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SERIE I.— VOLUME XIX.
4A.NKNXNO XIX
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(Con 8 tavole e 19 figure nel testo)
(Pubblicato il 10 febbraio 1906)
NAPOLI
‘R. TIPOGRAFIA FRANCESCO GIANNINI & FIGLI
Strada Cisterna dell’ Olio
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Se vi sieno due foglietti, o due strati, nella dura madre
cranica: come sieno in essa distribuite le fibre
elastiche: e come in essa decorra l’arteria menin-
gea media. — Per il socio Francesco Luzzi.
(Tornata del 24 luglio 1904).
I. SE VI SIENO DUE FOGLIETTI, O DUE STRATI,
NELLA DURA MADRE CRANICA.
Massa nel 1560 attribuì alla meninge fibrosa del cranio due
foglietti, che furono accettati dagli autori fino al 1875. In que-
sto anno Key e Retzius pubblicarono i loro studî microscopici
sopra una striscia di dura cerebrale, e negarono i due foglietti,
ravvisando nella tessitura della meninge due strati fondamentali,
esterno ed interno, legati intimamente da fasci, che reciproca-
mente si scambiano, da rendere artificiale, la loro divisione.
Le vedute di Key e Retzius, confermate da Laurent, si ri-
tennero esatte nelle linee fondamentali. Melnikow-Raswedenkow
le riconfermò nel suo bel lavoro intorno alla Struttura normale
della dura madre e sopra la pachimeningite interna, stampato il 1900.
Szymonowiez accetta pure i due strati interno ed esterno
di Key e Retzius. L’interno per istruttura ed importanza corri-
sponde alla dura spinale ; lo strato esterno adempie l’ ufficio di
periostio alla superficie interna del cranio, ed in esso le fibre
sono disposte in due strati, che s’ incrociano vicendevolmente.
Ma Trolard nel 1890 mette alle stampe un caso, veramente
eccezionale, di duplicità della dura cerebrale, e trae occasione @
pronunciarsi in favore dei due foglietti, di cui rintraccia le prove
nei laghi sanguigni, nel seno petroso superiore , e nella tenda
del cervelletto. Nel tentorio, egli dice, con lo scalpello alla mano,
si possono separare i due foglietti in tutta l’ estensione.
Testut nella sua Anatomia descrittiva normale sostiene i due
foglietti meningei, di cui trova esempî nel seno petroso superiore
e nel cavo di Meckel.
E recentemente, nell’ Anatomia descrittiva dell’ uomo del
Poirier, Soulié adduce questi argomenti a conforto dei due fo-
glietti della dura madre del cervello:
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1.0 I due foglietti si possono separare facilmente nella mi-
nore età; il foglietto esterno è più spesso , e contiene i gros-
sl vasi.
2.0 Essi potrebbero essere normalmente staccati e distinti in
certe regioni, come la cavità di Meckel, ed il sacco endolinfa-
tico. L’ esempio dei seni è contestabile. Trolard ha citato un caso,
in cui su tutta la convessità, eccetto la regione mediana, la dura
madre cranica era duplicata in due foglietti, della medesima
struttura istologica, e debolmente aderenti. Nel canale rachidiano
il periostio e la dura spinale sono due membrane distinte, unite
solamente al livello del forame occipitale.
8.0 La reazione patologica non è uguale per i due foglietti
oirier). È essenzialmente alla dipendenza del foglietto esterno
che si sviluppano i sarcomi, gli osteomi a placca, o a tumore.
Le pachimeningiti hanno un’ evoluzione differente, secondo che
sono esterne o interne.
Mettiamo a prova la validità degli argomenti sopra men-
zionati.
L’ esame minuto del seno petroso superiore (fig. 1) non dà
segno di due foglietti, che si dividano per costituirlo. Le fibre,
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Fig. 1.— Seno petroso superiore.
che circondano il seno ed aderiscono alle sue pareti, hanno tes-
situra uniforme, che si presenta come nei seni della grande falce,
nel seno retto, ecc. ecc., scartati come argomenti per sostenere i
due foglietti della membrana esterna del cervello.
