ATMOSFERICA | sli Barometro in mm. e a 0° api E” 128 di guri Matia 9 109,42 | 709,45 | 708,96 | 709,00 709,20 10 708,45 | 708,45 | 708,26 I 708,15 | 708,32 | 11 | 709,46 | 709,34 | 710,32 | 709,40 | 709,63 | 12 710,07 | 710,18 | 710,01 | 710,87 | 710,30 | | Ì | 27 20 Massima ass.a mensile mm. 712,16 il Minima » » » 705,76 » Differenza mm. 6,40 Media normale mensile mm. 708,78 Dal 9 al 10 leggiera depressione di mm. 1,80. 21 Agosto 1903 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Il 21 cominciò ad aumenta- re l’attività con forti e sen- sibili esplosioni stromboliane, e il 26 (ore 12,10) avvenne la squarciatura del cono con e- emissione di lave. Il 27 si ebbe il secondo efflusso lavico laterale dalla parte di ENE, dalla quale vennero tutte le lave che invasero poi l’esten- sione di tutta la valle dell’in- ferno. Barometro in mm. e a 0° I e | 1 15" op | Media diurna 21 710,36 | 710,41 | 710,18 | 710,56 | 710,37 22 710,23 | 710,15 | 709,81 | 709,81 | 710,00 23 711,41 | 711,48 | 711,24 I 11,33..], ‘(1026 24 11,26 | ‘711,24 | 711/36.| 710;94 25 710,51 | 710,5L1| 710,25 | 710,29 | ‘710,39 26 | 710,79 | 710,86 | 710,82 | 710,97 | 710,86 27 | ‘(41:93 | (12,46... 711,46 | 111,42 | 711,74 Ì ' Massima ass.a mensile mm. 712,16 il 27 Minima » » » ‘705,76 » 20 Differenza mm. 6,40 Media normale mensile mm. 708,78 La curva barografica quasi stazionaria. La pressio- ne è stata sempre al disopra della normale. Dal 25 al 26 leggerissimo aumento. | — 11 — 2 Marzo 1904- CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA Barometro in mm. e a 0° Dopo un'attività mederata | Giorni Ata ci eZ dal settembre 1903 ai primi gu | 19% | 15° | 9» | Magia iurna dell’anno 1904, il cratere di- mostrò una certa rianimazio- | | | ne il 2 marzo 1904, con butti 1 | 694,30 69450 695,63 | 699,97 | 695,97 di cenere e fumo abbondante. | | 11 3 si ebbero esplosioni di proiettili infuocati, che prose- ' guirono sino al giorno ll, 3 106,55 | 706,38 | 704,91 | 10447 | 05,57 4 703,69 | 705,04 | 705,39 | 706,10 | 705,05 LAS) mentre la lava effluiva tran- quillamente nella valle dell’în- 100,59 | 699,81 | 697,98 | 697,37 | 695,93 ferno. ! | Massima ass.* mensile mm. 712,76 il 9 Minima » » » 692,18 >» 81 Differenza mm. 20,58 Media normale mensile mm. 705.03. La curva barografica è ascendente. 22 e 28 Agosto 1904 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA | Barometro in mm. e a 0° | Nel mese di agosto il dina- mismo fu sensibilissimo al cra- gr tere con boati e getti di lava dal 22 al 24 e dopo alcuni Giorni | EJ | | Media. 12" | 15" 21 diurna 709,62 | 709,71 | 709,62 giorni di modesta attività, si ZIO] | 709.62 | 709,64 . x È. | | | | i Sei 22 | 70382| 708,32 707,41 | 705,24 | TOTAA al 3 settembre. 23 | 703,91] 708,91| 703,9L | 70402 | 703,94 24 704,86 | 705,16 | 705,25 | 705,27 | 705,12 97 | 71001| 710,49 | 71049| 710,89 | 710,47 28 III Za T1L,00)) 7102.) 710/70 29 711,78 | 711,78| 71138 | 71190] 711,71 Massima ass.* mensile mm. 714,05 1° 8 Minima» » » 702.14 il 25 Differenza mm. 11,91 Media normale mensile mm. 708,78 Depressione di mm. 4,37 dal 21 al 22. Pressione ascendente dal 27 in poi. — 112 — 22 Settembre 1904 | CONDIZIONI DEL VESUVIO Le lave continuavano ad effluire lateralmente nella 1.8 metà di settembre. Il crate- re contemporaneamente dimo- strava un’ attività sensibile, eiettando sabbie, detriti lavici e modeste esplosioni di bran- delli di lava. Nella 2.8 metà invece il dinamismo del cra- tere subì una forte recrude- scenza parosismale, che comin- ciata il 20, raggiunse la mas- sima violenza nei giorni 22, 93, 24. PRESSIONE ATMOSFERICA pata Barometro in mm. e a 0° Giorni e [oe Te 1 aes 19 | 706,26 | 706,17 | 705,96 | 705,69 | 706,02 20 | 70545 | 705,47 | 705,14| 706,14| 705,52 91 | 70252) 701,90] 701,50) 70225| 70204 99 705.00 | 706,19 | 706,29 706,39 | 705,96 23 | 70841 | 70670| 706,61 | 70505 | 706,70 94 | 706,90| 707,80| 707,27 | 708,60) 70751 25 | 709,69] 70948| 708,62! 709,01 | 70901 Massima ass.a mensile mm. 713,04 il 13 Minima » » » 701,50 » 21 Differenza mm. 11,54 Media normale mensile mm. 709,24 La curva barografica dal 19 discende sino al 21. Dal 21 è sempre ascendente. 17 Novembre 1904- CONDIZIONI DEL VESUVIO Dopo le ore 21 del giorno 17, il cratere, che era in una vera fase solfatarica, m mife- stò delle esplosioni strombo- liane, aumentando il suo dina- mismo nei giorni seguenti. PRESSIONE ATMOSFRRICA | | Barometro in mm. e a 0° Sona Di Jide | 15E, | 24 Ero 17 | 70924| 70890) 70874) 71088 | 70931 18 | 71089] 71081 | 70961! 71001 | 71021 19 | 711,68] 71915] 71182) 71979) 719,41 20 | 71260] 71930] 711,70) 711,73] 712,08 713,20 il 12 696,02 » 25 17,18 Massima ass.2 mensile mm. Minima » » » Differenza mm. Media normale mensile mm. 706,57 La pressione è ascendente. 113 - 4. Marzo 1905 VESUVIO Massima ass.* mensile mm. 712,26 il 50 Minima » » » 690,47 » 17 Differenza mm. 21,79 Media normale mensile mm. 705,82 CONDIZIONI DEL PRESSIONE ATMOSFERICA o Barometro in mm. e a 0° Nel mese di marzo di que- | Giorni st’anno, il Vesuvio si è mani- gu 19% 15" gg: | Media festato con umn’attività strom- | diurna | boliana sensibile. Nei giorni ! | | 4, 5, 6, dal cratere si ebbero 1 100,84 ! 100,72.| 699,62 | 699,32 | 700,12 | forti esplosioni con detriti e 2 699,62 | 699,22 | 698,87 | 699,14 69921 blocchi di lave incandescenti. 3 699.27 | 698,82 | 698.00 | 696,99 | 698.27 Diminuita quest’ attività nei 4 698,02 | 698,29 | 700,32 | 698,73 | 698,73 | giorni successivi , il dinami- 5 700,85 | 701,00 | 701.00 | 700,42 | 70081 || sno del cratere si rianimò | con notevoli getti di lava e 14 706,40 | 706,44 | 706,21 705,61 | 706,51 materiale detritico nei giorni 15 704,84 | 704,84 | 704,82 | 704,87 I 704.84 tb. d6- 17, 18. L6 703,76 | 703,56 | 703,22 | 701,49 | 703,00 | 17 700,06 | 699,74 I 700,32 | 702,14 | 700,56 18 (05,45 705, 76 | 705,64 705,73 | 705,64| 19 704,81 | 705,05 | 705,02 | 706,03 | 705,22 | ' 20 706,45 | 706,79 | | 706,31 | 706,35 | 706,91 Massima ass.* mensile mm. 713,30 il 50 Minima » » » 696,90 » 3 Differenza mm. 16,51 Media normale mensile mm. 705,05 ! Pressione stazionaria bassa sino al 4. | Depressione di mm. 1,62 dal 14 al 15. I 1° Aprile 1905 CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA 3 I Barometro in mm. e a 0° I Il Vesuvio negli ultimi di { Giorni | i ì marzo scemò la sua attività, | jon» posta 97 | Media facendo sole esplosioni di sab- | | diurna bie e di vapori. Il 1° di aprile i | | | riprese il suo dinamismo e si Marzo | _ i | L'ETEE: RAEE E È notarono esplosioni forti di "I Table DI I (199 aloe GLIO | LISTA iveco eiomazione lt 1 | 710;99 | 710,95 | 71060] 71062 | 71079 dure al d. Le 9 zIORI | 98 709.88 | 710.32 4 all'S esplosioni di sabbie e = 710, DOLL Ooh ADE 109,88 Oo vapori bianchi. Il 9 forti de- Pi 108,17 107,90 | 707,12 | 707,12 | 107,57 | SA prat ak 4 707,57 | 70849 | 70691 | 707,02 | 70749| tonazioni con esplosioni di | ) 3100 aa ei cina 8 | 705,70) 70549) 70451 | 70448] 705,04 ; 9 706,69 | 706,97 | 706,87 | 706,83 | 706,84 | 10 706,54 | 706,48 | 705,28 | 704,05 | 705,58 12 703,95 703,63 | 703,09 | 703,16 | 703,45 12 703,22 | 703,22) 703,28 | 704,74) 703,61 Leggierissima depr essione dal 31 al 1.0 Dal giorno 8 al 9 la pressione aumenta, e poi de- cresce sino al 17. — 114 —- QUADRO RIASSUNTIVO DATE DELL'INIZIO DELLE COSPICUE FASI ERUTTIVE O DI FORTI ESPLOSIONI Nene 1872 1875 1884 1885 1889 1891 1892 1895 1898 T900. 4 1900 | 1900 | 1900 | 1900 1900 1900 1901 1903 | 1903. | 19038 | 1903 1903 | 1903 | 1903 1903 1903 1904 1904 1904 | 1904 | 1904 | 1905 | 1905 | 1905 | 1871 | =] ID _ NIN VO Ae AA0 0 Gennaio Aprile Dicembre Gennaio Maggio Maggio Giugno Giugno Luglio Settembre Aprile Maggio Maggio Settembre Settembre Novembre Novembre Febbraio Marzo Marzo Aprile Giugno Luglio Luglio Luglio Agosto Agosto Marzo Agosto Agosto Settembre Novembre Marzo A prile Aprile Casi osservati N. 36. Pressione ascendente stazionaria alta N. 19 ANDAMENTO DELLA PRESSIONE Pressione stazionaria bassa » ascendente (massima) Depressione di mm. 5,17 dal giorno Pressione ascendente » » » stazionaria alta » ascendente » » » » (massima) » stazionaria alta Depressione di mm. 2,69 dal giorno Pressione ascendente Depressione di mm. 2,50 dal giorno Pressione ascendente Depressione di mm. 1,99 dal giorno Pressione ascendente Depressione di mm. 1,46 dal giorno Pressione ascendente » » » » precedente precedente precedente precedente precedente Depressione di mm. 6,90 &al giorno precedente 0,76 » Pressione stazionaria alta » » » Pressione ascendente Depressione di mm. 1,50 dal giorno Stazionaria alta Pressione ascendente Depressione di mm. 4,47 dal giorno Pressione ascendente » » Pressione stazionaria bassa Depressione di mm. 1,37 dal giorno Pressione ascendente Pressione discendente 5 » Totale N. 24 Massima diminuzione rapida della pressione mm. 6,90. » precedente precedente precedente N. 10 stazionaria bassa » 2 Totale N. 12 — 115 — in9 Dal 1871 al 1905 il Vesuvio talvolta ebbe esplosioni tre- mende, in seguito alle quali sì avverò lo squarciamento del fianco del cono, facendo uscire torrenti di lave, tal’altra proiezioni im- mense di materiale detritico (ceneri, sabbie, lapillo) ed incande- scente, accompagnate da fumo densissimo, ed infine effusioni di lave riversate tranquillamente dal cratere terminale, alla stessa maniera del rigurgito di un liquido da un vaso. Consideriamo quest’ultimo caso, come quello che spesso suole avverarsi al nostro vulcano, cioè l’elevarsi gradatamente del magma fluido sino alla cima più alta del gran cono, e per conseguenza di un vero trabocco lavico dal cratere centrale. Siccome 1 colonna di 4 m. di lava liquida (considerata la sua densità 2,5) deve fare equilibrio ad 1 pressione atmosferica, così per il solo fatto dell’innalzarsi di essa lava sino a 1300 metri sul livello del mare, quale può valutarsi il Vesuvio !), occorre di vincere una pressione di 325 atmosfere. Ora, 1 atmosfera in peso ha il valore di kg. 10328,4 per m. q., sicchè le 325 atmosfere equivalgono a tonnellate 3356,73 per me- tro quadrato. Non essendo facile calcolare il valore della pressione che esercitano i vapori premuti entro i focolari vulcanici, perchè ignota la loro temperatura, sì può in certo modo vedere quando sia grandiosa la potenza dei fenomeni vulcanici, dal fatto dello sca- gliamento di blocchi solidi impastati di grandissima mole. Il Daubuisson >) riferisce che il Cotopaxi lanciò un blocco di circa 100 metri cubici, ossia di tonnellate 350. Hamilton, nella eruzione del Vesuvio del 1779, assicura di aver misurato un blocco di 33 m. di circonferenza e 5 di altezza, cioè un volume di circa 200 m. cubici e del peso di tonnell. 500. Il Matteucci >), nel periodo eruttivo del maggio 1900, misurò il più gran proietto lanciato in quel parosismo, e lo trovò di un volume di 12 m. cubici, con un peso di 30 tonnellate. Di questo blocco, conosciuti alcuni dati necessari e l’altezza a cui venne 1) La parte più alta del Vesuvio, dalle ultime misure geodetiche fatte nel 1900, risultò di m. 1303 sul livello del mare. 2) DAauBUISSON — Tr. de Geognosie, T. I, pag. 173. — 1819. 3) MartEUcci R. V. — Sul periodo di forte attività esplosiva offerto nei mesi di Aprile-Maggio 1900 dal Vesuvio (Bollettino della Soc. Sismologica It., Wol: VI). 1901. Si lanciato (300 m. dal cratere e 380 dal fondo), l'Ing. Viglino ne valutò la traiettoria; ed applicando le formole elementari della meccanica, la forza viva della massa dei gas, per tale scaglia- mento, risultò di kgm. 45599655. Supponendo poi di 4 mq. la superficie del blocco, sulla quale agirono normalmente i gas, calcolando la pressione risultante, nel momento in cui esso era animato dalla velocità di 1 m. per se- condo, si ebbe un valore di kgm. 1140 per cm, ossia di 1108 atmosfere. Il Riccò !), per spiegare la potenza dei fenomeni vulcanici, applicò 1 principi della termodinamica servendosi di un caso molto semplice e razionale. Nella eruzione di Vulcano del 1890, venne slanciato in aria una massa di materiale vulcanico, che chiudeva il cammino vulcanico, di circa 130 m.; il chiaro scienziato pa- ragonando il focolare vulcanico ad una caldaia di una macchina a vapore, quando si apre la valvola di sicurezza, applicò la for- mola dello Zeuner ?) relativa ai getti di vapore nel caso adiabatico, e servendosi della tabella ausiliare, egli considerò il caso quando il vapore acqueo è a 14 atmosfere, a cui corrisponde secondo il Regnault una temperatura di 196°. Ciò è ben facile a conseguirsi dall’ acqua che giunge in contatto dei materiali vulcanici in- candescenti, i quali hanno una temperatura tra 300° e 12000, Per questo scopo, calcolando in cifre tonde, il Riccò ottenne, per valore di tutta l'energia complessiva cinetica del getto e di quella meccanica equivalente alla termica svolta dalla condensazione e raffreddamento del vapore eruttato in un minuto, un’energia di 11400 milioni di kgm. per metro quadrato. Questi valori, certamente, sono assai approssimati ; essi ci danno appena una pallida idea della potenzialità cinetica delle forze endogene. Infatti, mutando 1 dati, nei calcoli accennati, sì otterrebbero risultati molto più sorprendenti, perchè in certi parosismi il Vesuvio ha slanciato in aria una massa di materiale vulcanico enormemente più considerevole di quella di Vulcano. La pressione atmosferica, che fa equilibrio ad una colonna di mercurio di 760 mm. di altezza, è calcolata in peso da kg. 10328,4 per ogni metro quadrato di superficie. Per l'abbassamento 1) Riccò A. — Applicazioni della termodinamica alle eruzioni vulcaniche (Atti dell’Acc. Gioenia di S. N. Catania, Vol. V, 1892-93). 2) Zruner — Théorie mecanique de la chaleur avec ses applications aux machines. Trad. 2e ed. Paris, 1869, pag. 399. SA — di 1 millimetro di mercurio, si ha una diminuzione in peso di kg. 18,59 per mq. Volendo considerare tutta la base del Vesuvio, che ha un perimetro di circa 50 km. con un’area approssimata di 200 kmq., allora, la pressione, che gravita su questa superficie dell’imbasa- mento vulcanico, considerata a livello del mare, è rappresentata da tonnellate 2065680000, e per l'abbassamento di 1 millimetro, il peso diminuisce di tonnellate 2715000. Nel caso nostro, della massima depressione riscontrata di mm. 6,90, si ha una diminuzione di peso, per ogni metro qua- drato di superficie, di kg. 93,15, e su tutto l’imbasamento vul- canico di tonnellate 18754200. CONSIDERAZIONI E CONCLUSIONI Dalla molteplicità dei fenomeni vulcanici eruttivi osservati ed analizzati in relazione alle variazioni della pressione atmosfe- rica risulta : 1° che dei 86 casi studiati, quelli in cui l’attività del vul- cano si dimostrò cresciuta in rapporto all’ aumentata pressione furono 24, in numero maggiore di quelli in cui vi fu una certa coincidenza coll’ abbassamento del barometro; 2° vere depressioni barometriche rapidissime non abbiamo riscontrate, essendo stato il massimo abbassamento del barometro di mm. 6,20; 3° la depressione atmosferica di pochi millimetri, tradotta in peso sulla superficie di 1 metro quadrato è un valore assolu- tamente insignificante, in relazione alla pressione esercitata per metro quadrato dalla potenza dinamica della forza impulsiva en- dogena. Il valore della pressione atmosferica, quale forza repressiva, calcolata sull’imbasamento vulcanico è certamente una cifra non indifferente; ma la crosta terrestre che rappresenta la resistenza esterna al magma lavico fluido interno della caldaia vulcanica, ha indubbiamente uno spessore tale da esercitare una pressione che raggiunge diecine di migliaia di atmosfere e quindi la de- pressione di parecchi millimetri di mercurio, non può avervi influenza sensibile.—Ciò nel caso che l’azione interna della forza endogena stia per vincere la resistenza esterna della crosta solida terrestre e così dare libero sfogo all’ascensione del vulcano. Nelle condizioni in cui la gola del vulcano è in perenne comunicazione fra l’interno e l'esterno, la depressione di pochi — 115 — millimetri limitata alla superficie della bocca del cratere è un valore affatto trascurabile, che non può assolutamente avere in- fluenza sul rapido innalzarsi della colonna lavica, che suole vin- cere ogni ostacolo e sfogare con scoppi di vapori e materiale solido. Il Silvestri, osservando la coincidenza, per me casuale, del- l'abbassamento barometrico (13 millimetri) nell’ inizio della con- flagrazione dell'Etna nel 1883, e valutando la diminuita pressione in peso, riferendosi alla pressione gravitante sui 14 miriametri quadrati di superficie, quale approssimativamente considerasi tutto l’imbasamento Etneo, ne rimase così impressionato che non esitò a confermare l’azione intfluenzante della pressione atmosferica, ed affermare 22 modo assoluto che l'abbassamento barometrico fu causa efficiente della eruzione del 1883. Il vapore acqueo è la causa precipua di tutte le eruzioni, e quindi il motore dell’ innalzamento del magma fluido nel canale vulcanico. Senza indagare, per il momento, se quest’acqua sia in parte quella del mare, la meteorica o la originaria, resta il fatto che il vapore acqueo rappresenta il prodotto principale che si sprigiona dai vulcani. Ciò posto, alla temperatura p. es. di 10000, che è quella delle lave, la vaporizzazione dell’acqua certamente è totale; difatti il punto critico di temperatura dell’acqua, al di- sopra del quale la liquefazione è irrealizzabile, è di 332° secondo Clausius, di 370° secondo Strauss, con una pressione di 195,5 atmosfere, di 364°,3 secondo Battelli, con una pressione di 194 atmosfere. In queste condizioni è naturale poter dedurre che la enorme pressione dei vapori premuti nel focolare vulcanico acquista una così alta tensione, di cui le più terribili esplosioni non darebbero idea; e per conseguenza ben capace di produrre tutti gli effetti meccanici straordinariamente ultra potenti, cui il nostro sferoide terrestre, spesse volte, dà terrifico e grandioso spettacolo. Dal nostro studio speciale, intanto, sì ha ragione di poter concludere che: l’attività eruttiva del Vesuvio non è influenzata dai cambiamenti rapidi della diminuzione di pressione atmosferica. Dal R. Osservatorio Vesuviano, maggio 1905. Sulla forza elettromotrice dell'elemento Daniell a clo- ruro d’ammonio. (Nota del Dott. G. VANNI). (Tornata del 18 giugno 1905) La forza elettromotrice degli elementi idroelettrici derivati dal genere Daniell è stata oggetto di numerose ed importanti ricerche, fra le quali basterà citare quelle classiche di Sir. W. Thomson !) di Latimer-Clark *), di Raoult 3) e quelle più recenti di Wright 4 e del Fleming °). Riferendomi ad una modificazione recentemente proposta %), di cui intendo occuparmi in seguito, mi è sembrato interessante studiare il valore della forza elettromo- trice di un elemento campione Daniell, quando al solfato di zinco sì sostituisce una soluzione satura di cloruro di ammonio, vale a dire quando il liquido eccitatore si trova in condizioni ben de- finite. poco diverse da quelle in cui viene adoperato in pratica. La forma più adatta per tale ricerca, si è trovata, dopo varì tentativi, essere quella dell’elemento ad U proposto dal Fleming. e rappresentato dalla fig. 1. Per evitare l'inconveniente della dif- 1) W. THÒomson — Papers on Electricity and Magnetism pag. 245. 2) Larimer- CLARK — Journal soc. tel. Eng, January 1873. 3) RaouLt — Annales de Chim. et de Physique (IV) t. II 1864. 4) WricaT — Phil. Magaz. (V) t XIII. 1882. 5) FLEMING — Phil. Magaz. (V) t XX. 1885. 5) Posrrano — Revue scientifique Mars 1905. SURI) fusione, che è piuttosto notevole, del solfato di rame e del clo- ruro di ammonio, si è fatto uso di una modificazione da me at- tuata fino dal 1898, vale a dire di riunire i due recipienti A. e B, contenenti le soluzioni, con un tubo di diametro minore, nel quale si trova un robinetto di vetro R a largo orificio Questo robinetto viene aperto solo quando si debbono eseguire le misure e, allo scopo di rendere minima la diffusione, bisogna fare in modo che la superficie di separazione dei due liquidi corrisponda al livello del robinetto e per conseguenza tener conto, nell’ef- fettuare il riempimento dei due recipienti, della differenti den- sità delle soluzioni Con le soluzioni da me adoperate, sature alla temperatura di 20°, le altezze delle colonne liquide, sulla super- ficie di separazione, stanno nel rapporto di 10 a 11 circa. I metalli ed i sali di cui si è fatto uso sono quelli chimi- camente puri del commercio, e furono forniti dalla casa De Hàen di Hannover. Per diminuire la tendenza che ha il rame ad ossi- darsi, l’elettrodo positivo dell'elemento è costituito da un cilindro Fig. 2. di 5"" di diametro ricoperto con vernice di bitume di Giudea, e terminato da un dischetto orizzontale di 1 cm. di diametro rico- perto di rame elettrolitico. L’elettrodo negativo è costituito da un bastone di zinco distillato, amalgamato con mercurio puro. Ad ogni serie di misure, il dischetto positivo veniva ricoperto con rame elettrolitico e quello di zinco veniva amalgamato. Per misurare la forza elettromotrice si è adoperato il me- todo di compensazione del Poggendorff, ma per evitare i gravi ren > rr CU So: — inconvenienti delle variazioni dell’elemento campione e della dif- ficoltà di conoscere, con la voluta precisione, la temperatura degli elementi da paragonare, ho preferito di fare la misura in modo diretto, facendo passare una corrente di nota intensità attraverso ad una resistenza campione, pure conosciuta. La disposizione è quella indicata dalla fig. (2). » La corrente data da batteria P di due accumulatori, attra- versa un resistenza campione AB bene isolata, della casa Hartmann Braun, avente il valore di 10 ohm internazionali costruita in costantano e capace di sopportare, senza alterazione sensibile, fino a 0,300 ampére. Il circuito comprende pure un reostata R a variazione con- tinua del Bidwell e un milliamperometro compione Weston, W, precedentemente tarato, appartenente al Gabinetto di Fisica tecnica dalla R. Scuola degli Ingegneri di Roma. In derivazione ai due estremi della resistenza AB e in opposizione con la batteria P sì trovano disposti i tre elemerti Daniell ad U da studiare I, II, III aventi la capacità rispettive di 100 80 e 70 cme. circa, riem- piti con le soluzioni preparate nelle condizioni già indicate e pos- sibilmente identiche. La comunicazione con l'estremo A viene stabilita per mezzo di un commutatore C a tre direzioni in modo da potere, a volontà, intercalare l’uno o l’ altro degli elementi. La corrente, dopo avere attraversato una cassetta di resistenza R (destinata a diminuire la intensità della corrente nel periodo di tentativi che precede l'equilibrio) va, per mezzo di una chiave d’ inversione I, ad un galvanometro aperiodico a specchio D’Ar- sonval. Ciò posto, la misura della forza elettromotrice dell'elemento inserito nel circuito, si fa molto semplicemente. Spostando la manovella del reostato Bidwell a contatto rotante, si fa variare la resistenza del circuito principale fino a che sia nulla la cor- rente data dall’elemento introdotto nel circuito di compensazione, vale a dire fino che l’ago del galvanometro G, stia a zero. Chia- mando allora i la corrente del circuito principale, misurata dal- l’amperometro campione Weston, ed R la resistenza AB, si ha per la cercata f. e. m. E= HI =1239 1239 1240 1240 1240 > —1,289 Un'altra serie di misure, fatta il giorno 13 maggio, ha dato i seguenti risultati: (temp. t = 200,2). Elemento I i—124,5 124,5 124,6 1246 1245 E=1",245 » II — 1240 1240 1240 1241 1240 = 1,240 > INI — 1240 124,0 1240 124,1 1240 = 1,240 In conclusione, si può ritenere E = 1°" 94 (+ 0,05) come valore medio della forza elettromotrice cercata, a t = 20°, con l’approssimazione del 5/0 circa. Importa però notare che questo è il valore massimo della forza elettromotrice, e che si ha con soluzioni sature preparate da poco, con elettrodi puri, e sopratutto quando non si è avuta dif- fusione sensibile fra i liquidi. Basta la più piccola traccia di tale diffusione per ridurre notevolmente la forza elettromotrice, spe- cialmente per il deposito di rame che, in caso di mescolanza, si ha sull’elettrodo di zinco. La diminuzione può essere del 3°/, e più; così, per es. uno degli elementi sopra indicati è sceso da 1‘,24 a 1°,20 lasciandolo a sè stesso, per alcune ore, con il ro-- binetto aperto. Di questa circostanza occorre tener conto volendo, in pratica, adoperare il cloruro di ammonio come liquido eccita- tore in un elemento Daniell ordinario a vaso poroso; ma di que- sto fatto e dei risultati effettivi che si possono avere con tale disposizione, intendo occuparmi in un altro lavoro. Roma, Maggio 1905. Laboratorio di Fisica del Collegio Romano. Sulla dimostrazione sperimentale del principio del contatto del Volta — Nota del Dott. G. VANNI. (Tornata del 18 giugno 1905) La classica esperienza immaginata da sir W. Thomson (Lord Kelvin) per dimostrare la legge del contatto del Volta consiste, come è noto !) nel disporre un ago metallico leggerissimo, mo- bile intorno ad un asse verticale, al disopra di due mezzi dischi formati da metalli differenti. Se sì colloca l’ ago in posizione perfettamente simmetrica rispetto alla linea di separazione dei due dischi, e se si elettrizza fortemente collegandolo con una delle armature di una bottiglia di Leida, non si osserva nessuna deviazione quando i due mezzi dischi sono isolati l’uno dall’ al- tro; ma, non appena questi vengono messi a contatto, sia diret- tamente, sia per mezzo di un filo conduttore, l'ago devia mo- strando che uno dei mezzi dischi si trova, dopo il contatto, ad un potenziale differente dall’altro. Fig. 1. L'esperienza precedente, di importanza capitale per la teoria del contatto, è assai delicata e difficile. Essa può tuttavia effet- tuarsi molto ‘facilmente adottando la seguente disposizione: 1) FLeemixc-JENKIN — Elechicity and Magnetism, pag. 48. — 124 — Il bottone E di un elettroscopio di Hankel a foglia unica, viene, per mezzo di una pila ad acqua di sessanta elementi, por- tato al potenziale di una cinquantina di volt. Per potere a vo- lontà ottenere un potenziale positivo o negativo, le comunica- zioni con i poli della pila di carica sono stabilite per mezzo di un commutatore H a settori bene isolati, come è indicato in fi- gura, in modo che il cambiamento delle spine del commutatore metta a terra uno dei poli della pila e ponga l’ altro in comu- nicazione col bottone dell’elettroscopio. La foglia d’ oro F di questo, viene collocata in posizione simmetrica fra i due elettrodi di ottone dorato C e C', in modo che la distanza CC sia di 10 + 12mm circa. Infine gli elettrodi stessi sono, per mezzo di fili metallici flessibili isolati M, posti in comunicazione con due dischi A e B bene spianati e puliti, uno di zinco e l’altro di rame o di argento, muniti di manichi isolanti. Ciò posto, sì pongano a contatto, premendoli uno contro l’altro, 1 due dischi metallici, e poi sì separino bruscamente te- nendone, per quanto è possibile, parallele le due superficie pre- mute. Le cariche opposte, rese libere nell'atto della separazione, genereranno fra i due elettrodi C e C' dell’elettroscopio un campo elettrico, e si vedrà la foglia d’oro muoversi nel senso del corpo elettrizzato a potenziale minore. Se, p. es., la foglia d’oro è elet- trizzata positivamente, si vedrà portarsi verso l’ elettrodo che è in comunicazione col disco di rame, mostrando che questo, al contatto con lo zinco, si è elettrizzato negativamente. Accade il contrario, se la foglia d’oro viene, dalla pila di carica, elettriz- zata con elettricità negativa. L'esperienza è di facile e sicura riuscita, e può servire a ripetere in iscuola l’esperienza fondamentale del Volta, senza ri- correre all’elettroscopio condensatore, sia operando con metalli, sia con corpi eterogenei qualsiansi. Si potranno in tal modo ripetere facilmente le interessanti esperienze dovute all’ Hagenbach !) e ad altri sperimentatori, sulla diversa elettrizzazione che possono prendere, a seconda della condizione della loro superficie, le dif- ferenti sostanze. Per evitare lo sviluppo di cariche elettriche accidentali dovute allo strofinio della mano con i manichi iso- lanti dei due dischi, è bene che i manichi stessi siano, in parte protetti da un inviluppo metallico. !) HagenBAacH — Journal de Physique t. II (1872). rn — 125 — Con la disposizione precedente è possibile verificare il fatto importante, scoperto dal Murray !) e confermato dalle idee teori- che recentemente espresse da Lord Kelvin ?), dell'aumento di po- tenziale che si ha quando i dischi in contatto, invece di essere spuliti con carta smerigliata, sono bruniti con un brunitore di acciaio. In ogni caso, è assolutamente necessario, per la buona riuscita della esperienza, che le superficie dei due dischi metal- lici, siano, prima di ogni prova, ben pulite ed esenti da qual- siasi traccia di ossido. È facile vedere che la presenza dei contattieterogenei estranei che bisogna necessariamente interporre fra gli elettrodi dell’elet- troscopio e i due dischi, non altera il senso nè il valore della forza’ elettromotrice di contatto che si vuole mettere in evidenza, se sì suppone che gli elettrodi stessi siano di rame, o di un me- tallo che occupi lo stesso posto nella serie delle tensioni, e sì ammetta che, l’atto della separazione brusca dei due dischi a con- tatto equivalga, nel suo effetto finale, alla interposizione di un liquido elettrolitico fra il disco di zinco e quello di rame. Que- sta ipotesi appare plausibile se si vuole spiegare il fatto della produzione di un campo elettrico, e quindi della esistenza di una forza elettromotrice, in una catena di sostanze alla stessa tem- peratura terminata da corpi identici, che sarebbero i metalli co- stituenti gli elettrodi del’elettroscopio. È da osservare, tuttavia, che la esistenza di tale forza elettromotrice non ha nulla di anormale, se sì riflette che la separazione dei due dischi ha ap- punto per iscopo di rendere manifeste, per effetto dell’aumento di potenziale che è la conseguenza di tale separazione, le cariche opposte esistenti da una parte e dall’ altra delle due superficie di contatto. Ciò posto, sia A la differenza di potenziale fra gli elettrodi CU e C' dell’elettroscopio supposti di rame, che si rende manifesta nel- l’atto della separazione, M il metallo dei due fili di comunicazio- ne, P quello dei due serrafili che assicurano il contatto con i due dischi A e B, avremo, nella ipotesi che fra questi sia interposto un liquido elettrolitico L: A=Cu/M + M/P + P/Zn + Zn/L + L/Cu + Cu/P + P/M + M/Cu 1) Murray — On contact electricity of Metals Proc. Roy. Soc. vol. 63-1898. 2) Lorp KeLvin— Contact Electricity of Metals—Phil. Mag. vol. 46-1898. id. — Aepinus atomized — Baltimore Lectures p. 541-1904. CS — Ma, per la legge dei contatti successivi, sì ha pure: Cu/M + M/P + P/Zn = Cu/Zn Cu/P + P/M+M/Cu=0 quindi: A =Cu/Zn + Zn/L + L/Cu vale a dire che la differenza di potenziale manifestata al distacco dei due dischi è, ammesse le ipotesi precedenti, indipendente dalle forze elettromotrici di contatto estranee. La disposizione accennata si presta pure a mettere in evi- denza la forza elettromotrice di un solo elemento voltaico zinco- rame-acqua distillata. Basta, in tal caso, stabilire, la comunicazione dei due elettrodi C e C° dell’elettroscopio con i due poli dell’ ele- mento e portare la foglia d’oro F al potenziale di una ottantina di volt, stabilendo bruscamente, per mezzo di un interruttore a scatto bene isolato, il contatto fra il bottone E e uno dei poli di una pila di un centinaio di elementi, di cui l’altro polo è messo a terra. È necessario, nel fare l’ esperienza, di aver cura che i due poli dell'elemento zinco-rame-acqua siano bene isolati e che la foglia d’oro dell’elettroscopio sia disposta simmetricamente fra 1 due elettrodi. Un ragionamento identico a quello già fatto, pro- verebbe che la forza elettromotrice dell’ elemento così messa in evidenza non è alterata dalla presenza di contatti estranei. È bene osservare che l’esperienza ed il ragionamento sopra indicati lasciano impregiudicata la quistione se la forza elettro- motrice messa in evidenza sia quella Cu/Zn che compete al con- tatto effettivo dei due metalli eterogenei considerati, ovvero, come appare più probabile, quella esistente fra gli strati d’ aria a contatto immediato dei metalli stessi, vale a dire la forza elet- tromotrice Aria/Cu+ Cu/Zn + Zn/Aria. Ciò appare tanto più at- tendibile . se si riflette che il contatto dei dischi è necessaria- mente imperfetto, non potendo mai eliminarsi del tutto lo strato d’aria fra essi interposto. Considerata sotto questo riguardo, la disposizione precedentemente indicata è analoga a quella classica, immaginata dal Volta, nella quale si richiede l’uso dell’ elettro- scopio condensatore; il condensatore è qui costituito dai due di- schi metallici eterogenei portati a contatto apparente, ma , in realtà, separati da un sottilissimo strato d’aria , il quale confe- risce al condensatore una capacità assai grande. L’ allontana- mento dei due disehi, aumentando la distanza delle due arma- ture del condensatore, diminuisce la capacità del sistema, e ne — 127 — aumenta, per couseguenza , il potenziale al punto da deviare in modo sensibile la foglia d’oro dell’elettroscopio. Non sarà, da ultimo, inutile osservare che la disposizione precedente permette di ottenere una differenza finita di poten- ziale fra due metalli identici (gli elettrodi dell'elettroscopio) senza interposizione di liquidi elettrolitici, mercè la separazione o spo- stamento di alcuni dei conduttori della serie. Sarebbe quindi op- portuno, dal punto di vista didattico, di accennare alla necessità di evitare tale spostamento, nell’enunciare il noto principio del Volta relativo ai contatti successivi. Roma, Maggio 1905, — Laboratorio di Fisica del Collegio Romano. Sul Pirata piraticus Clerk.— Nota del socio E. TRANI. (Tornata del 20 novembre 1904) Tra le specie di licose che vivono sulle acque, od in prossimità di esse, una delle più comuni nei dintorni di Napoli è il Pirata pi- raticus CLERCK; esso preferisce alle acque correnti quelle stagnanti o pantanose e quindi lo sì trova negli stagni, nei fossi ed in tutte le località ove in permanenza ristagnano le acque, e pro- spera ancora una vegetazione palustre. Questo ragno si fabbrica un abitacolo setoso tubiforme tra gli steli delle piante acqua- tiche o tra le pietre semisommerse della riva, ed in esso sì rico- vera quando qualche pericolo lo minaccia o quando ha bisogno di divorare tranquillamente le prede. Esso del resto è attivissimo e corre tutto il giorno sulle lemne che coprono le acque, inseguendo i ditteri stagnicoli che su di esse si posano per deporre le uova; corre anche con eguale speditezza sull’acqua stessa, avendo i tarsi muniti di scopule, e, . come ì Dolomedes, s'immerge sott'acqua e vi resta per un tempo relativamente lungo, utilizzando per la respirazione l’aria tratte- nuta dai peli idrofughi, che coprono il suo corpo. L’ attività di questa licosa non si limita al solo giorno, ma si esplica egual- mente nella notte. Come in altri suoi congeneri, gli amori di questo ragno sono precoci, e già alla fine di Febbraio molti maschi, che hanno rag- giunto lo stato adulto, rincorrono le femmine per guadagnarsene 1 favori, che non sono concessi senza difficoltà, cosicchè il maschio prima di ottenere il desiderato intento, prodiga ripetute carezze alla femmina con l'estremità dei tarsi del primo paio di zampe, non senza però una evidente esitazione, la quale del resto viene giustificata dalla riluttanza che essa oppone alle premure di cui è fatta segno. L’ accoppiamento avviene per sovrapposizione del maschio alla femmina, come già descrissi parlando dei Dolomedes: 1) vale a dire che il maschio, stando in senso inverso a quello della fem- 1) Trani, E. — Bollettino del Naturalista, Siena, anno XXIE n. i, 1902. 129 mina, ricinge con i cheliceri questa nel pedicolo, ed allungando ora il palpo destro, ora il smistro, raggiunge l’apertura genitale e procede alla fecondazione. Dopo l'accoppiamento i maschi se- guono la sorte comune della maggior parte dei ragni; così che, passato il periodo degli amori, essi scompaiono del tutto. Tale fatto non devesi però attribuire alla sola voracità o ferocia della femmina, perchè la funzione dell’ accoppiamento, come d’ ordi- nario negli aracnidi, ha per conseguenza un esaurimento tale dell'organismo da produrre in essi la morte dopo breve tempo. In Maggio la femmina si accinge alla costruzione del boz- zolo, che dovrà contenere le uova. Innanzi tutto essa, abbandonando il suo ricovero abituale, ne fabbrica un altro più adatto, che presenta un largo spazio orizzontale nel centro , superiormente coperto da una volta se- tacea, avente diramazioni tubolari con aperture allo esterno. Compiuto questo primo lavoro, essa tesse, sul piano centrale della tela, un disco setoso, circolare, fissando prima con le filiere accuratamente dei fili a raggi dal punto centrale alla periferia e poi intersecando questi con molti altri, mediante ritmici movi- menti rotatori dell'addome. Raggiunta una compattezza sufficien- te, questa parte essenziale del bozzolo può dirsi completa. Il ra- gno allora, sollevandosi sugli arti, emette subito dall’apertura ge- nitale le uova, che sgorgano in una massa glutinosa gialla, la quale lentamente si deposita come goccia rotonda nel mezzo del disco; mentre il suo addome gradatamente si assottiglia, vuotandosi delle uova.—Esso resta ancora per alcun tempo nella stessa posizione, quasi immobile, aspettando che il glutine che involge le uova si condensi, indi riacquistando ad un tratto la primitiva vivacità, perchè liberato da uno stato di evidente sofferenza, con molti movimenti, girando destramente intorno al cumulo delle uova, lo ricopre di, un trasparente velo setoso, formato da fili che s’in- tersecano nel punto centrale. Dopo di che, sovrapponendosi nuo- vamente al bozzolo e girando su sè stesso, solleva con gli artigli dei palpi il lembo del primitivo disco, riunendone a mano a mano in fascetti i fili di attacco, che recide con la bocca, liberandolo così dalla sottostante tela. Il bozzolo isolato ha forma lenticolare; il ragno se lo fa pas- sare fra i tarsi del terzo paio di zampe, sostenendolo per i due lati appiattiti, ed applicando le filiere su di un punto del mar- gine di esso vi attacca un filo, poi dando al bozzolo un movi- mento rotatorio , mentre ricopre questo margine con un denso strato setoso, ne rassetta i lembi con i cheliceri. È così che si for- 9 — 150 — ma la caratteristica zona circolare, che distingue 1 bozzoli dei P4- rata e delle Pardosa. Terminata quest’ ultima operazione, il boz- zolo può dirsi completo: esso misura cinque millimetri di diame- tro, nella parte appiattita; è bianco, con zona circolare grigiastra- chiara, e contiene da 120 a 130 uova giallo-rossastre ; il ragno lo attacca alle filiere e lo trascina seco dovunque. È tale l'attaccamento che esso ha per le sue uova, —cosa che del resto si riscontra in quasi tutti i generi di ragni, specialmente in quello delle Lycosa,—che se qualcuno riesce a strappare il boz- zolo ad un Pirata, esso perde ad un tratto la naturale timi- dezza e non si decide a fuggire, nella speranza di ricuperarlo, tanto da lasciarsi catturare con molta faciltà. Se poi riesce a ri- prendere il suo nido, allora, tenendolo stretto tra i cheliceri e sollevandosi sulle zampe, per scostarlo da terra e non esserne impedito nella corsa, fugge quanto più gli riesce velocemente. Dopo 20 o 25 giorni, squarcia con i cheliceri l'involucro del bozzolo e ne fa uscire i piccoli, che avendo subita già la prima muda conservano il colore ialino delle zampe e del cefalotorace, e sono fulvo-chiaro nell’addome, il quale è ricoperto di radi ma lunghi peli. I giovani ragni sin dai primi momenti possono cor- rere velocemente, come gli adulti, ma per cinque o sei giorni restano aggrappati all'addome della madre, che li porta seco nelle sue cacce, non però molto estese durante questo periodo; poi se ne libera e sì accinge a costruire un nuovo bozzolo. I pic- coli dimorano ancora per qualche tempo nello stesso abitacolo materno ed in seguito a poco a poco sì disperdono, lasciando il posto ai nuovi nati che non tarderanno ad uscire dal succes- sivo nido. Ogni femmina di Pirata costruisce da due a tre boz- zoli ad intervalli pressochè eguali e muore allorchè 1 ultima uidiata non ha più bisogno delle sue cure e della sua vigilanza. Questi ragni vivono in numerose schiere nelle località ove trovano un ambiente convenevole ai loro bisogni. Ciascun indi- viduo però mena vita a sè ; voracissimi ed aggressivi, riescono molto utili pel numero stragrande delle zanzare che divorano 1, specialmente nello stato giovanile, quando, ancora non destri e sufficientemente forti per ghermire le prede di una certa impor- tanza, assalgono, quasi esclusivamente, questi molesti ditteri, ai 1) Le diverse specie di Pirata, i Dolomedes, le Tetragnatha exstensa e V Epei- ra cornuta, tutti ragni che vivono o sulla superficie delle acque, od in vici- nanza di esse, come pure il pesciolino comunemente chiamato Spinarello (Gasterosteuus leiurus), per quanto ho potuto constatare, distruggono un gran numero di zanzare, tanto nello stato adulto, quanto in quello larvale. — 131 — quali danno caccia nel momento dell’ uscita dalla galleggiante loro spoglia ninfale. In grazia alle abitudini acquatiche, i Pirata sfuggono molte delle cause distruttive che decimano gli altri ragni; sono molestati solamente, con certa frequenza, dalle larve di vari Trombidium, che vivono per alcun tempo parassiti sul loro addome, senza che essi, a quanto ho potuto osservare, ne risentano danno. Napoli, Settembre 1904. Sullo sviluppo dei tubuli retti e della rete testis nella Cavia Cobaya.— Nota preliminare del socio ARTURO MorgERA. (Tornata del 24 agosto 1905) Oscar Hertwig, in tutte le edizioni del suo « Trattato di Embriologia dell'Uomo e dei Vertebrati », alla fine del capitolo sullo sviluppo del testicolo, consiglia di stabilire delle ricerche nei vertebrati superiori per definire due importantissimi fatti. Le questioni, che l’illustre A. consiglia di studiare, sono le seguenti: In quale proporzione le cellule epiteliari derivanti dall’epitelio ger- minativo e quelle derivanti dal rene primitivo prendono parte alla costruzione della sostanza testicolare? I canalicoli seminiferi e le cellule madri seminali sono formati esclusivamente dall’epitelio ger- minativo , oppure anche da cellule indifferenti derivanti dai « Ge- schlechtsstringen der Urniere » che vi s'intromettono ? : Il preclaro A., intanto, dopo aver accennato a questi due problemi, cerca di dare una risposta al primo quesito scrivendo: Io credo che è canalicoli seminiferi derivino dall’epitelio germinativo. mentre 1 tubuli retti e la rete di Haller provengono dai corpî di Wolff. In seguito alla lettura dei fatti suaccennati, lettura resa ne- cessaria dalle mie ricerche sulla struttura intima degli organi che sono in connessione col testicolo, ebbi vaghezza di interes- sarmi, per il momento, al primo quesito proposto dall’ Hertwig. All’uopo le mie ricerche sono state fatte, per ora, su testicoli di embrioni di Cavia e saranno seguite da altre su embrioni di Mus che, per fortuna, ho avuto agio di poter ottenere nei vari stadi del loro sviluppo. Dopo accurati e pazienti studi, fatti su preparati di embrioni di Cavia, fissati in vario modo, io, ultimo fra gli ultimi di un’eletta schiera di ricercatori, ho avuta la fortuna di poter dare una risposta alla prima questione. Tale risposta, s'intende , ri- guarda la Cavia; ma, facilmente, potrà darsi che, per omologia ed analogia, in seguito ad ulteriori ricerche, essa sarà simile an- che per altri Mammiferi. Sg Ho avuto cura di fare le mie osservazioni su embrioni di Cavia nei quali l’epitelio germinativo fosse già differenziato. Tali embrioni avevano la lunghezza di 6 a 34 mm. Nei vari preparati ho potuto seguire la formazione ed il graduale sviluppo del corpo di Wolff. Anche nella Cavia esso nasce sotto forma di tanti cordoncini cellulari, i quali, a poco a poco, si differenziano, formando dei canaletti a cellule epiteliali lievemente cilindriche. Questi canaletti sì allungano e cercano di raggiungere il testicolo. Mentre accade ciò, un fenomeno ben più importante, e che è stato causa della presente nota e del lavoro particolareggiato che ad essa seguirà, avviene nel testicolo in formazione: le cel- lule di quelle parti embrionali dei tubuli seminiferi, i quali si trovano nel centro del testicolo, non si differenziano per pro- durre gli spermatomeri; anzi quelle che occupano l’asse di tali porzioni degenerano e si staccano, rendendo, in tale modo, vacue quelle sezioni dei tubi seminali. Ognuna di queste si allunga e sì fonde più o meno con le altre provenienti dai canalicoli se- minali vicini. Dall'altra parte i « Geschlechtsstràngen » si avanzano ancora verso il testicolo e cercano di addentrarvisi. Ciò fanno, dopo essersi più o meno fusi, e si mettono in relazione coi rami pro- venienti dalla fusione di quelle parti dei canalicoli seminiferi le cui cellule epiteliari non si differenziano e alle quali ho di sopra accennato. | Da quanto ho detto riesce agevole il capire come, nella Cavia, i tubuli retti sì formino a spese di quelle porzioni dei canalicoli seminali che dal centro del testicolo si avanzano verso il lato periferico di questo prossimale al canale di Wolff e ai cordoni sessuali in formazione. La rete di Haller, invece, si forma per una parte, non tanto estesa, dalle porzioni dei cordoni sessuali che arrivano a penetrare nel testicolo e, dall’altra, dai rami fusi dei tubuli retti in via di formazione e che arrivano a mettersi in relazione con i « Geschlechtsstringen » suaccennati. Sicchè in quest’animale, a differenza di ciò che è stato os- servato dal Braun !) nei Rettili e dal Semon ?) negli embrioni 1) Braun, M. — Bau und Entwicklung der Nebennieren bei Reptilien. Arb. aus dem zool. zoot. Inst. in Viirzburg. Bd V. 1879. — — Das Urogenitalsystem bei einheimischen Reptilien. Arb. aus dem zool. zoot. Inst. in Wiirzburg. Bd. IV 1877. 2) Semon, R. — Die indifferente Anlage der Keimdriisen beim Hihnchen und ihre Differenzirung zum Hoden. — Habilitationsschrifft. Jena 1887. — 134 — di pollo, la rete testis e i tubuli retti non provengono dalla ger- minazione dell’epitelio del gomitolo di Malpighi dei cordoni ses- suali, ma da porzioni di tubi seminiferi, il cui epitelio germina- tivo, piuttosto che dare or'gine alle cellule madri seminali, ha dovuto, per ragioni fisiologiche, formare quei tubi che, in seguito, sono destinati a portare il seme fuori del testicolo. Chi avrà avuta la bontà di leggere un pochino attentamente questo mio lavoro , si accorgerà subito come anche il secondo quesito abbia avuta per conseguenza, nella Cavia , la sua solu- zione e, cioè: i canalicoli seminiferi e le cellule madri seminali sono esclusivamente, in quest’animale, formati dall’epitelio ger- minativo. Sulla struttura intima degli organi annessi al testi- colo del Topo e della Cavia — Considerazioni ge- nerali sul gruppo degli Amnioti, per il socio AR- turo MoRGERA. (Tornata del 24 agosto 1905) Nel passato mio lavoro sugli organi maschili dei Rettili ac- cennai ad una serie di ricerche che avevo iniziate intorno all’ a- natomia microscopica degli organi annessi al testicolo di alcuni Mammiferi. I risultati da me ottenuti sono molto soddisfacenti, perchè mi mettono in grado di poter ordinatamente, per il primo, esporre la struttura anatomica dei vari organi che dal testicolo conducono lo sperma al deferente. Già ho fatto notare che i vari AA., che hanno studiati questi organi, avevano fatte le loro osservazioni in un modo troppo su- perficiale, trascurando completamente tutte le nozioni che al ri- guardo si hanno in anatomia macroscopica. Ciò spiega come per tanto tempo, nell’ argomento che io tratto, abbia regnata una grande confusione. Si sono fatti dei tagli, si sono osservati, ma senza aver cura di vedere se ciò che sì esaminava fossero vasi efferenti, coni vasculosi o il vero canale dell’epididimo. L’Aigner e il Fuchs hanno avuto cura di fare scrupolosa mente le loro ricerche, tenendo conto dell’ anatomia grossolana. Lo stesso ho fatto ancora io nei miei studi sui Rettili e gli Uc- celli e la conclusione tratta da tutte queste osservazioni è stata importantissima. Difatti i due nominati AA. hanno visto che l’e- pididimo dei Mammiferi è privo di epitelio ciliato. La stessa mancanza ho dimostrata nei Rettili e l’ho incidentalmente fatta notare anche negli Uccelli. Per compiere questi miei studi mi sono servito a preferenza dei metodi di fissazione già da me sperimentati e dei quali ho fatto menzione nel mio ultimo lavoro. Anche nelle presenti ri- cerche i fissatori che mi hanno dati ottimi risultati sono stati: il liquido del Flemming nella formula attenuata e quello dello Zenker. — 1396 —- Come liquidi coloranti ho usato: l emallume , la safranina, il violetto di genziana, il bleu di metilene, V’eosina, l’orange G., e tutti mi hanno corrisposto benissimo. Per fare i preparati 2» toto, allo scopo di mettere in evi- denza e accertare il numero dei canaletti efferenti, mi sono ser- vito del carminio di Mayer, però la prova mi è soltanto riuscita nel Topo, ma ciò non toglie che, a furia di pazienza e tentativi, essa potrà essermi favorevole anche per la Cavia. OSSERVAZIONI SPECIALI Dirò, primo di tutto, del metodo da me usato per fare i preparati 2 foto del testicolo e degli organi che sono in rela- zione con esso nel Topo. Cavati gli organi riproduttori maschili dalla cavità addomi- nale, ho staccato la coda e il corpo dell’epididimo dalla porzione inferiore e laterale del testicolo, recidendo con cura il po’ di con- nettivo che li tiene uniti. Poi, dopo aver distrutto gran parte dello stroma testicolare, ho allontanati i due organi, cercando di aumentare con leggiere compressioni e trazioni lo spazio interpo- sto tra l'estremo superiore del testicolo e la testa dell’epididimo e, in questa maniera, i vasi efferenti sono stati stirati. Posto il preparato, così fatto, fra due portaoggetti l’ ho messo in alcool a 70° dove l’ho lasciato per tre o quattro ore. Levatolo dall’al- cool, l'ho colorato col carminio e l’ho rischiarato coll’essenza di anici. Con questo metodo ho potuto osservare come i canaletti ef- ferenti, nel Topo, siano sempre e costantemente in numero di quattro. Nella Cavia ho usato .lo stesso procedimento; ma, e per la grandezza del testicolo e per altre difficoltà, esso non mi è ben riuscito. Cercherò di ritentare la prova e ottenere un risultato sicuro. Nelle mie osservazioni microscopiche, fatte sulle due specie di animali in esame, ho visto come anche in essi, al pari del- l'Uomo, i tubuli retti e la rete di Haller, che nel Topo è poco sviluppata, siano costituiti da un epitelio bassissimo. Essi, nel periodo della maturazione sessuale, sono pieni di spermatozoi, di detriti cellulari (provenienti dagli spermatociti distrutti) e di gra- nuli di secrezione testicolare. I vasi efferenti, invece, sono costituiti da un epitelio cilin- drico, ciliato e secernente. } Gli estremi di essi, che sono in relazione con gli ultimi rami della rete di Haller, sono, nella Cavia, irti di numerose sporgenze mammellonari, le quali aumentano indirettamente la lunghezza dei canalicoli efferenti suddetti. Ed ora eccoci all’epididimo. Tutti gli scrittorì dei trattati clas- sici di anatomia sogliono affermare che l’ epididimo sia fornito di cellule ciliate. Questa loro affermazione proviene dalle ricerche fatte da Kolliker su di un giustiziato e da lui descritte nel suo trattato d’ istologia edito nel 1861. Dal 1901 in poi, prima per le osservazioni fatte da Aigner e da Fuchs sui Mammiferi , €, in ultimo, per quelle fatte da me sui Rettili e gli Uccelli, non v'è più dubbio che il vero canale dell’epididimo sia sprovvisto di cellule ciliate. | Henry, nel suo bellissimo lavoro sulla secrezione epididimaria, trova sempre in quest'organo due specie di canali, dei quali al- cuni sono a cellule ciliate, altri no. Egli per studiare la secre- zione, alle volte ricorre ai tubi ad epitelio ciliato e altre volte a quelli che ne sono sprovvisti. Per giustificarsi, 1° A., ora af- ferma che questi ultimi siano tubi di sostituzione, ora, invece, opina che quelli siano dei canali in via di disfacimento. Nè l’una nè l’altra opinione sono giuste. L’Henry non ha tenuto alcun conto dell’anatomia macrosco- pica e perciò è incorso negli errori di opinione ai quali ho ac- cennato. Il chiaro osservatore non s'è accorto di aver una volta studiata la secrezione dei coni vasculosi e un’altra quella del vero canale dell’ epididimo e, ognuno sa come queste due specie di canali non solo non abbiano la stessa origine, ma che non siano neanche degli organi che si debbano sostituire l’uno con l’altro. Un'altra causa di errore per l’Henry è stata quella di non aver, credo, fatti dei tagli seriali, perchè allora egli avrebbe forse pen- sato alla loro vera essenza. Difatti egli si sarebbe facilmente ac- corto come queste due specie di vasi comunichino tra loro. Ciò l'ho dimostrato esaurientemente nei Rettili e, per conseguenza, anche negli Uccelli, intorno ai quali incidentalmente scrissi nel passato mio lavoro. Sicchè, nello studio istologico dell’epididimo, bisogna badare se ciò che si osserva siano i coni vasculosi oppure l’epididimo propriamente detto. E ciò ho avuto cura di fare. I coni vascu- losi, adunque, e nella Cavia e nel Topo, sono costituiti da cel- lule più o meno cilindriche e ciliate. Queste, al tempo opportuno, — 188 — presentano dei granuli di secrezione, che si colorano elettiva- mente con la safranina. Le cellule inoltre dei coni vasculosi sono fornite dei « Kittleisten » propri di ogni epitelio ciliato. Il canale dell’epididimo delle due specie di animali, da me prese in esame, è costituito da cellule epiteliali prive di ciglia. Se qualche autore ha affermato che questo epitelio fosse ciliato, vuol dire che esso ha fatto confusione fra il vero epididimo ed i coni vasculosi; oppure ha creduto ciglia le sporgenze dei cito- mitomi. Difatti lo stesso Henry, discorrendo delle due specie di canali epididimari del ratto, dopo aver fatto notare che la loro differenza consiste nella grandezza e non nella struttura, cosa che non è, dice che le cellule degli uni e degli altri « sont toutes ciliées ». Ma siccome in quest’ animale Egli ha fatte le sue osserva- zioni proprio sul canale dell’epididimo, perchè le sezioni le ha fatte in corrispondenza della coda di quest’organo, così afferma che nelle cellule di esso « le plateau n’est pas constitué par des pièces basales bien nettes. C'est simplement une ligne sombre, sur la quelle sont implanties des cils très ténus et parfois diffi- cilement visibles ». Anche nella Cavia egli afferma questo, perchè dice che « les pièces basales des cils sont peu nettes ». In questo animale poi, l’Henry aumenta ancora la confusione perchè, nel parlare delle due specie di tubi, comprende in essi anche i vasi efferenti. Di- fatti, egli afferma che tutti i tubi piccoli e ciliati sono mam- mellonati nell'interno, cosa che io ho fatto notare nei vasi effe- renti della specie di cui ora sto parlando. E, poichè le sporgenze diventano meno accentuate man mano che i condotti efferenti si avvicinano ai coni vasculosi, coi quali si continuano, così l'A. ha creduto che « les petits tubes è papilles ne seraient donc que des tubes jeunes et la disparition des villosités serait due è l’augmentation du calibre des tubes, sous l’influence du passage d’une grande quantité de spermazoides ». Le cellule dell’epididimo del Topo hanno quasi le stesse di- mensioni di quelle dei coni vasculosi, qua e là mostrano delle sporgenze protoplasmatiche. Le cellule epididimarie della Cavia sono, invece, molto allungate e anch'esse fornite per lo più di quelle sporgenze che dall’Henry sono state interpretate per ciglia perchè, forse, l'A. era suggestionato dalla lettura dei trattati clas- sici di anatomia ed istologia. Epididimo e coni vasculosi sono poi provvisti di cellule basali. an 1; A Il deferente è costituito, sia nell’una che nell'altra specie, da cellule cilindriche e non ciliate che, nel Topo, sono molto più lunghe delle cellule dell’epididimo. Anch’esse producono granuli di secrezione, che sì colorano molto bene con la safranina e abba- stanza marcatamente se si usano colori protoplasmatici. CONSIDERAZIONI GENERALI SUL GRUPPO DEGLI AMNIOTI Nelle conclusioni che ponevano fine al mio lavoro sulla re- lazione tra il testicolo e il deferente di alcuni Rettili tentai di fare un po’ di anatomia comparata degli organi che erano stati l'oggetto dei miei studi. Ciò feci perchè già avevo incominciate le mie ricerche sugli Uccelli e sui Mammiferi e quindi ero in grado di poter dare un giudizio esatto. Confrontando la presente pubblicazione con l’altra a cui ho accennato, ognuno potrà ac- corgersi come io abbia detto il giusto ed, infatti, dai Rettili ai Mammiferi, tutti gli organi omologhi annessi al testicolo hanno la stessa costituzione. Li paragonerò cominciando dal deferente e terminando ai canalicoli retti. Negli Amnioti il deferente è sempre costituito da cellule epiteliali cilindriche e non ciliate. Esso si continua col condotto dell’epididimo, il quale è ancor esso sprovvisto di ciglia. La cosa appare naturale quando si pensi che, alla fin delle fini, se sono vere le nozioni embriologiche che di essi si hanno, deferente ed epididimo hanno la stessa origine. A tutti è noto che essi pro- vengono dal canale di Wolff. All’epididimo seguono i coni vasculosi e i condotti efferenti. Anche in queste due specie di canali la struttura intima è quasi la stessa: entrambe posseggono un epitelio ciliato e secernente. L’identicità di costituzione è dovuta alla comunanza di origine, perchè essi provengono dai cordoni sessuali del corpo di Wolff. I vasi efferenti si continuano con la rete di Haller e i tu- buli retti. L'una e gli altri presentano un epitelio formato da cellule basse quasi appiattite. La sola differenza che esiste nelle tre classi dalle quali. è costituito il gruppo degli Amnioti, riguarda la disposizione dei tubuli retti e della rete testis. Questi due organi, man mano che dai Rettili si sale ai Mammiferi, vengono ad esser gradatamente compresi nel testicolo. Difatti, nei Rettili, i tubuli retti e la rete testis, più o meno sviluppata, si trovano in quel tratto del mesorchio che unisce PO i DIA st ri î da Ne gr ua 1° î 2 " ati i % UE le ee ta) (35 Ù LI) [Pa RI x è Aa } % 3 N Vari 140 cu et "RI sg ER l’epididimo al testicolo. Nelle Testuggini e negli U Uccelli i 1 tu retti sono ARESE dall silicon del testiColun mentre che del mesorchio embrionale. Nei Mammiferi, invece, il corpo di Higmoro, o tutt quasi tutto, secondo le varie specie, è compreso tra lo stroma sticolare. Quale sia la causa di questo fatto la dirò in un prossi mio lavoro, che seguirà la mia nota preliminare sullo svilupp dei tubuli retti e della rete testis nella Cava Cobaya. 4 1854. 1856. 1880. 1886. 1891. 1892. 1593. 1895. 1901. 1901. 1902. 1902. 1905. 1904. — 14l — LETTERATURA Sant-Ance, M. — Etude de l’appareil réproducteur. Paris. Becker, 0. — Ueber Flimmerepithel im Nebenhoden des Menschen. Wien Wochenschrift. ENGELMANN — Zur Anatomie und Physiol. der Flimmerzellen. Pfliiger’ s Archiv. XXIII. — — Ueber die Flimmerbewegung. [Ienaische Zeitschr. t. IV. ToLpr, C. — Die Anhangsgebilde des Menschlichen Hodens und Ne- benhodens. Aus den Sitzungsbenchten d. Kais. Akad. d. Wissenschatfît. ScHaFFrEr, I. — Ueber Driisen in Epithel d s Vasa efferentia testis beim Menschen. Anat. Anz. Bd. 7. Hermés, Rup. — Die Epithelverhiltnisse in den Ausfiihrungsgiingen der minnlichen Geschlectdriisen. Dissert. Rostock. SrRICAT, O. van DER. — La signification des cellules épithèliales de l' é- pididyme de Lacerta vivipara. C. R. Soc. Biol. Paris. Sc. 9. T. 5. . FrIEDMANN, Fr. — Beitrige zur kentniss der Anatomie und Physiologie der minnlichen Geschlectsorgane Arch. f. Mikr. Anat. T. 39-40. . ScHarreR, I. — Bemerkungen ib. die Epithelverhaeltnisse im menschli- chen Nebenloden. Intern. Monatsch. f. Anat. u. Phys. Bd. XIII. . DisseLHorst, R. — Die accessorischen Geschlechtdriisen der Wierbelthiere im besonderer beriichsichtigung des Menschen. Wiesbaden. . HAmmMAR, I. A. — Ueber Secretionscheinungen im Nebenhoden des Hundes, Arch. Anat. Phys. Anath. Abth. Supp. . Myers-Warps, F. — Preliminary note on the structvre and function ot the epididymus and vas deferens in the higher Mammalia. Journ. Anat. and Phys. Vol. XXXII. . LenmossEk. M. v. — Ueber Flimmerszellen. Verh. Anat. Ges. Ves. 82. PrENANT, A. — Cellules vibratiles et cellules à plateau. Bibl. Anat. Fasc. 1. . HENRY, ALF. — Ètude histologique de la fonction sécrétoire de l'épidi- dyme chez les Vertébrés supérieurs. Arch. Anat. Mier. Paris. T. 3. AienER, ALB. — Ueber das Epithel im Nebenhoden einiger Siugethiere und seine secretorische Thitigkeit. Sitzungsb. Akad. Wien, Bd. 3 Abth. Limon, M. — Note sur l’épithelium des vesicules séminales et de l’ am- poule des canaux deférents du Taurau. Journ. de l’Anat. et de la Phys. Paris. Récaunp — Note sur les cellules glandulaires de l’épididyme du Rat. C. R. Soc. Biol. Paris T. 53. Fucas, H. — Ueber das Epithel im Nebenhoden der Maus. Anat. Hefte 1 Abth. Lexnossék, M. v.— Handbuch der Gewebelehre des Menschen. Leipzig. MorcERa, A. — Contributo allo studio di alcuni organi dell’apparecchio genitale maschile nelle specie nostrane del genere Lacerta. (Nota preliminare). Boll. Soc. Nat. Napoli, Vol. 17. — — La relazione tra il testicolo e il deferente di alcuni Rettili. Boll. Soc. Nat. Napoli, Vol. 18. Ricerche anatomiche preliminari sulla Cyphoman- dra betacea Senatn.— Pel socio LeopoLpo MARCELLO. (Tornata del 24 agosto 1905) Nel R. Orto Botanico di Napoli, sì coltiva questa bella so- lanacea, di cui potei ottenere un esemplare vivente, grazie alla cortesia del compianto professor Delpino. È pianta indigena dell'America meridionale, specialmente del Perù, ove fu raccolta da Bertero, ed anzi è supponibile che al- l'orto di Napoli sia stata introdotta con semi spediti dal mede- simo Bertero al Tenore. I suoi frutti sono eduli, e nell'America meridionale vengono usati allo stesso modo di quelli del Solanum Lycopersicum L.; sa- febbe perciò interessante estenderne, anche presso di noi, la col- tura, a scopo alimentare. Questa pianta ha molto l'aspetto di un Solano, sopratutto di quelli della sezione PAcHISTEMON, tanto che i primi autori che la descrissero, la ritennero senz’altro un vero Solanum, e G. A. Pasquale, nel catalogo del R. Orto Botanico di Napoli, la con- siderò come appartenente a tal genere. I caratteri principali per cui il genere Cyphomandra sì di- stingue dal genere Solanum consistono nella forma e nella gran- dezza del connettivo staminale, che *presso le Cifomandre trovasi assal ingrossato e gibboso, mentre nei veri Solani è assai tenue o quasi mancante. Forse questo grande accrescimento del con- nettivo ha lo scopo di formare come un appulso , assai valido, per i pronubi che visitano i fiori. Trattandosi di una pianta molto notevole , credo piuttosto utile rendere di pubblica ragione alcune osservazioni morfologi- che ed istologiche sulla stessa. — 143 — DESCRIZIONE DELLA PIANTA Cyphomandra betacea Sendtn. Sendtner 0.-De Cyphomandra , novo Solanacearum genere tropicae Americae. - Flora 1845, p. 172, n. 7. — Dunal M. F. in De Candolle A. P.- Prodromus systematis naturalis regni vege- tabilis etc. Tom. XIII, sect. 1, 1852, p. 393, n. 13. Srvonmia. — Pionandra betacea, Miers I. - Contributions to the Botany of Soudh America, in Hooker W. I. - The London Journal of Botany, Vol. IV, 1845, p. 358, n. 7. — Solanum be- taceum, Cavanilles A. I, Icones et descriptiones plantarum ete., Vol. VI, 1801, p. 15, n. 599.— Dunal M. I., Histoire naturelle, medicale et economique des Solanum., Paris 1813, p. 169, n. 70.— Dunal M. I., Solanum generumque affiniam Synopsis etc., Monspelii 1816, p. 7, n. 16. — Andrews H. C., Botanists Repo- sitory., London. 1801, n, 511. — Solanum crassifolium, Ortega C. G., Novarum aut rariorum plantarum horti Matritensis descriptio- num decades., Dec. 9, 1800, p. 117. — Solanum obliquum, Bertero C. G., Plantae exsiccatae, n 1125. Icones. — Sendtner, op. cit. t. 6, f. 1-6. — Cavanilles, op. cit. t. 524. — Andrews, op. cit. t. 511. Frutice ramoso, alto m. 1,50. Foglie a prefoliazione reclinato-embriciata, sparse, ovato-lan- ceolate. Picciuolo robusto, specialmente alla base (superiormente alla quale notasi un breve solco) è lungo circa 11 cm. e della massima lunghezza di 15 cm.; base rientrante in modo da for- mare come due lobi molto ravvicinati; apice, nelle foglie giovani, generalmente acuto, in poche ottuso, nelle foglie adulte quasi sempre ottuso; contorno ondulato, quasi intero; pagina inferiore verde-chiara ed addirittura biancastra nelle foglie giovani, a causa di ricco-tomento ; nervatura pennato-reticolata. Infiorescenze miste, lungamente pedunculate, estrascellari, de- finite: esse incominciano a mo’ di dicotomia, i cui rami portano fiori disposti a grappolo od a piccole pannocchie scorpioidee. Fiori forniti di brevi pedicelli, che facilmente si disartico- lano alla loro base d’inserzione, sicchè dei 9 o 10 fiori che com- pongono l’ infiorescenza, appena pochi rimangono. Calice gamo- sepalo, campanulato , a 5 denti sporgenti ed ottusi. Corolla ga- — 144 — mopetala, stellata, a lobi lunghi, profondi, reflessi, appena ripiegati per il lungo allo in giù, e di colore bianco-lucente. Androceo di cinque stami eserti; filamenti molto brevi, cilindracei, bianchi; antere bene sviluppate, basifisse, gialle, marginate di bianco, e ricurve da formare come lo scheletro di un piccolo palloncino, essendo molto avvicinate per gli apici, mentre sono un po’ disco- state per i lati, e ciò a causa del connettivo bene sviluppato ed alquanto ricurvo; polline polveroso, sottilissimo, di colore bianco- sporco, che al microscopio appare azzurrognolo, a granelli globosi od ovoidali, ad esina sfornita di ispessimenti, e percorsi da una plica longitudinale. Gineceo di un sol pistillo, bicarpellare; ova- rio supero, piccolo, ovoideo, biancastro, biloculare, contenente ovuli numerosi a placentazione assile; stilo terminale , sub-cilindrico, che attraversa il foro determinato dall’ avvicinamento delle an- tere, sorpassandole di poco ; stimma piccolo, glanduloso. Frutto bacca biloculare, polisperma. OSsERVAZIONI TERATOLOGICHE. — In una infiorescenza di questa specie, ho trovato alcuni fiori 1 quali, invece di avere architet- tura pentamera, erano tetrameri. Infatti essi presentavano il calice di quattro sepali, la corolla di quattro petali e quattro stami, ri- manendo il pistillo bicarpellare. OssERVAZIONI BIOLOGICHE. — Ì fiori di questa specie sono elio- tropici, restando aperti durante il giorno, per chiudersi di notte, ed assumendo i peduncoli della infiorescenza ed un po’ i pedi- celli fiorali, una posizione obliqua, per meglio volgersi alla luce. Anche le foglie si orientano alla luce, in modo da for nare dei mosaici fogliari veramente assai perfetti. LE SISTEMA TEGUMENTALE 1. Tessuto EPIDERMALE. — È costituito da una sola fila di . cellule, è cioè un’ epidermide semplice: variando però la forma di queste cellule sui diversi organi, è bene considerare singolar- mente l'epidermide del nomofillo, degli antofilli e del fusto. a) Nomofillo. — Essendo il nomofillo, in questa specie, formato di lamina e picciuolo, guarderò partitamente 1’ epider- mide nell’una e nell’altro. — 145 — Lamina.— L’ epidermide della pagina superiore è a cellule generalmente irregolari, il cui contorno è spiccatamente ondula- to. La loro membrana è molto ispessita. Il contenuto , incolo- ro, è molto chiaro , il plasma abbondante, il nucleo abbastanza grosso e rotondo, ora centrale, ora parietale. Nella pagina inferiore della lamina le cellule epidermiche hanno per la forma, per la membrana e pel contenuto gli stessi caratteri di quelle della pagina superiore, sono però un po’ più piccole e mostrano abbondanti stomi e produzioni tricomatose frequenti. Vere cellule annesse non se ne trovano. Picciuolo. — Tanto sul picciuolo, quanto sul nervo mediano che con esso si continua, le cellule epidermiche sono un po’ più grandi di quelle della pagina inferiore della lamina: sono però irregolarmente poligonali e orientate nel senso della lunghezza. Si notano poì dei peli, quasi sempre unicellulari e conici, che, poco numerosi e radi alla base del picciuolo , vanno facendosi sempre più numerosi verso l’alto, fino al nervo mediano, dove sono numerosissimi e stipatissimi. Per la membrana e pel contenuto, sono queste cellule abbastanza simili a quelle della epidermide del lembo fogliare. D) Antofilli. — L’epidermide della faccia dorsale dei se- pali è fatta di cellule generalmente esagonali o pentagonali, piuttosto irregolari, orientate secondo la lunghezza, a pareti suffi- cientemente ispessite ed a contenuto non molto abbondante, ricco però di plastidii rotondi ed incolori. Tra queste cellule sono rari gli stomi e più frequenti i peli unicellulari. L’epidermide della faccia ventrale dei sepali è costituita di cellule pure poligonali, un pochino più allungate di quelle del- l'epidermide della faccia dorsale. Gli stomi sono molto più rari ed i peli abbondanti, massime sulle cellule situate lungo i mar- gini liberi dei denti del calice. Anche poligonali ed irregolari si mostrano le cellule epite- liali della faccia superiore dei petal?: esse sono un pochino più piccole di quelle del calice, più allungate, presentano qualche rarissimo stoma e mancano di peli. Hanno un nucleo molto evi- dente e sferoidale, ed un contenuto liquido, incoloro , sparso di piccolissimi plastidii biancastri. Più strette ed allungate sono le cellule epiteliali della faccia inferiore del petalo , e tratto tratto, e meglio ai margini liberi del petalo , sono fornite di peli unicellulari ; hanno membrana abbastanza spessa e contenuto simile a quello della faccia supe- riore. 10 DI pe c) Fusto. — Le cellule epidermiche del fusto hanno gli stessi caratteri di quelle del picciuolo. 2. Sromi. — Gli stomi sono generalmente ellittici, ad ostiolo piuttosto allungato ed a cellule marginali lunghe e ben provviste di plastidii, tra cui abbondano i clorofillofori. Essi mancano nel- l'epidermide della pagina superiore della foglia, abbondano enor- memente in quella della pagina inferiore e sono anche mancanti sul picciuolo e sulla nervatura mediana. Si riscontrano pure sulle diverse foglie fiorali: sono pochi nell’epidermide della faccia in- feriore dei sepali e più rari in quella della pagina superiore, ra- rissimi nell’epitelio della pagina superiore dei petali, mentre man- cano completamente nella pagina inferiore. Sul fusto poi non ho neppure riscontrato stomi. Cellule annesse di una forma speciale non ve ne sono, fun- zionando da ausiliarie allo stoma le circostanti cellule epidermiche. 3. Tricomi. — I peli della Cyphomandra betacea sono molto piccoli e distinti in unicellulari e pluricellalari. I primi hanno forma conica, ad apice piuttosto ottuso, e sono diffusissimi, tro- vandosi sulle foglie, sui sepali, sui petali e sul fusto, anzi sono numerosissimi e stipatissimi sulle nervature mediane delle foglie, massime in vicinanza degli apici. I peli pluricellulari sono conici e capitati: i conici risultano generalmente di due sole cellule e sono anche abbastanza diffusi, giacchè si trovano, sebbene meno numerosi dei precedenti, su tuttigli organi della pianta; i peli capitati invece si riscontrano solamente sul fusto e sulle foglie giovani e sono piuttosto rari: essi hanno la testa formata da quattro cellule ed un pedicello unicellulare molto breve , che sì allargandosi , ad adattare alle cellule epidermiche. Anche per i peli non si può parlare di cellule annesse, non differendo , le cellule situate alla loro base, dalle altre cellule epidermiche. Quanto al contenuto, esso, in generale, è molto abbondante, liquido ed incoloro, ad eccezione di quello dei peli epiteliali co- rollini, che è leggermente biancastro. va, FRI: SISTEMA FASCICOLARE Come in tutte le Solanacee, i fasci libro-legnosi sono bdicol- laterali, risultando ciascuno di uno x7lema contenuto tra due floemi, ano interno , l’ altro esterno. Il floema interno o midol- lare è in contatto diretto, verso l’interno del fusto, col parenchi- ma midollare, e verso l’ esterno con lo xilema ; l’altro, il floema esterno, è in contatto diretto verso l’esterno, colla corteccia, e per tal fatto potrebbe anche dirsi corticale. È bene vedere come si distribuiscono questi fasci nel fusto, nei nomofilli e negli antofilli. Fusro. — Facendo una sezione trasversale del fusto giovane, si nota che il cilindro centrale è delimitato dal parenchima cor- ticale mercè uno strato di cellule più piccole , che rappresente- rebbero il perzezelo. Il cilindro centrale risulta dal floema esterno, in cui si vedono all’ infuori le fibre ed internamente i vasi cri- brosi, e poi il libro molle ed il cambio. Seguono le fibre dello xilema ed i vasi del legno; ed a questi succede il floema interno o midollare , costituito da libro molle ed internamente da tubi cribrosi. cui fan seguito le fibre, che si internano fra le grosse cel- lule midollari. FogLia. — Le foglie mostrano una robusta rachide mediana, la quale va gradatamente impicciolendosi dalla base all’ apice della lamina e dalla quale nascono, generalmente, otto nervi se- condarii per lato, che, a due terzi della loro lunghezza e verso il margine, si ramificano più volte, e danno origine a nervi ter- ziarii, quaternarii e quinarii sempre più piccoli, ma sempre spor- genti sulla pagina inferiore: le nervature senarie e le loro rami- ficazioni sono invece poco appariscenti, perchè affondate, nel- l'abbondante parenchima foliare. Nel picciuolo la disposizione dei fasci è ad arco comune, come sì sa, nei picciuoli a simmetria dorsoventrale. Questo arco ha la concavità rivolta in corrispodenza della pagina superiore della foglia, ed i suoi fasci, a partire dal mezzo, si fanno più sottili, procedendo verso le estremità ; inoltre tra un fascio e l’altro vi è uno stretto raggio midollare. La distribuzione de- — 148 — gli elementi nei fasci è come nel fusto, fatta eccezione del pa- renchima scleroso, che si mostra ridotto. Anche nelle nervature delle foglie la distribuzione degli ele- menti nei fasci è come nel fusto, si ha cioè anche qui il tipo bicollaterale. ANtOFILLI — Considero separatamente i sepali ed i petali. a) Sepali. — Ciascun sepalo è fornito di un nervo mediano più evidente, che ne raggiunge l’apice, e di due nervature mar- ginali, molto sottili, comprese nel suo parenchima. Queste non raggiungono il nervo mediano, ma si arrestano alle partizioni del calice. b) Petali. — Anche i petali presentano un nervo mediano che ne raggiunge l'apice e due nervi marginali, che, convergendo fra loro, raggiungono pure l'apice dei petali, congiungendosi al nervo mediano. TY SISTEMA FONDAMENTALE Le diverse forme di parenchima che si devono considerare nella specie in esame sono il parenchima vero , il clorenchima ed il collenchima. 1. ParENcHIMA. — Il parenchima midollare del fusto , delle nervature foliari, del peduncolo della infiorescenza e dei pedicelli fiorali. non che il parenchima corticale del fusto, consta di cel- lule abbastaaza grandi, rotondeggianti od irregolarmente polie- driche, a membrana piuttosto spessa e contenuto poco denso, sfornito di cloroplasti, ad eccezione delle cellule più esterne del parenchima corticale del fusto, le quali ne abbondano: è così che queste ultime cellule esercitano la funzione assimilatoria, mentre le più interne, provviste di molto amido, funzionano da veri ser- batoi di sostanze alimentari. 2. CLorencHIma. — È notevolmente sviluppato nelle foglie, e, come si sa, prende il nome di mesofillo. Esso, come in tutte le foglie a simmetria dorsoventrale, sì differenzia in clorenchima palizzatiforme , in corrispondenza della pagina superiore, e clo- renchima lacunoso, in corrispondenza della pagina inferiore. CA, Il primo risulta generalmente di un solo ordine di cellule allungate, con la tipica disposizione dei cloroplasti. Il lacunoso, un pochino più sviluppato del palizzatiforme, è fatto di cellule irregolari, non molto ramose, che limitano fra loro un apprezza- bile sistema di spazii aeriferi, e fornite, ma meno abbondante- mente, di cloroplasti. I cloroplasti, piuttosto piccoli, sono, quasi sempre, rotondeg- gianti. i 3. CoLLENCHIMA, — Questo tessuto, destinato, come è noto, a funzione meccanica, è sviluppato nel fusto, dove forma una zona sottoepidermica continua ed abbastanza spessa. Le sue cel- lule hanno parete ispessita, massime in corrispondenza degli spigoli. Il collenchima si trova anche bene sviluppato nel picciuolo, nella nervatura mediana della foglia ed ancora nel peduncolo che sorregge l’infiorescenza. Sulle difese foliari della Dactylopetalum Barte- ri Seconda nota del socio ALessanpro Bruno. (Tornata del 24 agosto 1905) In una precedente nota comunicavo !), l’anno scorso, 1’ os- servazione da me fatta su alcuni esemplari di foglie di una pianta esotica, originaria del Congo, la Dactylopetalum Barteri, Hook. della famiglia delle Rizoforee. In esse io ho riscontrato, inferte in varii punti della lamina, delle ferite più o meno grandi, limi- tate da un tessuto più spesso , più lucido e più scuro nel suo color mogano che non il resto della lamina e tutto simile ma- croscopicamente al tessuto, che corre lungo il contorno della foglia, a cui porge valida difesa, rendendolo intero, ispessito e molto resistente. Della importanza protettiva di questo margine è prova evidente il fatto, che in quasi tutte le foglie, che ho potuto esa- minare, sì scorge il progredire di ferite, di origine probabilmente biologica ed interessanti più o meno totalmente la spessezza della lamina, paralizzato con un cercine quale più su ho descritto. Sulla superficie del lembo, inoltre, esistono, disseminate in gran numero, delle picchiettature più o meno superficiali, che presentano i medesimi caratteri di resistenza e di colore del con- torno laminare e del margine delle ferite. La mia attenzione su tanta analogia è stata maggiormente richiamata dall'avere, in una delle foglie di detta pianta a me pervenute, riscontrato un’ampia ferita interessante insieme il mar- gine ed il corpo della lamina e della quale i confini son segnati da una neoformazione difensiva, che continua, conservandone integralmente i caratteri, il tessuto protettivo, normalmente di- sposto lungo il contorno laminare. Non restava che far l'esame microscopico di siffatte forma- zioni, per confermarne od escluderne l’analogia, per quindi in- ferirne, nel caso affermativo, l’importanza, che avrebbe pel bio- logo tale disposizione. A questo esame ho proceduto e ne avrei da gran tempo ri- ferito i risultati, se non mi avesse trattenuto la speranza di 1) A. Bruno—Sulle difese foliari della Dactylopetalum Barteri (Boll. della Società di Naturalisti în Napoli, vol. XVIII. 1904). cali — potermi procurare qualche esemplare fresco di Dactylopetalum Barterìi, su cui fare ricerche più complete ed estese. Non essen- domi ciò ancora riuscito, comunico, intanto, le mie osservazioni microscopiche sulle foglie da me presentate con la nota precedente. Lo strato esterno del contorno laminare è costituito da più serie di cellule appiattite, poliedriche ed incrostate di una ma- teria rosso-bruna, più densa all’esterno, meno verso l’interno, so- stanza evidentemente destinata a dare una rilevante solidità alle cellule, le quali, d’altra parte, già presentano sulle loro pareti un certo ispessimento. Lungo il margine delle ferite questo tessuto è altrettanto sviluppato: le sue cellule, disposte in parecchie serie, sono anche qui incrostate di una sostanza rosso-bruna: la loro forma è po- liedrica ed il loro addensamento ne rende caratteristica la di- sposizione. Quanto alle picchiettature, il microscopio mi ha permesso di constatarvi la localizzazione del medesimo tessuto, di cui sopra, e che con la sua presenza indica con ogni probabilità una rea- zione alla puntura di qualche insetto. Qui la forma delle cellule è nettamente poliedrica e l’incro- stazione è del medesimo colore bruno-intenso. Noterò, infine, come anche lungo le nervature sia ugual- mente rappresentato un tessuto di così valida difesa; qui, però, si aggiunge un secondo elemento di rimarchevole resistenza: un gran numero, cioè, di cristalli di ossalato di calcio. ni Adunque, la identità, più che l'analogia, della struttura del tessuto marginale nelle foglie della Dactylopetalum Barteri con la struttura del tessuto difensivo o almeno limitante delle fe- rite, che hanno offeso le foglie stesse, mi permette di confer- mare tutta la importanza di un siffatto tessuto, giacchè , come notavo nella mia prima comunicazione, quello stesso, che nor- malmente limita la periferia della foglia, si produce in un’ altra regione di questa, che non è la sua normale e nella quale ha tutti i caratteri di una neoformazione prodottasi [per un ufficio senza dubbio riparatore e perciò altamente protettivo: a più forte er. Sa ragione, quindi, si potrà ritenere che protettiva ne sia la fun- zione nella sua sede normale, lungo, cioè, il margine della foglia. La quale conclusione ne arreca a sua volta un contributo notevole alla dimostrazione della importanza del contorno lami- nare delle foglie, in rapporto con la protezione e con la incolu- mità delle stesse. Istituto di Botanica della R. Università di Napoli. Sulle difese marginali delle foglie. — Pel socio ALESSAN- pro Bruno. (Tornata del 24 agosto 1905) Sotto l’azione perenne e tenace delle svariate forze esterne gli organismi sono di continuo minacciati nello assolvimento delle funzioni organiche e nello svolgimento della vita sì, da dovere esaurire una non piccola parte di loro attività, per resistere alle energie, che da ogni donde ed in tutti i modi loro si oppon- gono. Non tutti gli organismi, però, son così forti, nè tutte le esterne energie così deboli, da potere queste essere vittoriosa- mente superate, senza che quelli ne risentano nella loro tipica struttura e nelle loro tipiche funzioni. Il più delle volte, invece, è indispensabile per l’ equilibrio l’ adattamento alle condizioni esterne o, come suol dirsi, all'ambiente, e l'organismo deve mo- dificarsi, dove limitando, dove esaltando la sua funzionalità. Infiniti e splendidi esempii di difese ci porgono gli esseri viventi, difese, che dalla semplice produzione di una punta o dalla secrezione di una ghiandola assurgono alle meraviglie del mimetismo. Al brillante argomento di biologia, quale è quello della pro- tezione organica, intendo io apportare qui il modesto contributo dell’opera mia, illustrando una forma di difesa nelle foglie di numerosissime specie vegetali, sulla quale è merito del Prof. G. E. Mattei di aver richiamato, or sono alcuni anni, per la prima volta, l’attenzione degli studiosi 1). * * E È ovvio a tutti, come la costituzione e morfologica e chi- mica della foglia sia tale, da offrire a non pochi animali un nido sicuro ed un pascolo facile e buono. Se spesso, però, per assicurare la propria esistenza, questi animali ricambiano in qualche modo l’ospitalità della foglia, por- 1) G. E. Matter — Sulla relazione che hanno i boschi con l’agricoltura ecc. Bologna, 1898. — 154 — gendo esempii talora cospicui di simbiosi, non di rado essi sono veri parassiti, egoistici e voraci distruttori. Per la foglia, quindi, parte delle più importanti del vegetale, sorge la necessità che sia posta nelle migliori condizioni , per far fronte a tutte le sfavo- revoli influenze dell’ambiente esterno in genere e di quegli or- ganismi in ispecie, siano animali, siano vegetali, che, ad esse ri- correndo, per averne nutrimento o protezione, o l'una e l’altra cosa insieme, non ne rispettino la integrità, nè ricambino l’utile, che ne derivano : e la foglia sì premunisce il meglio possibile contro simili invasori, armandosi di difese, delle quali è varia la natura col variare dell’offesa e dell’offensore. Or giova notare che, se sì è data, e giustamente, una grande importanza alle spine, ai peli, alle ciglia, alle produzioni ghian- dolari, ecc., non si è, però, fatta la debita considerazione del vario modo di presentarsi del contorno laminare e dell’attiva sua im- portanza nella difesa e protezione della foglia. Poichè non è senza ragione che in molte specie il margine foliare abbia carat- teri ben diversi dal resto del lembo nello spessore, nel colore, nella struttura e nei rapporti. E tanto più non deve ciò trascurarsì dalla biologia, quanto meglio si rifletta che, a parità di condizioni, è più facile 1° of- fendere una foglia a cominciare dal margine, che non da un altro qualsiasi punto del lembo. * * * Riconosciuta così per la foglia minacciata la opportunità di una valida barriera tutta intorno, affinchè l offensore desista o, per lo meno, sia ostacolato nel suo dannoso lavorio, e rivolgendo la mia attenzione al comportamento del margine nelle foglie, mi son potuto, alla stregua di una obbiettiva osservazione, convin- cere che, anche nei casi meno evidenti, il contorno laminare debba, in genere, considerarsi come qualche cosa di ben più importante che non come un semplice limite del lembo. E qui, benchè abbia raccolto esemplari di numerose specie, tuttavia mi limiterò, per ora, a descrivere quelle, nelle quali ho notato qualche carattere più saliente in rapporto allo studio in- trapreso e più degno di essere in un primo lavoro posto in luce. Riferirò in seguito delle altre, allorchè avrò potuto racco- gliere un più completo ed anche più organico insieme di esem- plari sì, da potere, con maggiore cognizione di causa e con mag- gior competenza, rilevare la somma importanza di un mezzo di — 155 — difesa, che, a quanto io mi sappia, non è stato finoggi sufficien- temente illustrato dai biologi. Ed egualmente mi riservo di illustrare con ancor più parti- colareggiato studio microscopico, ove occorra, le varie forme di contorno, di cui qui tratto. Venendo alla descrizione delle principali specie raccolte, credo bene avvertire che i gruppi, in cui le suddivido, sono quali più mi sembrano utili, in omaggio alla brevità del lavoro, ad evitare inutili ripetizioni, senza, quindi, pretesa di dare criterio alcuno di classificazione. | Riunisco in un primo gruppo parecchie specie, nelle cui foglie il margine corre a guisa di un cordone generalmente biancastro, poco spesso sì, ma resistente. Lungo tale contorno, anche quando ad occhio nudo esso ap- parisca completamente liscio, il microscopio scorge spesso un’ar- matura di peluzzi, ora corti, ora alquanto più lunghi, i quali de- vono certamente contribuire non poco alla difesa della foglia. LicustruM LUCIDUM. — Oleacee. — Giappone. Foglie semplici, intere, ellittico-lanciolate, terminanti con apice appuntito, ma non ispido. Penninervie ed alquanto coriacee, sono picciuolate ed il breve picciuolo è rossiccio e quasi com- pletamente cilindrico. i La pagina superiore è glabra, liscia e di colore verde-cupo; di un verde molto più chiaro è la inferiore, anch’essa glabra, ma leggermente rugosa. Più bianco e più trasparente del resto della foglia è il con- torno, fatto di cellule regolarmente stratificate. La sua curva si continua intera, senza sporgenza alcuna, che ne interrompa l’u- niformità. È cartilagineo ed è, forse, l’unica parte capace di of- frire una certa resistenza meccanica, costituendo così una prote- zione alla foglia. E ricordo qui l’opinione del Delpino, il quale, affermando che « alla straordinaria bellezza ed incolumità delle foglie di questa specie provvedono molto probabilmente le for- miche », non disconosce che, forse, altre cause vi concorrano. do pra SramIce PLANTAGINEUM. — Plumbaginee —Reg. mediterranea. Foglie ad apice aguzzo, con lungo picciuolo, il quale si con- tinua insensibilmente con la lamina, conservandone in massima la consistenza ed il colore. Esso è, infatti, bianco nel mezzo e verde ai margini, ripie- gati in su in guisa, da formare come una gronda a concavità in alto. Presso all’asse, il picciuolo acquista una colorazione rosea, mentre che la lamina è di color verde-cupo, la cui uniformità è interrotta solo dal percorso delle nervature, che appariscono come linee biancastre. Di un verde più chiaro è la pagina inferiore. Intorno intorno alla foglia, come anche lungo il picciuolo, corre un margine bianco, alquanto trasparente , fatto di cellule allungate e disposte a strati regolari. All’apice, però, sì innalza in una punta e le sue cellule, qui un po’ più corte delle corri- spondenti delle altre regioni, sono in serie più regolari e meno numerose. Detto margine è alquanto cartilagineo ed al mierosco- pio si rivela armato di numerosi peli di forma conica, i quali aumentano verso il picciuolo e verso l'apice, dove, però , pare cessino con l’assottigliarsi della foglia in punta. Entrambe le facce sono leggermente scabre e cosparse di una sostanza polverulenta, della quale non sarà inutile indagare la natura, concorrendo probabilmente alla protezione della foglia. Veronica speciosa.