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È contrario alla verità il dire di Trolard, che le pareti della
vena petrosa s’enucleano comodissimamente dai due foglietti me-
ningei, i quali s’ accollano ad esse, trasformando la vena in un
canale aperto.
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Fig. 2. — Tenda del cervelletto.
Questo fatto trova ragione in un’abile mano, e nella bontà
d’ una lama ben temperata.
Ricercati al microscopio i due foglietti nella tenda del cer-
velletto, non si ritrovano, essendo compatta l’orditura (fig. 2).
Anche qui l’ ottimo scalpello di Trolard fa
prodigio di destrezza, creando artificiosamente 1
voluti due foglietti.
Se è vero che nella prima età si possono di-
videre i due foglietti della pachimeninge del-
l’encefalo, è pure vero che la divisione, anche
in questa età, è affatto artificiale. Io ho diviso
in due lamine una parte d’un pezzo di dura di
volta, che apparteneva ad un neonato. Le se-
zioni mostravano al microscopio una struttura
eguale nel tratto integro, il quale chiudeva l’an-
golo dell’artificiale sdoppiamento, e si continua-
va nelle due lamine. Non'si scorgeva segno di
divisione naturale dei due foglietti (fig. 3).
Che fatti eccezionali e stati fetali rivelino ciò
che furono due formazioni, confuse dopo il com-
pleto sviluppo dell’essere, è verità irrefiutabile.
Il caso di Trolard potrà dimostrare che i due
strati generatori, che con la loro fusione dànno
corpo alla dura madre del cervello , restino in-
dipendenti nella loro maggiore estensione.
Divisione artif. Questa idea mi nasce dal lavoro di Salvi su lo
ciale. sviluppo delle meningi cerebrali. Questo autore
segnalò due strati nel posto della meninge fibrosa; 1’ interno sì
differenzia prima, ed è per lui la vera dura ; l’ esterno si svi-
volta di neonato.
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luppa più tardi, ed è il periostio ; il quale subito si confonde con
l’altro, serrando i vasi interposti tra loro, di cui le vene diver-
ranno 1 seni.
Esempî di due foglietti durali nel cranio, che rimangono in-
dipendenti a completo sviluppo , sono indicati da Wiedersheim
nei vertebrati inferiori; ma lo stesso autore afferma che nei ver-
tebrati superiori i due foglietti si fondono nella dura cranica. E
la fusione avviene in età embrionale, secondo le osservazioni di
Salvi.
Avvenuta la fusione, i foglietti si perdono in una tessitura
comune ed uniforme, e la prova proviene dall’esame istologico.
Chi esamini sezioni di dura, vuoi di volta, vuoi di base,
d’ adulti e di neonati, scorge un’ uguaglianza d’ ordito, che re-
spinge l’idea, non dico di due foglietti, ma di due strati.
In qualche punto la diversa direzione dei fasci nelle sezioni
durali potrebbe dare la falsa imagine di due strati; ma tra loro
non esiste limite alcuno, necessario ad una distinzione, ed il loro
legame è strettissimo.
Sulla base del seno superiore della grande falce , nel seno
petroso superiore, un fascio nitidissimo sovrasta spesso come pon-
te; ma nei tagli in serie sì modifica , e le fibre decorrono nel
senso del seno.
Ai lati del seno superiore della grande falce, e talvolta per
la maggior parte dell’ altezza di questa , due fasci della stessa
parvenza insinuano l’ idea di una introflessione della dura per
formare la falce. Un fascio a ponte tra essi, alla basa del seno,
apparisce come una briglia, che li concatena. Questa veduta men-
tisce più la realtà nelle sezioni che hanno vasi, o fasci fibrosi,
verticali, che sembrano una barriera tra i fasci laterali. (fig. 7).
E pure qui non'si può invocare l'origine della falce da due
strati, perchè nasce da un gettone pieno (Salvi). Di più, in altre
sezioni i fasci sì confondono in una stessa orditura , spesso per
tutta l'altezza della falce, e costantemente al margine libero, in
cui scorre il piccolo seno.
La disposizione dei fasci a gruppi spiccati talvolta è dovuta
a liste fibrose, che, decorrendo perpendicolarmente ai gruppi, li
circoscrivono. Ed in alcune sezioni una zona può apparire costi-
tuita da una continuazione di campi, che rappresentano i tagli
dei fasci. Ma questi campi non sono costanti, e si dileguano per
dare una uniforme orditura a quel tratto di pachimeninge.
Intorno ai seni e alle grosse arterie pare che ci sia un gros-
so fascio, che goda di una certa apparenza individuale. Anche
PES A
ad occhio nudo si vede nel neonato in questi punti un ispessi-
mento della dura, che spicca sulla superficie esterna; il quale
scomparisce nell’età adulta, e solamente si ravvisa nell'indagine
minuta. Evidentemente questa accolta di fibre è legata alla pre-
senza dei vasi.
Nelle pareti del cavo di Meckel anche l’occhio nudo scorge
una differenza di spessezza, che le distingue. La parete superiore
è più spessa, più compatta, ed è la vera continuazione della dura.
L’inferiore è sottile, e bisogna staccarla dall’osso con molta de-
strezza negli adulti, e specialmente nei vecchi, in cui si lacera
facilissimamente; nella giovine età è alquanto più spessa e meno
difficile il distacco.
Le sezioni minute, intere, eseguite in tutti i sensi, del cavo
di Meckel di dura di soggetti adulti e di neonati, mostrano una
sottile capsula connettivale, propria del ganglio, che lo circonda,
e si confonde con la guaina dei cordoni nervosi nei punti di
loro uscita. Essa si colora di un bel nero con la tintura di pi-
cronigrosina.
Le fibre inferiori ed esterne della meninge, incontrando la
capsula, l’ abbracciano, confondendosi con essa.
Le fibre meningee , che rafforzano la parete inferiore della
capsula, non sono numerose , e non possono tenere il posto di
un foglietto esterno ; esse sono semplicemente fasci di rinforzo
capsulari.
Non si può parlare di sdoppiamento della dura in due fo-
glietti nel cavo di Meckel, ma di fibre meningee , che incapsu-
lano il ganglio di Gasser.
Questo argomento quindi non può difendere i due foglietti
della meninge fibrosa del cervello.
Senza valore è pure l'argomento che la dura spinale esiste
separata dal periostio vertebrale, e sono uniti al contorno del
forame occipitale. A questo foro la dura si unisce con gli at-
tachi ligamentosi; ma non vi è dubbio che la membrana occi-
pito-atlantoidea continui il periostio dello speco vertebrale al di
sopra della prima vertebra. E nel forame dura e periostio sono
riconoscibili al loro ordito, compatto quello della meninge, ral-
lentata la trama periostale ; e non sì ha il medesimo aspetto come
nella meninge cerebrale. La limitante elastica esterna discende
fino al contorno del forame, e si arresta al punto dove il perio-
stio s’ innesta alla dura.
Sarebbe un argomento valevole, se all’ orlo del forame oc-
cipitale la limitante elastica esterna si continuasse dalla dura
Lil a
cerebrale alla faccia esterna del periostio; e le due membrane,
di una medesima tessitura , si differenziassero , scendendo nello
speco vertebrale.
S’' incontrano casi, in cui la dura più bassa del clivo ha la
medesima orditura elastica della meninge fibrosa vertebrale; ma
sempre si trova la differenza di tessitura tra la meninge ed il
periostio.
La diversa evoluzione di un processo patologico di un or-
‘ gano non ha per base esclusiva il diverso sostrato anatomico, e
la patologia è ricca di prove.