—Scrofulariacee.—Capo di B. Speranza. Foglie semplici, ovali, lanciolate, carnose, glabre, levigatis- sime, con apice abbastanza arrotondito. Delle facce, entrambe verdi, la inferiore è un po’ più chiara. Le foglie sono penninervie; le nervature secondarie sono poco evidenti, mentre la mediana spicca sul verde della lamina per il suo colorito rossiccio, caratteristico anche del margine laminare. Il quale, mentre che, sia al tatto, sia ad occhio nudo, sembra inerme, è, invece, come si scorge a piccolo ingrandimento , ar- mato su tutto il suo percorso di corti peluzzi, il cul numero par diminuire dalla base all’apice. Il picciuolo, se pur può parlarsi di picciuolo in queste foglie, è brevissimo ed espanso. "* * * In altre specie il contorno laminare delle foglie è pure leg- germente cartilagineo , ma o rinforzato da una valida dentella- tura o protetto da fitta peluria, anche macroscopicamente visi- CA i bile, e di cui invano si cercherebbe la continuazione su entrambe le superficie del lembo. Viva attenzione richiamo su questa circostanza, poichè la semplice localizzazione della peluria sul margine basta a farne intuire una specifica importanza funzionale, quale non avrebbe, se, oltre che sul contorno, si trovasse anche sul resto della la- mina. ARISTOLOCHIA CLEMATITIS. — Aristolochiacee. — Europa. Foglie cordiformi, picciuolate, palminervie, di consistenza tra membranosa e coriacea, glabre, di colore più oscuro nella pagina superiore. Il contorno è leggermente cartilagineo e corre sinuoso, in- curvandosi tra brevi e numerosi dentelli, a larga base e conici, che lo rendono al tatto un po’ pungente: il che, più che alla loro acutezza, devesi attribuire alla loro resistenza. LoniceRA sp. — Caprifogliacee. — Albania. Foglie ovali, con apice allungato ed aguzzo, picciuolate, mem- branose, penninervie, a contorno intero e regolare, e solo qualche volta leggermente lobato. Glabra su tutta la superficie, la lamina è, invece, lungo il margine rivestita da numerosi e lunghi peluzzi, che, visti a un mediocre ingrandimento, mostrano una forma appiattita, a nastro. Visurnom Tinus. —- Caprifogliacee.— Europa meridionale e Mauritania. Foglie opposte, semplici, ovali, acute, coriacee, picciuolate, penninervie, a contorno intero. Delle due pagine la superiore ha un colorito più cupo di quello della inferiore: entrambe, e mag- giormente la inferiore, sono rivestite da una peluria abbastanza evidente e, in generale, localizzata sul decorso delle nervature. L'esame di molteplici foglie di questa specie ha richiamato la mia attenzione sul fatto che esse di frequente sono, per opera di animali o di crittogame, dove più, dove meno, corrose per tutta la spessezza della lamina, che ne risulta foracchiata, mentre non mai, salvo qualche caso unico più che raro, è intaccato il margine. Ciò io credo debba trovare sua ragione nell’essere il contorno notevolmente armato di piccoli, ma numerosi peli, che continuano la peluria rivestente da ogni parte il picciuolo. Non voglio trascurare, poi, di notare come la pagina inferiore del lembo lasci vedere nella maggior parte delle foglie, specialmente — 158 — nelle vicine alle infiorescenze, un certo numero di acarodomazii più raggruppati e più grandi nella metà basilare della foglia, agli angoli formati dalle nervature laterali con la mediana. Questi acarodomazii , che il Bertoloni descrive come formazioni spon- gioso-lobate, son fatti da un insieme di molti e densi peluzzi, il cui colore giallo-rossiccio è quasi identico a quello degli acari, che si annidano in mezzo ad essi e che probabilmente da tale affinità di colore ritraggono una più valida protezione. PLumpaco LarpeNTAE. — Plumbaginee. — Capo di B. Spe- ranza. Foglie semplici, sessili, spatolate, con la base gradatamente restringentesi. — Penninervie e glabre sulle pagine, hanno il con- torno armato di numerosi peli sottili, lunghi, rossicci, molto ro- busti e aguzzi e rivolti verso l’apice della lamina, anch'esso ter- minato da identica formazione. Nei casì finora ricordati il contorno delle foglie o è liscio, senz’ altra condizione di difesa che non sia la sua stessa strut- tura, o è protetto alle volte da punte, alle volte da peli. Vi sono, però, delle specie , in cui queste due forme pro- tettive esistono insieme in guisa, da esser la foglia abbastanza bene difesa contro i possibili suoi aggressori. I quali, d’altra parte, per queste piante saranno, forse, di varia natura, giacchè sembra probabile che la irregolarità del contorno sollevantesi in punte salvaguardi la foglia da pericoli diversi da quelli, contro cui po- trebbero sufficientemente provvedere i semplici peli. Una di tali specie è la seguente. NARDOSMIA FRAGRANS. — Composite. — Europa. Foglie erbacee, picciuolate, cordiformi, palminervie, legger- mente più colorite in verde nella pagina superiore, con contorno uniformemente ondulato, che delle punte sporgenti suddividono in tanti archi a concavità in fuori. Sul margine di questi archi sì veggono numerosi peluzzi, i quali si continuano in maggior numero e più lunghi su tutta la pagina inferiore della lamina, specialmente lungo il decorso delle nervature, sicchè tale pagina è chiaramente pubescente e al tatto ed all’occhio. La pagina superiore è quasi glabra. — 159 — Il picciuolo è cilindrico , superiormente rossiccio , inferior- mente bianco-verdastro, ed anch'esso ricoverto di folta peluria. * * E E qui cade acconcio ricordare come vi siano piante con foglie presentanti lungo il loro contorno una doppia serie di punte, la cui diversità nella forma, nella grandezza, nella direzione e nella resistenza induce a ritenere che una simile difesa sia opportuna- mente predisposta contro diverse specie di offensori. A questo riguardo è notevolissima la Dasylirion acrotrichum. DASYLIRION ACROTRICHUM. — Gigliacee. Foglie lunghissime, strette, lanciolate, sfioccate all’apice, molto coriacee, validissimamente protette lungo i margini da acute spine di duplice natura: meno numerose, ma più grandi le une, molto più frequenti, ma più piccole le altre. Le prime, fortemente impiantate lungo il margine, ne di- vidono la lunghezza in altrettanti tratti, che, presso a poco uguali alla base della foglia, si rendono sempre più brevi verso l’ apice. È appunto su questi intervalli frapposti alle spine che si veg- gono inserite le punte più piccole in numero variabile da 12 a 16 in ciascun tratto, dritte ed impiantate perpendicolarmente al contorno laminare, mentre le altre sono arcuate, rivolgendo il vertice verso l'apice della foglia. Il potere di queste punte deve di certo distogliere anche grossi mammiferi da qualsiasi tentativo di offesa. * * Passo ora a piante, le cui foglie hanno un contorno abba- stanza più robusto che non nei casi precedentemente studiati, contorno, cioè, il quale, o che sia più spesso del lembo, o che ne abbia presso a poco il medesimo spessore, è, però, sempre di una resistenza, che potremo dire prettamente cartilaginea. Il più delle volte è biancastro: in qualche caso accartocciato. Infine, glabro in alcune specie, è in altre armato di peli più o meno robusti, o semplici o ghiandoliferi. Sit = LAURUS CANARIENSIS. — Laurinee. — Isole Canarie. Foglie lanciolate, lievemente aguzze all'apice, glabre, coria- cee, picciuolate, penninervie. Il margine è continuo, biancastro, resistente ed è costituito da una fitta palizzata di cellule a re- golari strati paralleli: è privo di punte e di peli. Questi esistono, invece, nella pagina inferiore, lungo le nervature: numerosi sulla mediana, meno abbondanti lungo le secondarie. Nella stessa pa- gina inferiore, la quale è di colorito più chiaro della superiore, abbondano gli acarodomazii, ciascuno nell’ascella di una nerva- tura secondaria con la nervatura mediana: se ne trovano fin nella regione apicale. OREODAPHNE FOETENS. — Laurinee. — Isole Canarie. Foglie lanciolate, con apice rotondo, penninervie, picciuolate, glabre, di color verde un po’ più scuro nella pagina superiore. Di consistenza tra carnosa e coriacea, queste foglie presen- tano un margine intero, inerme, cartilagineo, biancastro , costi- tuito da parecchi strati paralleli di cellule, formanti una densa palizzata. È frequente in questa specie la presenza nella metà basilare della pagina inferiore di un numero variabile (fino a 9?) di aca- rodomazii, rappresentati ciascuno da una densa riunione di pe- luzzi giallicci all'angolo di alcune delle nervature secondarie con la nervatura mediana. Eccezionalmente, trovasi qualche acarodomazio anche al li- mite quasi della regione basilare con l’apicale di qualche foglia, il che, però, con maggior frequenza si osserva nelle foglie più vecchie e più sviluppate. In queste, anzi, gli acarodomazii aumentano di numero e di estensione, fino a seguire per un breve tratto il nervo mediano e fondersi insieme, costituendo in parecchi come un solo e lungo acarodomazio. PersEA BoRBONICA. — Laurinee. — America settentrionale. Foglie lunghe, lanciolate, con apice arrotondito, penninervie, glabre, picciuolate, coriacee, verdi, più oscure e lucide nella pa- gina superiore che nella inferiore. Contorno intero, biancastro, inerme, cartilagineo e molto resistente. RHODODENDRON CHAMAECYSTIS. — Ericacee, — Alpi. Foglie piccole, brevemente picciuolate, ovali, coriacee, pen- ninervie, glabre, meno che al margine, il quale è armato di peli. CU. Questi, non numerosi, ma molto lunghi, specialmente se messi in rapporto con la piccolezza della foglia, terminano ciascuno con un rigonfiamento sferico e rossiccio, di natura ghiandolare, non visibile ad occhio nudo. Devo qui soggiungere che negli esemplari secchi da me os- servati in un erbario (non avendo potuto averne di freschi) non tutti i peli presentavano siffatti rigonfiamenti e quelli che ne erano privi avevano l’estremo libero come rotto e lacerato: il che, evidentemente , è da ascriversi alla caduta delle ghiandole ter- minali. Se, poi, queste cadano via per una mera azione meccanica o se per una effettiva attività funzionale, non ho potuto avere finora materiale sufficiente e adatto per riconoscere. Questi peli sono articolati sul margine della foglia, sicchè, asportandoli, restano su quello come dei rilievi, che lo rendono scabroso. RHODODENDRON FERRUGINEUM. — Ericacee. — Alpi. Foglie piccole, ovalari, brevemente picciuolate, coriacee, pen- ninervie, con contorno ondulato e rivestito da pochi, ma lun- ghissimi peli, 1 quali, a leggiero ingrandimento, si veggono pren- dere inserzione nella parte più profonda delle sinuosità marginali. La superficie della lamina è lucida ed appare come zigrinata: la inferiore si mostra picchiettata da macchiette rosso-scure, lu- cide, in modo irregolare disseminate e che, viste al microscopio, sì mostrano come delle rosette a forma circolare, fatte da tante cellule disposte a settori raggianti da un centro. Questo e l'orlo sono più oscuri; le cellule radiali, invece, sono più chiare. Sì tratta probabilmente di organi ghiandolari. Si trovano anche lungo il margine, dove si alternano, in genere, con i peli. x E Nelle specie , delle quali discorrerò ora, il contorno lami- nare è molto resistente e si distingue in modo chiarissimo dal lembo, sia per la spessezza, sia pel colore. Il colore è alcune volte biancastro, altre volte più oscuro del resto della foglia. In questo secondo caso il contorno ripete macroscopicamente l'aspetto delle nervature. L’ esame microscopico conferma, per quanto ho potuto in qualche caso verificare, tale analogia di struttura, 11 — 162 — Fra queste specie ricorderò, anzitutto, quelle, che hanno un margine intero ed inerme. Cinnamomum AROMATICUM. — Laurinee. — Indie. Foglie ellittiche, ad apice allungato ed ottuso, picciuolate, coriacee, lucide superiormente. Contorno lucido e di colore più chiaro della lamina, intero, inerme, cartilagineo, di molta resistenza, quasi tagliente. CoccuLus LAaURIFOLIUM. — Menispermacee. — Australia. Foglie lanciolate, membranose, con apice aguzzo, glabre, pic- ciuolate, di colore quasi identico su entrambe le facce. Il loro contorno è intero , ispessito e forma come un cordoncino bian- castro lungo la periferia della lamina. Al microscopio, con cui lo sì riconosce sprovvisto assolutamente di peli o altre appendici, si vede costituito di piccole cellule disposte in regolari strati, dei quali è molto notevole il numero. EucaLverus RUBIGINOSA. — Mirtacee. — Australia. Organi foliari semplici, ovato-lanciolati, coriacei, glabri, ad apice allungato, ma non aguzzo. La nervatura è pennata ed il colore varia dal verde al rosso. Il margine, leggermente sinuoso, è intero, cartilagineo e forma come un orlo limitante, più chiaro. LicustRUM cRASSIFOLIUM. — Oleacee. — Giappone. Foglie ovali, corte, alcune, anzi, col maggior diametro tra- sverso di poco più breve del diametro longitudinale, sì, da acqui- stare il lembo forma quasi circolare. Hanno un breve picciuolo e sono penninervie , glabre, co- riacee, con apice poco pronunziato. Il margine è intero, molto cartilagineo, leggermente accartocciato verso la pagina inferiore, che è molto più chiara della superiore. In questa specie esistono nettarii extranuziali descritti dal Delpino. LimsarA GLAUCA. — Laurinee. — Giappone. Foglie ovali, picciuolate, penninervie, a margine intero, con apice allungato e arrotondito. Contorno cartilagineo e rossiccio. Una fittissima peluria ricovre tutta intera la pagina inferiore, a cui conferisce un bel colore rosso-biondo con riflessi sericei ed una grande morbidezza. All’ esame microscopico si veggono i — 163 — peli lunghi, cilindrici, aguzzi e, ciò che spiega la morbidezza, di cui più su, non erti, ma distesi e tutti con la punta verso l'apice della foglia. Stropicciando questa fra le dita, la peluria cade via e la pagina inferiore resta denudata e col suo proprio colore verde-pallido. Si noti, poi, che i peli, mentre si continuano sul picciuolo, non esistono sul margine laminare. Questo, quindi, resta nettamente definito dal limite, a cui giunge la peluria sulla pagina inferiore, e sulla superiore dal co- lore rossiccio che lo distingue dal verde del lembo. Rilevo , in- fine, che su uno stesso ramo la peluria è più folta nelle foglie basse che nelle alte. Le specie che seguono, quanto al contorno, presentano , in massima, le condizioni del gruppo precedente: a differenza di questo, però, lo hanno seghettato o, per lo meno, irto di punte. CAMELLIA JAPONICA. — Camelliacee. — Giappone. Foglie ovato-lanciolate, con apice lungo ed ottuso, penni- nervie, picciuolate, di color verde-scuro nella pagina superiore e verde-chiaro nella inferiore. Il contorno, cartilagineo e biancastro, è seghettato per la pre- senza di numerosi denti, molto corti e diretti tutti verso l’apice. Entrambe le pagine della lamina sono glabre. FaLcarIA Rivini. — Ombrellifere. — Europa. Foglie pennato-partite, a lacinie molto lunghe e strette. Pic- ciuolate e glabre, hanno un margine seghettato, anzi aspramente seghettato. I denti, diretti tutti nel medesimo verso, sono molto aguzzi, di forma triangolare e limitati da un contorno biancastro ispessito. RHAMNUS ALATERNUS. — Ramnacee. — Europa. Foglie picciuolate, ovali, di colore verde-cupo nella pagina superiore e verde-chiaro nella inferiore, entrambe lucide. Penni- nervie, con apice aguzzo, hanno un contorno cartilagineo, bian- castro e frequentemente interrotto da brevi rilievi, forti ed acuti, la cui punta guarda 1’ apice della foglia, rivolgendosi, però, al- quanto in dentro. La pagina superiore è glabra, salvo che lungo il decorso della nervatura mediana e della zona vicina, su cui, mercè il dg ie microscopio, sì scorge una folta peluria; questa si osserva anche lungo la nervatura mediana, e qua e là altrove, sulla pagina in- feriore. Questa specie è da ascriversi tra le acarofile, perchè le sue fo- glie presentano nella pagina inferiore, all’ascella di aleune nervature secondarie con la mediana, degli organi acarofili, fatti da un ad- densamento di peluzzi ed appariscenti sotto forma di rilievi e di piccoli tubercoli sulla pagina superiore. Due di queste formazioni si trovano sempre al punto di distacco dalla mediana delle prime due nervature secondarie. In qualche rarissimo caso ne ho viste alla base quattro, in due coppie, ciascuna ai lati di una nerva- tura secondaria. Terminerò questa breve rassegna, richiamando l’osservazione su un certo numero di piante, che, dal punto di vista dello studio da me intrapreso, hanno un interesse tutto speciale. Sono piante che dànno un esempio cospicuo di eterofillia, essendone le foglie varie nella loro conformazione, quasi direi, di difesa da ramo a ramo. Mentre, infatti, nei rami più bassi la foglia è validamente protetta da numerose punte, queste, a misura che si salga ai rami più elevati, vanno man mano diminuendo, fino a mancare del tutto. È questo, di certo, non meno convincente esempio della par- tecipazione del margine foliare nelle funzioni protettive, ed è ancora una prova, sia del legame intimo tra struttura e funzione, sia dell'adattamento all'ambiente, sia, infine, dell'opportunità, con cul procede la natura, regolando la produzione di organi speciali là, dove è necessario, senza inutili sciupii. Nei casi in esame sono i rami più bassi quelli più esposti a pericoli da parte di grossi animali, ed è perciò che quelli soli hanno nelle loro foglie la valida difesa di punte, numerose o non, ma robuste ed aguzze, mentre che, contro offensori più pic- coli o che possano, mercè faciltà di movimenti, raggiungere la pianta a qualsiasi altezza, le foglie di. tutti i rami, armate o inermi che siano, hanno un contorno spesso e resistente. — 165 — PRUNUS CAROLINIANA. — Rosacee. — America settentrionale. Foglie semplici, lanciolate, glabre, con apice aguzzo, breve- mente picciuolate, penninervie, lucidissime nella pagina superiore, il cui color verde è più oscuro di quello della inferiore. Il contorno, biancastro e lievemente cartilagineo, è in alcune foglie inerme, in altre armato di punte, il cui numero varia da una o poche a molte. ILEx AQUIFOLIUM. — Ramnacee. — Europa, Armenia, Persia, Caucaso, Tunisia, Algeria. Foglie semplici, brevemente picciuolate, ovali, acute, penni- nervie, coriacee, glabre su entrambe le facce, delle quali la su- periore, molto lucida, è di un colore verde più scuro che non la inferiore. Il picciuolo , di forma quasi cilindrica, è appena pu- bescente. Astraendo da tali caratteri comuni a tutte le foglie dell’ Ilex aq., dobbiamo di queste distinguere su una stessa pianta due forme affatto diverse. Le foglie dei rami più elevati han forma ovale e terminano allo estremo apicale con una punta aguzza, a guisa di spina. Pel resto della lamina il margine è intero, molto resistente e biancastro. Nelle foglie dei rami più bassi, invece, il contorno, oltre al- l’appuntirsi all'apice, si rialza di tanto in tanto nel suo percorso in lunghi denti, terminanti con punta aguzza e gialliccia. Ed è degno di nota che in ciascuna foglia le punte, in luogo di tro- varsi nel medesimo piano della lamina, sono variamente dirette, in alto le une, in basso le altre, in guisa da risultare la lamina molto increspata alla sua periferia. I denti sono grandi, disuguali: il loro numero anche è vario da foglia a foglia (fino a 24?) e perfino in una stessa foglia le punte dei due lati, alle volte regolarmente appaiate, sono più spesso in numero differente. Così cospicua eterofillia deve, senza dubbio, essere in rapporto strettissimo con la necessità di difesa contro grossi animali. A questi sarebbe possibile assalire la pianta nella sua parte basilare più che nell’alta: donde il bisogno di una energica difesa in quella regione, mercè l'adattamento delle foglie, le quali, d’altra parte, consistenti come sono, offrono ai denti una salda base ed un solido impianto. — 166 — OsMANTHUS AQUIFOLIUM. — Oleacee. — Giappone. Carattere di estrema importanza in questa specie, come per la precedente, è la varietà che presentano le foglie, delle quali quelle dei rami più bassi sono piccole e fortemente irte di nu- merose punte, mentre che quelle dei rami più alti sono alquanto più grandi e meno armate. Nelle foglie più elevate, anzi, le punte sono alle volte del tutto scomparse , non persistendo di esse che l’ apicale. Si ha, però, modo di osservare facilmente tutte le forme di transizione, potendosene trovare esempio su un medesimo ramo. Nelle basse ho numerato fino a 26 punte. Queste son dirette verso l'apice ed, in generale , sono non simmetricamente disposte sui due lati, anche in rami alti. Gli altri caratteri son comuni: infatti le foglie, siano del 1° siano del 2° tipo, terminano con apice aguzzo, sono coriacee. glabre, penninervie, picciuolate. Il contorno, o molto, 0 poco, o niente armato, è, però, sem- pre cartilagineo ed un po’ accartocciato in giù. OLmepIieLLA CesatiANa. Baill. — Flacurziacee. — America meridionale. Foglie picciuolate, di forma ovale, molto allungate, con apice aguzzo. Il picciuolo cilindrico , scanalato nella sua parte superiore, presenta nel punto, donde comincia il contorno laminare, un nettario extranuziale a ciascun lato. Le foglie, di consistenza coriacea, sono penninervie e por- gono una lieve differenza nel colorito -delle due pagine, diffe- renza, che è quasi nulla nelle foglie giovani. Completamente glabre, hanno un contorno ispessito e come cartilagineo, in alcune completamente inerme, in altre armato di punte spinescenti e molto acute, il cui numero varia da foglia a foglia ed anche per ciascun lato in ogni singola foglia. Come per 1° Zlex aquifolium , anche qui, le foglie dei rami più bassi sono le più fortemente armate , sia pel numero , sia per la resistenza ed acutezza delle punte , le quali, variamente dirette, provocano come una ondulazione nella superficie laminare. Credo utile riassumere in un quadro sinottico i principali caratteri, da cui nella descrizione ha preso origine la divisione in gruppi da me fatta e che, come dicevo in principio, assoluta- mente non ha la pretesa di una classificazione, ma solo il valore di una falsariga, su cui guidare il lavoro con la maggiore brevità. \ inerme leggermente cartilagineo I peli \ armato di denti peli e denti insieme : 2 iner omofille, con margine \ PASSI cartilagineo ‘ È vata 8 | peli ghiandoliteri ® . armato di È | peli semplici e ghiand. 2 a E | x armato di punte — molto carti- \ la \_ lagineo | | inerme eterofille, con margine cartilagineo, in alcune foglie inerme, in altre va- riamente armato. * *® * A convincersi della importanza della protezione marginale, basta dare uno sguardo ad un esemplare vivente di ciascuna delle specie da me più innanzi citate e di quelle in particolar modo , nelle quali è più evidente la difesa, poichè si è colpiti dalla grande incolumità, di cui le loro foglie godono nella la- mina e particolarmente nel suo margine. E, quand’anche in piante quali 1’ Ilex, l’ Osmanthus, ecc. si scorgano foglie ferite, un’attenta osservazione fa riconoscere in primo luogo che, pur essendo numerose in via assoluta le foglie danneggiate, è, invece, minima la loro percentuale sulle incolumi, ed, inoltre, che le ferite, che rendono discontinui i tessuti, o altre offese da parassiti, non interessano, in generale, il margine e son dovute a crittogame. di i, pe Così nella Veronica speciosa ho notato spesso l’azione di pa- rassiti, specialmente sulla pagina inferiore, laddove integro è il margine. Tale anche ho visto il contorno nel Laurus canariensis, men- tre su entrambe le facce della lamina (e più sulla inferiore) ho riscontrato tracce di parassiti in una discreta invasione di cor- picciuoli rossicci. Prove non dubbie di un’azione parassitaria ho raccolto anche in non poche foglie di Litsaea glauca, ma solo sulla pagina su- periore e mai lungo il margine; e questo è appena qualche ra- rissima volta intaccato nell’ Eucalyptus rubiginosa, mentre il resto della foglia è spesso cosparsa su entrambe le pagine di una quan- tità relativamente grande di chiazze nere, circondate da un alone rosso. Allorchè, dunque, trattasi delle difese foliari, è d’uopo con- siderar distintamente la lamina ed il margine. Quando l’offensore è una crittogama o un animale con ap- parato boccale succhiatore, è evidente che la foglia potrà essere colpita direttamente nel lembo, senza che per nulla abbia ad esserne interessato il contorno, il quale, quindi, non è chiamato a svolgere la sua azione protettiva. Quando, poi, l’otfensore ha un apparato boccale trituratore o è tale, ad ogni modo, da colpire prima il margine , per indi assalire il lembo, allora è che il contorno deve essere nelle mi- gliori condizioni predisposto a respingere il nemico. Di guisa che non potrà dirsi insufficiente la difesa ottferta dal margine, solo perchè si vede colpito il parenchima laminare di una foglia. La difesa è, invece, da mettere in rapporto con la natura e col potere dell’ offensore, e la corrosione di una foglia, nella quale il margine resti intero, non intirma punto la tesi da me sostenuta. Potrebbe infirmarla, forse, a prima vista, un altro argomento: la osservazione, cioè, nelle stesse piante, di cui più su, di nume- rose foglie offese non solo nella lamina, ma anche nel margine, e ciò, non ostante la valida protezione, che quest’ultimo ottre. Qui 10 stesso aggiungerò di avere in qualche foglia di Plum- bago Larpentae osservato delle ferite interessanti anche il mar- gine: ma, sia per il loro aspetto, sia per la presenza in altre foglie di ferite, in tutto identiche alle prime, salvo che nella estensione, non raggiungendo esse il contorno, è lecito ritenere cominciata l’azione ottfensiva dal centro alla periferia e non vi- — 169 — ceversa: nella quale ipotesi è facile comprendere come il margine non si sia potuto a sufficienza proteggere : esso, infatti, nella Plumbago Larpentae è validamente armato, ma in modo attivo solo verso lo esterno. L'argomento in contrario, cui più su accennavo, perde ogni importanza, quando si consideri la morfologia e la ubicazione della foglia danneggiata ed i suoi rapporti con le foglie prossime. Questi fattori, accuratamente vagliati, mostrano come |’ ot- fesa rimonti a quando la foglia era ancora giovane, ancora nella gemma, quando, cioè, era così tenera e provvista di sì poco ener- giche difese, da non poter validamente opporsi all'assalto di un nemico qualsiasi. Nelle piante succitate, infatti, ho visto foglie corrose anche nel margine, e non*poche, ma le ho notate nello stesso tempo contorte da un lato in modo, da risultarne la nervatura mediana ricurva a concavità verso la corrosione e a convessità dal lato opposto. Da ciò si comprende come il danno alla foglia sia stato pro- dotto, quando questa era ancora in isviluppo, sicchè, arrestato, o meglio ostacolato, il normale accrescimento del lembo nella metà offesa, l’altra metà con accrescimento normale ha avuto il predominio e, quindi, come in casi analoghi avviene per qua- lunque membro di pianta o di animale, si è determinata una torsione della lamina. Ancora un argomento ne vien porto dalla seguente osserva- zione, che ho avuto agio di fare. All’ estremo di un ramo di Ilex aquifoltum ho trovato tre foglie successive, alterate per buona parte della loro lamina. Le prime due, a cominciar dal basso, lo erano molto più della terza, ed, inoltre, eran danneggiate quella di sinistra nella metà destra, l’altra nella metà sinistra, nelle due metà, cioè, vi- cine, mentre la terza lo era verso il mezzo. Infine, le prime due erano contorte abbastanza, rivolgendosi scambievolmente il vertice l'una contro l’altra. Orbene, riandando alla disposizione primitiva di esse foglie nella gemma, le metà corrose delle prime due dovevano esser situate l'una contro dell’altra ed entrambe sovrapposte alla terza, di guisa che, ravvicinando le foglie così, come dovevano esserlo nella gemma, risultava probabile che un medesimo fattore le avesse contemporaneamente danneggiate, quando, ancora erano sovrapposte, quando , cioè , erano ai principii del loro accresci- — 170 — mento e la potenzialità protettiva del margine non ancora suf- ficientemente sviluppata. * 0: Concludendo, da quanto ho riferito si rileva come anche il margine foliare si debba ascrivere fra i mezzi di difesa, di cui può disporre l’organismo vegetale. Aggiungerò, anzi, che, dalle molteplici osservazioni fatte su molte altre specie ancora, oltre che sulle descritte, mi son potuto convincere che è nella generalità delle piante che il contorno foliare presenta dei caratteri, che lo differenziano dal resto della lamina, caratteri, che, poco evidenti in moltissime specie, sì esal- tano in altre, dove maggiore è la partecipazione del margine alla difesa delle foglie e maggiore la gravità di pericoli, cui queste vanno esposte. L’ argomento a me sembra degno di rilievo e di ulteriori studii, e nella ricerca di altri esempii, che facciano al caso, e nel verificare quali modificazioni istologiche siano la base delle differenze, che macroscopicamente osserviamo. Come si sarà notato, nelle descrizioni fatte ho insistito anche sulle differenze di colore, che offrono le varie regioni di una stessa foglia e non ho trascurato di ricordare, ove ne era il caso, la presenza di nettarii extranuziali e di organi acarofili, potendo ciò giovare in seguito, se ora l'insufficienza del materiale rac- colto non permette di giudicare del loro attivo concorso alla di- fesa delle foglie. Istituto di Botanica della R. Università di Napoli. Su di una Oxalis spontanea nell’Orto Botanico di Na- poli. Nota del socio G. Ripa. (Tornata del 24 agosto 1905) Da parecchi anni nei prati del nostro Orto botanico nasce una specie di Oxa/zs, molto affine alla O. cernua, ma distinta da questa per il suo portamento più delicato e per altri caratteri, dei quali mi occuperò in prosieguo. In una mia precedente nota 1!) pubblicata in questo stesso « Bullettino », mi occupai di tale Oxralis; dissi di crederla un discendente illegittimo dell’ Oralis cernua, e, non avendola trovata descritta in nessuna opera fito- grafica, la chiamai maculata, per le sue brattee fiorali ed i suoi sepali macchiati di un color rosso-porporino. Mi sono lungamente occupato di essa, e parecchie ricerche ho fatto allo scopo di poterla meglio classificare, ma senza alcun risultato, perchè i suoi caratteri non si riscontrano in nessuna delle specie descritte. Poichè 1° O. maculata ha, come ho già detto, delle affinità con lO. cernua, ed a questa vennero erroneamente riferite altre specie “), non credo che sia superfluo ritornare sull’argomento, e dare maggiori ragguagli di essa. L’0. maculata, per i suoi caratteri e sovratutto per le sue infiorescenze multiflore , con fiori cernui, va riferita al gruppo delle Caprinae 3). Al pari di non poche altre specie di tale grup- po, la ritengo eterostila e triplostaurogama, quantunque nel nostro Orto botanico non nasca che la sola forma mesostila 4). 1) Rippa G.— Su di un probabile discendente dell’ Oralis cernua (Bull. Soc. Nat. in Napoli, vol XIV, 1900, pag. 1). 2) Rippa G. — Ulteriori osservazioni sull’ Oralis cernua (Bull. Orto Bo- tanico di Napoli, vol. II, pag. 177). 3) De CanpoLLe — Prod. syst. nat. vegetab. vol. I pag. 695. 4) Parecchie Oxralis eterostili triplostaurogame hanno il loro nettario, che è leggermente colorato , in un cercine poco appariscente, circolare, alla base esterna dell’androceo. Gli stami lunghi hanno verso la base una prominenza, il cui ufficio verosimilmente è quello di funzionare da nettarostegio. Tale pro- minenza manca negli stami brevi. Ca e Intanto, poichè anche l’Oxralis cernua è una specie eterostila, triplostaurogama, possiede anch'essa una forma mesostila, la quale potrebbe andar confusa con quella della quale m’occupo, sicchè non è fuor di proposito farne rilevare le differenze. Nell’Oralis cernua mesostila 1) le singole foglioline hanno un colorito più intenso, sono più carnose e più raccorciate ed hanno alla base una zona triangolare formata dall’ aggruppamento di numerose macchioline rossastre. Per contrario nell’ O. maculata le foglioline sono meno raccorciate, più profondamente divise, con nervature secondarie meno pronunziate e più parallele di quelle dell’altra specie e mancano della zona rossastra anzidetta. Le infiorescenze dell’ 0. cernua mesostila sono più robuste di quelle dell’ 0. maculata, le brattee non sono tinte in rosso; nell’O. maculata i bottoni fiorali sono più acuminati di quelli del- l’altra specie. In quest’ ultima il calice mostra i sepali bicallosi all'apice, uniformemente verdi, mentre nella precedente i sepali per un certo tratto nei margini ed all'apice sono colorati in rosso porporino. I corpuscoli gialli, che formano il callo all’ apice dei sepali dell’ O. cernua, sono nell’O. maculata nascosti dal pigmento rosso-porporino testè cennato. Finalmente la corolla della 0. cer- nua mesostila è di colorito giallo-pallido e più grande di quella dell'O. maculata, che è colorata in giallo-d’oro ed ha fattezze più delicate. Anche le forme mesostili di altre Oxal:s affini alla cernua potrebbero confondersi con quella in discorso; ma quando avrò detto che in nessuna di esse si ha la speciale colorazione dei sepali, ogni dubbio sarà tolto. L’Oxralis maculata è caulescente; ha il fusto bulboso, cilin- drico, verdastro o qualche volta rossastro, eretto o decumbente. Foglie raggruppate alla sommità del caule, lungamente picciuo- late, con picciuolo verde oscuro, glabro, articolato e guainante; guaina membranacea, biancastra cigliata ai margini verso l’alto e con 2 grosse ciglia, una per lato, divergenti e biancastre. Le foglioline sono obcordate, subbilobe, a lobi ineguali, cuneiformi, articolate alla sommità del picciuolo , glabre nella pagina supe- riore e raramente punteggiate di rosso, pubescenti e glauche in quella inferiore , cigiiate nei margini e terminate da una mac- chiolina rossa all'apice del nervo mediano. Infiorescenze 6-8 flore, ascellari, cimose, con peduncolo articolato alla base, pubescente 1) Rippa G.-— Osserv. biologiche sull’ Oralis cernua (Bull. Soc. Nat. in Napoli, vol. XVI, 1902, pag. 283). — 173 — verso l’apice. Fiori cernui pedicellati, di mediocre grandezza, ac- compagnati ciascuno da piccole brattee ovali-ellittiche, rosso-por- porine all’apice e nei margini, puberule. Pedicelli gracili, cilindrici, articolati, pubescenti. Calice a se- pali gamofilli alla base, ellittici, pubescenti, verdi in basso, ros- so-porporini in alto. Corolla gialla con unghia verdastra. Stami 10, ineguali, quei lunghi con una prominenza nettarostega sul dorso e con filamenti pubescenti; i 5 brevi hanno filamenti glabri e ricurvi ad S verso l'alto, volgendo così l’antera all’esterno. Il polline degli stami lunghi e brevi è di colore giallo-aranciato. Stili pubescenti; stimmi giallo-verdastri, terminati da grosse pa- pille. Capsula allungata. Sono anche affini alla Oralis cernua, e come tali alla macu- lata, VO. sericea e la compressa, descritte da Thunberg nel 1781 1); ma — al dire dello stesso Thunberg — la prima se ne distingue- rebbe sovratutto per le foglie, che sarebbero « tomentosis praecipuae subtus » mentre la seconde ne sarebbe distinta per i peduncoli uniflori, di minore lunghezza, e per i picciuoli compressi. Qualche autore ha creduto di riunire alla cerzua le due OVralis anzidette, ma, in altro mio lavoro ?) ho fatto notare come esse ne sieno distinte. Non è poi a pensare che .si possano riferire alla Oxals da me descritta, perchè mentre questa è caulescente, le due prime sono acauli ed hanno le foglie con picciuolo compresso-alato, e ciascuna fogliolina è detta « subtus Mhirsuta » per VO. compressa, e « supra virentia cum circulo rubro et pilis albis hirta: subtus to- mentosa » per VO. sericea 3), la qual cosa non si osserva nell’0. maculata. Inoltre si potrebbe credere che l’Oralis lybica del Viviani *) ovvero VO. £hrenbergu dello Schlectendal °) potrebbero essere non altro che lO. maculata ; sarà facile però dimostrare il con- trario. L'O. lybica Vis. 5), se non può dirsi con certezza che ri- 1) THuxBERG. — Dissertatio de Oxalide. 2) Rippa G. — Ulteriori osserv. sull’Oralis cernua (Ball. Orto botanico di Napoli, vol. IL. pag. 177). 3) Jacqun — O xalis monogr. pag. 34 e 40. 4) Viviani — Flora lybica. 5) SCHLECHTENDAL — Hortus halensis, fasc. I, pag. 11, Tab. VI. 5) E certamente da riferire all'O. compressa, lO. lybici descritta dal Go- dron nella Flore de France (vol. I, pag. 326). All'uopo veggasi quanto ho detto oi ag) sponde all’ 0. cernua, pure è assai ben distinta dall’O. maculata. L’O. Ehrenbergi Schlcht, deve poi senza nessun dubbio ripor- tarsi alla forma microstila dell'O. cernua, e questo si rileva non solo dalla figura che l’ autore ne dà, ma ancora dal testo, ove fra l’altro è detto «< Styl: 5 exstrorsum curvati, staminibus brevio- ribus breviores videntur.... » 1). L'Oxalis Burmanmi e VO. Pes-caprae infine sono da ripor- tarsi all’O. cernua. La varietà Namaquana di quest’ ultima, descritta da Harvey e Sonder ?), per i suoi caratteri non risponde alla 0. maculata, sicchè questa deve ritenersi affine, ma non deve confondersi con la cernua. Che poi esista affinità tra le due Oralis, vien provato dal fatto che impollinai legittimamente l Ox. maculata con il polline della forma longistila e microstila dell’ Ox. cernua e ne ottenni un buon risultato, così come l’ottenni pure, trasportando il polline degli stami brevi dell’ Or. maculata sugli stimmi del- l’Ox. cernua microstili. Le impollinazioni illegittime mi diedero un risultato poco soddisfacente. Se poi l’Oralis maculata debba ritenersi un ibrido, non ho sufficienti dati per dimostrarlo. Alcuni individui natimi da semi, riprodussero i caratteri della pianta madre, ma tutti spettavano alla forma mesostila. nelle mie: Ulteriori Osserv. sull’Oralis cernua nel Bull. dell'Orto bota- nico di Napoli, vol. 2.9, pag. 177). 1) SCHLECHTENDAL, Op. cit. 2) Harvey AND SonpER. — Flora capensis, vol. I, pag. 348. Ricerche sulla impollinazione del Castagno e del Faggio. — Nota del socio G. Rrppa. (Tornata del 24 agosto 1905) IMPOLLINAZIONE DEL CASTAGNO Per lungo tempo si è considerato il Castagno come una pianta anemofila !), perchè si credette che le sue infiorescenze ad amenti, la mancanza di organi petaloidei e lo speciale odore dei suoi fiori fossero tutti caratteri di spiccata anemofilia. Non per- tanto in prosieguo, con ulteriori e più accurate osservazioni, si è potuto dimostrare che anche il Castagno, benchè sì riferisse alle Cupulifere, deve ritenersi per entomofilo. Già da un pezzo è noto agli apicoltori che la Castanea vesca è una pianta che produce del miele, e Meurel, fin dal 1869, la indicava come nettarifera. Schròter *) assicura che un apicoltore a Soglio, Val di Bregaglia, gli mostrò del miele, fatto esclusi- vamente con i fiori del Castagno , il qual miele per altro era amaro ed aveva l’odore dei fiori di Castagno, forse perchè, du- rante la fioritura, le api visitavano esclusivamente quest’albero. Schròter, adunque, considera la Castanea vesca come specie entomofila, e ne trova la conferma nel colore vivace e nell’odore pronunziatissimo dei fiori staminiferi: colore ed odore che pos- sonsi dire caratteri, che militano a favore della entomofilia. Egli inoltre, riosservandone i fiori staminiferi, potè « constatare il fatto, che il Castagno è una pianta nettarifera » ?). Kirchner 4, al dire dello stesso Schréòter, osservò che il pol- line del Castagno è vischioso; si attacca agli insetti e non è por- 1) DeLPiNno. — Biologia vegetale, in Annuario scientifico industr. del Treves, vol. 8 (1871) pag. 328; Ulteriori osservazioni sulla dicogamia nel regno vege- tale, pag. 30. Tuttavia il Delpino, a quanto mi consta, in questi ultimi tempi ammetteva che tra le cupulifere vi fosse qualche tipo entomofilo. 2) Societé helvetique des Sciences Natur. (Compte rendu de la reunion de Zermat, 9-11 settembre 1895, pag. 74). 3) ScHROTER, in op. cit. pag. 75. 4) Krrcuner.— Uber einige irrthiimlich fur windbliithig gehaltene Pflanz in Jahreshefte Ver. vaterl. Naturk Wiirttemberg, Vol. XLIX 18593, pag. 96-110. RMRIO tato via dal vento. Tuttavia secondo quest’autore, quei della Ca- stanea vesca sarebbero dei « fiori a polline ». Un parere analogo esprime il Locco !) in una delle sue ultime pubblicazioni. Malgrado però che Schròter ed altri *) si sieno occupati della impollinazione della Castanea vesca, ed abbiano cercato di rin- tracciare il nettario nei fiori di questa pianta, non pare che le loro ricerche sieno state fruttifere. Mi sono anch'io occupato della quistione, e nella presente nota riferisco il risultato delle mie ricerche. I fiori mascolini della Castanea vesca sono, come è noto. raggruppati in spighe composte, le quali sono ascellari, allungate ed erette. Essi mostransi agglomerati, assai piccoli, di ineguale grandezza e sviluppo. Oltre che ad un verticillo di organi del perianzio (di colore biancastro), hanno anche dieci stami, i quali, benchè abbiano dei filamenti assai allungati, non sono flessibili, e sono terminati ciascuno da una piccolissima antera. Il fondo di siffatti fiori staminiferi vedesi occupato da pe- luria, e, con accorto esame. si scorge che l’ inserzione dei fila- menti attornia un glomerulo di minute protuberanze giallognole, coniche, glandolose (circa 4 o 5), ciascuna delle quali è coronata da un ciuffo di peli alla estremità. Io non dubito che siffatte protuberanze (che morfologica mente rappresentano l’avanzo del pistillo) sieno dei veri nettarili, e che ad esse sia dovuta la secrezione mellea, che sì osserva nei fiori staminiferi del Castagno. Epperò, a quanto mi risulta, tale secrezione non si può sem- pre ed agevolmente constatare, a causa di numerosi Trips ed altri piccolissimi animali, i quali infestano la infiorescenza e non esitano a raccogliere il secreto. Ho conservato per diversi giorni nell'acqua un ramo fiorito di castagno, ed ho notato che i fiori staminiferi durano straor- dinariamente a lungo, conservando rigidi e vegeti i lori filamenti di color bianco ed il polline attaccato all’antera per sei o sette giorni, e ciò malgrado che avessi tenuto il ramo esposto in luogo ben ventilato per diverse ore al giorno. Tali fiori erano alquanto melliferi, vedendosi talvolta delle gocciole di liquido insidente 1) Locco. — Bliuthenbiologische statistik, 1894. 2) Vedi pure: KxurH.—Handbuch der Blithenbiologie, Band II pag. 568. — 177 — fra gli organi dell’androceo e sui ciuffetti di peli, che coronano il vertice delle glandole delle quali ho poc'anzi detto. Tutti i caratteri fin qui riportati sono proprii dei fiori en- tomofili, e non lasciano alcun dubbio che anche quei del Casta- gno sieno da considerarsi come tali. Eppoi il polline attaccaticcio e non cadente spontaneamente dall’antera, il grande numero di fiori staminiferi, i quali sono bianchi al pari dei filamenti sta- minali, e la posizione eretta delle infiorescenze sono caratteri che militano pur essi a favore della entomofilia. Nei fiori pistilliferi di Castanea vesca non mancano adatta- menti entomofili. Difatti gli stimmi (che sono circa 6 per ogni fiore) sono puntiformi e con qualche rarissima papilla stimma- tica all’estremo dello stilo, non prestantesi a raccogliere polline anemofilo. Tuttavia non potrei con sicurezza affermare che cosa possa richiamare i pronubi nei fiori feminei del Castagno. Ad ogni modo quei pochi rami che producono fiori pistilliferi, dopo di averne prodotti 1-3, terminano anch'essi allungandosi e pro- ducendo dei fiori maschili. LE: FORMAZIONE DELLA CUPULA Nello studiare i fiori feminei di Castanea vesca ebbi agio di fare qualche ricerca intorno alla formazione dell’involucro, che li avvolge. Il frutto di Castanea, come quello di qualche altro genere di Cupulifere (Fagus, Notofagus) è circondato da un involucro, il quale ha uno scopo puramente difensivo, dovendo tener lon- tano con le sue produzioni spinose i rosicanti arboricoli. Della formazione di tale involucro si sono già occupati il Tognini !), il Celakovsky ?), e qualche altro, e in generale si ritiene che esso sia di natura puramente assile. Benchè in massima parte le mie ricerche si accordassero con quelle degli altri osservatori, pure le conclusioni ne differiscono abbastanza. 1) Togni F. — Ricerche di morfologia ed anatomia sul fiore femineo e sul frutto dei Castagno — Atti dell’ Ist. Botan. di Pavia, Ser. II, vol. 3, 1874, pag. 1. 2) CeLaKovsky L. — Uber die Cupula von Fagus und Castanea — Pringes- heim's Jahrb. ete. XXI, 1890, pag. 128 (Refer. in Just's Botan. Jahrb. vol. XVIII, pag. 394). — 178 — La cupola di Castanea, giusta le mie ricerche, si deve con- siderare come formata dalla coalizione di quattro rami distico- filli. Non pertanto si danno dei casi in cui concorrono a tale formazione cinque e perfino sei rami. Quando ciò accade, o il ramo postico o tutti due i rami postici sono sdoppiati. Ad ogni modo resta sempre salva la quadruplice divisione longitudinale dei ricci, divisione accentuata dalla porzione nuda esterna dei rami coaliti. Ciascun ramo appiattito si sviluppa come una ca- lotta sferica triangolare, ove la parte nuda è limitata dalle due righe foliari. Nell’interstizio compreso fra le due righe foliari in ciascun ramo vi è uno sviluppo di organi spinosi, la cui natura non è foliare, come potrebbe credersi, ma epidermica, essendo delle ge- nuine emergenze. I rami sono coaliti fra di loro lateralmente per i margini della loro porzione nuda, e le quattro porzioni nude in alto preparano un orificio ad otto denti, da cui emergono i tre fiori inclusi. Adunque un riccio di Castagno può essere definito come lo sviluppo di due dicasii laterali sterili con aborto del ramo me- diano, alternanti con un dicasio centrale fertile. Talvolta si danno dei ricci quinqueflori o quadriflori, ma allora è chiaro, che si sono prodotti due nuovi assi di terzo ordine. DIE, ANEMOFILIA DEL FAGGIO Nella primavera di quest'anno osservai che su di un Fagus sylvatica in piena fioritura le api accorrevano in grande quan- tità e determinavano tale un ronzio, da essere questo avverti- bile a distanza. Poichè il Faggio, al pari di molte altre cupuli- fere, è da considerarsi come anemofilo , credetti che le api si recassero a visitare i suoi fiori per tutt'altro scopo, che quello di raccogliere del miele. Le api però non si limitavano a visitare soltanto i fiori del Fagus sylvatica, ma con eguale frequenza si portavano anche a quelli di una varietà a foglie rosse del Fugus europaea ed a quelli del Fagus latifolia. Questo mi decise ad analizzare i fiori e vedere se mai anche il Faggio non fosse entomofilo piuttosto che anemofilo, come ge- neralmente veniva considerato. — 179 — I fiori maschili del Fagus sylvatica (var. cuprea)!) e quelli femminili del /. latifolta non mancano di caratteri di vera ane- mofilia. In questi ultimi gli stimmi sono assai lunghi e con abito affatto anemofilo. Quanto ai fiori staminiferi è da far notare che essi sì raggruppano in piccole infiorescenze pendule, le quali ri- cordano il tipo dicogamico anemofilo « pendulifloro » stabilito dal Delpino ?). Nei fiori staminiferi della varietà a foglie rosse del Fagus europaca notai un calice gamosepalo urceolato tinto in rosso, la qual cosa mi fece supporre un principio od un residuo di ento- mofilia; al centro si trova una piccola asticciuola pelosa, la quale non rappresenta se non il pistillo abortivo. Quantunque avessi osservato attentamente i citati fiori staminiferi, affine di rintrac- ciare la esistenza del nettario, pure di tessuto nettarifero non rinvenni indizio di sorta. Tuttavia nei fiori staminiferi di Pagus europaca ho spesso notato la presenza di qualche Trips, la qual cosa farebbe pensare che in detti fiori possa anche darsi qualche scarsa secrezione zuccherina, non potendosi altrimenti spiegare la presenza dei 7'/rps. Ciò malgrado le specie di Fagus da me osservate devono ritenersi come assolutamente anemofile. La con- ferma di questo si ha nel fatto che il polline non è attaccatic- cio, ma caduco spontaneamente ; eppoi il polline viene cacciato dalle antere e sollevato in nuvolette dalle piccole ondate di vento: ora questi sono caratteri di indubitabile anemofilia. * Contrariamente a quanto in generale si credeva, che le Cu- pulifere fossero recisamente anemofile, pure dalle osservazioni qui riferite circa la mesogamia del Castagno e del Faggio, si può argomentare che esse si possono agevolmente distinguere in due tipi; in anemofile, cioè, ed in entomofile. L’ anemofilia del Faggio, già nota del resto, trova la sua riconferma nel fatto che, ponendone dei rami fiorenti su carta 1) Nella varietà cuprea del Fagus sylvatica notai che le foglie hanno vi- stosi e regolari ciuffi di peli nella pagina inferiore, e propriamente dove le nervature seconlarie si uniscono alla primaria. Al di sotto di tali ciuffi di peli trovasi una minuscola incavazione, ma non in forma di grotta o di tasca, la quale rappresenta un bellissimo domicilio di acari. 2) Deteino F. in Annuario Scientifico industriale, vol. 8 (1871) pag. 329. Il tipo pendulifloro avrebbe « mobile il peduncolo dei fiori staminiferi; così le parti sbattute dal vento sono i fiori penduli e mobilissimi ». — 180 — bianca ed in luogo riparato delle correnti aeree, il polline ab- bandona spontaneamente ed 2 toto la cavità dell’antera, depo- sitandosi sulla carta, dove si può raccogliere. Inoltre, scuotendo il ramo fiorito, il polline scappa via sotto forma di piccole nu- vole. In ciascun fiore maschile gli stami, che sono da 3 a 9, sono inseriti in modo sull’angusto talamo da non lasciar spazio vuoto al centro, sicchè in tali fiori manca affatto il nettario. Al pari del Castagno saranno entomofile anche altre Cupu- lifere non ancora studiate sotto un tal punto di vista. Così lo saranno tutte quelle, delle quali i fiori staminiferi sono disposti in infiorescenze erette, ed avranno, oltre al polline attaccaticcio, un corpo glandolare nel centro. Ricerche ulteriori staranno a dire se mì sono apposto al vero. Su di alcuni nuovi casi di teratologia vegetale — Se- conda nota del socio G. Rippa. (Tornata del 24 agosto 1905) Sono intento, come già dissi in altra mia nota !), alla com- pilazione di un « Contributo alla teratologia vegeta- le » e vado raccogliendo e studiando tutti quei casì, i quali mi sembrano interessanti. Espongo mano a mano il risultato delle mie ricerche, sicchè la presente fa seguito alla mia precedente pubblicazione sull’ar- gomento , e contiene la descrizione di quei casi, che non sono registrati nè nel manuale del Penzig ?), nè in altra pubblicazione posteriore. CarpaMINE CreLIpoNIA Lin. Cloranzia—In una pianta di Cardamine Chelidonia, che raccolsi nell’Orto botanico, notai le seguenti alterazioni. Il calice aveva i sepali trasformati in foglioline verdi, la corolla con pe- tali verdi ma alquanto sbiaditi; l’androceo era piuttosto normale, ma le antere erano malamente sviluppate e con polline imper- fetto. Il pistillo aveva sviluppato un podogino di discreta lun- ghezza , e le valve erano divenute carenate, in modo da somi- gliare non poco al frutto della Capsella Bursa-pastoris. I fiori, che occupavano la parte alta della infiorescenza, erano maggiormente deformati, e gli stami avevano le antere verdi. Il pistillo dei fiori supremi, a differenza di quello dei basilari della infiorescenza, somigliava grandemente ad una siliquetta di Lep?- dium. Lo stimma in tutti i casi osservati era sempre regolarmen- te sviluppato, mostrandosi così la parte più refrattaria all’altera- zione. Gli ovoli sembravano alquanto alterati. Ora se si pensa che la specie ha una siliqua lunga oltre quattro centimetri, si vede 1) Rippa G.— Su di alcuni nuovi casi di teratologia vegetale — Bull. Soc. Natur. in Napoli, vol. XVIII, anno 1904. 2) Penzie O. — Pflanzen-teratologie. — 182 — che nel caso osservato era convertita in siliquetta, affine per i suoi caratteri a quelle di Lepsdium e di C'apsella. Oltre la infiorescenza terminale, la pianticella sviluppava altre tre infiorescenze ascellari, ma molto piccole, i cui fiori erano egualmente clorantici La pianta non presentava traccia alcuna nè di fungo pa- rassitico, nè di altra offesa esterna. Il fusto era normalmente svi- luppato, così come erano pure le foglie, sicchè il caso teratolo- gico descritto dipendeva da altre cause. Ed in vero, sezionando il fusto, vi scorsi delle minuscole gallerie scavate da bruchi, i quali avevano distrutto la sostanza midollare del fusto medesimo. Questo caso era analogo a quello di Brassica Napus, da me altra volta descritto 1). SreLLARIA MEDIA Vill. Sm. Della .Stellaria media sono note diverse forme, delle quali qualcuna è caratterizzata sovratutto dalla maggiore o minore grandezza fiorale ovvero dall’essere i fiori cleistogami o casmo- gami. Tutte queste forme però hanno fiori ermafroditi e fertili. Ma una pianta, nata a caso sul mio terrazzo, presentava lo strano carattere di avere i fiori unisessuali, sovratutto fisiologi- camente parlando. Ed infatti essi avevano: un calice di cinque sepali ovali-ellittici, pubescenti; nessuna traccia di corolla ed un pistillo normalmente sviluppato. In qualche fiore si notava la pre- senza di 2-3 stami, ma con antere assolutamente prive di polline. Nelle cariofillee vi è qualche esempio di specie dioiche, sicchè questo di Stellaria media, quantunque teratologico, non dovrebbe meravigliare, ma nelle specie dioiche è possibile la fecondazione, tanto naturale, quanto artificiale. La forma feminea di Stellaria assunse proporzioni conside- revoli di sviluppo, producendo una infinità di fiori, nei quali per l’assenza della corolla mancava la funzione vessillare. Ora in tali fiori non poteva aver luogo nè la omogamia (per la mancanza di stami fertili e di speciale adattamento), nè la staurogamia, per la mancata visita dei pronubi. Impollinai in diverse volte un gran numero di tali fiori, con polline preso dalla forma « macrantha » e « brachipetala » ma con 1) Rippa G. — Su di alcuni nuovi casi di teratologia vegetale — (Bull. Soc. Natur. în Napoli, vol. XVIII, anno 1904, pag. 167). — 183 — risultato assai meschino , chè appena tre semi apparentemente abboniti potetti raccogliere. Ho conservato lungamente , moltiplicandola agamicamente, questa forma, ma l'eccessivo caldo, non mi ha permesso di ulte- riormente tenerla in vita. Fapa vuLearIs Mill. Frutto bicarpellare — Il frutto delle leguminose ordi- nariamente è costituito da un sol carpello. Tuttavia per diversi caratteri si ha ragione di credere che esso sia dì origine pluri- carpellare. Ne parlano in favore anche i casì teratologici osserva- ti, dei quali qualcuno si è perfino normalizzato ed è divenuto carattere distintivo di specie (Swartzia dicarpa Mor; Caesalpinia digyna Rottl.) o di generi (Affonsea, Archidendron). Uno di siffatti casi teratologici è stato da me osservato nella Faba vulgaris Mill., in cui un frutto era costituito da due carpelli, i quali per altro erano sinfitici per circa la metà di loro lunghezza, e rac- chiudevano semi di sviluppo e costituzione normali. OxALIS corNICULATA Linn. Un fiore di questa pianta era solitario, accompagnato da 2 brattee , delle quali una con lembo più espanso e cucullato. Il calice era di 5 sepali normali, la corolla di 4 petali; l’ androceo di 9 stami, non differenziati, come di consueto, in brevi e lunghi; gineceo di 3 carpidii. OxALIS TROPAEOLOIDES Hook. In questa graziosa pianticella, tanto diffusa nell’Orto bota- nico, e che da qualcuno è ritenuto come varietà dell'O. cornicu- lata, ho notato un fiore con le seguenti alterazioni. Calice tetrasepalo, e sepali gamofilli alla base; corolla a quattro petali alternisepali ; androceo di otto stami, distinti in brevi e lunghi (4 e 4); gineceo di tre carpidii. Così alterato, questo fiore somigliava moltissimo a quello di una crocifera. — 184 — Acer osLoncum Wall. Dialisi cotiledonare — Una pianticella germogliante presentava dialisi completa in un cotiledone, quasi completa in altro, poichè il fenomeno non interessava che la sola parte la- minare di esso, lasciando normale il picciuolo. Foglia trilobata. — Nell’ Acer oblongum le foglie sono oblungo-ovali; io ne raccolsi una la quale era nettamente triloba, ‘con lobo medio più grande dei laterali, dei quali uno era meno sviluppato dell’ altro. Tra gli Acer non mancano specie a foglie lobate; sicchè il caso da me osservato, può dirsi benissimo un fe- nomeno atavico. SALVIA GESNERIAEFLORA Hort. Alla sommità di una infiorescenza di questa Salva, tra gli altri, trovai un fiore, più piccolo per dimensioni, con tubo co- rollino un po’ ventricoso e con lembo quadripartito, a partizioni opposte. Il pistillo, lungamente eserto, era di sviluppo normale; ma gli stami avevano perduto il connettivo ad altalena, ed ave- vano soltanto la mezza antera fertile, come di regola. CyCLAMEN NEAPOLITANUM Ten. Nel nostro Orto botanico il Cyclamen neapolitanum nasce abbondantemente, ed oltre al tipo se ne hanno parecchie varietà, distinte fra di loro per la forma delle foglie, per quella dei sepali e pel colorito e conformazione dei petali. Su di un vigoroso individuo di tale specie osservai diversi fiori, i quali si allontanavano dal normale. Infatti un primo fiore aveva il calice normale, la corolla di non meno di dieci petali, i quali apparentemente sembravano costituire due verticilli, ma in realtà erano disposti in ordine spirale ; la loro forma non era per niente mutata, e solamente erano divenuti liberi, con lembo ed auricole normali, cui succedeva una regolare unghia coclea- riforme, rispondente al tubo corollino urceolato dei fiori normali. Gli stami erano ridotti a due , liberi, con antere normali per forma e pollinifere, a deiscenza biporosa. Il pistillo non presen- tava nessuna anomalia, sicchè questo fiore teratologico verisimil- mente avrebbe potuto produrre dei semi. — 185 — In un secondo fiore riscontrai un calice di sette sepali, dei quali quattro erano più piccoli degli altri; una corolla di sei petali gamopetala ; sei stami ed un pistillo normalmente svilup- pati. La deformazione in questo secondo fiore osservato riduce- vasi ad un aumento numerico di sepali, di petali e di stami. Un terzo fiore differiva poco dal primo descritto. Il calice era normale; la corolla di nove petali, disposti a spirale ; un androceo di quat- tro stami ed un pistillo subnormale. Finalmente un quarto fiore della medesima pianta aveva: un calice normale di cinque se- pali; una corolla di dodici petali disposti in ordine spirale, ep- però di essi quattro erano più esterni e liberi l’ uno dall’ altro, e sei più interni, distinti in tre gruppi, ciascuno dei quali aveva 1 petali lateralmente saldati nella regione dell’ unghia e liberi nel lembo ; a tali petali ne seguivano altri due perfettamente liberi fra di loro. L’ androceo si componeva di quattro stami; il pistillo po- teva dirsi normale. In quest’ultimo caso descritto era di notevole il numero dei fillomi, che era rimasto immutato dal teorico, cioè di 25. Cosichè bisognerebbe ammettere la risurrezione di 5 staminodii teorici petalizzati, più uno stame petalizzato. UngenaDpIA specrosa Endl. Frutto tetracarpellare.—Il frutto della Ungnadia spe- .ciosa è tricarpellare. Infatti Bentham ed Hooker (Genera plan- tarum, vol. I, pag. 398) vi riferiscono il carattere di « Capsula 3-loba, loculicida, 3-valvis, coriacea, loculis 1-spermis ». Io ne raccolsi uno formato da quattro carpelli, tutti egualmente svi- luppati e con semi abboniti. ULmus campestRIs Linn. In una pianticella germogliante di questa specie notai un singolare fenomeno, del quale non mi resi conto, per le ragioni, che vado a dire. Su di unica radice, il tratto ipocotileo era perfettamente sdoppiato (ma con sdoppiamento sinfitico) e portante alla cima due coppie di cotiledoni. Era questo un individuo di Ulmus sdop- piato fin dall’inizio, nel quale si poteva scorgere tanto una mol- tiplicazione, quanto una sinfisi. Forse la più probabile interpre- tazione era quella di spiegare il fatto con la teoria della molti- — 186 — plicazione degli assi, sostenuta dal Delpino !); tuttavia potrebbe anche darsi che due oosfere fecondate sì sieno unite e fuse in parte, producendo un individuo semidoppio. L’unione dei due fusticini era accennata visibilmente da un solco mediano e da una compressione dei due fusticini assieme fusi, che si notava per tutta la loro lunghezza, essendo libere, come ho detto, le due coppie di cotiledoni e le rispettive gem- mette. AGAPANTHUS UMBELLATUS Herit. Dimeria. — Trovo in una infiorescenza di Agapanthus, tra fiori regolari, un fiore dimero. Nell’androceo vi sono quattro stami, dei quali tre sono normali ed il quarto mostra una manifesta sinfisi, completa dalla base fin verso l’apice, ove i filamenti di- ventano liberi, e ciascuna porzione si termina in un antera nor- male. Così in questo fiore vi sono 5 antere in luogo di 4. Come intanto spiegare questo fenomeno? Dipende da aborto o da altra causa ?. LiLium croceum Chaix. Una pianta di Lil2um croceum da me coltivata in vaso, pro- dusse soltanto due fiori. Di questi l’uno era normale, l’altro era esclusivamente maschile, non avendo per niente sviluppato il pi- stillo. Verificai altre piante, ma i loro fiori erano del tutto er- mafroditi ?). ArIsARTM vuLcare Kunth. Fra numerose infiorescenze di Arisarum vulgare ne rinvenni una, la quale era normale in tutte le sue parti, e soltanto un asse di fiore mascolino erasi commutato in un piccolo spadice se- condario, il quale appena fuoriusciva dalla spata. 1) DeLpino F. — Teoria generale della Fillotassi, pag. 127 e seg. 2) Nel « Bollettino del Naturalista » (Anno XVIII — 1878 — pag. 85) il sig. A. Corti scrive che in alcuni fiori di Lilium bulbiferum osservò che il pistillo era rudimentale, presentando solo una lunghezza complessiva di mm. 5.5, invece di mm. 50. Il fiore da me studiato , come ho detto, non presen- tava nessuna traccia di pistillo. — 187 — LYCOPODIUM COMPLANATUM Un ramo fruttifero di questa specie mostrava verso l'alto della spiga due altre spighette secondarie ascellari ed opposte. Una di tali spighette secondarie presentava anche una terza spighetta ascellare. Così alterato, il ramo sembrava terminato come da una in- fiorescenza ad antela. Sulle affinità tra Valerianacee e Dipsacee secondo le idee del prof. Hòch. — Nota del socio EmiLro PaGuia. (Tornata del 24 agosto 1905) Assai recentemente negli annali Botanici dell’Engler è com- parso un importante articolo del Prof. Hòck, ove è studiata la questione dell’affinità tra Valerianacee e Dipsacee, in seguito alla scoperta nella Cina centrale di un nuovo genere, dedicato allo stesso Prof. Hoòck, cioè chiamato Hockia, il quale genere , assai affine a Triplostegia, tiene il giusto mezzo fra le due famiglie. I caratteri assegnati dall'autore a questo genere sono i seguenti : «< HoecKIa. Herba perennis. Folia pinnatilobata. Inflorescentia laxa, pyramidalis. Flores symmetrici, basi epicalyce tetraphyllo instructi. Calycis limbus minimus indistinctissimus. Corolla alba vel albi rosea. Stamina 4. Fructus unilocularis ». Siccome io stesso mi sono occupato dello studio delle Vale- rianacee, anche in rapporto alla loro affinità con altre famiglie, mi piace ora riportare le conclusioni cui è giunto il Prof. Hòck, rilevando in che coincidono ed in che discordano con quelle da me ammesse, Nei suoi precedenti lavori, il Prof. Hòck, pur riconoscendo che il genere Trplostegia presentava molte affinità con le Vale- rianacee, aveva continuato ad ascriverlo alle Dipsacee, special mente per la presenza di un doppio calice, unico carattere con- siderato proprio delle Dipsacee e mancante alle Valerianacee. Ma il genere Hoòckia comprende una pianta che non diffe- risce dalla Tyriplostegia, se non per la presenza di un calice sem- plice e non doppio. Questo genere, quindi, come hanno ricono- sciuto Engler e Graebner, spetta alle vere Valerianacee; ma non potendosi affatto separare da Tyiplostegia, anche per ragioni fito- geografiche, imperocchè entrambe dello stesso territorio, si è obbligati ascrivere anche la Triplostegia alle Valerianacee, come già aveva supposto l’Hòck, in precedenti lavori, e come ora ap- punto va confermando nel citato studio. Ma, ammessa anche la yiplostegia, a calice doppio, fra le Valerianacee, cessa ogni differenza tra le due famiglie. Per que- — 189 — sto l Hòck propende a ritenere le Valerianacee e le Dipsacee come due serie divergenti di una medesima famiglia, alla stessa guisa delle Cesalpinee e delle Papilionacee, ovvero delle Rosacee e delle Pomacee. Certamente i tipi più evoluti delle due serie, come Succisa e Knautia, paragonati a Valerianella è Felia, dif- feriscono assai fra loro , però conviene riconoscere che questa differenza non è così grande come ad esempio quella fra Pirus ed Alchemilla. La disposizione cefaloidale dei fiori, caratteristica delle Dipsacee , che ha indotto gli autori a collocarle immedia- tamente vicino alle Composte , si trova anche in parecchie Va- lerianacee. Inoltre è di grande importanza il constatare che il genere Morzna, considerato come una delle Dipsacee più evolute, ripete in tutto il tipo d’infiorescenza di Tyiplostegia. Per queste ragioni l’ Hòck, riunendo le Valerianacee in una stessa famiglia con le Dipsacee, stabilisce le seguenti sette tribù o sezioni, che così caratterizza: I. PLecTRITIDEAE. — Infiorescenza dicasiale o dicotoma ; due brattee (con due stipole per ciascuna) formanti un involucro di 5-6 appendici; corolla con bozza calcariforme; stami 3; frutto triloculare , senza pappo, due logge sterili, intristite e situate, come pure lo stame dispari anteriore, in opposizione alla brattea superiore; piante erbacee, per lo più con foglie indivise. Di ori- gine americana. Genere: Plectritis, Aligera. II. VALERIANELLEAF. — Infiorescenza come nella I, talvolta cefaloidale, compressa; brattee libere ; corolla senza bozza cal- cariforme; stami 8 o 2; frutto triloculare, con una sola loggia fertile in opposizione alla brattea superiore, senza pappo ; piante erbacee, per lo più con foglie indivise. Di origine dell’ emisfero nord. Generi: Valerzanella, Fedia. III. VALERIANEAE. — Infiorescenza come nella II; brattee per lo più libere, raramente un poco connate; corolla con bozza calcariforme più o meno sviluppata; stami 3 od anche 1 solo; frutto quasi sempre (nelle erbacee) uniloculare, o triloculare ed in tal caso con una sola loggia fertile, situate come presso II, spesso con pappo ; piante per lo più perenni, raramente annue (in tal caso diverse da II per il pappo e le foglie pennatifide). Estese in tutte le parti del mondo ad eccezione dell'Australia. Generi: Centranthus, Valeriana, Astrephia. IV. PatRINIEAE. — Infiorescenza come nella II; brattee libere; stami 4, di eguale lunghezza; frutto trilocularè, con una sola loggia fertile: suffrutici con foglie pennatipartite. Originarie dell'Asia e dell'Europa Orientale. Generi: Patrinia, Nardostachys. — 190 — V. TripLostEGIEAE — Infiorescenza come nella I; brattee riunitein un semplice o doppio involucro esterno; stami 4 dieguale lunghezza ; frutto uniloculare (nell’ovario sì trovano ancora tracce delle due altre logge, che spariscono affatto a maturità); frutici od erbe con foglie pennatifide. Originarie dell’ Asia Centrale ed Orientale e della Nuova Guinea. Generi: Triplostegia, Hockia. VI. MorinzaE.— Fiori in falsa spiga, i cui verticillastri sub- cefaloidali sono ascrivibili a forme dicasiali o dicotome ; 4 brattee formanti un doppio calice esterno: stami 4, didinami; frutto uni- loculare; frutici von foglie pennatifide. Originarie dell’Asia e del- l'Europa Orientale. Generi: Morina. VII. ScasIosacraE. — Infiorescenza cefaloidale ; brattee per solito 4, formanti un doppio calice esterno ; stami 4, spesso di uguale lunghezza ; frutto uniloculare: piante perenni ed annue; foglie pennatipartite o pennatilobate. Estese a tutto il Vecchio Continente. Generi : Cephalaria, Dipsacus, Succisa, Knautia, Ptero- cephalus, Callistemma, Scabiosa, Pycuocormon. Dopo avere l Hòck così caretterizzato le tribù o sezioni in cui sono raggruppabili queste piante, egli ritiene i gruppi I, II, III, IV, V, come Valertanacee vere, ed i gruppi VI e VII come Dipsacee vere, che però propende a chiamare Seabdiosa- cee, avendo quest’ultimo nome il vantaggio della priorità, ed ancora il vantaggio d’indicare un genere abbastanza conosciuto, molto ricco di specie, e largamente diffuso. Così stabilite, le Valerianacee vere presentano infiorescenza dicasiale, ovario tri- loculare, e semi senza albume, mentre le Dipsacee vere presen- tano infiorescenza cefaloidale, ovario uniloculare, e semi con albume. Per rilevare poi le relazioni filogenetiche che esistono fra questi vari gruppi, anche in rapporto alle famiglie affini, ’Hock traccia il seguente schema genealogico : — 191 — | ORQUIIVIFIXBG 090 VOI] | VBAOVIIO() | ogeogIqopradeg QBOIULIYV A bi ogorSajso]dra], | ! oasoIqeos | i R[[PUBLIE]E A a: VULIO]( 2IPaA SNYuBIZu9n 2UBLIOTEA erqdo.19gsw OBOpuiLIgoATI ODIHUDOLNOTHD OddN'TTAS IO IdIL rr—————_—----——_-—-_r_ rrR re-—-— OOIINOLNOUHO-0UN OddA'TIAS IO IdIL ODITDOHN OddN'TTAS IA IdIL — 192 — In questo schema conveniamo perfettamente con l’Hòck nel ritenere le Dipsacee o Scabiosacee, come egli le chiama, assai prossime alle Valerianacee, ed anche riteniamo la manifesta af- finità fra Valerianacee e Caprifoliacee. L’Hòck, pure ammettendo che le Valerianacee sono affini alle Linneae , propende a farle derivare da un tipo prossimo alle Sambucee. A noi sembra però, come altrove dicemmo, che l’antenato vero delle due famiglie si debba riconoscere nel genere Abelta, od in un tipo a quello affi- nissimo, stante il carattere assai significante dell’ovario trilocu- lare, con una loggia fertile e due sterili; da questo genere sa- rebbero derivate due serie, cioè Valertanacee vere con l’inter- medio del genere Nardostachys e Dipsacee vere, con l’intermedio del genere Triplostegia. Ma dove non possiamo condividere le idee dell’Hòck è riguardo all’ affinità di queste famiglie con le Cornacee, con le Rubiacee, con le Ilicacee e specialmente con le Sassifragacee. Le Cornacee sono troppo affini alle Ombrellifere ed alle Araliacee per potere figurare come immediatamente pros- sime a queste. Le Rubiacee, pure rilevando qualche coincidenza di carattere con le Caprifoliacee, non ci è possibile ritenerle troppo affini ad esse. Ci sembra poi troppo incerta la derivazione di questo gruppo di famiglie dalle Sassifragacee , le quali par- rebbero avere altra origine e posizione. Per le precedenti ragioni è opportuno stabilire la posizione delle Valerianacee e delle Dipsacee secondo il seguente schema, che riportiamo da altro nostro lavoro: . Campanulacee Lobeliacee Caprifogliacee | Sambuceae Abelia | Caliceree Composte Cordenoviacee Stilidiacee Cifiacee Dipsacee Valerianacee Concludendo, adunque, lo studio dell’ Hòck è importantis- simo, perchè rivela nuove affinità tra Valerianacee e Dipsacee, e, rivelando i rapporti esistenti tra le due famiglie, caratterizza meglio le loro divisioni in tribù più naturali di quelle fin qui ammesse dagli autori. Sulla costituzione e genesi dello strato cuticolare dello stomaco muscoloso degli Uccelli. — Studi del socio Domenico VigorIta. (Con le tavole II, III e IV). (Tornata del 28 luglio 1901) PARTE PRIMA Il rivestimento cuticolare dello stomaco muscolare degli uc- celli può essere ancora campo fecondo d’ investigazione, per la importanza sua nella meccanica digestiva di tali animali e per le non poche, nè lievi divergenze di opinioni, che si son venute accumulando sulla sua costituzione. In effetti, esso per il suo aspetto particolare e per la sua speciale costituzione chimica rappresenta una particolarità nell’i- stologia, degna di ogni considerazione. Mentre l’ esofago presenta il suo epitelio con caratteri nor- mali e proprii, mentre tali caratteri presentano rispettivamente lo stomaco glandolare e l’intestino, troviamo invece nel rivesti- mento dello stomaco muscolare questo strato, che non ricorda niuna delle caratteristiche del rivestimento , le quali contraddi- stinguono le sezioni precedenti o successive immediate. Mi parve utile perciò insistere nell’esame di tale strato cuticolare, cercando di precisarne la costituzione e la genesi, nonchè alcuni caratteri istochimici, rilevando quindi le note istografiche, istogenetiche ed istochimiche che lo differenziano dal rivestimento delle regioni prossimiori e studiando il modo come dagli epitelii normali evo- lutivi si passi poi nella profonda modificazione del rivestimento dello stomaco muscolare, e come da questo si ritorni poi alla struttura normale propria del rivestimento intestinale. E poichè insieme ai cangiamenti superficiali hanno luogo anche le varia- zioni nella compage di tutta la parete della porzione ingerente e digestiva dell’apparato gastrico; e parecchie di queste variazioni sono state ora con maggiore precisione, ora meno accuratamente viste e descritte dai differenti autori, io non ho trascurato di notare volta per volta le differenze rilevate. Volendo riassumere quanto finora si è detto sull’argomento, devo dapprima ricordare il Cuvrrr, che, avuto riguardo al mag- 18 — 194 — giore o minore sviluppo dello strato muscolare, distingue « il gi- « gerio semplice o stomaco muscolare semplice, e il gigerio compo- « sto o stomaco muscolare composto >. L’uno e l’altro rivestiti internamente di una strato corneo di spessezza e consistenza diversa, secondo la forza di triturazione degli alimenti nei varii animali. Tale strato di natura cornea (Cuvier) sembra composto di piccoli aghi cilindrici, stipati-tra di loro e perpendicolari alle pa- reti dello stomaco ; essi sì separano l’uno dall’altro e si distaccano dalla parete con la stessa facilità. Distaccando lo strato di rivestimento interno dello stomaco muscolare dalle parti sottostanti, MANDL osservò per il primo, se- condo dice l’Oppel, la superficie di esso stomaco tutta cosparsa di forellini, che suppose essere gli sbocchi di rispettive glandole. Le quali glandole furono, difatti, in seguito descritte da altri autori, e Morin le trova stipate nel Colombo, Pollo, Usignuolo, ecc., distintamente separate mercè tessuto connettivo nei Pappa- galli, formanti gruppi nell’ Oca, e attribuisce inoltre alla secre- zione di esse glandole la formazione del rivestimento cuticolare. Il quale dice risultare formato da tanti fili, che da principio pa- ralleli, sì uniscono poi ad una sostanza contenente cellule. LEeyDIG, ritenne anche lo strato, impropriamente detto corneo, formato dal prodotto della secrezione glandolare, nella quale si troverebbero nuclei provenienti da cellule. Lo stesso MoLin, in un altro suo lavoro, dimostra che da ogni otricolo glandolare vien fuori un cilindro, e che tutti i ci- lindri, che BerLIN descrive di struttura omogenea e non formati di cellule, si mantengono paralleli in alcuni (Pollo, Colombo, Oca, ecc.); mentre in altri (Usignuolo, Passero, Pappagallo) emergono fasci di fili che, fuorisciti, s'intrecciano in modo vario. Il FLower paragona la formazione dei bastoncini, cioè dei prolungamenti dei cilindri dello strato corneo racchiusi nel lume glandolare, e la loro espulsione, allo sviluppo del pelo. Tali cilindri, da Hasse e da Cazin ritenuti anche come il prodotto del secreto glandolare, che viene sotto forma di fili, possono essere sinuosi, lineari, riuniti in gruppi, e sono annidati in una sostanza intermedia o matrice (preparata, come dice Hasse, delle cellule dei pezzi arcuati d’unione, o, come dice Cazin, dalla secrezione della mucosa superficiale) di natura omogenea, più molle negli strati profondi, con granuli più evidenti, più oscuri, più larghi, residui di nuclei cellulari. — 195 — Le reazioni chimiche fatte dal CurscHamanN sui detti fili mo- strano come essì non si alterano, se trattati con liscivio potassico a caldo e negli acidi minerali diluiti. Al contrario si sciolgono, se bolliti nell’acido solforico ed acido cloridrico. Ciò che gli fece ritenere trattarsi di una sostanza molto affine alla chitina, e la paragonò a quella che costituisce il guscio delle uova dei Pla- giostomi e dei Rettili; WrepeRsHEM, alla sua volta, paragonò lo strato cuticolare al tessuto elastico dei vertebrati superiori e Ca- zin allo strato che sì trova alla superficie delle altre mucose, come dell’intestino e dell’utero. WrepERSHEM descrive poi come ogni fi- lamento secretivo mostra alla sua terminazione periferica un ispes- simento a clava, che si presenta a forte ingrandimento come una piccola formazione cava. Il CATTANEO, parlando del Colombo, descrive la da come un insieme di lunghi prismi aderenti, disposti paralleli, non tutti della stessa lunghezza, e di qui l’aspetto scabroso della cuticola. Da ciascun prisma pende, secondo lo stesso autore, una fibra conica, intorno alla quale girano le glandole tubulari che secer- nono la cuticola. Quasi identica struttura osserva nella cuticola del Gallo. In seguito, in un altro suo lavoro sul Melopstttacus undula- tus, il CamtANEO descrive anche in quest’uccello i prismi, che però non sono aderenti fra loro, ma sepolti in una matrice epiteliale, che si colora in rosso con la miscela carmino-picrocarmina, men- tre i prismi cornei non s'imbevono dei reagenti coloranti, con- servando invece il loro colore naturale, cioè giallo-citrino. E dai risultati delle sue osservazioni deduce come la cuticola può risul- tare o dal solo prodotto della secrezione delle glandole della mu- cosa (Gallinacei, Colombi), e dalla secrezione dell’epitelio super- ficiale e glandolare insieme (Psittaci), oppure dalla sola secre- zione dell’epitelio (Rapaci). BercoNnzINI ritiene lo strato cuticolare formato, in alcuni casi, di prismi ialini, omogenei, ravvicinati fra di loro, e con ra- dici coniche che penetrano nel lume glandolare, ed in altri casì invece avente una struttura omogenea ed amorfa, senza traccia di prismi cioè, e lo considera fatto o quasi esclusivamente di se- crezione glandolare, o di secrezione grandolare e di epitelio in- terglandolare, o di sola secrezione interglandolare. I risultati del mio studio in proposito furono esposti nella mia tesi di laurea, presentata alla Segreteria universitaria nel- l’anno scolastico 1900-1901 e nella quale si conserva l'originale. Posteriormente il Bauer pubblicò la sua contribuzione all’istologia — 196 — dello stomaco muscolare, nella quale si propose di stabilire il modo di comportarsi dei fili del secreto rispetto alle cellule glandolari. Egli riconosce che mentre lo strato corneo è stato già accurata- mente studiato (Hasse, CartANA0, Cazin), lo studio della sua de- rivazione dagli zaffi di secreto degli otricoli glandolari non è in niun modo dilucidato e conclude che in accordo all’ opinione di HepenIus si debba parlare di uno stato « cheratinoide ». Impe- dito di pubblicare subito questo lavoro, perchè lontano da Na- poli, non mancai di fare comunicare notizia particolare delle mie indagini alla Società dei Naturalisti di Napoli, nella seduta del 28 luglio 1901. Da questa breve rassegna bibliografica si rileva il bisogno di ulteriori indagini sull’ argomento, avendo di mira non solo il modo di secrezione dello strato cuticolare della mucosa dello sto- maco muscoloso, ma benanco la costituzione e composizione sua. Ho eseguito le mie ricerche su materiale proveniente dalle seguenti specie : 1. Strix passerina, L. 2. Falco tinnunculus, L. 3. Passer domesticus. 4. Columba domestica. 5. Meleagris gallopavo, L. 6. Gallus domesticus. €. Anas boscas, L. 8. Anser domesticus. Per i saggi chimici ho limitato le mie esperienze allo strato cuticolare del Meleagris gallopavo, giacchè pel suo maggior svi- luppo ne è più agevole il completo distacco e più sicuro il risul- tato delle ricerche, potendo escludere qualunque partecipazione di tessuti diversi. E per lo studio poi dello sviluppo istogenetico mi son ser- vito di parecchi embrioni di pollo in diversi stadii di sviluppo, e propriamente di embrioni di sette, dieci, quattordici, diciotto, [venti] e ventuno giorni. Non ho mancato di fare delle osserva- zioni anche su stomachi di pulcini dopo quattro giorni nati. METODI DI PREPARAZIONE Trattandosi di uno studio comparativo , ho seguito sempre lo stesso metodo di lavoro. Preso di ogni specie l’intero apparato gastrico, che ho aperto longitudinalmente, l’ho lavato con cloruro di sodio, soluzione 0.75 °/o. Tra i liquidi induranti ho scelto la for- — 197 — malina in soluzione al 5 e 3 °/o, il sublimato corrosivo al 2 ‘/o, e le varie soluzioni di bicromato. A norma dei casi ho seguito i processi successivi, cioè il lavaggio in acqua e la immersione negli alcool a concentrazione crescente fino all’ assoluto, nel quale ul- timo li ho lasciati non oltre le ventiquattro ore. Come liquidi coloranti ho adoperato l’ematossilina alluminica, il carminio Mayer, il picrocarminio, la colorazione doppia di ema- tossilina e scarlatto , nella proporzione di due parti della prima ed una del secondo, secondo la formola proposta dal prof. Pala- dino. Di tutte, le due prime colorazioni mi hanno dato migliore risultato, e di queste la seconda più della prima. Il metodo tenuto per queste colorazioni è stato quello ordi- nario ed abituale per ciascun mezzo colorante. PARTE SECONDA OSSERVAZIONI PROPRIE Esporrò i miei risultati analiticamente e secondo le specie, descrivendo successivamente l’epitelio dell’esofago, dello stomaco glandolare, di quello muscolare, dell’intestino e dei relativi punti intermedii o di passaggio, a fine di mettere sottocchi la diffe- renza notevole che si trova fra il rivestimento della mucosa dello stomaco muscolare e quello delle regioni prossimiori. Strix passerina, Linn. Esofago — Esaminando una sezione trasversa dell’esofago di una Strix passerina, si vede come la superficie interna presenti elevazioni ed avvallamenti alternantisi e corrispondenti alle 1ma- gini delle pliche longitudinali tagliate di trasverso. Osservando la mucosa, la si vede risultare formata da: a) Un epitelio di rivestimento pavimentoso a molti strati e costituito di elementi, che, allungati nei piani inferiori, diven- tano poliedrici in quelli di mezzo, e gradatamente appiattiti verso la superficie. I nuclei di tali cellule sono di forma vescicolare, contengono uno o più nucleoli, e quelli degli strati profondi pre- sentano, non di rado, caratteristiche fasi cariocinetiche. Nelle preparazioni ben riuscite e con forti ingrandimenti, spesso, si può osservare la superficie echinata di queste cellule. — 198 — 8) Glandole semplici, molto numerose, vicinissime le une alle altre, disposte in un ordine unico, laddove nelle sezioni di tagli trasversali sono disposte anche in più ordini e secondo le anfrattuosità della superficie. Sono acini semplici, rotondi od ovoidali, con lunghi dotti escretori, che attraversano tutti gli strati dell’epitelio di rivesti- mento e sboccano alla superficie della mucosa. Le sezioni tra- sversali dell’ esofago (fig. 12) le presentano nella loro lunghez- za e le glandole hanno l’ aspetto di vere fiale, il cui collo lun- go sarebbe rappresentato dal dotto escretore. L’ epitelio che le riveste è fatto di elementi poliedrici, e le cellule, tagliate secondo la spessezza della glandola, mostrano la forma di prisma penta- gonale o esagonale, e, viste a forte ingrandimento, il loro pro- toplasma si presenta granulare e finamente reticolato, con nucleo piccolo e nelle cellule proprie della glandola spostato verso la base, mentre è centrale in quelle che rivestono il dotto escretore, le quali differiscono dalle altre anche perchè sono un poco più alte. Il lume del dotto escretore va restringendosi di diametro a misura che si avvicina allo sbocco. Ciascuna glandola è rivestita esternamente da una membrana propria, che proviene dal con- nettivo interglandolare, e che si arresta, in parecchi tagli, vicino al dotto escretore ad altezze diverse. AI disotto della mucosa notasi una parete propria risultante di tessuto connettivo, dal quale proviene la parete connettivale propria delle glandole, e poi succedono gli altri strati che io ometto di descrivere. Una osservazione, che non voglio trascurare di riferire, è quella che ho avuto occasione di fare sopra un esofago di Strix passerina raccolto dopo due giorni dalla morte dell’ animale. In esso le glandole non presentavano che la sola parete propria, e degli elementi glandolari non erano rimasti integri che i soli nuclei, e, raramente, qualche contorno di cellule. Nel lume glan- dolare si trovava un detrito finamente granulare, risultante pro- babilmente dal disgregamento postmortale sopravvenuto negli elementi epiteliali. A differenza di questi elementi esofagei , in- vece, le glandole del proventricolo e ventricolo conservavano il loro epitelio senza tali alterazioni. Ciò, senza dubbio, deve essere in relazione di una resistenza maggiore degli elementi di questi ultimi relativamente ai primi, e tale resistenza acquista anche maggior significato, se si pensi che nel proventricolo dovrebbe essere più facile un processo di autodigestione. Ed è da supporsi che il secreto delle glandole esofagee non sia privo, in questi ani- — 199 — mali, di potere digestivo, che si esplicherebbe forse nel caso no- stro come un autodigestione postmortale. Stomaco glandulare — La mucosa di quest’ organo non pre- senta fatti che non siano noti. Su di essa emergono numerose papille villose, rivestite esternamente di epitelio cilindrico e con esse connettivo fibrillare. Lo strato glandolare è fatto da tanti pacchetti, che hanno una forma rotonda, ovale, ovale-allungata, e sono disposti in una o due file. Ognuno di questi pacchetti glandolari è fornito di una ca- vità centrale, rivestita di epitelio, e nella quale sboccano nume- rosi tubuli glandolari semplici, disposti radialmente intorno , e rivestito di epitelio, che si tinge vivamente ai mezzi coloranti. Negl’intervalli tra gli sbocchi di questi otricoli tubulari, la ca- vità centrale presenta del pari un rivestimento sd le cui cellule però reagiscono meno intensamente alla imbibizione, ed hanno forma cilindrica, con protoplasma finamente granulare e reticolato. Il nucleo è approssimativamente rotondo, non molto grande, fornito di uno o più nucleoli , e situato presso la parte centrale della cellula, sebbene non manchino dei casi in cui è evidentemente spostato eccentricamente. Le cellule che rivestono gli otricoli hanno forma prismatica, sono più strettamente unite alla base che lateralmente , con protoplasma granulare e fina- mente reticolato, con nuclei in posizioni diverse e contenenti uno o più nucleoli. I pacchetti sono rivestiti da una membrana pro- pria connettivale, che proviene dal connettivo interglandolare. Negl' interspazii che restano tra più pacchetti vicini tra loro si osservano vasi e follicoli linfatici. Punto di passaggio tra l’esofago e lo stomaco glandolare. Dalle osservazioni fatte risulta che le glandole dell’ esofago si continuano per brevissimo tratto al di là del punto di pas- saggio, ove sottentrano le papille villose. A vero d're, questa so- stituzione delle papille villose alle glandole presenta l’aspetto di una vera trasformazione delle glandole esofagee in glandole su- perficiali dello stomaco glandolare. In altri termini, dai miei pre- parati si riporta l’ impressione come se le fiale glandolari s’ in- grandissero e si dilatassero e divenissero più superficiali (fig. 2). Nella dilaminazione della « muscolaris mucosae », evidentissima nel punto di