Anche la proprietà di fabbricare osso appartiene a tutta la
dura, e non allo strato esterno di essa, voluto rappresentante del
periostio endocranico. L’esperienze di Caminiti, condotte con avve-
dimento, provano che la dura, trapiantata nei muscoli e sotto la
cute, genera osso, come il periostio impiantato in luoghi identici.
Ho ricercato pure i due foglietti, e i due strati, nella dura
cerebrale di tacchino, di pecora, di cane, di gatto, e non li ho
. trovati , essendo compatta l orditura delle fibre meningee. La
grande falce di pecora, di gatto, e di cane ha l’aspetto di gettone
pieno, come nasce la grande falce dell’ uomo.
Concludendo, nella dura cranica conformata a pieno svilup-
po, non vi sono due foglietti nella sua tessitura, ne’ due strati,
e tanto meno si vede la stratificazione indicata da Szymonowicz.
Per comodità didattica si può distinguere nella dura la zona
vascolare o esterna, che contiene i grossi vasi, e la zona aracnoi-
dea: nomi che non implicano inesattezze genetiche e strutturali.
II. CoME SIENO DISTRIBUITE LE FIBRE ELASTICHE
NELLA DURA MADRE.
Avevo alcuni dubbii sulle cose dette intorno al tessuto ela-
stico della pachimeninge cerebrale , ed ho impreso una serie di
pazienti ricerche per assodare quanta esattezza vi sia nelle co-
noscenze finora possedute.
Mi sono servito in questo studio di diversi metodi di colo-
razione delle fibre elastiche. La eosina di Bagneris, il metodo di
Martinotti all’ acido cromico e safranina, di Mibelli, che tinge
con safranina e decolora con ‘acido cloridrico, non mi hanno reso
buoni servigi; nè miglior bontà ha. mostrato quello di Burci, che
usa la soluzione satura alcoolica d’ auranzia. Il metodo di Tar-
tuferi non s’ è prestato bene a queste mie ricerche. Non ho fatto
uso dei metodi d’Hertiwig, di Gerlach, di Lustgarten, d’ Unna-
Rep 3
Taenzer. Il metodo di Livini mi ha fornito un discreto risultato.
Per ora l'eccellenza sopra le tinture delle fibre elastiche la vanta
il liquido di Weigert. Ho praticato il puro metodo di questo
autore; la modifica proposta dal Minervini, ed ho ottenuto belli
preparati. Splendide colorazioni s' hanno pure, fissando in bicro-
mato al 2 °/, colorando le sezioni col liquido di Weigert, e, dopo
la scolorazione in alcool a 90°, passandole in safranina per 24 ore.
Il sublimato al 2 °o, la formalina al 3 °/, e la formalina
alcoolica al 5 °/o d’ alcool a 80°, si prestano benissimo a fissare
1 tessuti per la colorazione delle fibre elastiche col liquido di
Weigert.
Dubreuil ha notato che la natura del fissatore non esercita
seria influenza su la colorazione del tessuto elastico col liquido
di Weigert.
Del pari la fucsina può essere sostituita col violetto di me-
tile SB, il violetto dalia, il violetto exametile, la tionina, il blu
di toluidina, il blu di metilene, l’orceina, la tropeolina, ecc. con
buoni risultati.
La tintura di Weigert colora con maggiore energia dopo un
lasso di tempo dalla sua fattura, ma, invecchiando, perde di for-
za: agisce in 5-10 minuti sopra le sezioni; la durata di 20-30
minuti esige una lunga e difficile decolorazione. I pezzi si colo-
rano in massa tra 24-48 ore, ed occorre un tempo doppio e tri-
plo a scaricare il colore nell'alcool acido (1 d’acido cloridrico e
100 di alcool a 70). Per ottenere una spedita scolorazione giova
lavare con acqua distillata il precipitato del filtro prima di scio-
glierlo nell’ alcool a 90° nella preparazione della tintura di
Weigert.
Le sezioni decolorate è opportuno tingerle con colori di con-
trasto ; a questo oggetto si prestano il carminio boracico, la sa-
franina, l’ acido picrico, la cocciniglia, l’eosina. La tinta di con-
trasto non deve essere molto forte.
Il materiale, scelto allo studio, fu la dura di neonati, di gio-
vani di 15 e 25 anni, d’ adulti da 37 a 50; e di vecchi di 60,
70, 80 anni, morti per diverse malattie, ma nessuno di menin-
gite. Aggiunsi la dura di tacchino, di gatto, di cane, di pecora e
di macaco.
i OSSERVAZIONI
I. Dura di neonati. Le sezioni di meninge della volta
presentano rarissime fibre elastiche ; nelle vicinanze del grande
seno sono più frequenti. La limitante elastica interna, interrotta
MS °
da violenze meccaniche nei miei preparati, è evidente , ma sot-
tilissima ; qualche fibrilla ricorda l’ esterna. i
Le sezioni di dura della fossa cerebellare hanno la limitante
elastica esterna, qualche fibrilla al posto dell’interna. Si notano
qua e là delle fibre elastiche, commiste alle collagene.
Nella fossa cranica media, nel foglietto inferiore della cavità
di Meckel, vi sono punti, in cui sono frequenti le fibre elastiche.
Confrontando le fibre elastiche della meninge della volta con
quelle della dura della base, le fibre elastiche di questa ultima
sono più frequenti.
IL Dura d’uomini di 15 anni. La dura della volta ha
maggiore la limitante elastica esterna che l’interna ; le fibre ela-
stiche abbondano più nella zona vascolare, che nell’aracnoidea.
Nella dura della base prevale un pochino la limitante ela-
stica esterna su l’interna. Nelle loro vicinanze alcuni punti sono
pieni di fibre elastiche, ma queste scarseggiano nel mezzo della
sezione.
Il cavo di Meckel presenta una chiarissima limitante elastica.
Sono bene sviluppate le limitanti elastiche della grande fal-
ce e della tenda del cervelletto.
Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle
della base, risultano meglio sviluppate l’esterne che l’interne. Le
fibre elastiche , che scorrono tra le collagene, sono in ambo le
sezioni inegualmente distribuite; ma nella volta sono più nu-
merose.
III Dura d’'uomini di 25 anni. Nella volta la limitante
elastica esterna prevale di poco su l’ interna; le fibre elastiche
sono in discreta quantità.
La dura basilare mostra una limitante elastica interna svi-
luppatissima , consta di parecchie fibre. L’ esterna, anche essa
bene sviluppata, è più sottile dell’interna. Le fibre elastiche sono
numerose.
Nel tentorio la limitante superiore è più cospicua dell’infe-
riore : le fibre elastiche, che le compongono, sono dirette trasver-
salmente, con decorso più o meno obliquo ;} una fibra è separata
dall’ altra, e non s’ intrecciano a rete, come si vede manifesta-
mente nei punti, dove le fibre sono oblique, e specialmente nelle
sezioni oblique. Le fibre elastiche del suo tessuto sono numerose;
ma non in pari misura sono disseminate in tutti i punti.
Paragonando le limitanti elastiche della volta con quelle della
base , queste sono molto superiori a quelle; e le fibre elastiche
sono più numerose nella base, che nella volta.
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IV. Dura d’ uomini di 37 anni. La pachimeninge della
volta ha bene sviluppate le due limitanti elastiche ; ma sono scarse
le fibre elastiche del suo tessuto ; s'incontrano più frequenti nella
zona vascolare.
Alla base prevale la limitante elastica esterna su l’ interna;
sono più numerose le fibre elastiche nella zona vascolare; la zona
aracnoidea ne è quasi priva. Il cavo di Meckel possiede una li-
mitante elastica bene sviluppata; ma non è uguale in tutti i
punti.
La grande falce ed il tentorio hanno chiare le loro limitan-
ti; ma le fibre elastiche del loro tessuto sono scarse.
Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle
della base, queste la vincono su quelle , eccetto la limitante in-
terna della volta, che supera l’ interna della base. Le fibre ela-
stiche sono più numerose alla base.
V. Dura d’ uomini di 48 anni. Le sezioni, ottenute dai
varì punti della dura di questi individui, sì comportano come
quelle di soggetti di 37 anni, e credo opportuno di non deseri-
verle.
VI. Dura d’ uomini di 60 anni. La volta ha meglio svi-
luppata la limitante elastica interna, che l'esterna; ma il suo tes-
suto è povero di fibre elastiche.
Nella fossa cranica anteriore la limitante elastica interna è
ben conformata ; vicino a questa v'è una zona ricca di fibre ela-
stiche. La limitante elastica esterna, è poco sviluppata; nelle sue
vicinanze vi sono fibre elastiche in discreto numero.
Nella fossa cranica media le due limitanti sono quasi ugua- ‘
li; le fibre elastiche del tessuto durale sono in mediocre quan-
tità; ma sono più numerose in vicinanza della limitante elastica
interna.
Nel clivo le fibre elastiche sono numerosissime, e distribuite
uniformemente, da offuscare l’individualità delle limitanti elasti-
che, che si perdono nel tessuto elastico comune; ma sono meno
numorose delle fibre elastiche della meninge fibrosa cervicale.
Nel punto d’ innesto della dura col periostio dell’ orlo del
foro occipitale, le fibre elastiche s’arrestano distintamente, e non
invadono il periostio ; il quale in generale ne è povero, se togli
qualche chiazza più o meno ricca.
La grande falce ha due belle limitanti elastiche, ma il suo
tessuto è povero di fibre elastiche , le quali sono più frequenti
in vicinanza delle limitanti. In identiche condizioni della grande
falce trovasi il tentorio.
Li
Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle
della base, queste appariscono superiori a quelle ; le fibre ela-
stiche sono più numerose nella base, che nella volta.
VII. Dura d’ uomini di 70-80 anni. La volta ha bene
sviluppate le limitanti elastiche ; nel suo tessuto serpeggiano fibre
elastiche in discreta quantità.
Nel clivo la limitante elastica interna, o superiore, è un tan-
tino più sviluppata dell’ esterna ; le fibre elastiche sono nume-
rose. La dura, vicina al foro occipitale, ha le due limitanti ben
conformate : l’ esterna s’arresta nel punto d’ innesto della dura
al periostio del contorno. Le fibre elastiche sono numerose, sono
di più in vicinanza della limitante elastica interna; e non inva-
dono mai il periostio del forame occipitale, arrestandosi su d’un
limite ben evidente.
La grande falce ha regolari le sue limitanti; ma in gene-
rale è povera di tessuto elastico. Nel tentorio le limitanti ela-
stiche sono di pari sviluppo ; il tessuto elastico è in discreta
quantità, e disseminato inegualmente.
Confrontando le limitanti elastiche della volta con quelle
della base, queste sono meglio sviluppate di quelle ; il tessuto
elastico prevale nella base.
I. Dura di tacchino. Non vi sono molte fibre elastiche
nella dura della volta, nè della base ; qualche fibra elastica si di-
spone a limitante interna.
II. Dura di pecora. Nella volta la limitante elastica in-
terna è più sviluppata dell’esterna; ma il tessuto elastico è piut-
tosto scarso.
Nella base le limitanti elastiche sono sottili, e le fibre ela-
stiche scarse.
La grande falce è ben provvista di limitanti elastiche, ma
è povera di tessuto elastico. Il tentorio, tappezzato da sviluppate
limitanti elastiche, ha una discreta quantità di fibre elastiche,
disseminate irregolarmente.
III Dura di gatto. Le limitanti elastiche non sono ma-
nifeste nè nella volta, nè nella base. La volta è scarsa di fibre
elastiche; mediocremente provvista è la base. La grande falce è
ricca di fibre elastiche, ma sono inegualmente distribuite.