passaggio , trovasi una sola glandola a pacchetto, più piccola delle altre che succedono, le quali sono disposte in DE I più serie. Inoltre , lo strato dei muscoli circolari dell’ esofago si conserva pressochè eguale di spessezza al principio dello stomaco glandolare, mentre lo strato longitudinale diventa più sottile. E notevole, nel punto di passaggio, la presenza di vasi ab- bastanza pieni di sangue. Stomaco muscolare. Strato cuticolare. — In generale questo strato nei rapaci non è molto solido, ma piuttosto molle. Nella Strix passerina ha dimensioni medie, e risulta formata da tanti prismi, i cui prolungamenti costituiscono gli zaffi, che penetrano nel lume delle glandole tubulari, dove seguono un cammino dritto, mentre diventano alla superficie libera inclinati e sinuosi. Fra essi si trovano degli elementi epiteliali, dove isolati, dove ag- gruppati e tutti in diversa fase di plasmolisi. Tali elementi si ri- tiene generalmente diano la sostanza interposta tra i prismi e deriverebbero dallo sfaldamento dell’ epitelio superficiale delle glandole. Nella Strix passerina , però, ho potuto osservare chia- ramente che essi possono derivare anche dalla desquamazione delle cellule dei fondi glandolari. Mucosa. — Risulta di glandole tubulari semplici, che non son tutte della stessa altezza ed hanno epitelio di rivestimento co- stituito di cellule combacianti ed ordinate per la metà basale delle glandole, mentre per l’altra metà i tubi sono rivestiti di epitelio più basso e sottile, per cui sembrano pieni, giacchè limi- tano uno spazio sottilissimo. Sono strettamente unite tra di loro e solo agli estremi sì discostano alquanto; come pure, mentre cor- rono per un buon tratto perpendicolari allo strato cuticolare, in alto poi s’incurvano leggermente. A forte ingrandimento (fig. 38) le cellule dell’epitelio glandolare hanno la forma prismatica, con protoplasma finamente granulare, con grosso nucleo spostato verso la base e contenente uno o più nucleoli. Non mancano nelle cel- lule del fondo cieco delle fasi cariocinetiche. Una sezione praticata perpendicolarmente alla lunghezza delle glandole mostra, come si vede dalla fig. 4, che esse risultano formate da tanti acini semplici, rotondi od ovali, aventi nel lume il secreto glandolare, che corrisponde alla sezione dello zaffo. Non mancano delle glandole biforcate, e la loro biforca- . zione simula quasi una comunicazione tra loro. Questo strato glandolare poggia sopra un altro strato con- nettivale, che si mantiene pressochè dello stesso spessore, e con- tiene molti nuclei sparsi, con uno o più nuclei. Uno strato così — 201 — fatto, osservato anche dal Molin, vien detto dall’Oppel membrana compatta, che la ritiene fatta di connettivo con sparsi nuclei, che mostrano una regolare disposizione nello strato. Tale membrana appartiene alla mucosa, e 1’ Oppel non sa se paragonarla alla membrana descritta nei pesci, oppure se sì tratta di una forma- zione a sè, nel qual caso il suo significato potrebbe essere il se- guente: che essa, forse di natura elastica, quantunque non avesse riconosciuto fibre elastiche nella membrana compatta, potrebbe completare o sostituire la « muscolaris mucosae ». Punto di passaggio tra lo stomaco glandolare e quello muscolare. Lo strato cuticolare comincia a presentarsi come uno strato sottile, e traccia di esso sì trova già sul limitare dello stomaco glandolare. Nelle sezioni longitudinali (fig. 6) che comprendono l’ estremo terminale dello stomaco glandolare ed il principio di quello muscolare con l’intermediario punto di passaggio, si nota il progressivo apparire di tale strato cuticolare. Sulla superficie della mucosa dello stomaco glandolare, in mezzo alle eminenze papillari della mucosa, che si vedono in lunghezza, e nello spazio che rimane tra le sezioni trasverse di tali eminenze, si nota una sostanza come rappresa, la quale qua e là ha l'aspetto finamente granulare, in qualche punto sottilmente fibrillare, con vacuoli e punti di maggiore addensamento , ed in mezzo ad essa cumuli di elementi epiteliali ancora perfettamente riconoscibili e viva- mente intinti alla colorazione. Tali cumuli epiteliali sono sovratutto evidenti sul margine libero della sezione, ove appare quasi uno strato limitante della detta sostanza, il quale ha aspetto più denso ed omogeneo. La figura dei cumuli epiteliali è varia e si vedono alcuni di essi ‘come serpeggianti fra gl’interspazi. La provenienza di questi ele- menti ammucchiati mi pare evidente. Essi devono derivare dalla desquamazione delle superficie delle villosità, laddove la sostanza granulare interposta può ritenersi dovuta in parte a metamorfosi dell’epitelio desquamato, ed in parte anche ad elaborazione delle cellule di questo, molte delle quali sono ancora floride e rigo- gliose. Seguendo via, lungo il tratto di passaggio la sostanza gra- nulare interposta aumenta sempre di più, diviene più densa e le cellule epiteliali desquamate scarseggiano, mentre le cellule ci- lindriche che ancora rivestono la superficie della mucosa presen- tansi come vacuolizzate, in modo da ricordare le cellule calici- formi nel processo della secrezione mucosa dell’intestino. Si hanno — 202 — dei punti, in cui si vede come la sostanza granulare presenta un aspetto alveolare e nel lume degli alveoli sono isole di epitelio cilindrico, le quali non sono altra cosa che le sezioni trasverse innanzi accennate delle papille. Tali note microscopiche si accentuano sempre più passando nello stomaco muscolare , ove lo strato cuticolare ha i caratteri che vedremo in seguito. I rimanenti strati presentano le seguenti modificazioni : La membrana compatta e lo strato. circolare della « muscola- ris mucosae » cessano nel punto di biforcazione. Il connettivo che si trova sotto il secondo strato della « muscolaris mucosae » dello stomaco glandolare diminuisce in spessezza, passando nello sto- maco muscolare, mentre lo strato dei muscoli circolari s’ ispes- sisce. Quella longitudinale sì mantiene quasi uniforme, come si mantiene tale la sierosa. | Nel punto di biforcazione si trovano in alcuni tagli anche due glandole a pacchetto. Punto di passaggio tra lo stomaco muscolare e V intestino. Anche qui si nota un passaggio graduale dello strato cuti- colare attraverso all’intestino, la cui particolareggiata descrizione, per opportunità di preparati, io rimando a quando parlerò del gallo, a proposito del quale ho descritto le fasi graduali di tale passaggio. Per gli altri strati le modificazioni si riducono alle seguenti: Lo strato spesso ed alto delle glandole otricolari si va man mano abbassando, e le glandole sì trasformano gradualmente in quelle di Lieberkiin, le quali appariscono , in sezione trasversa, in mezzo ad un connettivo ricco straordinariamente di corpu- scoli linfoidi, la cui presenza si nota anche per una certa lun- ghezza del principio dell’intestino. Nelle altre specie che seguono non descriverò minutamente le osservazioni fatte, ma solo farò notare le differenze che pre- senta l’una specie dall’altra. Falco tinnunculus, Linn. Poco importanti sono le differenze che presenta per ciò che riguarda l’esofago e lo stomaco glandolare ed il passaggio da quello a questo, riducendosi tali differenze a semplici modificazioni degli strati, per ciò che riguarda la loro spessezza rispettiva, — 203 — Quanto allo stomaco muscolare, lo strato cuticolare, oltre ad essere meno spesso di quello della civetta, è composto di pri- smetti molto inclinati rispetto al piano della mucosa, e che hanno anche un decorso flessuoso. Le glandole seguono un cammino tortuoso al pari degli zaffi. La membrana compatta è più mani- festa, alquanto più spessa di quella della specie precedente, ma meno ricca di questa in nuclei. Essa segue un cammino molto ondulato. È Anche qui, come per la civetta, le modificazioni del passag- gio dallo stomaco glandolare a quello muscolare sono progressive. Che anzi 1’ analogia tra le due specie è così intima, che io non esito a richiamare quanto ho descritto a proposito della specie precedente, risparmiandomi di ripeterne la descrizione. Però nel falco la membrana compatta non si arresta nel punto di transi- zione, ma continua invece per un buon tratto nello stomaco glan- dolare, rimanendo al di sopra dello strato superiore della « musco- laris mucosae », come pure essa membrana si continua abbastanza attraverso l’intestino. Passer domesticus, Linn. Nell’esofago del Passer domesticus, le cui glandole della mu- cosa hanno la forma di grossi acini, si notano molti elementi linfoidi tra gli elementi dell’epitelio di rivestimento e tra il con- nettivo che divide i due strati muscolari e quello che penetra e s'insinua tra i singoli fasci di fibrocellule, che nel passero sono robustissime. Lo strato cuticolare dello stomaco muscolare è di una spes- sezza media e si colora leggermente con il carminio di Mayer. È intramezzato da strie chiare e nel fondo si trovano pochi re- sidui epiteliali. I prismi che lo compongono sono lunghi ed esili. Le glandole tubulari della mucosa sono piuttosto brevi, hanno nn rigonfiamento alla base, e sono molto strettamente unite tra di loro. Nel rimanente non vi sono notevoli differenze dalle altre specie. Columba domestica. Le glandole della mucosa esofagea presentano un fondo di- latato, divisa ognuna da setti incompleti, per cui esse glandole pigliano la forma di acini composti. — 204 — Le papille villose dello stomaco glandolare sono corte, ade- renti fra loro e ricoperte, come al solito, di epitelio cilindrico semplice. I tubi dei pacchetti glandolari, come osservò Cattaneo, sono formati ognuno da due serie di cellule glandolari, che hanno la forma di goccia, e sono disposte lateralmente ad un sottile con- dotto cilindrico. Niente di notevole si osserva nel passaggio dall’esofago allo stomaco glandolare. Nello stomaco muscolare si nota uno strato cuticolare piut- tosto spesso e duro, che si colora anche leggermente. I sottili prismi che lo compongono presentano rami laterali, che incontrandosi con quelli di prismi vicini vi si fondono e si anastomizzano, in guisa da rappresentare veri ponti di connessione tra i vari prismi. Negl’interspazii che questi ponti lasciano tra loro si trovano elementi epiteliali in gran numero, i quali al pari dei ponti vanno gradatamente diminuendo a misura che si al- lontanano dallo stomaco glandolare, fino a scomparire del tutto in una massa omogenea, che pare risulti dalla fusione dei prismi, dei ponti e della plasmolisi degli elementi epiteliali interposti a questi ultimi. Gli zaffi che penetrano nel lume delle glandole sono quasi tutti biforcati. Le glandole, come quelle della specie precedente, hanno un rigonfiamento alla base, dove non si tro- vano tutte allo stesso livello. Sono separate tra loro da un sot- tilissimo strato di connettivo interglandolare , ed i nuclei degli elementi glandolari, di cui risultano composti, sono situati nel mezzo e sono di figura caliciforme. Nel passare dallo stomaco glandolare a quest’ultimo, si os- servano molto bene, nella zona media, i ponti che uniscono i prismi tra di loro ed i numerosi elementi epiteliali che si tro- vano annidati negl’interspazii. Meleagris gallopavo, Linn. Si notano nel fondo dell’epitelio di rivestimento dell'esofago delle propagini di connettivo, che sì arrestano ad un certo punto dello spessore dell’epitelio. Le glandole, che hanno la forma di grossi acini composti (fig. 52) sono come nelle altre specie, circondate dalla solita mem- brana propria, la quale però, in questo caso si trova in rapporto di continuità con lo strato connettivale che involge l’intero strato glandolare. Si trovano nella mucosa frequenti e numerosi ele- — 205 — menti linfoidi, che in certi punti costituiscono veri noduli lin- fatici, e non è raro il caso di osservare delle glandole, il cui lume è coartato per metà da uno di questi cumuli. Gli elementi glandolari dei diversi tubi che compongono i pacchetti glandolari del proventricolo sono di forma pressochè sferica, con protoplasma granulare, con nucleo rotondo, e con prolungamento ad uncino alla base. Nello stomaco muscolare è notevole lo strato cuticolare di grande spessore, il quale si colora leggermente col carminio Mayer, e si osservano in esso dei residui epiteliali (fig. 72). Si stacca allo stato fresco facilmente dallo strato glandolare sottostante, e molto più facilmente ancora se sì lascia lo stomaco per qualche tem- po nell’alcool a 70 °/o. Staccato, mostra sulla superficie numerose e piccole sporgenze, che altro non sono che gli zaffi che pene- trano nel lume delle glandole tubulari, e per i quali lo strato cuticolare si attacca a quello glandolare. Gli zaffi, che si aspor- tano molto facilmente dalla parte a cui sono attaccati, dissociati in glicerina, dopo essere stati in alcool a 70 °/o, od in quello al terzo, si mostrano costituiti di tanti fili che si colorano bene con il carminio di Mayer, dopo averli lasciati per circa un’ora in co- lorazione, ed alcuni mostrano una struttura come pavimentosa in superficie, come si può vedere dalla fig. 8*. Sono a margini lisci o dentati, o fuoruscendo dal dotto si fondono con altri vi- cini, o proprio sulla superficie della mucosa o anche prima di arrivarvi, allorchè i dotti delle glandole sono più brevi e con- vergono per poi sboccare insieme. Ciò dà l'impressione come se essi fossero quasi tutti, come si osserva anche nel colombo, biforcati, 0, come nell’oca e nel- l’anitra, triforcati pure. Trattati con tionina, soluzione acquosa, si colorano dopo circa un quarto d’ora, ma non mostrano alcuna presenza di mucina. Lo stesso risultato si ottiene con il carminio mucinico. Altrettanto è dello strato cuticolare. Negli acidi: HCI, HsS04 e HNO3, concentrati, dopo esservi rimasti per un quarto d’ora, si gonfiano e pigliano l'apparenza di una sostanza gela- tinosa. Dei pezzi di strato cuticolare, s'intende unitamente agli zafti, trattati con gli acidi suddetti, concentrati ed alla temperatura dell’ebollizione, si sciolgono dopo mezz'ora; trattati a freddo con gli stessi reagenti, occorre un tempo maggiore per ottenere lo stesso effetto. La potassa caustica, in soluzione al !/s 00, ha iden- tica azione, quantunque essa sia efficace dopo un più lungo tempo. — 206 — Per poter concludere sulla natura del detto strato cuticolare ho istituite ricerche comparative con pezzi di unghie e di scaglie delle zampe di tacchino, nonchè pezzi di elitre di una Melolontha vulgaris. Di ogni organo ho preso la stessa quantità, circa quat- tro centigrammi, che ho sciolto in sei centimetri cubici dei rea- genti suddetti. La reazione è stato identica per le unghie e per le scaglie e diversa da quella dello strato cuticolare, il quale ha invece presentato analogia di reazione con le elitre della Melolontha vulgaris. Ciò indica chiaramente che lo strato cuticolare ha co- stituzione che, mentre è diversa da quella delle unghie, è iden- tica o si avvicina moltissimo alla composizione delle elitre. Le rispettive reazioni, con i risultanti colori, sono prospet- tate nella tavola annessa (tav. II). Sulle soluzioni così ottenute, beninteso quelle sole dello strato cuticolare, ho praticato il metodo del Trounner per la ricerca dello zucchero, ma i risultati sono stati negativi. Un ultimo esperimento fatto sullo strato cuticolare è stato quello descritto dal Bauer nel suo ultimo lavoro: « Beitrag zur Histologie des Muskelmagens der Vogel » e che è il seguente : Preso uno stomaco muscolare di tacchino l’ho fissato in un miscuglio a parti eguali di bicromato di potassa, sol. 5 °/o; ed acido osmico, sol. 2 °/o, facendovelo restare per 24 ore. Per la preparazione dei tagli ho seguito i soliti metodi, e per colori ho adoperato, fra quelli che consiglia il Bauer, il bleu di metilene e la safranina. E difatti con tali metodi son riuscito a vedere nello strato corneo le granulazioni descritte dal Bauer. Tornando, dopo questa breve digressione , alla descrizione istografica, devo dire che le glandole della mucosa hanno la so- lita forma tubulare semplice, e sono riunite in gruppi di cinque ed anche più, come si può vedere dalla figura. Le cellule non sono perpendicolari all'asse delle glandole, hanno una forma che s'avvicina alla sferica, ed hanno un uncino dalla parte che s’at- tacca all’asse glandolare. Tanto la zona media che trovasi fra lo stomaco glandolare ed il muscolare, quanto quella che trovasi fra quest’ ultimo e l'intestino non offrono niente di notevole. — 207 — Gallus domesticus. Le cellule epiteliali di rivestimento dell’esofago sono molto appiattite negli strati superficiali, sicchè la loro forma non è perfettamente delineata; quelle degli strati medii sono pentago- nali con nucleo evidente; quelle degli strati profondi confinanti col corion hanno la forma rotondeggiante più o meno regolare. Il passaggio dallo stomaco muscolare all’intestino è anch'esso contrassegnato da trasformazioni graduali della mucosa e spe- cialmente da modificazioni nella superficie dell’epitelio che la ri- veste. Lo strato spesso, denso ed omogeneo di rivestimento va mano mano perdendo il suo aspetto uniforme, e la sostanza di cui esso consta non è più così vitrea ma presenta qua e là ele- menti formali, i quali reagiscono vivamente alle colorazioni, come del pari la sostanza vitrea mostrasi anche più facilmente tingi- bile. Gli zaffi, i quali al livello dello stomaco muscolare pene- trano diritti come radici nel terreno, nel lume degli otricoli glan- dolari, raggiungendo in massima il fondo di esse e conservan- do una relativa pallidezza alla colorazione al carminio, comin- ciano ad accorciarsi nel punto di passaggio verso l’ intestino, sono di colorito più roseo con lo stesso trattamento, sono meno omogenei, fino a che all’inizio dell'intestino assumono un carat- teristico decorso spiroide, stretto, e sono fortemente colorati in rosso. Corrispondentemente, lo strato superficiale diviene meno continuo, presentasi qua e là con larghe interruzioni, nelle quali si trovano gruppi di elementi cellulari, in cui il protoplasma è quasi completamente scomparso, residuandone uno strato periferico più denso, quasi un limite più accentuato, mentre il nucleo presen- tasi ridotto ad un piccolo granulo. Procedendo oltre , si giunge alla struttura tipica dell’ intestino, e del caratteristico strato co- ticolare non rimane che qualche blocco più o meno meschino attaccato alla superficie. In ultimo queste tracce scompaiono com- pletamente. Anas boscas, Linn. Nell’ epitelio di rivestimento dell’ esofago si possono distin- guere due zone: la superficiale più sottile, fatta di elementi molto corneificati, con nuclei o molto piccoli o addirittura assenti; l’altra inferiore, più spessa, le cui cellule sono in uno stato di maggior af, - ge floridezza, con nucleo frequentemente eccentrico e con limite pe- riferico abbastanza deciso ed evidente. Lo strato glandolare poggia su di uno strato di connettivo compatto, quasi di forma rigida, che si colora come la parete propria delle glandole e come il connettivo fibrillare interglan- dolare. Lo strato cuticolare è spesso e si colora leggermente. Gli zaffi, emergendo dalle glandole, si fondono tra loro e costitui scono uno strato omogeneo, il quale dà l’apparenza d’inviare pro- lungamenti biforcati o triforcati nello interno dei lumi glandolari. Nella porzione dello stomaco muscolare vicino all’intestino ed in quella vicino al proventricolo, le glandole poggiano su uno strato di connettivo fibrillare, anzichè sullo strato sottile di « mu- scolaris mucosae, » e tale connettivo è, per struttura, analogo a quello visto nell’esofago. i Anser domesticus, Linn. Gli elementi superficiali dell'epitelio pavimentoso dell'esofago sono nettamente distinti dai medii, e lo strato profondo epite- liale presenta delle approfondazioni, entro cui penetra il connet- tivo del corion sottostante. Queste approfondazioni di altezza differente possono talora accompagnarsi lungo la spessezza dello strato epiteliale. Lo stomaco muscolare sì presenta come quello dell’ anitra, ed una sezione praticata nel senso trasversale dello strato glan- dolare mostra (fig. 9) l’ aggruppamento delle glandole in fasci costituiti da dodici ad una quarantina di glandole. I fasci sono separati da connettivo compatto, e nei lumi glandolari si vede il detrito, che in certi fasci occupa quasi tutto lo spazio, od anche lo divide in due, tre, quattro lobi. Ciò dipende dallo sviluppo maggiore o minore dello stroma, giacchè dove esso è più svi- luppato si ha una divisione maggiore. In alcuni di questi fasci sì trova, fra il detrito e la parete propria del fascio, un reticolo. — 209 — PARTE TERZA SVILUPPO ISTOGENETICO DELL’ APPARATO Embrione di pollo di sette giorni. Come alle osservazioni istografiche esposte innanzi, ho pra- ticato una serie di ricerche sullo sviluppo istogenetico. Nei giovani embrioni la cavità gastrica sì presenta come un semplice rigonfiamento del tubo digerente primitivo , senza dif- ferenziamento alcuno, non fornito nè di muscoli nè di glandole. La spessezza delle sue pareti è uniforme, e l’epitelio che le ri- veste è eguale (Cattaneo 221, 1884). In un embrione di sette giorni si distinguono nettamente l’esofago, lo stomaco glandolare e quello muscolare. Al micro- scopio questi tre organi si mostrano così costituiti: Esofago. — La mucosa è fatta di epitelio stratificato, le cui cellule aventi una forma quasi sferica, hanno protoplasma come striato. Segue un sottilissimo strato di connettivo sottomucoso. Nella tunica muscolare si distinguono gli strati di muscoli, quantunque non ancora nettamente distinti tra di loro. Stomaco glandolare. — Lo strato della mucosa è quasi iden- tico a quello precedente, e si osservano delle invaginazioni, che danno luogo, in certi punti, già ad acini glandolari semplici. Il connettivo sottomucoso, che segue, forma uno strato alquanto più spesso che non quello dell’ esofago , dal quale però non differi- scono i due strati muscolari e la sierosa. Stomaco muscolare. — La mucosa, come negli organi prece- denti, conta un maggior numero di cellule, e non ancora si nota nessun accenno ad invaginazioni dell’ epitelio. La tunica musco- lare non è di spessezza uniforme, essendo maggiormente svilup- pata in basso. Embrioni di dieci giorni. Nell’esofago di quest’'embrione la mucosa presenta degli av- vallamenti, e gli strati della muscolare sono ben distinti tra loro. Lo stomaco glandolare presenta un più gran numero di in- vaginazioni e quindi di acini glandolari. Gli strati muscolari sono 14 IE-: gea ben distinti, e nella sottosierosa i vasi sono completamente formati. Osservando lo stomaco muscolare, si nota internamente un piccolo strato di una sostanza omogenea, come se fosse muco, trasparente ed incolore, e non manca anche nello stomaco glan- dolare. A questo strato succede quello dell’ epitelio stratificato costituente la mucosa, alla cui superficie sì notano in gran nu- mero delle spesse spine, e dove il piccolo strato di sostanza omo- genea si stacca da quello della mucosa sì vedono le dette gra- nulazioni restare attaccate ad esso strato. Ciò fa pensare che le dette granulazioni non siano che il primo prodotto della secre- zione glandolare. Embrioni di quattordici e di diciotto giorni. In quest’embrione la mucosa dell’esofago si mostra a larghe ondulazioni, e sì nota qualche invaginazione del suo epitelio stra- tificato. Gli strati della muscolare sono completamente formati, e non è raro il caso di trovare, massime nel terzo strato, evi- denti gangli nervosi. Lo stomaco glandolare mostra ancora lo strato di sostanza omogenea visto precedentemente, ma più spesso di quello. La mu- cosa, fatta a leggieri avvallamenti, ha le cellule dell’epitelio ci- lindrico stratificato lunghe e finamente granulari. Segue il solito strato di connettivo sottomucoso , indi quello glandolare, i cui acini glandolari, come si vede dalla fig. 12, incominciano a rag- grupparsi tra loro, e sono rivestiti internamente di epitelio stra- tificato, con elementi cubici e prismatici, ed esternamente cir- condati da connettivo, che rappresenterebbe la membrana propria della glandola. Comparisce pure lo strato inferiore della « musco- laris mucosae ». Nello stomaco muscolare l’accenno di strato cuticolare visto innanzi si presenta maggiormente sviluppato e leggermente co- lorato, assumendo inoltre uno stato filare. É diviso in due pic- coli strati, di cui il primo ha un aspetto omogeneo e poco colo- rato, ed il secondo invece, che contiene le granulazioni, assume una colorazione rosea. La mucosa si presenta leggermente plichettata e rivestita di elementi cilindrici allungati, con protoplasma finamente granu- lare, con nuclei fusiformi e molti granuli. Tra questi elementi si osservano degli spazii irregolari, che raffigurano grosse cellule ca- liciformi. Le cellule superficiali mandano delle propagini nell’in- — 211 — terno della mucosa , e già si vedono formare le glandole tu- bulari. Ancora più distinti si presentano i tre organi costituenti lap- parato gastrico in un embrione di diciotto giorni. E la loro strut- tura è anche più differenziata di quella dell'embrione precedente. Difatti, nell’esofago si notano pliche molto sporgenti e rive- stite di epitelio pavimentoso stratificato, nonchè frequenti inva- ginazioni di questo, che danno poi piccole glandole acinose sem- plici. Gli altri strati sono maggiormente sviluppati. Nello stomaco glandolare , oltre a presentarsi lo strato cu- ticolare quasi compatto, si osservano i pacchetti glandolari, che hanno raggiunto il loro completo sviluppo, disposti in un’ unica serie. Lo strato inferiore della « muscolaris mucosae »; abbastanza sviluppato, non è continuo e presenta, negl’interspazii dei pac- chetti glandolari, dei piccoli rialzi. E lo strato cuticolare dello stomaco muscolare è più spesso e più compatto di quello osservato nell’embrione precedente. Le glandole tubulari sono quasi completamente formate; gli strati muscolari ben distinti, e la sierosa contiene delle fibrille connettivali con molti granuli interposti. Embrioni di ventuno giorni e pulcini dopo quattro giorni nati. Gli organi dell'apparato gastrico dell’ embrione di ventuno giorni si presentano sempre più sviluppati di quelli degli em- brioni di cui innanzi, e più differenziata ne è la loro struttura. Nell’esofago di questi embrioni si osserva la completa for- mazione delle glandole acinose semplici. Il sottile strato cuticolare dello stomaco glandolare è più compatto, ed i pacchetti glandolari, che si trovano al disotto di uno strato ben distinto e continuo di « muscolaris mucosae », sono completamente formati, disposti in due serie e divisi fra di loro da setti connettivali. Segue un sottile strato muscolare circolare, indi uno più robusto longitudinale, e poi un altro cir- colare, meno sottile del primo, nel quale si trovano dei gangli. La sierosa, piuttosto spessa, è ricca di cellule connettivali. E nello stomaco muscolare, lo strato cuticolare, nella cui massa si trovano disseminati degli elementi epiteliali, è molto spesso e si colora leggermente col carminio Mayer. Esso risulta formato come di tanti prismi i cui prolungamenti costituiscono gli zaffi che penetrano fin quasi alla metà delle glandole tubu- lari, che, nell’embrione di ventuno giorni, sono belle e formate. — 212 — Gli strati muscolari che seguono, ricchi di vasi, seno molto sviluppati e robusti, in modo da formare una rete con rigogliosa parete. Nel pulcino di quattro giorni poi gli organi e la loro strut- tura sono completamente formati e differenziati. Le glandole dell’ esofago hanno ancora la forma di acini semplici. Di modo che le glandole acinose composte, che si tro- vano nell’individuo adulto, si possono ritenere come formate dallo aggruppamento di più acini semplici. CONCLUSIONI 1.° Lo stomaco muscolare degli uccelli ha un rivestimento spe- ciale, lo strato cuticolo-ventricolare, che si differenzia fondamen- talmente dall’epitelio pavimentoso stratificato dell’ esofago e che pare risulti da metamorfosi dell’epitelio della regione e da secre- zione delle cellule di questo. 2.° La sua comparsa si accenna già verso il limite dello sto- maco ghiandolare con alcune modificazioni nello aspetto della superficie della mucosa, e queste vanno progressivamente aumen- tandosi a traverso il segmento di passaggio tra stomaco ghian- dolare e muscolare, per raggiungere in quest’ultimo la loro più caratteristica espressione. 3.0 Analogamente graduale è il passaggio dello strato in pa- rola nel limite verso l’intestino, ove si passa dalla struttura del rivestimento proprio dello stomaco muscolare a quella caretteri- stica dell’intestino, attraverso modificazioni successive, sulle quali ho specialmente richiamata l’attenzione a proposito del gallo. 4.0 Tale strato cuticolo-ventricolare è già accennato nell’em- brione di pollo di quattordici giorni, contrariamente a quanto afferma il Cattaneo. Nello stesso periodo di sviluppo è anche evi- dente la progressione graduale del suo apparire e se ne trovano già tracce visibili al limite dello stomaco glandolare. 5.° Al microscopio esso si presenta costituito di una sostanza o finamente granulare ed addensata, ovvero ha aspetto più omo- geneo ed appare in prismi regolari caratteristici, che si colorano bene con il carminio di Mayer, con la tionina ed altre sostanze coloranti. Quest'ultima forma rappresenta probabilmente una fase più differenziata della prima. In entrambi i casi a questa sostanza sì trovano frammezzati elementi epiteliali, ancora normali o in diverse fasi di metamorfosi. — 213 — 6.0 Tali elementi epiteliali provengono, oltre che dalla super- ficie dell’epitelio ghiandolare, in modo limitato anche dal fondo dello strato ghiandolare, come ho potuto osservare nella civetta. 7.0 Quanto alla costituzione chimica di esso, si può dire che le sue reazioni lo avvicinano molto alla sostanza chitinosa, mentre lo differenziano dalla sostanza cornea. 8.° La struttura delle varie sezioni dell'apparato subisce an- ch’essa trasformazioni nel passaggio dall’ esofago allo stomaco ghiandolare, da questo a quello muscolare, e dallo stomaco mu- scolare all’ intestino. 9.0 Tali cangiamenti sono graduali e progressivi ed interes- sano non solo la mucosa che si modifica nel suo epitelio e nelle sue ghiandole, ma anche subordinatamente i rimanenti strati della parete, i quali presentano modificazioni nella successione e nella spessezza rispettiva. ‘ Sento il dovere di rendere le più vive e sentite azioni di grazie al Prof. Paladino , che mi fu largo di aiuto e di bene- voli e sapienti consigli, durante il corso delle mie ricerche. Istituto d’ Istologia e Fisiologia generale di Napoli. — 214 — BIBLIOGRAFIA BauER M. — Beitrag zur Histologie des Muskelmagens der Vogel. BerGoNnzINI — Sulla struttura dello stomaco dell’ Alcedo Rispida. — Atti della Soc. dei Nat. di Modena; Memorie, serie 3%, vol. 4°. Anno 19.0 1895. BERLIN — Bijdrage tod de spijsvertering der Vogeles. Nederlandsch Laucet. 3. Serie, 2 Jahrgang p. 57-58, 1 Tafel, Gravenhage 1852-53. CartanEO, G. — Istologia e sviluppo dell’apparato gastrico degli uccelli, 1884. — Sulla struttura e formazione dello strato cuticolare (corneo) del ventriglio muscolare degli uccelli. — Bollettino scientifico VII, pag. 86, Pavia 1885. Cazin, M.— Sur la structure de la muqueuse du gésier des oiseaux. — Bulletin de la société philomatique de Paris, 9 janv. 1886. 7 série, 10 Bd. — Contribution à l’étude des mugueuses gastriques. — Association francaise pour l’avancement des Sciences, 16 Session —Toulouse (Congrès de Tou- louse, 26 sept. 1887) p. 267. Paris, 1887. - CurscaMmaNnN, H. — Zur Histologie des Muskelmagens der Vogel. — Zeitschr f. wiss. Zool. Bd. lt, H. 2. 1886. Cuvier, G. — Lecons d’anatomie comparée, publiées par G. L. Duvernay. Pa- ris An. XIII-XIV (1799-1806), Tom. III, XX, Art. IV. De l’ésophage et de l’estomac des oiseaux, pag. 404-411, Vedi anche la seconda edizione in 8 vol. Paris, 1835-46. FLower, W H.— On the structure of the Gizzard of the Nicobar Pigeon and other granivorous Birds Proceedings of the Zoological Soc. London, pag. 330-334, 2 pl., 1860. Hassk, C. — Beitrige zur Histologie des Vogelmageus, Zeitschrift f. rat. Me- dicin Bd. 28, H. 1. 1886. HepeNIUs — Chemische Untersuchung der hornantigen Schicht des Mushelma- geus der Vogel-Skaudin.—Arch. f. Phys. Bd. ILI, 1892. LeypIie. F.— Lehrbuch der Histologie des Menschen und der Thiere. 5b1 S. Frankfurt a M. 1857. Manpr, L. — Anatomie microscopique divisée en deux séries: 1° Tissus et or- ganes; 2° Liquides organiques. T. I Histologie. fol. Paris 1838-47. Ton. II. Morin, N.—Sugli stomachi degli uccelli.—Separatabdruck aus Deukscriften der Wiener Akademie, math. naturw. Klasse III. Bd. 2. Abt. 4 Tafelu 24 S. Vienna, 1850. — Sugli stomachi degli uccelli — Relazione accademica del socio ordinario Costa, in Rendiconto della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, Anno I, p. 36-39, 1852. OppEL, A. — Lehrbuch der Vergleichenden Microskopischen Anatomie der Wie- belthiere — Erster theil—der Magen. Bd. I, S. 155. Jena, 1896, n. Bd. II, Zweiter teil. Schlund und darm. Jena, 1897. Wiepersaem, R.— Die feineren Strukturverhiiltuisse in Muskelmagen der Vé- gel. — Archiv. fir mikerosk. Anatomie, Bd. VIII, S. 435-452, 1 Tafel, 1871. — Die feineren Strukturverhiltuisse der Driisen in Muskelmagen der Vogel. Dissert, 25 S., 1 Tofel. Wurzburg, 1872. — 215 — SPIEGAZIONE DELLE FIGURE (Tav. III E tav. IV) Fig. 1— Sezione trasversale dell'esofago di Striîx passerina : Te, a Koristka® i 2 — Sezione longitudinale del punto di PARsESe gio tra l’esofago e lo sto- maco glanlolare di Strix passerina: ob. a E 3. Roristka. » 8 — Stomaco muscolare di Strix passerina: a n; Koristka. » 4— Sezione trasversale dello strato glandolare dello stomaco muscolare Ap pg SE, È di Strix passerina : = Koristka. » 5 — Porzione di uno dei fili che compongono gli zaffi; = to Koristka. » 6 — Sezione longitudinale del punto di passaggio tra lo stomaco musco- 3 Ta tubo aper- lare e quello glandolare di Strix passerina: 5 Koristka. » — Sezione trasversale delle: Fora glandolare dello soa ‘muscolare di Anser domesticus; Si 3 Koristka. » 8 — Sezione ani nonale dello stomaco muscolare dell'embrione di pollo a 3 3 DS) » 9— Sezione sralporsala pelo stomaco muscolare dell’embrione di pollo di 10 giorni; di 10 giorni; 2 Pea g Koristka. » 10—- PErAenS e Sn dell'embrione di pollo di 14 gior- ni; TA i Koristka. » 11 — Sezione trasversale DCO stomaco glandulare dell'embrione di pollo di 14 giorni; ; cha g oristka. » — Sezione a “dello stomaco muscolare dell'embrione di pollo di 14 giorni; 2-® ° tubo aperto Koristka. Tutte le suddette figure sono state riprodotte con la camera lucida di Abbe. LETTERE COMUNI A TUTTE LE FIGURE e — connettivo. cf — » fibrillare. co — » interglandolare. el — elementi linfoidi. epgl — epitelio glandulare. epr — >» di rivestimento. eps — >» sfaldato. fgl — fasci glandolari. gl — glandole. mi — mucosa. mm — muscolaris mucosae. membrana compatta. » propria. muscoli. ‘n " otricoli glandolari. pacchetti glandolari. . parete propria. papille villose. secreto glandolare, secreto primitivo. strato cuticolare. strato glandolare. strato cuticolare primitivo. vasi. i i zaffi. Per una rettifica. — 4 proposito di una proposta classificazione degli Acantocefali. — Pel socio Fr. Sav. MONTICELLI. (Tornata del 24 agosto 1905) In una mia nota sull’ Eckinorhynehus rhytidodes completata, nel manoscritto, nell'ottobre del 1904 e depositata per la stampa il 30 novembre 1904, ma, per ragioni tipografiche e litografiche, pubblicata con ritardo, nel maggio del 1905 [Annuario Mus. Zool. Università Napoli (N.S.) Vol. 1. N. 25, 2 maggio 1905 « Su di un Echinorinco della Collezione del Museo Zoologico di Napoli (Echinorhynchus rhytidodes Monticelli »], fondandomi sulle ricerche ed osservazioni dello Shipley, a proposito del suo n. g. ArRyn- chus (hemignathi) e della nuova famiglia di Acantocefali creata per esso, degli Arhynchidae, ho creduto, dando maggior valore alla caratteristica negativa degli Arhynehus (Vl assenza di pro- boscide) di ripartire gli Acantocefali, da considerarsi, più che un ordine, come una classe, nei due ordini degli Apronomenida (senza proboscide: 1’ Arhynchus Shipley) e dei Pronomenida (tutti gli altri Echinorinchi finora noti). Mentre licenziavo le bozze della suddetta mia nota ho potuto leggere il lavoro di Liihe « Geschichte und Ergebnisse des Echi- norhynchen Forschung ec. (Zool. Ann. 1. Bd. 8° fascicolo, Ann, 1905), il quale, a pag. 342, osserva che il nome proposto dal Shi- pley di Arkynchus è preoccupato; e quindi propone sia cambiato in quello di Apororhynehus Shipley 1899. Non ero più in tempo per tener conto di questa giusta osservazione nel mio scritto; ma la correzione non muta per nulla l'essenza delle cose, e la rettifi- cazione del nome può farsi facilmente dal lettore a giorno della questione. Mi interessò , pertanto, il fatto che il Liihe, a pag. 341, ritiene pienamente giustificato il genere Apororhynehus con la « typische weil einzige Art A. hemignathi Shipley » contro il Merval, del quale ribatte gli argomenti, che, in una sua nota preliminare, considera la forma illustrata dallo Shipley come appartenente al genere Neorhynchus, brevemente riassumendo le caratteristiche che, a suo credere, { ‘ustificavano questa con- où clusione; ma senza, pertanto, discutere il carattere dell’ assenza — 218 — della proboscide: carattere, che, secondo il Liihe, sarebbe da solo suf- ficiente per distinguere la specie di Shipley dai Neorhynehus (Mer-. val, L. Sur les Acanthocéphales des Oiseaux, Note preliminaire: Rev. Suisse. Zool. Tome 12. 1905). Quantunque la nota del Merval, dall’ A. gentilmente inviatami a suo tempo, mi fosse sfuggita, rilettala dopo il lavoro del Liihe, fui contento che questa non alterava per nulla le mie deduzioni sistematiche generali negli Acantocefali, basate sul lavoro di Shipley; intorno al quale, per la valutazione dei caratteri dell’ Apororhynchus come genere di- stinto, si era di accordo con il Liihe. Ma il Merval serbava ad entrambi una sorpresa rivelatrice, perchè nella sua « Monographie des Acantocéphales d’Oiseaux (Rev. Suisse. Zool. Tome 13, 1905), di recente pubblicata, per critica interpretazione delle figure e del testo dello Shipley e per l'esame di esemplari dell’Echinorinco studiato da questo A. (provenienti dalle collezioni di Vienna e di Berlino) ha potuto concludere che esso è realmente, per le sue caratteristiche, un Neorhynchus privato accidentalmente della proboscide, che potrebbe conogni probabilità essere rimasta strappata dal corpo (bulla). Il Merval quindi considera lE. di Shipley, come del resto aveva già fatto precedentemente nella nota preliminare senza darne una così pa- tente dimostrazione, come Neorhynchus hemignath. Stando così le cose, le conclusioni del Liihe confortanti, in base al carattere dell’assenza della proboscide, quelle di Shipley nel ritenere ben fondato il n. g. cadono di fatto; perchè la probo- scidemancanegliesemplaridelloShipley,nondifetta nelle specie! Conseguentemente tutta la classificazione da me proposta non ha più ragione di essere; perchè gli Aproromenida non esistono più fra gli Acantocefali!; che, naturalmente, sono tutti dei Pronomenida: i due nomi da me creati devono per conseguenza cadere in disuso ed essere dimenticati! Prima che altri criticasse il mio operato ho voluto farlo io stesso per mettere le cose a posto e dire francamente come è che sono stato condotto ad ingom- brare la sistematica con una inutile nuova proposta fondata, nella buona fede, sulle osservazioni dello Shipley, che, non da solo, ho ritenute per salde e fondate (v. Liihe) intorno al genere Arhynchus. Il quale, ammesso e valutato alla stregua dei carat- teri riconosciutigli dal suo autore, mi ha condotto alle conclu- sioni sistematiche generali innanzi esposte: purtroppo fondate sulla caratteristica di una proboscide accidentalmente strappata dall’ animale ! Contributo alla flora murale e ruderale di Napoli, pel socio Fr. pe Rosa. (Tornata del 24 agosto 1905) Chi, passeggiando nella nostra città, leva lo sguardo più o meno in alto è richiamato molto di frequente a mirare qualche pianta, che ha trovato modo di nascere sui fabbricati, riuscendo a volte di avventizio ornamento, per quanto poi di dannosa causa di deterioramento dell’edificio o di alcuna delle sue parti. mentre, se ben si fa attenzione, le specie predominanti sono quasi dovunque le stesse, sia per l’esposizione del muro o della cornice sulla quale sono impiantate, sia per l'altezza del piano dal suolo, pure c'è modo spessissimo d’incontrarsi in altre relativa- mente non ovvie, sia che appartengano, come d’ordinario , alla flora locale, sia talvolta a quella coltivata. Non mancano pure esempii di piante da piena terra, e più di frequente, ciò s'intende, di quelle, che soglionsi coltivare in vaso, a fin di diletto ed ornamento, su balconi e terrazze. Si aggiunga poi che in una città vecchia come la nostra, e dove, poco per rispetto convenzionale all’ antico, più spesso per mancanza di cura alla buona conservazione degli edifici e mo- numenti, qualche volta pregevoli, avviene di sovente che piante più o meno, ma sempre dannose, per l’effetto e le conseguenze delle loro radici, si riscontrino proprio dove meno si crederebbe. Nè è raro il caso di trovarne di quelle che sono fra le più no- tevoli come agenti di disgregazione in posti, che meglio andrebbero garentiti e rispettati. Sulle vecchie mura quasi ruderali di fortilizi e sui residui delle cinte urbane non è meraviglia che vi si rinvengano, perchè colà l’azione corroditrice degli agenti fisici ed atmosferici, assieme a quella dei vegetali inferiori, per un lungo periodo di tempo, hanno costituito dei sostrati terrosi, sui quali è più agevole la germina- zione e la vita dei vegetali evoluti. Ma se alle vestigia di antichi monumenti dei quali più la fantasia che il ricordo può ricostituirne mentalmente le antiche forme, l’ ornamento di spontanea vegetazione riesce talvolta di i — 220 — utile complemento estetico, dove più il bisogno di conservazione della statica si richiede, la flora spontanea riesce essenzialmente dannosa. Pare perciò in generale sia cosa opportuna il richiamare l’attenzione dei possessori degli stabili e più di tutto le pubbliche amministrazioni, che possono darsi il vanto, certamente non in- vidiabile, di avere i fabbricati più ricchi di flora pensile, affinchè se ne diano un po’ di conto. Ogni tanto invero una certa resipiscenza non manca e si accorre a sopprimere gli ospiti più o meno infesti, ma spesso passano anni e l’opera demolitrice seguita, anche in conseguenza dell’imperfetto e vano modo di tor via dai fabbricati le piante, che vi hanno preso abituale dimora. Massime per le specie pe- renni e più ancora per quelle arboree certamente non è agevole impresa, ma per lo meno dovrebbesi con maggior frequenza ed oculatezza ritornare al lavoro. Ponendo intanto mente a questo stato di cose, da un certo tempo a questa parte, son venuto osservando quelle piante, che vivono in quelle speciali stazioni ed ho cercato di studiarle, sia come unità specifiche, sia in riguardo alla loro frequenza, alla loro posizione e sviluppo, non mancando a suo tempo di notarne qualche fatto di maggior rilievo proprio a qualcuna di esse ed accenando a quello, che potesse aver rapporto con la dissemina- zione naturale. Non ho la pretesa intanto di aver fatto opera completa, ma ho creduto di abbozzare un lavoro d’ indagine, che meriterebbe essere forse continuato, tanto più che ho avuto occasione per qualche specie di notare come aumenti per essa l’area di diffusione. Nonpertanto non è da ritenersi che le stazioni indicate sieno le sole dove le specie si riscontrino, ma soltanto quelle, che mi è stato dato di notare volta per volta. Prima d’ogni altra cosa è bene d’ intendersi circa i diversi posti, ai quali si riferiscono le osservazioni ed il riscontro delle specie menzionate. Non è da considerarsi con la indicazione di muro ogni qualsiasi parete, ma quei muri che servono alla par- tizione di proprietà nell'abitato e talvolta a riparo di vie e scale pubbliche, non quelli destinati a trattenere il terreno soprastante per differenza di livello rispetto alle strade. Per tetti e lastrici non è da far riserve od aggiungere chia- rimenti, così per i cornicioni e le altre parti di edifici pubblici e privati. La nostra città nondimeno di veri ruderi pochi davvero ne presenta, chè tutti hanno subito le trasformazioni prodotte dal- — 221 — l’ esigenze edilizie dei tempi nuovi, ma tratti di muraglie non mancano, come porte dell’antica città e forti con i relativi ba- stioni e torri, che mostrano davvero la loro potente resistenza all’ingiurie del tempo, ed all’incuria veramente deplorevole ed im- perdonabile delle amministrazioni cui sono affidate. In qualche punto poi, a riparare scoscendimenti e trattenere frane, furono da un pezzo costruiti ripari, che restarono opere greggie, che, data la loro natura e posizione meglio ancora, come veri ruderi si prestarono a costituire ottime stazioni di flora spontanea. In generale i nostri edifici coverti d’ intonaco, per la mag- gior superficie vanno esenti dall’ ospitare piante; ma i muri e le muraglie di tufo vulcanico cementati da malta ,con i loro dorsi per lo più pianeggianti, danno con i cornicioni e qualche speciale costruzione, ricca di anfrattuosità pel materiale da cui risulta o di sinuosità nel disegno del suo modello, un ricco campo di so- strato alla vegetazione spontanea. Si noti che questo studio è limitato alle sole piante vasco- lari, e che per la classificazione di esse mi sono avvalso princi- cipalmente, nei limiti del possibile, del « Compendio della Flora Italiana » dell’ Arcangeli, non mancando, secondo il bisogno, di ricorrere ad altri sussidi. ELENCO SISTEMATICO DELLE SPECIE F'ilicinese 1. Polypodium vulgare L. — Questa felce, frequente sui vec- chi alberi nei boschi e sui muri ombrosi, l’ho trovata sulla mu- raglia di Castelnuovo dal lato prospiciente via S. Carlo, esposta a N.W. specialmente sulla parte più alta ed in prossimità d’una feritoia, dove si era accumulato uno straterello di terriccio. Le piante avevano sviluppo mediocre, essendo il posto abbastanza colpito dal sole. 2. Grammitis leptophylla Sw.—Rara. L’ho trovata una volta, a qualche metro dal suolo, presso una grondaia, sul muro dell’ex monastero di S. Domenico maggiore dalla parte della piazzetta Ca- sanova a N. 8. Scolopendrium”vulgare Act. — Relativamente ovvia nella parte interna del boccaglio dei pozzi e cisterne di tutta Napoli. L'ho trovata abbastanza bene sviluppata su d’un muro della R. Università degli studi, di lato ‘alla chiesa del Gesù vecchio; ma i migliori esemplari a notevole sviluppo si trovano numerosi in un cortiletto interno dell'ex monastero di S. Lorenzo maggiore. — 222 — 4. Adiantum Capillus-Veneris L. — Frequentissima nei pozzi e cisterne, l’ho trovata spesso sotto i cornicioni nell’interno di alcuni palazzi antichi e presso qualche grondaia in via Tri- bunali, via Settembrini, via Forcella, a tutte le esposizioni. È notevole che nasca nelle commessure dei marmi della base dell’ obelisco dell’Immacolata a piazza Trinità maggiore a S.W. In generale non si eleva molto sul piano della strada e rarametne oltrepassa 1 quattro metri, e le piante hanno sviluppo limitato con colore costantemente verde tenero e durante la state perdono spesso la fronda. 5. Pteris aquilina L. — Questa felce, così frequente nei bo- schi, che infesta i terreni sterili e che approfonda tanto il suo rizoma, da riescire difficile il distruggerla in certi campi, ha tro- vato modo ‘di allogarsi in un grosso cartoccio di marmo del- l’obelisco a piazza Trinità maggiore e propriamente in quello che è a S. W. e costituisce la prima base ornata. Notai questa felce in quel posto circa tre anni or sono ed allora aveva uno sviluppo relativamente limitato e presentava una larga ed elegante fronda verso S. Ora invece si è presentata an- che verso W. ed evidentemente il rizoma ha trovato modo di espandersi fra i marmi ed il modello in muratura. La presenza di questa felce merita attenzione, perchè essa è rarissima nella flora murale. 6. P. cretica L.-— Rara. Ne raccolsi qualche esemplare nel cortile dell'ex monastero di S. Domenico maggiore e ne ho viste al vico Sacramento a Foria presso una grondaia, che perdeva acqua, donde il muro esposto a N. era tutto inverdito. Poacese ©. Erharta panicea Sm. — Questa graminacea, originaria del capo di Buona Speranza, è diffusissima fra noi e si presenta frequentemente sui muri d’ordinario grezzi. Ne ho trovata molta verso l’ ospedale militare della Trinità al corso Vittorio Emma- nuele, al Vasto a Chiaia, a Monte di Dio ed altrove. Assume sviluppo secondo il posto dove cresce; presso lo sbocco d’ un fognuolo alla calata di S. Antonio ai monti, ne ho raccolto di notevole grandezza. 8. Setaria verticillata P. B. — Frequente dovunque sui cor- nicioni e specialmente sul dorso dei muri rustici. L’ ho raccolta al Vasto a Chiaia, a via dei Mille, al corso Vittorio Emmanuele, — 223 — e trovasi sul barbacane del Chiatamone, sui lastrici di Castelnuovo a qualunque altezza ed a tutte le esposizioni. 9. Digitaria sanguinalis Scop. — Abbastanza frequente sui muri al corso Vittorio Emmanuele, al Mandracchio, al ponte della Maddalena. 10. Cynodon Dactylon Pers. — Ovvia dovunque sul dorso dei muri, sui cornicioni e fra le cementature degli embrici dei tetti. 11. Lagurus ovatus L. — Non rara sul dorso dei muri; ab- bonda sui ripiani del barbacane del Chiatamone verso S. E. e sul muro di Castelnuovo verso il mare. 12. Milium multiflorum Cav. — Abbastanza raro. L'ho tro- vato in un angolo del muro della funicolare di Montesanto, espo- sto ad E. 13. Aira capillaris Host. — Non frequente. L'ho trovata sul dorso di un muro del nuovo tratto di via S. Pasquale a Chiaia, a via dei Mille e sul muro accosto al ponte della Sanità verso N. E. 14. A. Tenorii Guss. — Anche meno frequente. L'ho trovata sul barbacane del Chiatamone a S. 15. Avena fatua L. — Abbastanza frequente al Corso Vit- torio Emmanuele presso l'ospedale della Trinità ed al ponte della Maddalena, sull’orlo dei lastrici di varie case basse esposte ad W. 16. Sclerochloa rigida Panz. — Frequente sul ciglio di muri e sui cornicioni dovunque, specialmente esposti a N. 17. Poa annua L. — Comunissima sui muri e terrazze a tutte le esposizioni. Assume maggiore o minore sviluppo, secondo che è impiantata su straterelli terrosi più o meno alti. 18. P. bulbosa L. — Assai meno frequente della precedente. Trovasi spesso sul dorso dei muri. Ne ho raccolto alla Sanità, a Ponte nuovo ed a S. Erasmo, a tutte le esposizioni assolate. 19. Cynosurus echinatus L. — Frequente sui muri alla Sa- nità, al corso Vittorio Emmanuele, a Pontecorvo, al Chiatamone, al Mandracchio ed alla Maddalena, d’ordinario a S. E. 20. Koeleria phleoides Pers. — Frequente. Al Chiatamone, al Carmine ed alla Sanità, abbonda verso il mare a tutte le espo- sizioni assolate. 21. Festuca ovina L.--Rara. L'ho trovata sul primo ripiano del barbacane del Chiatamone, su di uno strato di terreno ab- bastanza alto, a S. E. 22. Vulpia ligustica Lk.—Frequente al Chiatamone. al Car- mine, a Castelnuovo, alla Sanità, al corso Vittorio Emmanuele presso S. Lucia al monte, quasi sempre ad esposizione meridiana. — 224 — 23. Bromus maximus Desf.—Abbastanza rara. L'ho trovata al corso Vittorio Emmanuele verso la Trinità, alla via nuova di Capodimonte ed al Chiatamone. 23. B. tectorum L. — Frequentissima sul dorso dei muri, sui lastrici e su qualche cornicione, al vico Carogioiello, sull’obelisco di Trinità maggiore, a Castelnuovo sui tetti della cortina e sui lastrici verso il mare a tutte le esposizioni, più frequente verso S. 25. Lolium perenne L. — Abbastanza frequente alla Sanità, al corso Vittorio Emmanuele, a via dei Mille, a Piedigrotta, al Chiatamone, a Castelnuovo, sui muri del Carmine, d’ ordinario assieme ad altre piante, che l’aduggiano. 26. Brachypodium silvaticum R. et S.—Una sola volta l’ho trovato su di un muro a via S. Gennaro extra moenia. 27. Secale cereale L. — L’ hio trovata una volta in via San Giovannie Paolo agli Ottocalli, presso una caditoia d’ un vecchio lastrico a circa cinque metri dal suolo. La pianta era debole e la spiga relativamente breve. Esposizione a N. Questa specie sfuggita alla coltivazione è notevole pel posto dove l’ ho trovata, perchè nei dintorni non s’ usa di coltivarne. 28. Hordeum secalinum Schreb. — Rarissima. L’ho trovata solo sul barbacane del Chiatamone. 29. H. murinum L. — Frequentissima sul dorso dei muri a Piedigrotta, al corso Vittorio Emmanuele, alla Sanità, a Foria , al Reclusorio, a Pontenuovo, al castel del Carmine, al Mandrac- chio, a Castelnuovo ed al Chiatamone, a tutte le esposizioni as- solate. Cyperacese 30. Cyperus rotundus L. — Rara. L'ho trovata al corso Vittorio Emmanuele sotto il parco Grifeo a S. Aracese 81. Arum italicum Mill. — Rarissima. L’ ho trovata una volta, che usciva dalla feritoia di un muro alla salita del Petraio verso N. Asparagacese 52. Asparagus acutifolius L. — Rarissima. L’ ho trovata nella fenditura di un muro del fabbricato dell’ex Ritiro di Suor — 225 — Orsola Benincasa al corso Vittorio Emmanuele verso N. ed al ponte della Sanità nell’emiciclo esposto a N.W. Luililacese 33. Lilium candidum L.— L'ho trovato su di un muro esposto a S. al corso Vittorio Emmanuele verso S. Francesco. Sfuggito alla coltivazione. 34. Allium neapolitanum Cyr. — Piuttosto rara. L'ho tro- vata al Petraio su di un muro a N. ed al Corso Vittorio Em- manuele presso la Trinità, verso S. 35. Asphodelus fistulosus L. — Rarissima. L’ho trovata una sola volta al corso Vittorio Emmanuele sul dorso di un muro presso il parco Grifeo, dove ora sorge quel villino a mo’ di ca- stello. i 36. Agave americana L. — Rara. L’ ho trovata su di un muro a Piedigrotta e su di un pilastro a via nuova di Capodi- monte, sfuggita alla coltivazione da un vaso, che ornava forse il pilastro, a giudicare dal ferro, che doveva sostenerlo. Urticacese 87. Urtica urens L. — Rara. Ne ho trovato esemplari sul muro del bastione del castello del Carmine, verso E. 38. U. membranacea Poir. — Frequente sul dorso dei muri a tutte le esposizioni e su qualche lastrico a via Tarsia, a via Depretis verso S., su i ruderi delle case dell’antica via di Porto. 39. Parietaria officinalis L.-— Ovvia dovunque su tutti i muri rustici e sul ruderi a tutte le esposizioni ed a qualsiasi al- tezza. Se ne trovano forme varie per sviluppo delle foglie e co- lore del fusto. Ve ne sono esemplari che toccano il metro col fusto eretto e robusto a fogliame ricco ed espanso e di color verde carico. Notevole fra le altre una forma pusilla a foglie minutissime ed a portamento compatto. 40.—3 diffusa. — Meno frequente della precedente; preferisce le maggiori altezze: lastrici, cornicioni, etc. Si trova spesso nelle commessure dei davanzali delle finestre, parapetti di lastrici, a fusti prostrati, a volte quasi striscianti. Preferisce le esposizioni assolate. 41. Ficus Carica L. — Questo colosso fra le piante della flora ruderale trovasi di frequente sulle muraglie. Notevoli esem- 15 — 226 — plari sì trovano su quella di Pizzofalcone ad E., sulla torre di Castelnuovo a N.,sui bastioni di castel del Carmine , a Ponte- nuovo, al Mandracchio, sul muro al disotto della via Piliero. Sul- l’obelisco di Trinità maggiore a S. se ne nota una pianta, che mi- naccia di assumere buone proporzioni e che assieme alla Pteris aquilina e, quel che è più, all’ Adanthus glandulosa produrranno serio danno a quel monumento. Euphorbiacese 42. Euphorbia Peplus L — Relativamente rara. L'ho rac- colta al corso Vittorio Emmanuele presso l'Hotel Bristol, sul muro verso la Funicolare di Chiaia. 43. Mercurialis annua L. — Frequente sul dorso dei muri, sulle muraglie di Castelnuovo e sul barbacane del Chiatamone. Non manca qua e là su qualche cornicione. L'ho trovata a via Roma, a via Nardones, al corso Vittorio Emmanuele verso la Tri- nità ed alla funicolare di Chiaia. Amarantaceae 44. Amarantus viridis L. — Rarissima. L’ ho trovata sul barbacane del Chiatamone. 45. A. deflexus L. — Piuttosto frequente, Sui muri al corso Vittorio Emmanuele, alla Sanità, alla Maddalena sul muro verso il mare, a S. Lucia, etc. Sempre ad esposizione meridiana ed al- l'altezza di non oltre 4 metri dal suolo. Chenopodiacese 46. Chenopodium ambrosioides L. — Rara. L'ho trovata sul barbacane del Chiatamone e sul bastione del castello del Carmine. 0 Ranunculacese 47. Delphinium Ajacis L. — Rara. L’ ho vista al corso Vit- torio Emmanuele verso S. Maria Apparente ed all’ emiciclo del ponte della Sanità. Sfuggita alla coltivazione. — 227 — Papaveracese 48. Papaver dubium L. — Non frequente sui muri. L’ ho raccolta a via dei Mille verso S. ed al corso Vittorio Emma- nuele. Vegetazione stentata a giudicare dagli esemplari molto deboli. 49. Glaucium flavum Crantz. — Rarissima. Ne ho trovata una, non fiorita, sul muro della Marinella verso la spiaggia di villa del Popolo. 50. Fumaria parviflora Lam.-— Frequente sui muri rustici e su qualche cornicione di edifici bassi. L'ho trovata al corso Vittorio Emmanuele presso la chiesa del Santo Sepolcro , sul bastione di Castel del Carmine, a Mergellina, etc. 51. F. muralis Sond. — Meno frequente della precedente. L’ho raccolta sul muraglione dell’ ex Ritiro di Suor Orsola Be- nincasa al corso Vittorio Emmanuele. Br'assicacese 52. Matthiola incana R. Br. — Poco frequente. L'ho trovata a Piedigrotta verso S. E., al corso Vittorio Emmanuale presso S. Francesco, alla stessa esposizione, ed alla Maddalena presso Pazzigno a S. verso il mare. 53. M. rupestris Guss. — Anche meno frequente. Trovasi in copia sul barbacane del Chiatamone ed a Castelnuovo a S. verso il mare. 54. Cheiranthus Cheiri L.- Frequente. L'ho trovata al corso Vittorio Emmanuale presso l’ospedale della Trinità ed a S.Lucia sul muro a S. del vico storto del Pallonetto, sul cornicione di S. Marcellino e sul cartoccîo sporgente sulla facciata esterna di S. Chiara, sul mercato di commestibili a Foria ed al castello del Carmine. 5b. Arabis hirsuta Scop. — Abbastanza rara. L'ho trovata sulla muraglia di Castelnuovo a N. ed a Pontenuovo. 56. Brassica fruticulosa Cyr. — Comune al corso Vittorio Emmanuele presso la funicolare di Montesanto, al largo Gesù e Maria, alla Sanità, alla Maddalena ed altrove, sempre su muri rustici a S. o ad E. 57. Sinapis nigra L. — L’ho trovata una sola volta su di un muro nel chiostro dell'ex monastero della Sapienza. — 228 — 58. Diplotaxis tenuifolia DC. — Relativamente frequente al corso Vittorio Emmanuele, a via Confalone, ai Granili, a Capo- dimonte, etc. sempre a S. 59. D. muralis DC. — Molto meno frequente. L’ho trovata a S. Lucia, su di un muro del palazzo dell'ex Hotel de Rome verso S., e sul muro della rampa del palazzo Francavilla a Chiaia. 60. Raphanus sativus L. — L’ ho trovata una volta su di un muro presso il locale dell’ex Tiro a segno. Sfuggita alla coltivazione. | 61. Alyssum maritimum L. — Frequentissima in città do- vunque sui muri, tetti e terrazze, specialmente volti a S.. Nasce in copia sul barbacane del Chiatamone, a Piedigrotta, al corso Vit- torio Emmanuele, sulle muraglie di castel del Carmine, sul Ca- stelnuovo etc. Incontrasi poi molto abbondantemente dovunque sulle nostre colline e vie di campagna e fiorisce tutto l’anno. È una risorsa per i nostri fiorai nell’inverno specialmente ; essi ne fanno uso larghissimo (Lore de zella nap.) e ne offrono sul mercato i fiori colorati in azzurro od altrimenti con l’anilina e li sostituiscono all’ Eliotropio (Helsotropium peruvianum L.= Vai niglia nap.) 62. Draba muralis L. — Abbastanza frequente sui muri a N. L’ho trovata al Reclusorio, al castello del Carmine , etc. di ordinario sempre in basso, a volte appena a qualche metro dal suolo. 63. Thlaspi Bursa-pastoris L. — Frequentissima sul dorso dei muri. Ne ho raccolta al corso Vittorio Emmanuele, a Piedi- grotta, a Foria sul muro della caserma a S. Carlo all’ Arena, al Mandracchio, a S. Lucia verso il mare, etc. a tutte le esposizioni. 64. Lepidium graminifolium L.——Frequente sui muri esposti a N. Ne ho trovata a Castelnuovo, al Carmine, a Pontenuovo, a S. Giovanni maggiore, a via Tribunali, sull’obelisco dell’ Imma- colata a piazza Trinità maggiore. 65. Biscutella levigata L. fi. coronopifolia. — Frequente sui. tetti, cornicioni ed anche sul dorso dei muri esposti a N., più spesso in vicinanza di canali e caditoie. Ne ho trovata a S. Gio- vanni e Paolo agli Ottocalli, a Pontenuovo, a S. Domenico mag- giore, etc. — 229 — Capparidacese 66. Capparis spinosa L. fl. rupestris S. et Sm.—-Forma note- voli cespugli pendenti dalle muraglie di Castelnuovo a N. verso via S. Carlo e su quelle del castello del Carmine ad E. ed a S. Trovasi anche a S. Maria Apparente, al Chiatamone a S. ed abbonda sul parapetto dei iastrici dell’ Istituto chimico della R. Univer- sità ed altrove. Resedacese 67. Reseda alba L. — Frequente sui muri, cornicioni e tetti, specialmente verso il mare ed in generale a tutte le esposizioni assolate. Assume maggiore sviluppo se trovasi ad E. od in pros- simità di grondaie o sul dorso di muri a valle di tetti. Ne ho tro- vata in via Cesario Console sul muro della Darsena, al Chiatamone, a Mergellina, al corso Vittorio Emmanuele verso S. Francesco, ed altrove. 68. R. luteola L. — Molto meno frequente, anzi quasi rara. Ne ho trovata al ponte della Sanità ad W. ed ai Granili su certe case a S. Erasmo. 69. R. odorata L. — Trovasi per eccezione. L'ho trovata una volta su di un cornicione a via Nilo nell'ex Seminario dei nobili e sulla cornice d’ un balcone a via S. Maria Ogni bene. Sfuggita alla coltivazione. Dianthacese 70. Saponaria officinalis L. — Rarissima. Ne ho trovata una volta una a via Pontecorvo, pendente da una caditoia forse ostruita o quasi, che aveva reso umidissimo il muro a N. 71. Stellaria media Will. — Frequente sul dorso dei muri rustici ed anche su qualche cornicione. Ne ho trovata più spesso alla Sanità, a Castelnuovo, a Pontenuovo, sulla fontana di Monteo- liveto nelle commessure dei marmi ed altrove, sempre esposta a N. o ad E. 72. Arenaria Serpyllifolia L. — Frequente dovunque a tutte le esposizioni sul dorso di muri, cornicioni, tetti, balconi, etc. Ne ho raccolta al corso Vittorio Emmanuele, a Foria, a via Nuova ‘ Capodimonte, al vico Vasto a Chiaia, alla Riviera di Chiaia, alla R. Università sui cornicioni del primo piano, etc. — 230 — 73.—B, tenuior. — Come la specie quasi ovvia. 74. Alsine tenuifolia Cr. — Poco frequente. L’ ho raccolta sul barbacane del Chiatamone, a Castelnuovo, ed al Reclusorio. Portulacaceae 75. Portulaca oleracea L.- Piuttosto rara sui muri, trovasi più spesso su qualche lastrico o balcone. Ne ho raccolta a via Tarsia ed a via Tribunali, sui terrazzi di Castelnuovo, sempre ad esposizione molto assolata. Hiypericacese 76. Hypericum perforatum L. — Rarissima. L’ ho raccolta sul dorso di un muro al corso Vittorio Emmanuele presso l’ospe- dale della Trinità. Malvacease 77. Malva rotundifolia L. Rara — L’ho raccolta sulla mu- raglia di Castelnuovo verso N.,su di un muro vecchio a Ponte- nuovo, dove si era costituito uno strato di terreno abbastanza spesso. (8. Lavatera arborea L.—-L’ho trovata una volta nata sul muraglione del parco Grifeo al corso Vittorio Emmanuele. L’esemplare presentavasi debole e data la sua inserzione pen- deva ed era in fiore nel mese di marzo. Sfuggita alla coltivazione. Geraniacese ‘79. Oxaliz corniculata L. — Frequentissima sui muri e pa- rapetti di lastrici, massime negl’ interstizi dei lastroni di battuto, specialmente verso E. e N. E. Ne ho trovata al corso Vittorio Emmanuele, alla Sanità, a San Domenico Maggiore , a piazza Dante, etc. 80.—R. purpurea — Come la specie, frequentissima. Ne ho tro- vata a via dei Mille, al Chiatamone, su Castelnuovo ed altrove. simarubacese S1. Ailanthus glandulosa Desf. — Rarissima. Di quest’ al- bero, originario della Cina o del Thibet, naturalizzato fra noi e — 281 — così frequente in tutte le condizioni, ve ne è un esemplare, im- piantato sul primo piano ornato dell’obelisco dell’Immacolata a piazza Trinità maggiore. L’avevo notato fin dal 1899 ed allora aveva il fusto unico. Essendo stato tagliato in seguito nella ripulitura che ad intervalli abbastanza lunghi operano i pompieri per conto dell’amministra- zione del Comune, ha rigettato ogni volta di più e le radici, che si sono insinuate fra la base e gli ornati riportati di marmo , hanno per gemme avventizie dato ogni anno qualche altro getto ed ora se ne contano una decina circa, che fanno nella buona sta- gione bella mostra su vasta superficie, ma che non tarderanno a far risentire il triste effetto della infesta ospitalità. Sri solanacese 82. Hyosciamus niger L. — Non frequente. Trovasi in esem- plari bene sviluppati e numerosi sui lastrici di Castelnuovo, spe- cialmente negli angoli fra le cortine e la torre verso N.E., sul muro a destra del ponte della Sanità ed al castello del Carmine. 83. Nicotiana glauca Grahm.—Questa specie d’origine ame- ricana, sfuggita alla coltivazione, si è naturalizzata ed è relativa- mente frequente. L'ho raccolta al Rione Amedeo sui muri a monte, aPosillipo verso il mare presso villa Cappelli, alla via Confalone alla Salute. La pianta sorpresa dalle temperature basse spesso perde la parte aerea per rigettare in primavera, ma qualche anno resiste e diventa sublegnosa. Fiorisce lungamente dall’aprile ad ottobre. 84. Solanum nigrum L. — Frequentissima. L'ho raccolta sulle muraglie di Castel S. Elmo, a Capodimonte, al corso Vittorio Emmanuele in vari posti, a Pontenuovo e sul muro finanziere verso la dogana di S. Giovanni a Teduccio. 85.— fi. miniatum. — Rara. L’ ho raccolta su di un muro a Piedigrotta presso la chiesa ed a S. Anna alle paludi. scrophulariacese 86. Antirrhinum majus L. — Ovvia dovunque sui muri, cor- nicioni, lastrici, etc. Abbonda sui muraglioni dell’ex Ritiro di Suor Orsola Benincasa, sul cornicione dell’ edificio di S. Marcellino, a Pontenuovo presso la torre ed altrove. Poche specie sono così diffuse e frequenti come questa, che riesce la più ornamentale, forse, per la ricca e prolungata fio- — 232 — ritura, che comincia conla primavera e finisce nell’autunno molto inoltrato. 87. Linaria Cymbalaria Mill. — Abbastanza frequente nel- l’esposizioni a N., formando gentili fiocchi pendenti dai muri umidi, specialmente in prossimità di grondaie. Nasce sulle muraglie di Castelnuovo verso via S. Carlo, al castello del Carmine; l’ho tro- vata in via S. Domenico Maggiore ed a Pontenuovo nell’angolo fra la muraglia e la torre all'ombra, e sui muri della R. Univer- sità verso il Gesù Vecchio. Lamiacese 88. Calamintha parviflora Lam. — Piuttosto frequente, mas- sime verso la parte alta della città. L'ho trovata alla Sanità sul ponte, al corso Vittorio Emmanuele, a Piedigrotta ed a Posillipo, ma abbonda su S. Elmo e nella Certosa di S. Martino. Verbenacese 89. Verbena officinalis L. — Poco frequente. L'ho raccolta al corso Vittorio Emmanuele presso la scala Filangieri. Plantaginese 90. Plantago Psyllium L. — Rarissima. L’ ho trovata sul muraglione esterno dell’ex Ritiro di Suor Orsola Benincasa, espo- sta a S. 91. P. major L. f intermedia (Gilib.). Rara. L'ho trovata sul- l’obelisco dell’Immacolata a piazza Trinità maggiore verso W. e nell'interno dell'ex monastero di S. Lorenzo maggiore. Phaseolacese 92. Medicago arborea L. — Rarissima. Ne ho visto un esem- plare a Posillipo su di un muro al disotto della via, prima di pa- lazzo Donn’Anna verso il mare ad E. i 93. Melilotus neapolitana Ten. — Rara. L’ ho trovata sul muro a destra di via Stella polare al ponte della Maddalena, dalla parte di S. 94. Trifolium arvense L. — Frequente sul dorso dei muri. Ne ho trovato al corso Vittorio Emmanuele, ai Miracoli, a Ponte- nuovo e sul bastione del Carmine, d’ordinario in posizioni a solatio. — 233 — 95. T. incarnatum L.— Rarissima. L’ho vista una volta al corso Vittorio Emmanuele sul muro di sotto della funicolare di Montesanto ed un’altra sul muro del parco Grifeo. Sfuggita alla coltivazione. 96. T. fragiferum L. — Rarissima. L’ ho raccolta sul muro del giardino del Vasto a via dei Mille. 97. T. repens L. — Non frequente. L’ ho trovata al corso Vittorio Emmanuele presso il ponte di Montemiletto , al ponte della Sanità sul muro dell’emiciclo di destra, esposto a N., e sulla muraglia di Castelnuovo verso via S. Carlo 98. Robinia Pseudo-Acacia L.—L’ho trovata nata su di un muro rustico a via Tasso. L’esemplare era dell’anno. Sfuggita alla coltivazione. 99. Pisum sativum L.—L'ho trovata sul muro del giardino Roccella al Parco Margherita. Sfuggita alla coltivazione. 100. Lathyrus Aphaca L.—Rarissima. L'ho trovata che pen- deva da un muro al Vomero nuovo di sotto alla villa Santarella. 101. L. sativus L. — L'ho trovata su di un muro a via S. Anna alle Paludi. Sfuggita alla coltivazione. 102. Vicia pseudocracca Bert. — Rarissima L'ho trovata una volta pendente dal muro di sotto della Marinella, verso il mare, poco dopo Villa del Popolo. 103. Cercis Siliquastrum L. — Ne ho vista una pianta di circa 50 cm. sul muro vicino al casotto daziario a Piedigrotta. Rosacese 104. Fragaria vesca L. — Rarissima. Ne ho visto sulla mu- raglia di Pontenuovo a N.E. Non è improbabile che sia sfuggita alla coltivazione che se ne fa invaso di sopra la torre prossima. 105. Rubus discolor W et N. — Rara. Ne ho trovato sulla muraglia di castel del Carmine verso E., sulla torre di Ponte- nuovo, a S. Elmo ed alla Sanità sul muro dell’emiciclo a N. Crassulacese 106. Cotyledon Umbilicus L. — Abbastanza frequente sui muri esposti a N., più o meno umidi. L'ho raccolta a vie Con- — 234 — falone, a S. Antonio ai Monti ed a via Correra al Cavone S. Efremo. 107. C. horizontalis Guss. — Piuttosto rara. L'ho vista sulla base del monumento a Carlo Poerio al largo della Carità nelle commessure del marmo, sulla base di una colonna a destra della Galleria Umberto I di fronte a S. Carlo e sul primo ripiano del basamento dell’obelisco di S. Domenico maggiore a S. 108. Sempervivum tectorum L.— Ovvia dovunque. È forse la pianta più diffusa e caratteristica dei tetti, benchè sia frequen- tissima pure sui muri, cornici e balconi. A volte nasce in tanta copia, che la superficie del tetto as- sume l’ aspetto di un prato. Un esempio bellissimo trovasi alla Stazione della ferrovia centrale, dove una delle tettoie della gran- de velocità ne è del tutto coperta. Preferisce in generale l’esposi- zione meridiana, ma trovasi assai bene pure verso W. 109. Sedum ceespitosum DC. — Abbastanza frequente sui cornicioni e balconi, non manca su qualche tetto e non è raro di sotto ai davanzali delle finestre e le soglie dei balconi. Ne ho raccolto a S. Lucia, alla Riviera di Chiaia, al corso Vittorio Em- manuele, al Salvatore, etc. dovunque esposto a S. od E. A piacese 110. Smyrnium Olusatrum L. — Rarissima. L’ ho vista in un angolo fra la muraglia e la torre di Pontenuovo. 111. Foeniculum capillaceum Gilib. — Rarissima. L'ho rac- colta al parco Margherita sul muro presso la chiesa tedesca. 112. Crithmum maritimum L.— Rarissima. L’ho trovata in vari esemplari sul muro di basalto del giardino del Chiatamone prospiciente il mare su via Partenope. 113. Daucus bicolor S. et Sm. — Frequente. L’ho trovata sul barbacane del Chiatamone, al Leone, sulle muraglie e torri di Castelnuovo, sul bastione del castello del Carmine a S. ed E. ed a S. Marcellino a N. 114. D. Carota L. var. maritimus (Lam.).— Assai meno fre- quente della precedente. L’ ho trovata sul primo ripiano del bar- bacane del Chiatamone a S. e sulla muraglia di Castelnuovo verso . via S. Carlo a N. \ — 235 — Araliacese 115. Hedera Helix L. — Non frequente, anzi rara nell’ in- terno della città. Ne ho trovata sulla muraglia di Pontenuovo a N.E. alla via Conte della Cerra verso N. e sulle muraglie di Piz- zofalcone ad E. ed a N. Rubiaceae 116. Galium murale All. — Non rara sui muri rustici, l’ho trovata al corso Vittorio Emmanuele, alla Pedamentina di San Martino, alla Sanità ed al castello del Carmine verso N. E. Campanulacese 117. Campanula Erinus L.-—Abbastanza frequente sui muri della parte alta della città. L’ ho raccolta a Suor Orsola Benin- casa, a via Tarsia. al parco Grifeo e verso S. Francesco al corso Vittorio Emmanuele. 118. Trachelium coeruleum L. — Frequente sui muri umidi, esposti quasi sempre a N., presso le grondaie nell’interno de’ pa- lazzi, sempre in posti ombrosi. Ne ho trovato alla R. Università di lato alla chiesa del Gesù vecchio, a via S. Caterina da Siena, nell’ex monastero di S. Lorenzo, sulle rampe del Petraio ed altrove. Valerianacese 119. Centranthus ruber DC.—Frequentissima, specialmente sui cornicioni; preferisce le esposizioni assolate. L'ho trovata sul- l’edificio di S. Marcellino , a Suor Orsola Benincasa, al Museo Nazionale, alla Sanità, al Reclusorio, al parco Margherita, al parco Grifeo, a Posillipo etc. 120. — f. aldiflorus. Rarissima. Si trova in buon numero sol- tanto al parco Grifeo al corso Vittorio Emmanuele. In generale questa varietà è molto rara dovunque presso di noi. Ne vidi una volta una pianta che pendeva da un muro sulla via Castellammare di Stabia e Vico Equense ed un’altra che ve- niva fuori dal muraglione sotto villa Avitabile, ora Pensione Weiss, a Castellamare. — 236 — Dipsacese 121 Scabiosa crenata Cyr. — Non frequente. L’ ho trovata a Piedigrotta, al corso Vittorio Emmanuele ed alla Sanità. Asteraceae 122. Erigeron canadensis L.—Frequentissima sui muri; tro- vasi pure su cornicioni e lastrici. Abbonda sul Castelnuovo, su quello del Carmine, al corso Vittorio Emmanuele, a via S. Pa- squale a Chiaia, a Piedigrotta ed altrove. 123. Bellis annua L. — Rara sui muri. Ne ho trovata al corso Vittorio Emmanuele sui ripiani della scala Filangieri. 124. B. perenni: L. — Rarissima. L’ ho trovata alla Sanîtà sul muro dell’emiciclo a N. 125. Senecio vulgaris L. — Abbastanza” frequente sui muri rustici specialmente, ma ne ho trovata pure su lastrici a via Latilla, a vico Nilo ed altrove. 126. Chrysanthemum segetum L. — Rarissima. L’ho trovata una volta al Corso Vittorio Emmanuele sul muraglione dell’ o- spedale della Trinità. 127. Pyretrum Parthenium Sm. — Rarissima. L’ho trovata al corso Vittorio Emmanuele su di un muro del rione Murena. Sfuggita alla coltivazione. 123. Matricaria Chamomilla L. — Rarissima. L'ho raccolta su diun muro rustico al Pasconcello. 129. Anthemis arvensis L.—Frequente abbastanza sui muri rustici assolati. Ne ho trovata a via Confalone alla Salute, al corso Vittorio Emmanuele presso la funiculare di Chiaia, a via dei Mille sul muro del giardino del Vasto, e sulle muraglie del castello del Carmine. 130. Achillea Millefolium L.—Rara. L’ ho trovata al Ponte della Maddalena su di un muro rustico, a Piedigrotta sul corni- cione della chiesa ed al castello del Carmine, esposto sempre a N. 131. Arthemisia arborescens L. — Rara. L’ ho raccolta a Posillipo su di un muro sotto via dopo il palazzo di Donn’Anna e sul barbacane del Chiatamone sempre esposto ad E. ve ne sono belli esemplari. 132. Inula viscosa Ait. — Rarissima. L’ho trovata sul cor- nicione della chiesa del Gesù vecchio ed a Piedigrotta presso la dogana. — 237 — 133. Calendula arvensis L. — Abbastanza rara sui muri. Ne ho trovata al corso Vittorio Emmanuele presso via Pontano e sul bastione del castello del Carmine a S. 134. Helychrysum litoreum Guss. — Rarissima. L’ho trovata che pendeva dalla muraglia di castel del Carmine verso la via Ma- rina a S. 135. Carduus pycnocephalus L. — Rara. L’ho trovata a via Cesario Console sul contrafforte del muro della Darsena, e sul barbacane del Chiatamone. 136. Cirsium lanceolatum Scop. — Rarissima. L’ho trovata sul barbacane del Chiatamone verso $. 137. Cichorium Intybu: L.— Non frequente. L'ho trovata a Castel Nuovo sulla muraglia a N., all’emiciclo a destra del ponte della Sanità, ed al corso Vittorio Emmanuele presso la Trinità ed il parco Grifeo. 138. Picris hieracioides L.— Piuttosto frequente, massime sul muri rustici. Ne ho trovata alla Maddalena sul muro di una fabbrica di ceramiche, sulla scala Filangieri al corso Vittorio Emmanuele, su di una cornice di Porta Capuana ed altrove. 139. Urospermum picroides Desf. — Piuttosto rara. L’ ho trovata al Reclusorio su di un cornicione, a via dei Mille ed al Petraio, sempre in posizione molto assolata. 140. Sonchus tenerrimus L. — Ovvia dovunque sui muri, sul cornicioni, tetti, etc. Si può affermare che questa sia la pianta, che ha maggiore area di diffusione nell’ interno della città, trovandosi in tutte le condizioni, sia rispetto all’altezza che all’orientazione. Se ne tro- vano esemplari di variianni e spesso fiorendo in abbondanza riesce ornamentale assai. 141. S. oleraceus L. — Poco frequente sui muri. Preferisce quelli rustici; ne ho trovata al corso Vittorio Emmanuele presso S. Maria Apparente, esposta a W. 142. Picridium vulgare Desf. -- Piuttosto frequente su muri e cornici specialmente esposti a N. ed E. Ne ho trovata alla Sa- nità, alla salita del Petraio ed alla Maddalena. 143. Taraxacum vulgare Lam. — Frequente specialmente sul muri rustici ed umidi ad E. od a N. Ne ho raccolta alla via Conte della Cerra, alla Sanità, al corso Vittorio Emmanuele, a S. Elmo ed altrove. 144. Crepis neglecta L. — Rara. L'ho trovata a Piedigrotta, al Chiatamone ed altrove. .— 238 — Tutte le piante enumerate ascendono a 144 ed appartengono a 36 famiglie, a 118 generi e 139 specie. Delle famiglie sono rappresentate in maggior numero: le Asteracee con 21 generi e 23 specie, le Poace@ con 19 generi e 23 specie, le Brassicace@ con 12 generi e 14 specie, le Phaseola- ce@ con 8 generi e 12 specie, le ilicene@ con 5 generi e 6 specie, le Apiacee con 4 generi e 5 specie, le Liliace@e e le Dianthacea con 4 generi e 4 specie ciascuna, le Urticacee, le Papaveracea e le Crassulacee con 3 generi e 4 specie per ognuna, le Solanacea con 3 generi e 3 specie, le Euphorbiacee, le Malvacee, le Scrophu- lariacee, le Rosacee e le Campanulace@ con 2 generi e 2 specie per ciascuna, le Resedace@ con 1 genere e 3 specie, le Planta- ginee con 1 genere e 2 specie, mentre tutte le altre presentano un sol genere con una specie. I generi che presentano più specie sono: Trifolium con 4 specie e Reseda con 3, Pteris, Aira, Poa, Bromus, Hordeum, Urtica, Amarantus, Fumaria, Matthiola, Diplotaris, Plantago, Cotyledon, Daucus, Bellis e Sonchus con 2 specie, mentre tutti gli altri ne hanno una sola. Presentano varietà soltanto 6 specie. Da questa statistica dell'elenco è facile rilevare come in ge- nerale le famiglie più numerose, fatta qualche eccezione, sono quelle che danno il maggior contingente alla flora murale e ru- derale. Le specie riscontrate si presentano variamente raggruppate e mentre sono abbastanza frequenti i casi di specie solitarie, ovvii son quelli di una più o meno numerosa consociazione in rapporto sia alla frequenza delle specie, sia alla speciale postura della sta- zione e della sua ricchezza in detriti o terreno. Ben vero, circa la quantità d’individui, alcune specie, mas- sime le arboree, e buona parte delle perenni sono relativamente scarse nelle loro stazioni, mentre altre sono numerose e fra queste primeggiano per lo più le annuali. Circa la diffusione è da ricordare che alcune sono da con- siderarsi affatto eccezionali e di esse principalmente quelle, che d’ordinario sì coltivano a scopo ornamentale od agrario; mentre altre, pure essendo più o meno frequenti nella nostra flora locale, non si trovano nelle stazioni indicate, che in numero molto li- mitato e spesso ancora in pochi posti, altre invece sono ovvie e si trovano davvero in abbondanza. Circa il modo come queste piante si diffondano e come man mano divenga più ricca in generale e più fornita nelle singole — 239 — stazioni questa flora pensile, molte considerazioni sarebbe neces- sario di fare, ma mi limito a ricordare qualche cosa circa i mezzi di disseminazione. Per la maggior parte delle piante riscontrate, sia che appar- tengano e quelle specie, che hanno i frutti od i semi forniti di speciali organi areostatici, sia a quelle che li producono minuti e leggieri, il vento è il principale agente di disseminazione. Ma non è da trascurarsi di tenere in conto l’ azione degli animali, specialmente quella degli uccelli e delle formiche, e più di tutto, quella indiretta dell’uomo, il quale interviene nel nostro caso anche inconsciamente con l’impiantare sui lastrici e terrazze la coltivazione di piante ornamentali. Queste col terreno del quale abbisognano fan trasportare ad altezza notevole, rispetto in ge- nerale al suolo che è loro proprio, una notevole serie di piante spontanee e coltivate, i cui semi poi subiscono un facile disloca- mento, oltrechè per effetto del vento, anche per l’ azione delle «acque piovane. Esse infatti li trasportano meccanicamente verso terra, ma per il loro peso in relazione alla forma e volume e per infinite e non sempre appariscenti condizioni topiche, quelli sono obbligati a fermarsi e germinano là dove con essi non manca il trasporto di una quantità benanche minima di terreno o di detriti. Riscontrandosi nel posto le altre condizioni necessarie alla vita, la pianta ha agio di svilupparsi e di riprodursi, preparando con la sua azione biologica il suolo adatto alla vita di altri in- dividui per la censervazione della sua e di altre specie, a maggiore incremento della flora dei muri e di quella dei ruderi, argomento di questo studio. Camellie centenarie, pel socio Fr. De Rosa. (Tornata del 24 agosto 1905) La Revue horticole ha recentemente annunziato 1!) che la fa- mosa Camellia di Pillnitz, la quale era ritenuta il più antico esem- plare della specie coltivato in Europa e costituiva una delle mera- viglie vegetali della Germania, è stata distrutta da un incendio. Di quella Camellia già 1’ interessantissima ed antica rivista si occupò qualche ‘anno fa con un articolo del signor L. Pon- daven ?). ba sapere che quella Camellia centenaria, si diceva nell’ar- ticolo, che, secondo Bouché, direttore dei giardini reali di Dresda,. provenisse dall’ introduzione che nel sec. XVIII ne fece il P. Kamel. Infatti, si dice, che egli ne avesse portato dal Giappone quattro esemplari, dei quali uno si affermava fosse proprio quello, che viveva nel parco reale di Pillnitz presso Dresda. Quella Camellia, messa in piena terra nel 1810, formava una enorme massa di più di 26 metri di circonferenza, col tronco di oltre un metro di circonferenza a 30 cm. dal suolo. Per le basse temperature intanto alle quali si giunge in quella regione si era costretti a riparare quella splendida pianta, e nel- l'inverno la si garentiva con una specie di capanna, costruita @ bella posta in modo che potesse essere smontata in primavera. Nell’interno di quel gigantesco riparo, che potevasi del tutto chiu- dere, si disponevano dei caloriferi per mitigarne opportunamente la temperatura. Ora intanto proprio per qualcuno di quei caloriferi s’ in- cendiò la capanna, la quale fu tutta consumata e con essa bruciò quel singolarissimo esemplare. Ciò segnò la fine del prezioso cimelio. La Camellia di Pillnitz mi ricorda un’altra della stessa specie che forse ora è la più antica che si conservi ancora, intendo par- lare di quella, che vive nel R. Giardino botanico di Caserta, meglio 1) Le Camellia géant de Pillnitz. — Cronique. — Revue horticole. — Paris 1905, n. 3. 2) PonpaveN L.— Le doyen des Camellias.—Revue horticole.—Paris 1903, n 16. — 24l — conosciuto col nome di Giardino inglese, la quale pare anzi sia an- teriore a quella di Pillnitz. Non è certo intanto, perchè non è davvero dimostrato che quella fosse proprio superstite della prima importazione della specie fatta, come generalmente si ripete, dal P. Kamel. Generalmente si ritiene che la Camellia fosse stata prima coltivata in Inghilterra, donde passò in Italia, quindi in Francia e più tardi in Germania 1). Nel 1891 scrissi 2) che, come affermò l'Abate Berlése, il dotto monografista del genere Camellia?) « è a Napoli e propriamente nel>R. Giardino inglese di Caserta che vive la pianta di Camellia più antica, dalla quale hanno avuto origine tutte le varietà, che sì ammirano in Europa, essendo stata piantata nel 1760 4) e la prima a produrre semi ». Infatti il Berlèse dice: « c'est àè Naples #) qu'on possède le plus ancien et le plus fort Camellia simple qui existe en Europe. Cet arbre magnifique, livré è la pleine terre depuis sa plantation - première, qui date de 1760, se couvre de fleurs et de fruits an- nuellement depuis de 50 ans %); ses graines sont les premières graines indigènes qu'on ait semées en Europe, avec peu de succès il est vrai, parce que la méère, se trouvant seule dans ce lieu, n’a été fecondée que par elle-mème ; mais il est vrai de dire que c'est. de ce Camellia que sont sorties les premières variétés à fleurs simples plus belles que celle de la mère, les quelles, ayant été fecondées par d’autres étrangères ou indigènes, ont enrichi les collections de variètés nouvelles plus ou moins remarquables. C'est donc le Camellia de Naples qui, par ses graines portées à l' é- tranger ou restées dans le pays, a contribué le premier è ame- liorer les variétés anciennes que nous possedons ». Si potrebbe nondimeno obiettare che non sarebbe possibile considerare quell’ esemplare come piantato nel 1760, laddove il R. Giardino di Caserta non fu fondato che nel 1782, per ordine di M. Carolina d’Austria regina delle Due Sicilie, dall’esimio bo- 1) BeRLÈSE (L’ ABBÈ). — Monographie du genre Camellia. — Paris, 1837. 2) De Rosa Fr. — Relazione della VI Esposizione orticola napoletana. — Napoli, 1891. 3) BERLESE (1° ABBÈ), loc. cit. 4) Non so veramente di dove il Berlèse abbia ricavata questa data, ma è certo che si parla proprio della Camellia tuttora vivente, perchè non si ri- corda neppure per tradizione alcun’ altra precedente a questa. 5) Il Berlèse dice a Napoli, ma è evidente che egli intenda di parlare della Camellia di Caserta, la quale infatti è la più antica, che si ricordi nella no- Stra regione. \ 6) Si noti che il Berlèse scriveva nel 1857. 16 — 242 — tanico inglese Giovanni Andrea Graéfer !). Ma comunque sia, certa cosa è, che nei primi anni del sec. XIX già i semi di essa erano dati in dono ai giardini botanici d’ Europa ?). Dubito che la data citata dal Berlèse debba meglio che quella della piantagione essere ritenuta quella della sua introduzione. In- fatti nella fondazione del Giardino dovette esser messa a terra la pianta, che poteva avere forse già oltre una ventina di anni. Nè è verosimile che prima, essendo allora tanto rara e nuova la spe- cie ed unico l’esemplare, se ne tentasse subito l’acclimazione, men- tre fiorendo anche in vaso e non accennando ad un aceresci- mento rapido, perchè è noto come crescano a rilento le Camellie, non poteva richiedere un pronto ed arrischiato tentativo di col- tivazione in piena terra. Parrebbe però che, introdotta in ante- cedenza, fosse stata messa a dimora più tardi in modo che nel 1803 desse già da tempo semi, così da averne in quantità suffi- ciente da farne offerta ad altri. Per mancanza intanto di archivi non è possibile esattamente documentare la data precisa. Ma le rarissime piante che costi- tuirono la dote preziosa di quel Giardino botanico, si sa che pro- venivano da dirette spedizioni alla R. Casa dall’ Oriente o dal- l'Inghilterra, e di esse un gruppo di sceltissime e rare occuparono una larga aiuola, che per contenere fra le altre appunto la Ca- mellia si dice tuttora dai locali scolla della Camelia. Nel 1840 il sig. Audot, editore del Le bon jardinier, comu- nicò alla Soczeté royale d’Horticulture de Paris alcune note di un suo viaggio in Italia, riguardanti i giardini del mezzogiorno ) e parlando del Parco reale di Caserta, dice fra le altre cose del Giardino inglese (jardin paysager) come un botanico potesse farvi un interessante esame di una collezione preziosa e ben tenuta, e fra le cose di maggior rilievo ricorda: « Un Camellia japonica rubra, simple, formant un buisson de 6 mét. 45 centim. (20 pieds) et autant de diamétre. Il est sans doute le seul en Europe qui soit aussi vieux et qui offre un pa- ‘reil developpement, et il faut l’avoir vu pour se faire une idée de ce que peut devenir un Camellia. Au 10 d’avril il ètait encore 1) TeRrRAccIaNo N. — Cenno intorno al Giardino botanico delli R. Casa în Caserta. — Caserta, 1876. 