IV. Dura di cane. La volta e la base sono in identiche
condizioni rispetto al tessuto elastico, cioè : mancano le limitanti
elastiche ; le fibre elastiche in generale sono scarse, ma alcuni
punti sono ricchi.
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V.Dura di macaco. Nella volta le limitanti elastiche sono
sottilissime, e scarseggia il tessuto. Nella base la limitante ela-
stica interna è ben costituita ; ma l’ esterna non si scorge nei
miei preparati microscopici a causa dei maltrattamenti, che av-
vennero nella faccia esterna della dura nel distaccarla dalle ossa.
Considerato complessivamente, il tessuto elastico è scarso; ma
nella base si trovano punti ricchissimi nella zona vascolare.
Situazione e decorso delle limitanti elastiche. —La limitante ela-
stica interna tappezza la superficie interna della dura cranica, ma
non è posta immediatamente sotto dell’ epitelio, essendovi inter-
posto un sottilissimo straterello di tessuto collageno. Spesso, per
distacco meccanico dell’ epitelio e dello straterello durale, la li-
mitante elastica viene a trovarsi alla superficie , e pare facesse
seguito immediato all’epitelio. Nella grande falce ha un decorso
ondulato a breve distanza dalla superficie. Occorre qui vederla
spesso andare flessuosa in una faccia, e quasi rettilinea nell’altra.
In qualche punto è duplicata, o triplicata, e tra le lamine ela-
stiche intercedono fibre collagene ; in qualche altro punto la li-
mitante lascia lacune, che danno l’aspetto di scontinuazione.
La limitante elastica interna riveste la volta e la grande
falce, senza interrompersi nei due margini (fig. 7).
Le fibre elastiche nella grande falce decorrono sagittalmen-
te, e passano su la superficie superiore della tenda del cervellet-
to, dove in generale si dirigono trasversalmente. Giunte al mar-
gine libero del tentorio, lo girano, ed intonacano la faccia infe-
riore, e si diffondono nella fossa cerebellare.
In un preparato minuto della tenda, la limitante elastica su-
periore è a fibre trasversali, e 1’ inferiore a fibre sagittali, dire-
zione che assumono, ripiegando nella faccia inferiore.
La limitante elastica interna della volta discende nella fossa
anteriore e nella media.
La limitante elastica esterna è lo strato più esterno della
dura, se bene in qualche punto esistano fuori d’essa delle fibre
collagene, che fanno supporre che negli altri luoghi le fibre me-
ningee esteriori siano strappate nel distaccare la dura dalla sca-
tola ossea.
Questa limitante s’ espande sopra la superficie esterna della
meninge, passando sopra 1 seni, senza interrompersi o modificarsi.
Costituzione delle limitanti elastiche. Key e Retzius furono i
primi a proclamare, che le limitanti elastiche della meninge ester-
na del cervello sono intrecciate a rete. Questo enunciato, scusa-
bile per il tempo ,«in cui fu emesso, non ebbe smentita finora,
Me ri
anzi di recente ha avuto conferma da Melnikow. Ma nessuno vide
la rete, nessuna figura disegna la rete. Le scontinuità, che s° os-
servano nelle limitanti sono interpretate per maglie, queste sup-
pongono le reti, e queste forniscono il concetto di membrane fi-
nestrate. Ecco l’ipotesi, architettata da Melnikow: le fibrille ela-
stiche s’ uniscono a fasci, e questi s'intrecciano a rete : con l’età
cresce la spessezza ed il numero dei fasci della rete , le maglie
si restringono di più, e, nelle persone attempate, confluendo i
fasci, dànno luogo ad una membrana continua 1).
Questa concezione riposa sopra una falsa induzione, e man-
ca di prova diretta. Le interruzioni delle limitanti non sono ima-
gini di maglie e di finestre, ma sono spazî interposti tra le fibre
elastiche. La continuità delle limitanti non nasce dalla ristret-
tezza delle maglie della rete per ingrossamento e moltiplicazione .
dei fasci, che confluiscono nei vecchi, ma è dovuta più tosto al-
l’ integrità delle fibre elastiche.