2) GraèreR G. A. — Synopsîis plantarum Regii viridari Casertani.— 1803. Ricordato in Tenore M. — Catalogo delle piante che si coltivano nel R. Orto bo- tanico di Napoli — Napoli, 1845. 3) Auport M. — Notes sur les jardins du sud de l’ Italie, recueillies pendant un voyage fait en 1839-40.— Paris, 1840. DA couvert de fleurs par milliers, et celles qui ètaient tombées ne formaient pas un spectacle moins beau que celles qui ornaient les nombreux rameaux de ce buisson: c’ètait un riche tapis, cou- vrant le gazon, dont le vert foncé faisait ressortir l’écarlate des fleurs et l’or des étamines, et tel que l’art ne saurait l’imiter ». Nicola Terracciano, che tenne per un trentennio la direzione di quel R. Giardino, così ne dice: « pare, per quanto mi sappia, fosse una delle prime Camellie introdotte in Italia 1). Tutti gli scrittori che si sono occupati di Camellie sono con- cordi nell’ affermare che la specie fu introdotta in Europa nel- l’anno 1739 dal P. Giorgio Giuseppe Kamel gesuita moravo ?) e ricevuta da Linneo, questi la chiamò Camellia japonica, dedi- candone il nome al suo felice importatore *). Nel 1742 figurava già nel Catalogo dell’ Orto Botanico di Cambridge e quindi non se ne hanno più notizie. Ma pare che dopo circa trent’ anni dalla sua introduzione sieno comparsi i primi semi e subito dopo le varietà a fiori doppi. Dall’ Inghilter- ra sembra fosse stata introdotta in Italia 4 e poi in Francia, dove nel 1783 doveva già trovarsi nel Giardino delle piante di Parigi, donde il de Lamark la descrisse nell’ Enciclopedia e ne fece ritrarre la figura 5). Nel 1792 apparvero successivamente in Europa la varietà bianca, la panachèe e la rossa, ed in seguito furono importate dalla Cina e dal Giappone l’incarnata nel 1805, la Myrtifolia nel 1808, la Warrata nel 1809 ed infine nel 1810 la Peoniefloea e la Pom- pomia 5). Da queste tre ultime varietà, che fruttificarono in Europa, e specialmente dalla varietà semplice, si ottennero ibridi, che a loro volta incrociandosi in mille guise, diedero luogo alla tanto lunga serie di razze e di forme, che sì coltivano nei nostri giardini, nei quali non è pur difficile trovar coltivate anche la C. reticutata 1) Terracciano N.—/oc. cit. 2) Del P. G. G. Kamel (latinamente Camellus) si ricorda che nacque a Brunn in Moravia e morì in Manilla, dopo aver viaggiato in Cina e nel Giap- pone. Egli scrisse la storia delle piante dell’isola di Luzon, inserita nel 3.° vol. dell’ Historia plantarum di John Ray. 3) Anpré Ep.—Camellia Teresita Canzio Garibaldi—IMlustration horticole— Gand, 1870. 4) Anpré Ep. — #2 1 15. — Cellula nevroglica del III strato dei lobi ottici. Metodo (Gol- eocta gi. a s E 16. — Figura schematica degli strati dei lobi ottici. 17.— Cellule multipolari spinali con sistema di canalicoli. Ematossilina oc. 4 De Pietro 1° 12 18. — Granuli del cervelletto con protoplasma a razgi di sostanza cro- oc.4 Kor. matica. 1 tubo aperto imm. om. 12 im. om. ì 19. — Cellule nervose dello strato molecolare del cervelletto di colombo i fer NERONE i SIRERO CIO SES in rapporti di continuità. Reazione cromo-argentica. sa Kor. ob. 20. — Cellule nervose delle corna anteriori spinali di colombo in rap- < CIA: e sno porto di continuità. Ematoss. e Scarlat. Biebrik. 3 Kor. ob. 8 * ie i Î darte Irene dai Bici Heath , vi lA li. $ i de ti Muta, MEA: LE 0 Reza ia) î dI dec ladro Ag tali SL: 4a ape” AGLA o BIODT. P, ent Ius ua ire e MINO tit N etti È; al infr td so pat uit; VIS “o OE #4 a ge À Ù Calà. bei Jet Ron int, he Bn. Mea nia ra vi bee DAG 3 BPRAZLA i = h Ù natet sh "i ef Li va PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE dal 29 Dicembre 1904 al 31 Dicembre 1905 Assemblea generale del 29 Dicembre 1904 Presidente: Geremicca M. — Segretario: CuroLo A. Socì presenti: Barrese V., De Franciscis F., Monticelli Fr. Sav., Pierantoni U., Piccoli R., Cabella A., Modugno G., Caroli E., Forte O., Milone U., Distaso A., Di Paola G., Aguilar E., Praus C., Amato C., de Rosa Fr. Si apre la tornata alle 16.30. Si approvano i processi verbali delle tornate del 20 novembre e 18 dicembre. Si vota per la nomina del presidente, di due consiglieri, del segre- tario e di due revisori dei conti. Il presidente chiama a formare il seggio i socî Di Paola, Distaso ed Aguilar. Risultano eletti: De Rosa Fr. Presidente Cutolo E. , Abati G. Pierantoni U. Segretario Di Ciommo G. Amato C. Si leva la tornata alle 17,38. Consiglieri. i Revisori dei conti. Tornata del 29 Gennaio 1905 Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : Curoro A. Soci presenti: Aguilar E., Quintieri L., Bruno F. Pierantoni U., Pel- legrino M., Monticelli Fr. Sav., d’Evant T., Caroli E. Si apre la tornata alle ore 14, 15. Monticelli presenta una pubblicazione del prof. Montù sulla ferro- via elettrica vesuviana e fa notare come lA. in un periodo deplori che a suo tempo nessun corpo scientifico fece nulla per evitare i danni che essa avrebbe potuto recare all’ Osservatorio, mostrando così d’ ignorare del: ». A A = 295 — Credo opportono aggiungere che questo Ministero tenendo presente l’alta importanza scientifica della forma siciliana di Cyperus Papirus, ha rivolto al Prefetto della Provincia di Siracusa le più vive premure, perchè le provvide disposizioni di quel decreto siano esattamente osservate. Il Ministro Firmato BrancHi Per copia conforme Il Direttore della Segreteria O. Santoro Si decide di insistere con una nuova lettera, per opporsi ad altri voti fatti perchè non sia impedito ai forestieri di portar via qualche fusto della pianta. Si leva la tornata alle 15,20. Tornata del 24 Agosto 1905 Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : PrerantoNI U. Soci presenti: Balsamo Fr., Forte 0., Morgera A., Mazzarelli G., Milone U., Tagliani G., Geremicca M., Raffaele F., Capobianco Fr., Mar- cello L., Monticelli Fr. Sav., Rippa G., Caroli E., Bruno F., Aguilar E., Siniscalchi A. M., De Franciscis F., Abati G. Si apre la tornata alle 14,35. Geremicca M. si compiace in nome dei socì col presidente per la sua riacquistata salute, dopo la lunga e grave malattia sofferta. Il presidente ringrazia il socio Geremicca ed i socii tutti. Si approvano i processi verbali delle tornate del 28 maggio e 18 giugno. Caroli E. legge il lavoro del socio Romano Fr.: Su alcune ricerche citologiche sul nevrasse del Colombo, e ne domanda la pubblicazione in nome dell’autore. i Tagliani G. e Capobianco Fr. domandano di fare delle obbiezioni in presenza dell’autore in una prossima tornata. Il socio Marcello legge il suo lavoro: Note morfo-istologiche sulla Cyphomandra betacea, e ne chiede l’inserzione nel Bollettino. Morgera A. legge le sue due note: Dal testicolo al deferente del Topo e della Cavia, e Sullo sviluppo dei tubuli retti e della rete testis della Cavia Cobaya, e ne chiede la pubblicazione. Bruno F. legge : Sulle difese foliari della Dactylopetalum Barteri, e Sulle difese marginali delle foglie, e domanda la pubblicazione delle due note. Il socio Rippa G. legge le sue tre note: Ricerche sulla impollina- zione del Castagno e del Faggio; Su di una nuova Oxalis spontanea del — 296 — R. Orto botanico di Napoli; Su di alcuni nuovi casi di teratologia vege- tale, e ne domanda la pubblicazione. Il Socio Balsamo Fr. legge il lavoro del socio Paglia E.: A proposito dei nuovi studi del Prof. Hòck sulle affinità fra Valerianacee e Dipsacee, e ne chiede la inserzione nel Bollettino. De Rosa Fr. legge i suoi due lavori: Contributo alla flora murale e ruderale di Napoli e Camellie centenarie, e ne domanda la pubblicazione. Monticelli Fr. Sav. legge la sua nota Per una rettifica, a proposito di una proposta classificazione degli Acantocefali, e ne chiede la pubbli- cazione. Il Presidente riferisce sulla visita fatta all'Istituto sperimentale per la coltivazione dei Tabacchi di Scafati nel giorno 13 luglio. È ammesso socio ordinario residente il dott. A. Evangelista. Si leva la tornata alle ore 16. Tornata del 1° Decembre 1905 Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : Pieranroni U. Soci presenti: Capobianco Fr., Monticelli Fr. Sav., Caroli E., Ro- mano Fr., Gargano C., Abati G., Pellegrino M., De Franciscis F., Ge- remicca M, Foà J., Piccoli R., Milone U. Si apre la tornata alle ore 21. Il Segretario comunica sui nuovi cambi e le pubblicazioni pervenute in dono. Geremicca M. legge la prima parte del suo lavoro su L’ opera dotanica di Federico Delpino criticamente esposta, e ne chiede la pubblicazione. Geremicca legge i due lavori del socio Marcello: Notizie sulle arbori- cole della flora cavese e Sopra alcuni casi di teratologia vegetale e ne chiede la pubblicazione in nome dell’A. assente. Si approva il processo verbale della tornata precedente. Si approva la radiazione del socio ordinario residente Cesarò Sal- vatore, e dei non residenti Barile Giovanni, Bologna Raffaele, D'Onofrio Angelo, Guerriero Angelo, Motta-Coco Alfio, Rossodevita Giovanni, Sun pardi Enrico. Il presidente comunica il passaggio del socio Ernesto Annibal alla categoria dei non residenti. Il presidente comunica la seguente lettera del Ministero, giunta in seguito a nuove insistenze fatte dalla Società per la conservazione della pianta del papiro (v. tornata del 18 giugno a pag. 294). Ut o gg MINISTERO DELLA ISTRUZIONE ' PUBBLICA Roma addì 14 settembre 1905 Riguardo al papiro che cresce sulle sponde dei fiumi Anapo e Ciane, questo Ministero non ha mancato sin qui, nè mancherà in avvenire , di spiegare il dovuto interessamento e di far osservare le norme di vigilanza e di protezione atte a garantire la conservazione della classica pianta. Quanto ai permessi che furono talvolta accordati per lo svellimento di alcuni steli del suddetto papiro, essi costituiscono una eccezione, che una lunga consuetudine ha creato a favore della industria della fabbri- cazione di carta papiracea, ed alla quale il Ministero scrivente fu indotto per due ragioni. i In primo luogo perchè, data la rigogliosa vegetazione del papiro, lo svellimento di un certo numero di steli, effettuato di tempo in tempo e con le necessarie cautele, non solo non nuoce, ma giova alla conservazione e al buono sviluppo della pianta. In secondo luogo perchè sarebbe veramente increscioso che venisse a cessare la fabbricazione della carta papiracea, mentre questa industria costituisce la continuazioni di una tradizione antica e interessantissima; e mentre la carta di papiio ricavata dagli steli, per così dire, esuberanti, forma un oggetto raro, ch): i visitatori nostrani e forestieri del territorio di Siracusa conservano cole ricordo delle. antiche costumanze di quella città e dei suoi monumenti. Tanto pregiasi lo scrivente di notificare a codesta benemerita Società, in risposta allo stimato fo slio segnato a margine della presente. Per il Ministro SPARAGNA Si leva la tornata alle 22,30. Assemblea generale del 31 Dicembre 1905 Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : PrerantonI U. Soci presenti: Geremicca M., Evangelista A., Parlati L., Trani E., Morgera A., Monticelli Fr. Sav., Cutolo A., Quintieri L., Anile A., Gar- gano C., Siniscalchi A. M. Si apre la tornata alle ore 14,30. Il segretario presenta le pubblicazioni pervenuti in dono. Geremicca M. legge la seconda parte del suo lavoro su /° opera bo- tanica di Federico Delpino criticamente esposta , e ne chiede la pubbli- cazione.. — 298 — Evangelista A., legge il suo lavoro Sulle terminazioni dei canalini dentinali e sulla presenza dei canali di Havers nel cemento dentario, e ne domanda l’inserzione nel Bollettino. Il sig. Luigi Cufino è ammesso socio ordinario residente. Il Presidente indice la votazione per la nomina del Vice-presidente, di due Consiglieri, del Segretario e di due Revisori dei conti, e chiama i soci Geremicca, Parlati e Morgera a costituire il seggio. Risultano eletti: Quintieri L. Vice-presidente, Siniscalchi A. M. Di Paola G. Cutolo A. Segretario , Police G. ! revisori dei conti Di Blasio A. | consiglieri, Si leva la seduta alle ore 16. CONSIGLIO DIRETTIVO PER L'ANNO 1906 De Rosa Francesco Presidente Quintieri Luigi Vice-Presidente Cutolo Enrico Abati Gino Siniscalchi Alfonso M.® Di Paola Gioacchino Cutolo Alessandro Segretario Consiglieri INCARICHI ASSEGNATI DAL CONSIGLIO DIRETTIVO Geremicca Michele Redattore del Boll. Trani Emilio Cassiere Aguilar Eugenio Bibliotecario Bruno Alessandro Vice-Segretarti Pellegrino Michele Sri Aa a IRE "» DI a si I ACI ue Ri tar 25) L MET lo la | vat LTL AI : Î Rete Bi Ì ti slo Rao ipo EgkENCO DET -SOCILI (81 dicembre 1905) SOCII ORDINARII RESIDENTI . Abati Gino — Istituto di Chimica Farmaceutica, R. Università. . Amato Carlo — Via Tribunali, n. 339. Anile Antonino — Istituto Anatomico (Santa Patrizia). . Balsamo Francesco — Via Purità a Foria, n. 12. . Bassani Francesco — Istituto Geologico, R. Università. . Cabella Antonio — Cortile Ospedale Incurabili. . Cannaviello Enrico — Via Pignatelli, n. 15. Capobianco Francesco — Via Sapienza, n. 18. . Cerruti Attilio — Via Medina, n. 1. Cufino Luigi — Vico Impagliafiaschi ai Vergini, n. 13. . Cutolo Alessandro — Via Roma, n. 404. . Cutolo Enrico — Via Roma, n. 404. . Damascelli Domenico — Corso Vitt. Emanuele, n. 440. . De Blasio Abele — Via Rosariello alla Stella, n. 12. . De Franciscis Ferdinando — San Gennaro ad Antignano, n. 16. . Della Valle Antonio — Via Salvator Rosa, n. 259. . De Rosa Francesco — Via S. Lucia, n. 64. . D’' Evant Teodoro — Piazza Municipio, n. 34. . Di Gaetano Mariano — Vico Gigante, n. 28. . Di Lorenzo Giuseppe — Istituto Mineralogico, R. Università. . Di Paola Gioacchino — Vico 2° Foglie a S. Chiara, n. 12. . Evangelista Alberto. — Via S. Arcangelo a Baiano, n. 1. . Fittipaldi Emilio Ugo — Via Trinità delle Monache, n. 33. . Forte Oreste — Via S. Giuseppe, n. 37. . Franco Pasquale — Corso Vitt. Emanuele, n. 397. . Filiasi Emmanuele — Riviera di Chiaia, u. 270. . Galdieri Agostino — Museo Geologico, R. Università. . Gargano Claudio — Via S. Lucia, n. 64. . Geremicca Michele — Largo Avellino, n. 15. . Giangrieco Angelo — R. Scuola Veterinaria. . Jatta Mauro — Direzione di Sanità, Roma. . Leuzzi Francesco — Via Mergellina, n. 174. . Massa Francesco — Via Fuori Portamedina, n. 20. . Milone Ugo. — Piazza Cavour, n. 168. 35. 36. 3°. 38. 39. 40. 4l. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. — 302 — Monticelli Francesco Saverio — Via Ponte di Chiaia, n. 27. Oglialoro-Todaro Agostino — Istituto Chimico, R. Università. Paratore Cosimo — Via Luigi Settembrini, n. 68. Petrilli Vincenzo — Vico Gagliardì, n. 12. Pierantoni Umberto — Galleria Umberto I, n. 27. Pirelli Bernardino — Via Settembrini, n. 42. Quintieri Luigi — Piazza VII Settembre, n. 1. Ricciardi Leonardo — Via Guglielmo S. Felice, n. 24. Rippa Giovanni — R. Orto Botanico. Scacchi Eugenio — Istituto Mineralogico, R. Università. Siniscalchi Alfonso Maria — Via Salvator Rosa, n. 330. Tagliani Giulio — Istituto Zoologico, R. Università. Trani Emilio — Via Tessitore ai Miracoli, n. 47. Viglino Teresio — Piazza Dante, n. 41. JOIA w0NH o 0 SOCII ORDINARI NON RESIDENTI . Aguilar Eugenio — Via Paradiso alla Salute, n. 39, Napoli. . Arena Mario — Istituto Chimico, R. Università di Napoli. . Annibale Ernesto — R. Scuola Tecnica, Sciacca. . Barrese Vincenzo — R. Scuola di Agricoltura, Portici. . Bellini Raffaello — R. Scuola Tecnica, Chivasso. Bruno Alessandro — Via Bari al Vasto n. 80, Napoli. . Calabrese-Milani Anna -- R. Scuola Normale, Avellino. . Capozzoli Rinaldo — Aquara (Salerno). . Caroli Ernesto — Gadinetto d’Istologia, R. Università, Napoli. 10. . Dal Poggetto Ugo — Salita Stella n. 15, Napoli. . D’'Avino Antonio — Liceo, Nocera Inferiore. . Distaso Arcangelo — Piazzetta Pontecorvo n. 5, Napoli. . Di Tullio Eduardo — S. Antonio a Tarsia n. 24, Napoli. . Diamare Vincenzo — Università, Perugia. . Falciani Adolfo — Via Roma n. 406, Napoli. . Foà Jone — Vico Medina n. 9, Napoli. . Garetti Luigi — Via Beaumont®n. 8, Torino. . Germano Eduardo — Ospedale Clinico, Napoli. . Giglio Giuseppe — Vico LI Porteria S. Tommaso d’Aquino, Napoli. . Grimaldi Clemente — Modica (Siracusa). . Jatta Antonio — Ruvo di Puglia. . Lapietra Michele — Via Fiorentini n. 79, Napoli. . Marcello Leopoldo — Via Balzico, n. 91, Cava dei Tirreni. . Mascolo Guglielmo — Cava dei Tirreni. . Marcucci Ermete — Gabinetto di Anatomia Comparata, R. Università, D’'Adamo Antonio — Via Vergini n. 19, Napoli. Napoli. . Mazzarelli Giuseppe — Museo Civico di Storia Naturale, Milano. . Modugno Giovanni — S. Cristofaro all’ Olivella n. 40, Napoli. . Morgera Arturo — Via Duomo n. 125, Napoli. . Paglia Emilio — Sessa Aurunca. . Parlati Luigi — Salita Stella n. 10, Napoli. . Patroni Carlo — R. Istituto Tecnico, Arezzo. . Pellegrino Michele — Via Nazionale n. 12, Napoli. . Piccoli Raffaele — Piazza lavour n. 152, Napoli. . Police Gesualdo — Via Cesare Rossarol n. 70, Napoli. . Praus Carlo — Casandrino (Aversa). . Raffaele Federico — R. Università, Palermo. . Romano Francesco — R. Istituto Tecnico, Caltanisetta. . Romano Pasquale — Via Porta Medina n. 44, Napoli. . Russo Achille — R. Università, Catania. . Sacchetti Gustavo — Cervaro (Caserta). Savastano mit Vico. Equense. Tagliani Giovanni — Via Vittoria Colonna UA 26, Alfiano. Vanni Giuseppe — Via Sette die n. 38, Roma. Vigorita Domenico — Melfi. 46. Villani Armando — R. Scuola Tecnica, Cane E SOCII ADERENTI. Cutolo Costantino — Via S. Brigida n. 39, Napoli. Filiasi Giuseppe — Riviera di Chiaia n. 270, Napoli. Elenco delle pubblicazioni pervenute in cambio (31 dicembre 1905) EUROPA Italia Acireale — Accademia di Scienze, Lettere ed Arti dei Zelanti e P. P. dello studio (Atti e Rendiconti). Accademia dafnica di Scienze, Lettere ed Arti (Atti e Rendiconti). Bologna — R. Accademia delle Scienze dell’Istituto (Rendiconti). Brescia — Commentari dell’ Ateneo. Catania — R. Accademia Gioenia (Bollettino e Memorie). Firenze — Archivio per l’Antropologia e 1’ Etnologia. Società botanica italiana (Bollettino). Nuovo Giornale botanico italiano. Bollettino bibliografico della botanica italiana. Monitore zoologico italiano. « Redia » Giornale di Entomologia. R. Società toscana di Orticoltura (Bollettino). R. Accademia dei Georgofili (Atfî). Società entomologica italiana (Bollettino). Genova — R. Accademia medica (Bollettino e Memorie). Museo civico di Storia Naturale (Annali). Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R. Università (Bollettino). Rivista di Filosofia scientifica. Società ligustica di Scienze naturali e geografiche (Atti). Rivista ligure di Scienze, Lettere ed Arti. Lodi — R. Stazione sperimentale del caseificio (Annuario). Lucca — R. Accademia lucchese (Att). Messina — La Rassegna tecnica. Milano — Società Italiana di Scienze naturali e Museo civico di Storia naturale (47). — 306 —. Napoli — R. Accademia delle Scienze fisiche e matematiche (Memorie, Rendiconti ed Annuario). Accademia Pontaniana (Attà). Annuario del Museo Zoologico della R. Università di Napoli. Associazione napoletana di Medici e Naturalisti (Gior- nale). Bollettino dell'Ordine dei Sanitarii di Napoli e Pro- vincia. Gl’ Incurabili. Zoologischen Station zu Neapel (Mittheilungen). L'Italia orticola. — Rassegna tecnica ed economica. Annali di nevrologia. Rivista agraria. Padova — Accademia scientifica veneto-trentino-istriana (Att). R. Stazione bacologica (Annuario). La nuova Notarisia. Il Raccoglitore. Palermo — Il Naturalista siciliano. Giornale del Collegio degli Ingegneri agronomi. R. istituto botanico.— Contribuzioni alla Biologia ve- getale. Perugia — Annali della Facoltà di medicina e Memorie della Accademia medico-chirurgica. Pisa — Società toscana di scienze naturali (Memorie e Pro- cessi verbali). Portici — R. Scuola superiore di Agricoltura (Annuario e Bol- lettino). Roma —R. Accademia dei Lincei (Rendiconti). R. Accademia medica (Bollettino ed Atti). KR. Comitato geologico italiano (Bollettino). Ministero di Agricoltura (Bollettino ed Annali). Laboratorio di Anatomia normale della R. Università (Ricerche). Accademia pontificia dei Nuovi Lincei (Atti). Società zoologica italiana (Bollettino). R. Stazione agraria sperimentale (Bollettino). Rovereto — Accademia degli Agiati (Att). — Museo civico (Pubblicazioni). Sassari — Studi sassaresi. Scafati — Bollettino tecnico della coltivazione dei tabacchi. Siena — Rivista italiana di Scienze naturali. Bollettino del Laboratorio ed Orto botanico. Torino — R. Accademia delle Scienze (Atti). Club alpino italiano (Rivista e Bollettino). Musei di Zoologia e di Anatomia comparata della R. Università (Bollettino). Trieste Venezia Barcelona Madrid Zaragoza Lisboa Cherbourg Langres Montpellier Nancy Nantes Paris Vienne (Isère) Bruxelles Louvain — 307 — — Museo civico di Storia naturale (Att?). — L’ Ateneo veneto. Spagna — Instituciò catalana d’Historia natural (Butlletì). Butlleti de la Instituciò Catalana de Ciences Naturals. — Sociedad espaîiola de Historia natural (Anales y Bo- letin). — Sociedad aragonesa de Ciencias naturales (Boletàn). Portogallo — Broteria—Revista de Sciencias naturaes do Collegio de S. Fiel. Francia — Société nationale des Sciences naturelles et mathé- matiques (Mémoires). — Societè de Sciences Naturelles de la Haute Marne (Bulletin). —Société d’Horticolture et d’Histoire naturelle de 1’ Hé- rault (Annales). — Société des Sciences et Réunion biologique de Nancy (Bulletin des séances). Bibliographie anatomique. — Société des Sciences naturelles de l’ouest de la France (Bulletin). — Bulletin scientifique de la France et de la Belgique. Journal de l’Anatomie et de la Physiologie de l’homme et des animaux. Société zoologique de France (Bulletin et Mémoires). Muséum d’Histoire naturelle (Bulletin). La feuille des jeunes Naturalistes. Gazette médicale de Paris. — Société des Amis des Sciences Naturelles (Bulletin). Belgio — Société royale malacologique de Belgique (Annales). — La Cellule. — 308 — Germania Berlin — Bericht iber die Verlagsthitigkeit. Naturae novitates. Botanische Verein der provinz Brandeburg ( Verhand- lungen). Bonn — Naturhistorisechen Vereines der Preussischen Rbhein- lande und Westfalens ( Verhandlungen). Niederrheinischen Gesellschaft fir Natur-und Heil- kunde (.Sitzungsberichte). Leipzig — Zoologischer Anzeiger. Giessen — Oberhessischen Gesellschaft fiir Natur-und Heilkund (Bericht). Giistrow — Verein der Freunde der Naturgeschichte in Mecklen- burg (Archiv). Svizzera Chur — Naturfoschenden Gesellschaft Granbinden’s (Jahres- bericht). Zurich — Societas entomologica. Austria Wien — K. K. Naturhistorischen Hof-Museums (Annalen). Zoolog. botan. Gesellschaft ( Verhandlungen). Prag — Ceska akademie cisare Frantiska Josefa pro vedy. slovenost. a umeni (Pubblicazioni). Casopis Ceské Spolecnosti Entomologické (Acta So- cietatis Entomologicae Bohemiae). Inghilterra Cambridge — Philosophical Society (Proceedings and Transactions). London — Royal Society (Proceedings, Reports of the sleeping sickness commission, and Obituary notices). Plymouth — Marine biological Association of the United Kingdom (Journal). Svezia Upsala — Geological Institution of the University of Upsala (Bulletin). — 309 — Finlandia Helsingfors — Societas pro fauna et flora fennica (Acta et Medde- landen). Russia Kiew — Société des Naturalistes (Mémoires). Moscou — Société impériale des Naturalistes (Bulletin), Tiflis — Giardino botanico (Lavori). ASIA Giappone Tokyo — Annotationes zoologicae japonenses. AMERICHE Brasile Rio de Janeiro — Archivos do Museu Nacional. Uraguay Montevideo — Museo nacional (Anales y Comunicaciones ; Seccion historico-filosbfica). Paraguay Asuncion — Revista de Agronomia y de Ciencias aplicadas— Boletin de la Escuela de Agricultura de la Asun- cion del Paraguay. Repubblica Argentina Buenos Ayres — Museo nacional (Anales y Comunicaciones). Revista farmacéutica — Organo de la Sociedad na- cional de Farmacia. — 310 — Chili Santiago — Deutch. wissenschaft. Vereins ( Verhandlungen). Société scientifique du Chilì (Actes). Valparaiso — Revista chilena de Historia Natural. Colombia Bogotà — El Agricultor. — Organo de la Sociedad de los Agri- cultores colombianos. Costa-Rica San José — Museo Nacional (Anales, Paginas Ilustradas). Messico Messico — Sociedad cientifica « Antonio Alzate » (Memorias y Revista). Institùto geologico (Boletin, Parergones). Stati Uniti Boston — Society of Natural history (Proceedings). Brooklyn — Cold spring harbor Monographs. Chapell Hill — Elisha Mitchel scientific Society (Journa?). Chicago — Academy of Sciences (Bulletin and Annual report). Madison (Wisconsin,— Academy of Sciences, Arts and Lettres (Tran- sactions). Wisconsin geological and natural History Survey (Bwl- letin). Minneapolis (Minnesota) — Minnesota botanical studies (Bulletin). Missoula (Montana) — Bulletin ot the University of Montana (Biological Series) New York — Botanical garden (Bulletin). Philadelphia — Academy of Natural Sciences (Proceedings). Saint-Louis — Academy of Science (Transactions). Missouri botanical garden (Annual report). Springfield (Massachussets) — Museum of natural history. Tufts College (Massachussets — Studies. — 311 — Washington — United States Geological Survey (Annual report). U. S. Department of Agriculture. — Division of Or- nithology and Mammalogy (Bulletin. North Ame- rican Fauna). Smithsonian Institution (Annual report). U. S. National Museum (Bulletin). U. S. Department of agriculture (Jeardook). U. S. Department of agriculture. — Bureau of ani- mal industry (Annual reports). Canadà Halifax — Nova Scotian Institute of science. PUBBLICAZIONI PERVENUTE IN DONO (81 dicembre 1905) AaricoLrorE (1°) Lisure — Rivista quindicinale. — Anno IV. Oneglia, 1904. (Dono del socio De Rosa). AGricoLtoRE (L’) PUGLIESE — Periodico quindicinale. — Anno IV. Barletta, 1904. (Dono De Rosa). Aeuiar E. — Su di uno sprofondamento avvenuto alla Solfatara di Pozzuoli. — Napoli, 1905. (Dono aut.). Anne A. — Unbiologo del Regno vegetale « Federico Delpino ». Giornale d’ Italia, 15 maggio 1905. — (Dono De Rosa). — Annales de la Société d’Horticulture et d’Histoire naturelle de l’Hérault.— Anno 1901, 1902 e 1903. Montpellier. (Dono De Rosa). AnomaLo (L’) — Rivista mensile di Antropologia e Sociol. erimi- nale, ece. — Anno V e VI (nuova serie). Napoli, 1893, 1894-95. (Dono del socio Monticelli). Archivos do Museu Nacional do Rio de Janeiro, Vol. X. 1897-99 — Rio de Janeiro, 1899 (Dono Monticelli). ArroLa V. — Le ipotesi nella partenogenesi sperimentale e la fecondazione normale. — Genova, 1903. (Dono De Rosa). . AnTI — Del R. Istituto d’Incoraggiamento di Napoli — 3.* Serie, Vol. I (n. 1 a 16) e alcuni numeri del Vol. III. Napoli, 1882 e 1884. (Dono De Rosa). » — Id. 5.* Serie, vol. IV e V. — Napoli, 1903-04. (Dono del socio Aguilar). BALDASSARRE S. — Un caso d’ileo-polimelia ed uno d’ iperdattilia nel Bue. — Portici, 1904. (Dono De Rosa). Barsamo F. — Homonymiae algarum in plantis animalibusque ten- tamen — Neapoli, 1888. (Dono Monticelli). — 314 — Bassani F. — Gaetano Giorgio Gemmellaro. —Napoli, 1904. (Dono aut.). » — Gaetano Tenore. — Roma, 1904. (Dono aut.). » — Relazione della Commissione incaricata di proporre . il rimedio più opportuno per eliminare i danni derivanti all'Osservatorio vesuviano dalla ferro- via elettrica. — Napoli, 1905. (Dono aut.). » — La ittiofauna delle argille marnose plistoceniche di Taranto e di Nardò (Terra d’Otranto). Na- poli, 1905. (Dono aut.). BeLmonte P. e Granito G. — L’abazia di S. Pietro in Perugia e la fonda- zione di un istituto agrario. — Bologna, 1892. (Dono De Rosa. BLanpIini E. — Studii e ricerche sullo sviluppo delle drupe di una varietà di ulivo. Roma, 1903. (Dono De Rosa). — Bollettino del Club alpino italiano. Anno 1886-87- 88-89. — Torino (Dono Monticelli). — Bollettino quindicinale della Società degli Agricol- tori italiani. Anno VII, VIII e IX. — Roma. 1902-04. (Dorio De Rosa . — Bollettino della Società geografica italiana, Serie 2.4 Vol. X-XI e XII. — Roma, 1885-87. (Dono Mon- ticelli). — Bollettino della Società Veterinaria meridionale. Napoli, 1904. (Dono De Rosa). Borpiga O. — La produzione ed il commercio mondiale dei ce- ‘reali e le questioni relative. Napoli, 1895. (Dono De Rosa). » — Il commercio dei cereali, le vicende del loro prezzo ed il costo di produzione del frumento. Napoli, 1898. (Dono De Rosa). » — Dello sgombro e della utilizzazione delle spazzature della città di Napoli. Napoli, 1898. (Dono De Rosa). » — Attraverso l’ Emilia e la Toscana. Napoli, 1903. (Dono De Rosa). » — L’infezione malarica ed il problema agrario nel- l’Italia meridionale. Napoli, 1903. (Dono De Rosa). » — Nuove considerazioni sul problema della utilizza- zione delle acque cloacali di Napoli per l’Agri- coltura della regione di Licola. Napoli, 1904. (Dono De Rosa . » —-Il bacino del basso Volturno e un’escursione agra- ria nel suo territorio. Napoli, 1904. —- Bulletin of the United States geological and geo- graphical survey of the territories. 1875 (n. 2 — 815 — e 8), 1876 (N. 1 e 2) Washington. (Dono Mon- ticelli). Campani G. e GasprieLti S. — Sulla pioggia d’acqua rossa caduta in Siena nei giorni 28 e 31 dic. 1860 e 1.° Gen. 1861. Studi chimici e microscopici. Siena 1861. (Dono Monticelli). CampaniLe F. e Rossi F. — Azione delle luci rossa ed azzurra sulla fermen- tazione alcoolica del mosto di uva. Portici, 1903. (Dono De Rosa). Campanice F. e Rossi F.—-Sull’azione della corrente elettrica sui vini. Portici, 1905. (Dono De Rosa). CarrasquiLLa Juv pe Dros L.— La Lepra. Etiologia, historia y profilaxis. Bogota, 1905. (Dono aut.). Casoria E. — Sulla presenza del bario e dello stronzio nelle lave vesuviane ed in alcune rocce vulcaniche. Portici, 1904. (Dono De Rosa). È — Una nuova carta rivelatrice dell’anidride solforosa libera e combinata. Portici, 1904.(Dono De Rosa). » — Studio analitico di alcune lave e pozzolane. del- l’Agro Romano. Portici, 1905. (Dono De Rosa). Cecere G. — La cooperazione in agricoltura. Aversa, 1903. (Dono De Rosa). » — La dicanapulatrice-Grossi, costruita all'Istituto ar- tistico di S. Lorenzo in Aversa. Aversa, 1903: (Dono De. Rosa). Celi G. — Applicazione del principio dei vasi comunicanti al- l’industria enologica col mezzo del robinetto « Unificatore ». Portici, 1905. (Dono De Rosa). Cussre È. — Les travaux de l’ amateur photographe en hiver. Genève, 1891. (Dono De Rosa). Caesa G. — Regesto dell’ archivio comunale della città di Ro- vereto. Fasc. 1.9, 1904. (Dono del Museo civico di Rovereto). CoseLLi R. — Calendario della flora roveretana. Rovereto, 1900. (Dono Monticelli). » — Elenco sistematico deglì imeno,-disco,-gastero-mi- xomiceti e tuberacei finora trovati nella Valle Lagarina. Rovereto, 1885. (Dono Monticelli). Comes 0. — L’avvenire dei tabacchi in Italia Conferenza. Na- poli, 1894. (Dono De Rosa). » — Relazione dei lavori compiuti dal R. Ist. d’ Inco- raggiamento di Napoli nell’ anno 1902. dia 1903. (Dono De Rosa). — Congresso botanico nazionale illo” a Palermo. Rendiconti. Palermo; 1903. (Dono Monticelli). —£ Big La — Congresso (2°) nazionale degl’insegnanti delle scuole medie. Cremona, 25-28 sett. 1903. Prato, 1904. (Dono Monticelli). Cosra 0. G. — Ricerche dirette a stabilire 1’ età geologica deli calcarea tenera a grana fina di Lecce, detta vol- garmente leccese. (Dono De Rosa). » — Del Fusaro, delle sue industrie, alterazioni avve- nute, ecc. Descrizione e proposte. Napoli, 1860. (Dono De Rosa). Costa A. — Osservazioni sull’allevamento dei bachi da seta del seme chinese. Napoli, 1860. (Dono De Rosa). » — Sul deposito di argilla con avanzi organici ani- mali nel tenimento di Fondi. Napoli, 1860. (Dono De Rosa). » — Notizie ed osservazioni sulla geo-fauna sarda. Me- moria IV. Napoli, 1885. (Dono De Rosa). Danerarp P. A. —— Le caryophysème des eugléniens.—Paris.(Dono Mon- ticelli). DanreLE À. — L’incubazione artificiale delle uova. Lecce, 1889. (Dono De Rosa). Dear A. — Le mostruosità umane nella creazione. Milano, 1882. (Dono De Rosa). De BLasio A. — Ripostiglio di bronzi preistorici rinvenuti nel bosco delle « Caldaia » nel comune di Guardia San- framondi (Benevento). Siena, 1895. (Dono Mon- ticelli). De Bosis F. — Il gabinetto di scienze naturali e l'osservatorio me- teorologico del R. Ist. industriale e professio- nale di Ancona. Ancona, 1867. (Dono Monti- celli). De Cose G. — Le Marmitte dei giganti della Valle Lagarina. Ro- vereto, 1886. (Dono Monticelli). De Gasparis A. — Contributo allo studio degli Acarodomazii. Napoli, 1898. (Dono Monticelli). DeL Garzo M. — Paolo Panceri. Cenno biografico. (Dono De Rosa). DeL Guercio G. — Per la distribuzione della Ceroplastes sinensis Del Guercio, propria degli agrumi in genere ed in modo speciale del Chinotto (Citrus sinensis, Risso). Relazione. Savona, 1901. (Dono De Rosa). Der Lupo M. — Contribuzione agli studì di Paleoetnologia delle provincie meridionali d’Italia — Firenze, 1884. (Dono Monticelli). DepgRars C. — Memoria sulla fabbricazione della colla-forte di pelle. Napoli, 1894. (Dono De Rosa). DE Rosa F, — Le mostre orticole di Napoli. Aprile-Giugno, 1904. Napoli, 1904. (Dono aut.). = al D’Evanr T. — Un muscolo soprannumerario del laringe umano. Napoli, 1890. » — Osservazioni sul nervo soprafrontale. Napoli, 1891. » — Fasci anomali del m. sternomastoideo. Napoli, 1892. » — Sopraun ganglio sfenopalatino accessorio nell’uomo. Napoli, 1892. » — Su di una indicazione della laparatomia consecu- tiva a trauma. Napoli, 1894. » — Sulla chirurgia conservatrice degli arti. Napoli, 1894. » — Rara anomalia della vena ascellare. Napoli, 1894. » — Osservazioni intorno ad una anomalia del nervo perforante di Casserio. Napoli, 1894. » — Il nitrato d’argento nella cura dell’eresipela. Na- poli, 1894. » — Note anatomiche. Napoli, 1896. » — Contributo anatomo clinico a talune lesioni cranio- encefaliche. Napoli, 1897. » — Studio sull’apparecchio nervoso del rene nell’uomo e nei vertebrati. Napoli, 1899. » — Intorno alle aree di innervazione sensitiva della regione laterale della faccia. Napoli, 1899. » — Sui rami minori dell’aorta ventrale e specialmente sulla irrigazione del plesso celiaco del simpatico. Firenze, 1901. » — I muscoli tensori della sinoviale radio-bicipitale. Napoli, 1901. » — Dei rami minori dell’ aorta addominale, con spe- ciale considerazione intorno alla irrigazione del plesso solare. Firenze, 1901. » — Intorno ad un’appendice peduncolata del mesosal- pinge.—- Contributo alla embriogenia delle para- salpingi. Napoli, 1902. » — Intorno alle omologie del canale di Malpighi-Gàrt- ner. Napoli, 1902. » — Intorno alla genesi del pigmento epidermico. Na- poli, 1902. » — L’epitelio sensitivo dei raggi digitali delle trygle. Morfologia ed istogenia. Napoli, 1903. » — Considerazioni sul processo di chiusura della doccia midollare nell'uomo. Napoli, 1903. » — Appendici dactiloidi delle « Tryglae ». Napoli, 1903. » — La formazione amniotica rudimentale dei Selaci. Contributo alla morfologia e filogenia dell’amnios. Napoli, 1904. » —- La formazione amniotica rudimentale di alcuni pesci (Selaci). Ricerche. Milano, 1904. — 318 — D’Evant T. — Rudimentire Amnionbildungen der Selachier. Jena, 1904. » . — Contributo alla morfologia e-genesi della vena re- nale sinistra. Napoli, 1904: » -— Sulla funzione del m. sternocleidomastoideo e sul movimento di rotazione e flessione del capo. Na- poli. (Doni dell'autore). Dr Vio G. — Il lago d’Agnano e la macerazione della canapa. Napoli, 1867. (Dono De Rosa). Di Paora G. — La pressione atmosferica e sue relazioni con l’at- tività del Vesuvio nel periodo 1871-1905. Na- poli, 1905. (Dono aut.). » — Fenomeni geofisici osservati durante l’attività esplo- siva del Vesuvio nel settembre 1904. Napoli, 1905. (Dono aut.). DorurER C. — Die producte des vulcans Monte Ferru. Wien, 1878. (Dono Monticelli). Du Buysson. — Etude sur les caractéres du genre Amblystegium et description des espèces. Broùt-Vernet (Allier). Fagiani P. — La peste. Napoli, 1901. (Dono De Rosa). Ferrero E, — Osservazioni meteorologiche fatte nell’ anno 1904 all’ Osservatorio della R. Università di Torino. Torino, 1905 (Dono della R. Acc. d. Se di Torino). Forte 0. — Guida elementare alle esercitazioni di analisi chi- mica qualitativa. Napoli, 1906. (Dono aut.). Franco P. — I massi rigettati dal Monte di Somma detti Lava a breccia. Napoli, 1889. (Dono Monticelli). FriepLaenper B. e Acuinar E. — Una visita a Stromboli. Napoli, 1905. (Dono Aguilar). Garpigri A. — La malacofauna triassica di Giffoni nel Salernitano. Napoli, 1905. (Dono aut.) » — Osservazioni sui terreni sedimentarii di Zannone R (Is. Pontine). Napoli, 1905. (Dono aut.). GemwmeLLaro C. — Sulla varietà di superficie nelle correnti vulcani- che, 1842. (Dono Monticelli). » — Cenno storico sulla eruzione dell'Etna del 27 nov. 1842. 1843. (Dono Monticelli). Gieviori I. — Sopra l’erbario?di Ferrante Imperato già appar- tenente a Domenico Cirillo e conservato nella Biblioteca Naz. di Napoli. Portici, 1901. (Dono De Rosa). » — Domenico Cirillo and the chemical action of light in connection with vegetable irritability. Por- tici, 1901. (Dono De Rosa). » — Di alcune condizioni che ‘influiscono sulla efficacia dei concimi chimici nei climi aridi e sulle cul- ture arboree. Roma, 1903. (Dono De Rosa). — 319 — — Giornale di Viticoltura e di Enologia. Avellino, 1904. (Dono De Rosa) Guma S. — Novello avvisatore del principio degl’incendi e della i temperatura. Napoli, 1880. (Dono De Rosa). Gusumpaur F. — Vocabolario botanico napolitano con l'equivalente latino ed italiano. Napoli, 1887. (Dono Monticelli). Harcner E. — Histoire de la creation des étres organisés. Paris, 1874. (Dono Monticelli). — Il Raccoglitore. Padova, 1902. (Dono De Rosa). — Il Raccoglitore. (Nuova serie). Padova, 1904. (Dono De Rosa). — Indice generale dei lavori pubblicati dal 1737 al 1903. (Dono della R. Ace. delle Sc. fis. e mat. di Napoli). 1904. Janet CH. — Les habitations à bon marchè dans les villes de moyenne importance. Bruxelle, 1897. (Dono Mon- ticelli). » — L’esthétique dans les sciences de la nature. Paris. 1900. (Dono aut.). » — Observations sur les guépes. Paris, 1903. (Dono aut.). » — Descriptions du matériel d’une petite installation scientifique. Limoges, 1903. (Dono aut.). » — Observations sur les fourmis. Limoges, 1904. (Dono aut.). » — Notice sur les travaux scientifiques prèsentés par M. Ch. Janet. Lille, 1896. (Dono Monticelli). Jarta A. — Licheni esotici dell’Erbario Levier. Genova, 1905. (Dono aut.). Kircaner O. — Florula Phycologica Benacensis. Rovereto, 1899. (Dono Monticelli). Kramer E. — La batteriologia nei suoi rapporti con l'agricoltura e le industrie agrarie. Versione italiana del Dr. O. La Marca. Montecassino, 1892. (Dono Monticelli). — La Viticoltura moderna. Anno 1902, 1903 e 1904, Palermo. (Dono De Rosa). — Le Chrysanthéme (Journal). Anno 1903 e 1904. Lyon. (Dono De Rosa). — L'Economia rurale. Torino, 1904. (Dono De Rosa). Lronarpr G. — Sulla Leucaspis Riccae Targ. Portici, 1905. (Dono De Rosa), Lo Moxaco D.e Arsanese M. — Primo contributo alla Batteriologia delle carni insaccate sane. Siena, 1905. (Dono De Rosa), Marsorta V. A. — Il Lago d’Agnano. Osservazioni intorno alle febbri palustri ed alla macerazione della canapa. Na- poli, 1867. (Dono De Rosa). at MartinoLI G. — Influenza esercitata dall’opera dello Smithfield Club sul perfezionamento delle razze da carne nel Re- gno Unito. Napoli, 1904. (Dono De Rosa). MarvcceLLi T. —— Degli studi e delle vicende della R. Accademia dei Georgofili dal 1854 al 1903. Firenze, 1904. (Dono dell’Acc. dei Georgofili di Firenze). Marreucci R. V. — Come dovrebbe essere studiato il Vesuvio. Napoli, 1897. (Dono Monticelli). MINISTERO DELLE FINANZE. — Rappresentazione grafica della produzione del Tabacco in Italia. 1890-1899. (Dono De Rosa). Mrxistero DI AgrIcoLTURA, InpustRIA E Commercio. — Notizie e studi sull’agri- coltura. Roma, 1877. (Dono De Rosa). » — Relazione intorno alle condizioni dell’ Agricoltura nel quinquennio 1870-1874. Roma, 1877 (vol. 3). (Dono De Rosa). » — Atlante delle principali colture agrarie in Italia. Roma, 1876. (Dono De Rosa). » — Intorno alla assicurazione mutua contro i danni della mortalità nel bestiame. Roma, 1901. (Dono De Rosa). » — Esperienze per combattere la grillotalpa. Roma, 1902. (Dono De Rosa). » — Annalidi Agricoltura. 1904. Roma. (Dono De Rosa). Mrragnia L. — Relazione dei lavori compiuti dal R. Ist. d’Inco- raggiamento di Napoli nel corso dell’anno 1894. Napoli, 1894. (Dono De Rosa). Morì G. — Studio scientifico - economico sull’ ex feudo Bosco di S. Pietro. Portici, 1902, (Dono De Rosa). Moxrmrer E. — Le Daguerréotype mis à la portée de tout le monde. Paris. 1842. (Dono De Rosa). Morta Coco A. — Nuovo contributo sulle granulazioni fucsinofile delle cellule dei gangli spinali. Jena, 1904. (Dono aut.). NicoLucci G. — Una pagina di Etnologia indiana. Gl’ Indo-Aryi. Napoli, 1902. (Dono Aguilar). NicastRrI-VuLcano R.— Nuove osservazioni intorno alla Anguillula radici- cola della vite. Avellino, 1902. (Dono De Rosa). Nrrmi F. S. — Relazione dei lavori compiuti dal R. Ist. d’ Incorag- giamento di Napoli. Napoli, 1905. (Dono De Rosa). Novi G. — Azione delle pozzolane e di altre sostanze vulca- niche sulle malte e i cementi artificiali. Napoli, 1899. (Dono Aguilar). OnLsen 0. — La protezione degli uccelli utili. Roma, 1900. (Dono De Rosa). OrosI G. — Farmacologia. Livorno, 1857. (Dono De Rosa). Orsi P. — Il ripostiglio di Calliano. Rovereto, 1898 (Dono. Monticelli). — 321 — Panuma G. — Ricerche intorno la distruzione della Ostreocoltura nel lago Fusaro e modi di riattivarla. Napoli, 1879. (Dono De Rosa). Parmeri P. — Per l’inaugurazione dell’anno scolastico 1899-1900. Portici, 1900. (Dono De Rosa). Panceri P. — Speranze nell’avvenire delle Scienze Naturali. Na- poli, 1875. (Dono De Rosa). Pasquare G. A. e F. — Elementi di Botanica. Napoli, 1884. (Dono Mon- ticelli). Pasquare M. — Avanzi di Diodon vetus nel miocene inferiore di S. Elia presso Cagliari in Sardegna. Napoli, 1905. (Dono aut.). PeRRucci N. — Nel mondo dei piccoli. Aquila, 1901. (Dono De Rosa). PrerantoNI U. — Sopra alcuni oligocheti raccolti nel fiume Sarno. Napoli, 1904. (Dono aut.). » — Oligocheti del flume Sarno. Napoli, 1905. (Dono aut.) » — « Cirrodrilus cirratus » n. g. n. sp. Napoli, 1905. (Dono aut.). Poxs y Fuster D. M.— Il Buffon de los niîios. Barcelona, 1865. (Dono De Rosa). RANIERI A. — Per un busto a Domenico Cirillo. Napoli, 1885. (Dono De Rosa). — Reale Scuola d’ Agricoltura di Portici. Istruzioni pratiche per gli agricoltori e viticultori. (Varia) Portici. (Dono De Rosa). — R. Stazione sperimentale di Caseificio di Lodi. 25° anniversario della riapertura. Lodi, 1905. Resurrar 0. — Sull’analisi chimica dei laterizii. Napoli, 1905. (Dono De Rosa). » — Studi chimici sulla porcellana di Napoli. Napoli, 1905. (Dono De Rosa). — Revue Horticole de 1’ Algerie. Alger, 1902. (Dono De Rosa). Rippa G. — Su di alcuni nuovi casì di teratologia vegetale. Na- poli, 1904. (Dono aut.). — Rivista mensile del Club Alpino italiano, Torino. Anno 1885, 1888 e 1889. (Dono Monticelli). . Rosas Acosta N. — Nociones sobre la Paleontologia Argentina. Buenos Aires, 1904. » i — Historia Natural de Corrientes. Corrientes, 1904. Rossi F. — La produzione e l’industria dei vini nella provin- cia di Napoli e dintorni. Napoli, 1903. (Dono De Rosa). a — Azione delle correnti alternate sul vino. Portici, 1903. (Dono De Rosa). 21 - guy — Rossi F. e Rossi G. — La fermentazione alcoolica delle carrubbe. Portici, 1903. (Dono De Rosa). Rossi G. — Sulle vicende agricole ed igieniche della Piana di Fondi e Monte S. Biagio in rapporto colle bo- nifiche ivi eseguite. Portici, 1904. (Dono De Rosa). » — Malaria e bonifiche del bacino inferiore del Sele. Roma, 1905. (Dono De Rosa). » — L'osservatorio metereologico dell’Ist. d’Igiene della R. Università di Napoli. Napoli, 1905. (Dono. De Rosa). Rossi G. e De Grazia S.—-Studii istologici e chimici sulla decomposizione dei vegetali. Portici, 1905. (Dono De Rosa). Russo A. e Di Mauro S.— Differenziazioni citoplasmiche nel Cryptochilum Echini (Maupas). Catania, 1905. (Dono aut.). » — Frammentazione del. Macronucleo nel Cryptocki- lum Echini (Maupas) e sua significazione per la senescenza degli intusori. Catania, 1905. (Dono aut.). SALVATORE À. — Utilizzazione del frutto del fico d’India. Napoli, 1903. (Dono De Rosa). Savarese L. — L’avvenire del socialismo e delle scienze naturali. (Dono De Rosa). ScÒopen L. F. — Sul Toarsiano Dogger e Malm dei dintorni di T'aor- mina. Palermo, 1886. (Dono Monticelli). Semmora E. — Il R. Osservatorio vesuviano e la ferrovia elettrica Cook. Roma-Napoli, 1902. (Dono De Rosa). SmiscaLoni A. M. — Museo Salvatore Trinchese. Napoli, 1895. (Dono aut). » — Lettera aperta a Sua Eccellenza il Presidente della R. Commissione d'inchiesta a Napoli. Napoli, 1901. (Dono aut.). » — Nuovissime proposte per la libertà d’Insegnamento in Italia. Napoli, 1904. (Dono aut.). — Smithsonian report. Washington Year 1871, 1874, 1880 a 1884. (Dono Monticelli). — Spedizione italiana nel mare artico sulla « Stella polare ». Conferenza di S. A. R. il Duca degli Abruzzi e del Comandante A. Cagni. Roma, 1901. (Dono De Rosa). Starra S. — Censimento della popolazione italiana 1871. (Dono De Rosa). Srenta S. — Sulla comparsa della Nereicola ovata Kef. nel Golfo di Napoli. Trieste, 1904. (Dono aut.). ‘Taramenri T. — Antonio Stoppani e ‘la geologia della Lombardia. Conferenza. Pavia, 1891. (Dono Monticelli). _ 898 — Texore G. — Consolidamento delle rocce franabili e processi gra- fici geologici dei progetti stradali. Terracciano N. — Il Sechium edule Swartz e sua coltivazione in Na- poli e dintorni. Napoli, 1905. (Dono De Rosa). TremapeuRE U. — Les reptiles et les poissons. Paris, 1836. (Dono De Rosa). — United States geological Survey ofthe territories. Washington.—Jear,1874, 1878,1880-81, 1882-83. Varro G. — La neurastenia e le sue varietà. Benevento, 1897. VacLe A. — Sulla comparsa di un Grampus griseus nelle acque istriane. Trieste, 1901. (Dono De Rosa). Varvassori V. — La conservazione dei prodotti dell’orticultura e in particolare delle frutta e degli ortaggi con l’ap- plicazione dei sistemi di raffreddamento e di ri- scaldamento. Firenze, 1904. (Dono De Rosa). PER L'INSEGNAMENTO DELLE SCIENZE NATURAL NELLE SCUOLE ScCONDARIE Considerazioni e proposte della SOCIETÀ DI NATURALISTI in Napoli sottoposte a referendum tra i naturalisti italiani Nella tornata del 15 marzo 1903, la Società di Na- turalisti di Napoli, preoccupata delle poco soddisfacenti condizioni, che nell’attuale ordinamento scolastico sono fatte all'insegnamento secondario delle discipline natu- rali, nominò fra i suoi soci una Commissione alla quale affidò il compito di formulare delle proposte sull’ inse- gnamento delle scienze naturali nelle scuole secondarie, da potersi tenere presenti dal legislatore in una even- tuale riforma della scuola media. La Commissione !), dopo maturo studio , presentò alla Società le sue proposte in apposita relazione, della quale fu deciso fare larga diffusione presso tutti i culto- ri ed insegnanti di scienze naturali e presso tutti que- gli Enti, che possono considerarsi interessati al problema dell’insegnamento secondario. Fu inoltre stabilito di rivol- gere a tutti la preghiera di spedire subito, ove si fosse creduto, la loro adesione ai giudizii ed alle proposte com- pendiate nella presente Relazione, per fare che il numero e l’importanza degli aderenti avesse conferito maggior valore ad una questione, che tanto da vicino interessa la vera coltura moderna e la funzione eminentemente educativa della scuola secondaria. 1) Fecero parte della Commissione i soci: De Franciscis Ferdinando, Di Paola Gioachino, Distaso Arcangelo , Forte Oreste, Geremicca Michele, Jatta Giuseppe e Monticelli Franc. Sav. 4 IONI RIN (I 7 SETTE CIRO OR dii ALI fidi: ibayp Lì Lo K sO RR sapri tai ER MA LOI ei «EA “toa: lai sha J Ly rità lg Lv su: (if cr vic 7 Fagiani ‘5 suo rent) siva ba n Bici GATE IMA 19 VIRESSPBCE RO Tit fui 2A va a to! fr LSP o È DADA Dato arto 7) } PIT L'ATO us “pae mi: Ì pax € EE 4 i LESPA Li RIO +3» ut MANA DO PRRRTLIE spstleoph da TRADIAA P Scrivendo quanto segue molti mesi or sono, e dandovi la più larga diffusione fra i cultori di scienze naturali in Italia, avemmo in animo di richiamare la loro attenzione ed il loro con- siglio sulla questione dell’insegnamento scientifico, quale dovesse essere in un istituto di coltura generale, avente per fine di in- tegrare il corredo intellettuale di qualsiasi persona, emergente dalla sfera della istruzione obbligatoria. Gelosi poi della inte- grità e della serietà della cultura di tuttà, e del suo progressi- vo moderno allargamento, noi non ci siamo minimamente preoc- cupati se le scienze naturali, come qualsiasi altra disciplina col- tivata nella scuola secondaria, debbano , oppur no , funzionare. da diretta propedeutica per gli studii superiori; nè se la preca- rietà di un bilancio potesse e dovesse indurre a più miti consi- gli le esigenze della cultura. Naturalisti, avremmo tradito la Scien- za e la Società, commisurando sul letto di Procuste di un bilan- cio i bisogni del sapere ed inducendo su falsa via colui, che nel parere di tecnici non sospetterebbe di certo l'inquinamento di preoccupazioni estrinseche. Nè per questo credemmo di fare vano accademismo, in quanto che, le nostre proposte non poggiano sopra le mutevoli contingenze di opportunità ; riposano invece sulle naturali basi del progresso scientifico, di cui noi compimmo il dovere di voler prospettare ai governanti le condizioni ed i bisogni. i Ciò premesso, la nostra Società rivolge l’animo grato verso i naturalisti italiani, che vollero confortare di adesioni, inco- raggiamenti, consigli ed appunti lo studio della quistione didat- tica e le proposte inviate al loro esame. La nostra Società è felice oggi, nel constatare verificata a pieno la non difficile previsione espressa, quando affermava di non avere avuto altro compito che di fermare e coordinare quei razionali criterii didattici, che, in genere, erano nella coscienza della gran massa dei naturalisti. Essa è stata ben lieta di fare oggetto di esame accurato le singole osservazioni pervenute sull’ argomento pro- posto ; dolente solo di non aver potuto talora tenere nel debito conto alcuni commendevoli suggerimenti. Così, a mo’ d’esempio, — 330 — non senza qualche iniziale esitazione, abbiamo dovuto respingere delle proposte, che ci suggerivano qualche spostamento nell’ or- dine di successione delle varie discipline naturali, nè parimente potemmo accogliere— per quanto noi non reputassimo certo di aver trovata la migliore soluzione—altri emendamenti e proposte, degni della maggiore considerazione, riguardanti un aumento nel - personale dei gabinetti, una maggiore latitudine matematica nel- l'insegnamento della fisica ed altre minori quistioni, attinenti alla chimica, alla biologia, ecc. Credemmo altresì di dover resi- stere, a per ora, al cortese invito di egregi Colleghi, che ci esortavano, con lusinghiere parole, ad imprendere uno Meno analogo, per altri ordini di scuole, e’ segnatamente per le magistrali, in cui l’ insegnamento scientifico meriterebbe tutta una radicale riforma, in vista della speciale missione dei maestri e delle mae- stre !), nonchè per alcune particolari scuole professionali, — nelle quali le scienze, impartite su per giù secondo il consueto ritor- nello, vengono deplorevolmente meno al compito assunto. I nostri Colleghi potranno poi rilevare dal confronto delle proposte stampate nella presente pubblicazione con quelle che già ebbero occasione di esaminare, gli emendamenti e le aggiunte da noi arrecati al testo primitivo , sia dietro i rilievi fatti dai nostri valorosi corrispondenti, sia ancora dietro un più maturo esame da parte nostra; per cui, in qualche punto , la relazione già stampata fu anche sostanzialmente modificata , in guisa da non potersi più ritenere in tutte le sue parti come la genuina espressione dei commissarii che la formu'arono la prima volta. Noi, soddisfatti del dovere compiuto, vogliamo lusingarci che le nostre proposte ed i nostri voti, presentati alla critica del maggior numero che ci è stato possibile di naturalisti, e libera- mente discussi e vagliati, vogliano trovare un’ eco simpatica 1) Con gli ultimi programmi per le scuole primarie—venuti in luce men- tre questa pubblicazione era alle stampe—non solo viene dato novello im- pulso alle cosiddette lezioni di cose, ma si affida ancora agli insegnanti ele- mentari una più elevata funzione.di educazione scientifica, per gli alunni dell'ultimo biennio. Tale innovazione sarebbe, per vero, encomiabilissima, specialmente se potesse sostituirsi all’odierno falsato insegnamento scientifico induttivo delle prime classi secondarie, e se, proporzionando i mezzi al fine, si cominciasse... col mettere in grado gli aspiranti maestri di potere con con- scienza disimpeznare il loro compito scientifico-educativo. Ma fin che duri l’at- tuale indirizzo scientifico nelle scuole normali, non è esagerazione affermare che la stessa lezione di cose rimarrà un pio desiderio!. A meno che non si faccia esclusivo assegnamento sul valore personale dell’ insegnante. Nota dell’ estensore. — 331 -- presso i reggitori della istruzione pubblica in Italia, fiduciosi nel trionfo della idee manifestate , e per la maturità dei tempi e per il moderno sentire degli uomini preposti alla cosa pubblica. * * * Nell’ affrontare la quistione del miglioramento degli studii scientifici nelle scuole medie, la Società di Naturalisti credette innanzi tutto astrarre dalla particolare fisionomia attuale di quelle scuole; mentre, affermando il proprio convincimento, che la fun- zione di tale istituzione debba raccogliersi tutta nell’ intento della formazione della cultura generale e che il suo campo debba tenersi sgombro da ogni intrusione di fini speciali, fu d’ avviso che lo studio e le cure degli insegnanti di scienze debbano convergere a dotare la gioventù studiosa di un corredo di cognizioni scien- tifiche, le quali valgano a tenere il cittadino a contatto col mo- mento storico delle scienze stesse. E diciamo subito come noi siamo lieti di poter rilevare, che il nostro lavoro non si è dovuto approfondire fino ad escogitare originali provvedimenti, per dare degna esplicazione al compito didattico delle scienze naturali, ma, più che altro, esso si è con- tenuto a fermare e coordinare quei razionali criterii didattici che, in genere, sono nella coscienza della gran massa dei naturalisti. Già non occorre dire come, mirando solo al fine della cultura generale, ossia al più completo equilibrio. ed all’ armonia di tutti gl’ insegnamenti, dovemmo cominciare con l’ escludere dalla scuola media ogni invadenza, ogni sapore di tecnicismo, carattere e com- pito degli studii speciali. Chè, se da molti va lamentata la im- preparazione, con la quale i giovani affrontano oggi gli studii scientifici superiori, questa deficienza non va imputata allo indi- rizzo della cultura generale, ma scaturisce appunto dallo squilibrio didattico, che si trascina per le nostre scuole, dove pletorizzan- do e coartando le intelligenze, dove lasciandole in deplorevole ignoranza. Fermati così questi criteri fondamentali, ecco i capisaldi ai quali si rivolse lo studio della Commissione, e che hanno avuto per oggetto : a) definire a qual punto dell’età e del grado di coltura dei giovanetti debba iniziarsi l'istruzione di essi nelle scienze naturali; 6) distinguere i varii rami, per ciascuno dei quali, allo stato delle scienze, debbasi preporre uno speciale insegnante, partico- larmente versato nel ramo affidatogli ; — 332 — c) coordinare, nel modo meglio rispondente ai bisogni della scienza ed alle condizioni della scuola, la successione dei varii insegnamenti ; d) studiare la quistione della suppellettile scientifica, di ne- cessario sussidio all’ insegnamento delle scienze naturali ; e) sviluppare i particolari criterii fondamentali, ai quali dovrebbero ispirarsi i programmi d’ insegnamento. * E * Degna di molta considerazione e di ponderato esame è la prima delle questioni, per la quale si dovrebbe, o pur no, consen- tire una educazione naturalistica alla psiche preziosamente propizia della prima adolescenza. Condizione di fatto innegabile, alla quale pertanto fa riscontro l’altra della pessima prova fatta finora, nel- l'attuazione pratica, dall’ insegnamento induttivo delle scienze na- turali. Limitandoci alla constatazione del fenomeno e senza entrare a discutere, se tali cattivi frutti debbano ricercare la loro origine nel tradito spirito del metodo induttivo , ovvero nell’ influenza di circostanze estrinseche; non ostante che una tal deliberazione rappresenti un doloroso sacrificio , pure siamo venuti nella per- suasione, che invece di andare incontro a maggiori danni, sia per ora consigliabile di non persistere nell’ attuale insegnamento di scienze naturali, che viene impartito nei primi anni delle scuole secondarie !). E poichè l’ abolizione di esso ne renderebbe libero il tempo che ora vi si dedica , crederemmo opportuno che quel tempo venisse utilizzato per un proficuo rincalzo al primo cor- redo di nozioni di matematica, dal quale le altre scienze trarreb- bero il necessario fondamento, diretto o indiretto, per uno svolgi- mento razionale. Al quale scopo, se tutto deve concorrere, è necessario elimi- nare in primo luogo uno dei maggiori inconvenienti che, in molti casi, si verifica con l’ ordinamento attuale: l’ anacronistico poli- morfismo d’ insegnanti adibiti egualmente alla rivelazione delle leggi fisiche, come alla dichiarazione delle trasformazioni della materia, alla evocazione dei fattori della vita, come al discopri- mento del mondo inorganico. Giacchè, se per l’ insegnamento in- 1) Diciamo per ora, in attesa che una opportuna preparazione scientifica e didattica del futuro personale insegnante — primario e secondario — per- metta davvero una retta interpretazione dell’ insegnamento scientifico indut- tivo. E ciò sia detto senza veruna intenzione di addebito al valore personale degli attuali insegnanti. — 333 — duttivo — quale noi lo desidereremmo nel grado inferiore della scuola media — noi troviamo utile la eliminazione di incomode specializzazioni—causa questa non ultima dell’attuale insuccesso — non potremmo forse non commiserare la sorte di una disciplina e del suo forzato cultore, qualora questa dovesse essere trattata come scienza—ed è questo il caso—da chi senta di possederla per quel tanto che suffraga la propria cultura. Se facile, anzi spontanea, presentasi la distribuzione dei ca- richi, a seconda del vario indirizzo scientifico, cui dalle proprie tendenze son portati gl’ insegnanti; intricata per altro riesce la coordinazione degl’ insegnamenti, per la necessità di non poter seguire un criterio assoluto di correlazione, in vista delle circo- stanze di tempo , in cui deve contenersi il totale espletamento del complesso programma di scienze naturali. Stante infatti la impossibilità di iniziare con serietà e profitto insegnamenti di storia naturale, prima che gli alunni abbiano ricevuto il corredo sussidiario di chimica e di fisica. nè potendosi affrontare questa, senza almeno un piccolo fondamento di matematica, si possono utilizzare per lo studio delle scienze naturali solo gli ultimi quattro anni di una scuola secondaria ordinata razionalmente. D’ altronde, per l'intelligenza dei concetti generali di mate- ria, di forza e delle varie manifestazioni dell’ energia, che vanno richiamati nella chimica e devono presupporsi negli allievi, nel primo dei detti quattro anni è appena possibile iniziare l’insegna- mento della fisica. E però solo nel secondo, ossia nel terz’ultimo, può darsi principio alla chimica, che troverebbe il suo svolgimento tra questo e l’ anno successivo. Per modo che, esaurito nel primo biennio l’insegnamonto di fisica e dato fondo, per la chimica, alla parte generale ed, in massima, alla parte speciale inorganica, ver- rebbero opportune nel penultimo anno la mineralogia e la bota- nica, la quale si troverebbe anche accompagnata dallo studio della chimica organica. Dopo di che, nell’ ultimo anno, riceverebbero appropriata assegnazione la zoologia e la geologia. Senza illudersi di aver raggiunto, con questa distribuzione, l’ideale di un razionale assestamento delle scienze naturali, convien rivolgere l’attenzione all'ambiente, dove s'ha da esercitare il com- pito dell’ insegnante. Ora noi non crediamo di dovere spender parole a dimostrare quanto sia necessaria l’ esistenza di un gabi- netto per ciascun ramo delle scienze naturali, derivando questa necessità logicamente dalla separazione delle cattedre, imposta’ dalle odierne esigenze della cultura scientifica; il nostro studio si è rivolto invece a determinare in che modo si possa procacciare — 334 — all’ insegnante tutto l’ agio necessario per impartire 1’ insegna- mento con efficacia, ad esimerlo da miserabili contese finanziarie ed a permettergli di coltivare ì suoi studii e progredire nella car- riera non per mero meccanismo amministrativo, ma col dare sfo- go, eventualmente, alle sue facoltà intellettive. Passando quindi all’ esplicazione del programma d’insegna- mento, crediamo che, in vista sempre del fine della cultura ge- nerale, pur senza dar di cozzo in tendenze particolaristiche re- gionali, come senza scivolare in un indirizzo tecnologico, sia, più che utile, indispensabile, che all’ insegnamento scientifico puro si associi il richiamo delle principali applicazioni alle arti, alle in- dustrie, all’ agricoltura, all’ igiene, ecc. E giacchè si è nominata l'igiene, palladio da tutti oggi in- vocato, e giustamente si chiede che trovi posto nella coltura dei giovani, non vogliamo tralasciare di dire la nostra opinione sul modo come gli ammaestramenti igienici dovrebbero essere im- partiti. Noi siamo convinti che, per motivi scientifici e didattici, l'igiene nella scuola secondaria non possa avere una trattazione a parte e che invece gl’insegnamenti elementari di questa disci- plina riesciranno davvero efficaci, quando vengano a scaturire direttamente, dovunque capiti, dalle cognizioni di biologia, di chimica, di fisica. * * * E veniamo ad un sommario esame specifico delle materie. Fisso il nostro sguardo all’ unica meta di una bene intesa cultura generale, pensiamo che l’ insegnamento della fisica debba essere sfrondato, fino a termini irriducibili, da veste matematica, e che l’ aiuto della matematica debba invocarsi solo quando la trattazione verrebbe, diversamente, ad assumere una riprovevole forma aforistica, pur non rifuggendo da una tal forma, quando, non potendosi un argomento omettere per speciale importanza pratica, non si abbia modo di svolgerlo razionalmente, per l’in- sufficienza della cultura matematica dei giovanetti. Larga parte si dia invece all’ esperimento e si abbia cura di illustrare in particolar modo i fenomeni più comuni e le appli- cazioni svariate della fisica, tenendosi lontani da pure esperienze di laboratorio. Una lacuna poi ameremmo veder colmata nell’insegnamento della fisica, nelle scuole secondarie: che la trattazione dei singoli capitoli venga riassunta in una teorica generale, la quale stringa — 3385 — in un sol legame le sparse membra, conferendo il dovuto rilievo al principii generali, che ora fan capolino — inafferrabili — qua e là, e che si pianti una buona volta in piena luce il concetto dell’ unità dell’ energia, nello stesso modo come la chimica ci prospetta la materia nelle sue trasformazioni e ce ne fa intrave- dere l’ unità, quantunque non ancora indubbiamente dimostrata. Non che noi volessimo inseguire le volate della speculazione, dietro cui piacerebbe magari slanciarsi ai cultori passionati — e ne stimmatizziamo le debolezze—; chè anzi amiamo contenere le considerazioni teoriche della stessa chimica nei modesti confini della intelligenza non servilmente empirica dei fatti; e se un maggiore sviluppo alla chimica vogliamo consentire, è solo nella trattazione speciale delle sostanze, massime per la parte organica, rimasta tuttora un inconcepibile aborto didattico , in contrasto stridente con la ereditata compiacente larghezza per la parte inorganica. A. proposito poi di chimica, giacchè per essa' è generalmente diffuso nei trattati il metodo di intercalare la parte teoretica fra la parte speciale, troviamo invece conveniente per ogni ri- guardo far precedere la parte teoretica alla parte speciale. Al contrario delle scienze fisiche e chimiche, alle altre, che vanno comprese sotto la denominazione di « storia naturale » è tassativamente da inibirsi ogni larghezza nello sviluppo delle parti speciali, quando questa debba riuscire un’ inutile ed odiosa tor- tura mnemonica e non abbia la giustificazione di motivi pecu- liari. Ed è da tanto tempo ed in tante occasioni che si è dimo- strato come botanica e zoologia devono poggiare su basi bio-fi- siologiche, che sentiamo il bisogno di astenerci da ogni superfluo commento. Intento l'occhio a rilevare gli errori e le deficienze dell’in- segnamento medio odierno, siamo costretti a stimmatizzare l’in- consulto metodo seguito nello svolgere le nozioni di anatomia e di fisiologia animale; sul quale oggetto, sotto il pretesto di fare cosa che direttamente interessi gli allievi, seguendo una illogica tradizione, si impartiscono ad essi delle pure nozioni di anatomia e di fisiologia umana , tacendo delle analoghe conoscenze per tutta la serie animale, o riducendole ad un’atrofica appendice di quelle. Nè può perdonarsi il colpevole silenzio— sotto cui sì passa ancora al giorno d’oggi—di ogni notizia che interessi le grandi concezioni dell’ intelletto umano sulla storia degli esseri organiz- zati; compito invero non facile, per 1’ uditorio che si ha dinanzi, — 336 — ma pur doveroso, per fugare il secolare errore, per parare i diso- nesti travisamenti, per concedere soprattutto all’intelligenza delle masse l’attesa risposta che l’éra nuova ha offerta al mitico que- sito: chi sei, donde vieni, dove vai ? * * * DISTRIBUZIONE DELL’ INSEGNAMENTO. 1.0 L'insegnamento delle scienze naturali sia impartito negli ultimi quattro anni della scuola secondaria. 2.° L'insegnamento delle scienze naturali sia diviso in quat- tro rami: FISICA, CHIMICA, BIOLOGIA (botanica e zoologia), GROLOGIA (mineralogia e geologia). Ciascun ramo, da svolgersi in un bien- nio, sia affidato ad un insegnante particolarmente in esso versato. 3.° Le materie d'insegnamento vadano distribuite, nei detti quattro anni, nell’ ordine seguente : 1.° anno» (quart’ ultimo): fisica ; 2.° anno (terz’ultimo): fisica, chimica ; 3.° anno (penultimo): chimica, mineralogia, botanica; 4.° anno (ultimo): zoologia, geologia. GABINETTI. 4.0 Per ciascuno dei quattro rami accennati sia istituito un gabinetto-scuola. 5.° Sia fissata stabilmente una sufficiente dotazione per cia- scun gabinetto. 6.° Fermo restando il criterio, che la dotazione debba inve- stirsi in acquisto e manutenzione di materiale strettamente di- dattico, sia fatta pure esplicita facoltà all’ insegnante di avva- lersene per i suoi studii speciali, nei limiti compatibili con le condizioni didattiche del rispettivo gabinetto. 7.° Ogni gabinetto sia provveduto dell’opera di un assistente. I gabinetti di chimica e di fisica siano inoltre provveduti rispet- tivamente di un inserviente idoneo alle. particolari mansioni. 8.° Sia istituito presso ogni scuola secondaria un piccolo museo di merceologia, annesso al gabinetto di chimica, da restare esposto all’ osservazione degli alunni. Fisica. 9.° La meccanica sia svolta con quel tanto di sussidio ma- tematico compatibile col fine della cultura generale e con l'’ ele- mentare corredo di matematica degli allievi. — 337 — 10.0 La trattazione delle parti speciali della fisica sia fatta con chiara e completa dimostrazione di esperimenti. 11.0 In rapporto con gli odierni progressi dell’ elettricismo, sia dato consentaneo svolgimento alla teoria dell’ elettricità dina- mica, come sostrato alla teoria elementare della dinamo, avendo opportuno riguardo delle principali applicazioni. 12.° La cosmografia, compresa nei giusti limiti di una ele- mentarissima trattazione, sia aggregata all’ insegnamento di geo- logia. CHIMICA. 15.° La parte puramente teoretica nell’ insegnamento della chimica sia ridotta allo studio delle sole leggi fondamentali delle trasformazioni della materia, nei limiti necessarii e sufficienti a fare scaturire chiari e precisi i concetti sulla costituzione intima della materia. 14.0 Nella parte descrittiva si preferisca insistere sulla spie- gazione di fatti e di cose della vita quotidiana , dando largo svolgimento alla parte sperimentale e limitandosi ad un parco uso di notazioni simboliche. 15.0 Sia dato adeguato sviluppo alla chimica cosidetta or- ganica, portando specialmente l’ attenzione su tutte le sostanze organiche di uso comune. 16.° Pur escludendo dall’ insegnamento secondario la chi- mica-fisica , sia dato nondimeno qualche accenno di elettrochi- mica. 17.° Siano nettamente esclusi gli esercizii pratici di analisi, come quelli che non hanno nessun valore tecnico, nè educativo, in un istituto di coltura generale. BIOLOGIA. 18.0 La botanica e la zoologia abbiano uno sviluppo preva-. lentemente bio-fisiologico. 19.0 La sistematica sia limitata, di regola, ai grandi gruppi, salvo quando ben determinati motivi consiglino spingersi a gruppi minori, non escluse le specie. 20.0 Nelle nozioni di struttura e funzioni degli animali sì eviti di fare esclusivamente dell’anatomo-fisiologia umana, ma si curi di porre nel debito rilievo la evoluzione organica nella serie animale, elemento importante per la chiara intelligenza dell’ a- natomia e della fisiologia dell’ uomo. [9] mn LO LI SUS 21.° Sia reso obbligatorio un accenno alle principali teorie, che tengono il campo, in argomento alla discendenza. GEOLOGIA. 22.° Lo studio della cristallografia, per quanto riguarda i singoli sistemi cristallini, sia limitato a nozioni sommarie, ma razionali, sulle forme più importanti. Per le notazioni non si vada al di là di un concetto generico. 283.° Sia compito dell'insegnante di fisica l’ammaestramento degli alunni in quelle parti della fisica, che vanno richiamate in mineralogia. 24° Lo studio delle specie mineralogiche e delle rocce sia li- mitato solo a quelle di spiccata importanza scientifica ed alle altre che interessano per notevole utilità pratica. 25.0 Si faccia proporzionalmente larga parte alla geografia fisica ed alla dinamica terrestre, e sì curi di dare agli alunni suf- ficienti cognizioni di meteorologia. 26.° Si dia una giusta misura alle nozioni riferentisi alla storia della formazione della terra, accontentandosi di dare un concetto generico della paleontologia, ed accennando solo ai fos- sili di speciale e caratteristica importanza. INSEGNANTI. 27.0 In ordine ai criterii, cui ci si è informati, e perchè si abbia un personale praticamente idoneo all’ insegnamento, sca- turisce il bisogno della promulgazione di norme legislative, dirette alla formazione di naturalisti-insegnanti, preparati con indirizzo fondamentalmente distinto da quello ora solamente in uso negli istituti superiori. Infine non sapremmo degnamente chiudere questi desiderata, se non rivolgessimo un caldo appello agli uomini di governo, per- chè sia finalmente riconosciuto, e tradotto in atto il diritto della GroGRAFIA di assurgere nelle nostre scuole all'altezza ed all’ im- portanza, che il momento richiede, fornendo all’ istruzione secon- daria insegnanti di specifica competenza ed all’ istruzione supe- riore il modo di formarli e di garentirne l’ esercizio professionale. LE INHEE & HI Leuzzi F. — Se vi sieno due foglietti, o due strati, nella dura madre cranica: come sieno in essa distribuite le fibre elasti* che: e come in essa decorra l’ arteria meningea media (con 11 figure) . ; Di PaAoLa G. — Fenomeni geo-fisici osser vata dal l'attività DR siva del Vesuvio nel settembre 1904. Nota MarceLLo L. — Sopra alcuni casi di teratologia vagetale. Nota a 3 figure) 3 FRIEDLAENDER B. e INTÀ E. — e A visita a Sii Nota PierantoNI U. — Cirrodrilus cirratus, n. g. n. sp. parassita dell’ Asta- cus japonicus. Nota (con la fur. ca : ; AcuiLar E. — Su di uno sprofondamento avvenuto alla Sari . di Pozzuoli. Comunicazione (con 1 figura) 3 Caposranco F. — Sulla rigenerazione sperimentale del perenchima ovarico. Nota 1 Vanni G. — Sulla verifica E Jolla dio dei po- tenziali in un circuito percorso da corrente costante. (con 1 figura) AnniaLe E.— Il clima di Napoli nell’ anno tico dlozica 1904- 905. Nota ; . 3 : È ; Di PaoLa G. — La a atmosferica e sue relazioni con Patti- vità del Vesuvio nel periodo 1871-1905. Nota. 7 Vayni G. — Sulla forza elettromotrice dell’elemento Daniell a clo- ruro d’ammonio. Nota (con 2 figure) Vanni G. — Sulla dimostrazione sperimentale del po o] con- tatto del Volta. Nota (con 1 figura) Trani E. — Sul Pirata piraticus Clerk. Nota Morgera A. — Sullo sviluppo dei tubulî retti e della fan eo nella Cavia Cobaya. Nota . MoreERA A. — Sulla struttura intima degli organi annessi al pati colo del Topo e della Cavia. Considerazioni generali sul gruppo degli Amnioti : MarceLLo L. — Ricerche anatomiche prelimiaari sola G TR dra betacea Sendtn Bruno A. — Sulle difese foliari della Pini petali Bir Se- conda nota. Bruno A. — Sulle difese lega Lo foglie ° . Rippa G. — Su di una Oxalis spontanea nell’ Orto botanico di Na- poli. Nota . RippA G. — Ricerche sulla o del AR e ga Tao! gio. Nota pag. d4 61 171 175 LI ——i———————__orgeseeeo[ — 340 —. Rippa G.— Su di alcuni nuovi casi di PORRE vegetale. Se- conda nota. - PagLia E. -- Sulle affinità tra Tar ianacee e Lipuscoee sane le idee del prof. Hòch. Nota. Vigorita D. — Sulla costituzione e genesi dello RA ptt dello stomaco muscoloso degli Uccelli. Studi (con le ta- vole II, III e IV) 3 De Rosa F.-- Contributo alla flora seg e ruderale di i Napoli 3 De Rosa F. — Camellie centenarie : Romano-PrestIA F. — Alcune ricerche clielegina dar nevrasse del co- lombo (con le tavole V, VI e VII). PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE Consiglio direttivo Elenco dei socii 3 ; È Elenco delle ian pervenute în Panino Pubblicazioni pervenute în dono Alligato PER L'INSEGNAMENTO DELLE SCIENZE NATURALI NELLE SCUOLE SECONDARIE . Gli Autori assumono l’intera responsabilità dei loro scritti Pay. 181 188 193 219 240 248 285 299 501 305 513 327 Li t] — DI VoLXIX. 1905" | i 4 À * PI * P DI Ad Lit.Tacchinardie Ferrari-Pavia. Capobianco-La Figenerazione sperimentale del parenchima ovarizo È Bult.a.Soc. di Nat in Napoli Ve XIX-A 1905. Te av. Lo nati (I nua dà t ‘ ;e ci ii Fig. Vi VA Fg. IL. i | denota i LEA | | ®0000909® ® int \ x Sa Do line Fare Sa = 008 e 20,0 è, È sd La ae fe a e DIA LL) % 090/868 300 è H i SES a | 050 3 Soiaten gegen deste men, DE 9a xW_ ®'a'% 0% 000, 0009 000 9 42 INS i i i SS > MUR Coo9 090.000 n Cd; 7 07i ari N° SS | sas sian ee annota I IMUIPIA Ie SERE 70 @.. S f i ì PAIN i | za = N} SS Posa daga 1 ‘ANO INIST ANESTS DI LAN NSS I 11 î n Ni (9 s00080 Ù go tai RMDITAACA da :99 TAUIZI “= Mr NA) Ad PZ ZA seg 0! — art DL LIETI pelo TRA 1) 0A % A ERA AE NON (00° "02,94, SI #4 1GGG%ot toni IE \ VU i Minto, so n 0) iù, hi Va | di! GIEV9°1 8800000 ne dce LI 5, 09089%8 £ì DIA CATIA, 45 My SNO PIGZICUT I dot 0 iI OS9SI9I Si ZAP Panîy 8A “IN NINIZ 4E a id o algI atP PRIDE, 201 o 905%, d8 si ego CL PS a I dA di SILA 20 sir) 09 | sce, Lt | RAI nad o09 si velS'agezo © CAS | Ù A È | agente | Fig.1l o sestetto‘ | este CA Von, 0, @ AAA (i 5 dnessronteti sno, 0, 6 è o9a0® ooo nera % A | ENVY A CA PAIAIATZAAEI 4 | SEMINA Msantog daessanei AI AATISIA La A | 37 UST to” eS09t% ITA sito azz i TESSS Sao NALE 1 | AR 99 gi 448,9 404449491 Pon | IMI EI È e CULT MUMCZAÀ 4,55 UAIZZIIANI Vigita Ù w LO NITUUIAZIONI PISTA s | RENAZZO VIOTIFAIVOA VA RETTA NI 1,19%, 4 406, i A STU ge 4 Le ES UrAS Z400) DAI io, I) 10967 96 994, da 48 Gap bl) p ONTO 1e/2or4e © £ (44M STAI Sa) pira 84,54 et) 3007 PAINT) ANI SALINA | da i; A 08,80 i oa Ming SA (47 NI Li 4 (A. STURA Nt | | | Tav IT. . Bull. d. Soc. di Nat in Napoli Vol XIX. A.1905. HCL. HSO0, | UNO, 1 ecaldo | afeddo | acalio | efreddo Mffecatio | afteddo Lempo impiegato a scrogliersi Tempo impiegato a scuoghiersi Tenpo impiegato a sciogliersi Tempo FERRE a sciogliersi | < RSS pianta colorazione e rispeltiva colorazione (ae rispettiva colorazione e rispettiva colorazione i “x 1 i de Hi De Ore 8 Dopo prolungata Ore 0,55 Dopo prolurngata\ Ore 050° Dopo probungata Unghia AZLONE. | AZIONE . GUZLONE. | mm wr i | I 139 Dopo prolungata Gi » | azzone. €; ben scal Dopo prolungata Ore 040 Dopo prolage Dex prolungata 9 le opales AZUONe.. | AZIONE. I S 19 » . sa n Ore 10% Ore 8 * Ore050° Dopo prolergata 7 AZIONE Do, POL f] 77 di pain > li sospesti Set dipiilà 0 Dopo prolungata. de Con /Uanen USL RES ocra ii de nilo (13/00 BATTITI III CIAIGANAE LI n, x ei LLTEDO : . IRAN — ("PPP ela; î N° ) i pr» Sy n Mi asc, r - ma PeR] oe a MITE LL reg È CALA losot. SIE “ti aloieele;piploseraza e s Ra no6 PAGZIZA eldote Selairigza a È Cia VX \ at data a a seggio I x hi ci 1 seed SERE, Za, gut Dì Po e CETO RAPE ? 7 È ale ad prati mi door ritiali tz E %y $ $ Ò Sì -S sa rned2277 A NE dg > Mr ERA vi AIAR : IATA Li 0 I rap e ve .00c. di. 4 fel triti et a tc i IA Serino Napeli fa - di Nat in Napoli. VOLE, 1905 7 RSI Sag: y PAT Mer (ea i 1 De Pietro es NIN - 24 Spy ELA SZAA e } 6) e? tc, Iit.A Serino. Mapeli : i e; i ei è Fadda in rpy dr È o” 73 pra : sca cd "he! È cs % a ee ET K 4 P Tur "ig " masarrrita le da rocplbasinci bi : 6 tr, TA 2 % fa DI, a ; ; ù > x {a i] agri rh ere a i dre ve, sn de lattea o È Raiden sla ve A De Pietro dis. Lit. SerinoNapoli ea © | MP: 2 FS, PA _ ela Pe) (I È n ld [i - tria £ai fe Dn lafdag ea “i ti a wii Buell, di Soc d Nat in Napoli VoL XIX. 1905. pe De Picîro ars. . LitA Sertno-Narol %» . <>\ n n » | ‘ i Ù " x di vao* Di RE pre diri N ATE k Da Peso . Dai a e - n'a i si è Nige: ' È % Me ; : a % ù DI » è ’ i Le * À * }» x o #È 4 “) s E) : Pi 4 À 4 i hà "pi à " A si ® ?: ti “ » dà è + x LI 4 ha TIT e i r. * * » £ 4 DI ha d A È ve LI + Î*» Ri i # ME U è xy * . $ & ld y : \ È Agr “i eng è de Mart, 3 ù eat t. 90 = Fr fi Pi Ò ST Mega Pa cioe. 5 ve * i ta 4, % ' " sò P " È i PR è € Le cute Bull.d Soc dA. Nat in Napoli VARIA (905. SERIE E. — VOLUME IE y L Rit ANTI to Ct {4 A - Strada. Cisterna dell Olio RIA Leuzzi F. — Se visieno due foglietti, o due Susti, nella dura Fiadia cranica: come sieno in essa distribuite le fibre. elasti- che: e come in essa decorra l’ ARG meningea, media. (con 11 figure) . Dr Piora G. — Fenomeni geo-fisici osservati FOLD l'attività esplo- siva del Vesuvio nel settembre 1904. Nota . ‘ a MarceLLo L. — Sopra alcuni casi di teratologia vagetale. Nota (con 3 figure) | FrmmpLirnprr B: e Aguirar E. Una visita a ‘Stromboli. Nota. PieranToNI U. — Cirrodrilus cir ratus, n. g. n. sp. parassita. dell’Asta- i cus japonicus. Nota (con la tav. I) . Sa AeviLar E. — Su-di uno sprofondamento avvenuto alla Solfatara SA di Pozzuoli. Comunicazione (con 1 figura) — tun CapoBianco F. — Sulla rigenerazione sperimentale, del perenchima ovarico. Nota. . È Tea Vanni G.— Sulla verifica sperimentale della distribuzione dei po- ; tenziali in un circuito percorso da corrente costante. (con _1 figura) . ISAIA AvnnIBaLe E.— Il clima di N apoli nell’anno meteorologico 1904-905. Si Nota . è i Di Paora G. — La pressione irta e sue ‘ relazioni con l’atti- vità del Vesuvio nel periodo 1871-1905. Nota. x Vanni G. — Sulla forza elettromotrice dell'elemento Daniell a clo- ruro d’ammonio. Nota (con 2 figure). VA Vanni G. — Sulla dimostrazione sperimentale del principio del con- > tatto del Volta. Nota (con 1 figura) (LU 0 LL 0a Trani E.— Sul Pirata piraticus Clerk, Nota. i SLI Morcera A. — Sullo sviluppo dei tuduli retti e della ‘rete testis 0 nella Cavia Cobaya. Nota . LE ‘MoreerA A. — Sulla struttura ‘intima degli organi annessi al testi- colo del Topo e della Cavia. Considerazioni generali sul gruppo degli Amnioti ih MarceLLo L. — Ricerche anatomiche preliminari sulla Cyphoman- dra betacea Sendtn . Bruno A. — Sulle difese foliari della Dact lopetalum Barteri. Se- RT conda nota. - 3 LA Bruno A. — Sulle difese marginali delle foglie Ata i . Rippa. G. — Su di una Oxalis spontanea nell’ Orto botanico di Na- poli. Nota... Ripa G. — Ricerche sulla impollinazione del Castagno | e del Fag- È gio. Nota... ‘; n Rippa G.— Su di alcuni nuovi casi di 4eratologia vegetale. Se- i conda nota. Pactra E. -- Sulle affinità tra Valerianacee è Dipsacee secondo. I idee del prof. Hòch. Nota. ; de Vicorita D. — Sulla costituzione e genesi dello. strato “#tisolafà ie dello stomaco muscoloso degli Uccelli. Studi (con le ta- vole II, IIL e IV)... De Rosa F. — Contributo alla flora murale € ruderale di Napoli . De Rosa F. — Camellie centenarie i Romano-PrestIA F. — Alcune ricerche citologiche sul nevrasse del c co- 1 lombo (con le tavole V, VI ON Sa ea (Per. |° indice completo a in fine del volume) VE f (approvato nella tornata del 14 agosto su IV. Del Bollettino Arti 81. La Società pubblica un Bollettino contenente è pro- A cessi verbali delle assemblee. e delle tornate e lavori originali dei I > soli so0cì ordinarti. Art. 32. I processi verbali delle tornate ordinarie debbono contenere: : ‘ @ l'elenco dei socii presenti ; in 6) l enumerazione dei lavori originali letti, con |’ indica- dei 3 GENT À zione se vengono o no pubblicati nel Bollettino ;. Re ito RP * e) una breve notizia delle comunicazioni verbali ; GSS ca 1 i | d) l'indicazione delle letture e delle conferenze fatte nella Do di tornata; : . é) ei nomi dei socii ammessi e quelle deliberazioni che si | crederà opportuno pubblicare. i re «Art. 33. I lavori da pubblicarsi nel Bollettino dovranno esser a: - letti nelle tornate. Sui lavori letti potrà esser fatta discussione. ba} - Quindi i lavori restano sette giorni in Segreteria a disposizione Da; di; ‘di quei soci, che volessero ponderatamente esaminarli. Trascorsi Ciara I sette. giorni, se non è pervenuta alla Segreteria nessuna Osser- Lr vazione da parte di alcun socio, il lavoro è passato alla stampa. - OTAEA de Essendovi discussione, questa verrà fatta nella prossima tornata, A CE $ informandone di autore, perchè possa intervenirvi: la discussione |. sarà pubblicata nel Bollettino, in seguito al lavoro, tenendosene hà, “pure conto nel processo verbale. Art. 34 I lavori già pubblicati non possono essere stampati ‘nel Bollettino. Pe Art. 35. .Il socio, che non è in regola con la cassa sociale, pere non può pubblicare nel Bollettino. «|_°’0’Art. 36.I soci ammessi a far parte della Società da meno RA «di un anno non hanno dritto a pubblicare nel Bollettino, se non di 28 c) der VABBUano anticipatamente l’ annata intera. are |_»’»’. ‘Art. 37. Nel caso di lavori fatti in collaborazione da più soci, |». ili, questi debbono essere tutti in regola con la cassa, perchè il la- «voro possa essere pubblicato. EM Nei: # Art. 38. I lavori debbono versare sopra argomenti di scienze Fal Di , naturali e loro applicazioni. ISSN Art. 39. Il Consiglio direttivo cura la pubblicazione del Bol- gio x Art. 40. Il numero dei fascicoli del Bollettino sarà determi- | nato anno per anno dal Consiglio direttivo. «—_’—. Art. 41. Gli autori avranno gratuitamente gli estratti dei _ loro lavori. Il numero di questi sarà ogni anno determinato dal Consiglio direttivo. ter Seo A 4 eni Da Art. 42. Gli autori potranno avere un estratti a proprie spese... 0 I i Art. 43. Le tavole ‘e le figure nel testo della Società *), e gli autori pagheranno; per figura, un contributo, che sarà caso per caso s glio direttivo, tenendo conto dell’ importo dell condizioni del bilancio. Gli autori, pertanto, sarann depositare una somma, che sarà anche volta per v dal Consiglio, prima di dare alla stampa il lavoro indicare il litografo dal. quale intendono siano eseguit salvo il consenso del Consiglio direttivo. si Art. 44. La Società può limitare i fogli di stam autori hanno diritto, in ciascun anno sociale, su propo siglio direttivo in un’ Assemblea generale ; tuttavia. sia presentato un lavoro, che per la sua mole imp considerevole, il Consiglio direttivo può invitare la £ in una tornata ordinaria, a deliberare sopra. la opp stamparlo. Ta i Art, 45. Per quei lavori, che importino una spese straordinaria, gli autori, dietro proposta del Consigli approvata dall’Assemblea in una tornata ordinaria, p sere obbligati a concorrere allà spesa. I PMI *) L’ esecuzione delle tavole del presente voluin: rata direttamente dagli autori. di Dre dala Per quanto concerne la parte scientifica ed amministrativa di SEGRETARIO DELLA SOCIETÀ Dr. ALessanpRO CuroLo, presso la sede della So Via S. Sebastiano, 48 d. «_ Sono vivamente pregati i sociè ordinarti non rest la loro contribuzione annuale al socio cassiere Stig. EM. Istituto Zoologico della R. Università. || 0 Per questo anno la Società dà agli Autori 50. Gli Autori i quali ne vogliono un maggior numero ‘| copie in più secondo la seguente tatiffa: P. Sie ala ESEMPLARI Lot. 25 1/1 foglio (4 pagine).'«.| L.-1 75 1/9 foglio (8 pagine)... >» 2,25. 3/4 foglio (12 pagine) ©. > 13.90] ee 1 foglio (16 pagine)... > dia; | pube N.B.— Nei sopra segnati prezzi va inclusa la legatura e la | Prezzo del presente volume De ARA AA DA RS I SONA BARBARA TORRE MA A TATE ARIA DA CANI a a RAR I A 1 IAA RARA AAA RESERO Pol n Sip qua pantano. GARA nnt capa I A ;A; Ana MARRA RARA. TA à ARR sia VAN ANNA AAARAR DIARI AA DIARI 31 VAC SI CApE ara dA AA der ANARA PENTA en OMNANIMANAANA MANNA 4 PARATA g°- EI FIRATINZE GE LR E "en IMMA AAAIABANAA MINA RITRAE AAA A LR BRIAN ANNA n E ANAAAA AA OMAMA AAA RARAAGA, AMAMAANAAAA" PAARANA AAA VaNYAARIII: À. Pa "aOROAAARAN RARAAA irta: Lena CAL ATA RARANARANAA SAN RIS Adi a DI; ARARAAAATACA a MAARA! 4 ARL NAANANA MAM n e / ANAA' An AGA È zA À à VARA AAA SATA a_IT o; RAPINA CA AA SANA: fap My RARA nARA,AGA Aaa Ai, O RIARA AMINA SCA ALETTA NARRA ARARL SAAAAAMMAMANCAARRA RR PPC o CALIAD 55, i "AA RA A IA AAA Ga > 333. » E na NANA NA RAM IN reo >» n È A pin Ri; RASTA NATA AAA AA ANAARA Aalala} AA, NEAR -ANARASA a NA FAZAA AR SA Ae RARARA RA \ ILARA ARA 3 Rana] LA a ANPMARIASARAA a MANARA VA LA A A A ? A nando e Sara n Guai Fief AMARA A Ono REATO TARRA RA a AMARA gAAANTORON wa: e Rafa tica AAA GAARA an ABETE RARE Mt Rel MAR tnt a i 1 e Rag AR DACACA A : ” « Da x n aaa LOLA N io by “ ti VET, Ra” Ada ty Mi RO AE = NE inf AA Na va » RARA 7 A Ni AA A APRARIARRAI p A AAA RAR A AMA | nu | RA ASIA AC e st ‘E RIA RE RARATIRA al pers A cana ca (a . Fal ME SPANOS CREA Si n pied - RAR TRA t- RO I ; AAAPOALA ARAN FRESLERAL ui Misna Ven Re o anpANA AR: sAanda RANNAAAANNA RARSRAMAAA AA AAAAA Re, de Sa FASE AMIARICO CRE AGGZA x. A O WYCPE Ana NANNA fx A Ni AL LAI ALII \ É A pa ; RA È DA, A; dala A AA 0 A AREA Go RED , E y ata RULCANIA AA EI Muta, VPRINIAR Od cala MM VePPAMTI9 nba A AA” SANA paria RPANAR AA. SARAZARARAA (AA A CRIMBANOAPA RANA RE a i ALLA SD NANAAAMARAAANAMMAARE RA AVIARAARELUBBZOFT a TTafia af L e DA A ARAN; AL: PARA sia ANALANA MANARA ARRE T RARAE, o, SELLA POR si RANA | AR ANA i UA n ) A Maiolalale\a Wale atala AVANZA i | LARAZA NOAA ANSASINAA Au Lo gg AMMALA da < MAIRZOR A ANA SA Aa [ a SRARRAAAA ARRRA DAARA ARA FA da PARANAAMAARA NA pp" i Rn G sia, 3 An anne AAA, (TURE p È È AAALA ULT.PRA I E Aa Vigeia î dà: | IAA “ 6 È VA AA . AR A GOLA ARR - È ptt AA & ADAA, AAA ‘ A A Va A An Al MARIA AAA a RATTAZZI | al, I ì ai n \A- A pi z'A Tal SCOLA AN? a 2 Na NY » 2 ANANANZ COARRAA: pui PETRESO IE “A La SARA ALDI SME FRANCIA ANNA. A iti la “A gna ARR ANI E VATI a A a al n posata dba; Ma AATACA RARA AAA TAMARA NA ia AVAMAR MALATA ARA MARA AVA AA (ULI 3 —_ 315 8282 | | SMITHSONIAN INSTITUTION LIBRARIES mm ANIA MIAIA AT! ‘AAA PAGE | vw SIA AIA ENT AAA ) DA - i R A IMA A DAR RA ASA É 2A £ n NI SR IREt< I I A n ; i Fa LIA È > ; MARA AMA ARI n OO SANA RANA ARSA DARESTE Iseo "TARA; DARA MAMRA NARA n AARAARARARA A ZARA ORSINI VECI dI da sa > Di AA IAMRAAZALA: A - SRARA RA NARA AAA PARAARARMAZNA Ao ARAGAAZA ani PA ARR n MARARANANANA VIVANO n AAA ACUTA LA MENA AA PVAAPLINA LATE CINA GIATTATYA LaY\ “i rita ARAN AA LAI i sai mo A RRANA RAMA a i ARR ARA WA RAR a saetta I An hi MARAAANAI AMMAN Ras j fa RA ATO A A ILA [I