Anzi tutto nei neonati s’ ha esempio di limitante elastica
continua, più sottile, ma della stessa parvenza di quella dei vec-
chi; altri esempî forniscono i giovani di 15 e 25 anni (figg. 4,
5 e 6). *
In questi casi si deve escludere il restringimento delle ma-
glie , 1’ ingrossamento e moltiplicazione dei fasci per mancanza
d’età avanzata, che ne sarebbe il fattore. Di più, v'è il fatto ca-
pitale, cioè : la mancanza della rete nella tessitura delle limitanti.
Per ottenerne la prova ho aggiunto alle sezioni parallele alle
lamine elastiche, poco dimostrative , ed alle perpendicolari , se-
zioni oblique, che riescoìo più convincenti. In questi ultimi ta-
gli, se rete vi fosse, assolutamente dovrebbe manifestarsi; ma
non se ne scorge verun segno. Nelle sezioni parallele s’ incon-
trano punti, in cui le fibre elastiche corrono di conserto, più 0
meno addossate, senza intrecciarsi. Nelle perpendicolari la conti-
guità è ben manifesta, presentandosi una serie di punti, più o
meno vicini, che delineano la limitante. Le sezioni oblique mo-
strano costantemente che le fibre elastiche della membrana decor-
rono isolate ed indipendenti, separate tra loro, e senza interse-
1) Es findet diese Erscheinung in dem fensterartigen Bau der Membran
ihre Erklirang, denn wir haben es hier nicht mit einer fartlaufenden Mem-
bran, sondern mit einen Geflecht dicker, aus diinnen elastischen fibrillen ge-
bildeter fasern zu thun. Mit dem Alter nimmt die Dicke und Menge der
fasern dieser netzartigen Membran zu, die Maschen des Netzes werden enger
und bei bejarten Leuten confluiren die Fasern zu einer fast fortlaufenden
Membran. .
MOIO RO
carsi mai (figg. 7 e 8). Spesso le fibre elastiche formano una curva
nel luogo doula limitanti, che potrebbe dare una forma d’ unci-
netti nei tagli.
In alcuni tratti delle limitanti v’ entrano due o tre ordini
di fibre elastiche, che camminano separate, e più o meno vicine,
tanto nei tagli paralleli, quanto nei perpendicolari.
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QUATTRO
Fig. 5. — Dura di volta Fig. 6. — Dura di volta
Fig. 4 — Dura di volta
3 È d'uomo di 15 anni. d’uomo di 25 anni.
i neonato. REC: CASE al. HA
i ua i, 1. Limitante elastica in- 1. Limitante elastica in-
1. Limitante elastica
int terna. terna.
interna. 66: o AT .
2. Limitante elastica e- 2. Limitante elastica e-
sterna. sterna.
Per avere preparati chiari e dimostrativi occorre che le se-
zioni siano sottili, 5 a 7 p, e perfetta la scolorazione del liquido
di Weigert.
Distribuzione delle fibre elastiche nel tessuto meningeo. Le fibre
elastiche, che serpeggiano nel tessuto della dura cerebrale, non
sono in pari quantità nella volta e nella base. Key e Retzius
riconobbero la base più ricca della volta. Io confermo questa
verità in linea generale, ed affermo che la parte bassa del clivo
è il punto più ricco di fibre elastiche della meninge cranica. Non
tengo conto però'dei miei preparati di soggetti di 15 anni, che
NOR” perno
presentano la volta più ricca in fibre elastiche della base ; nè fo
conto che nel tacchino, nel cane, e fino ad un certo punti nel
macaco tra volta e base non vi sia differenza notevole di tessuto
elastico.
Le limitanti elastiche prevalgono pure nella base, trascuran-
do la constatazione che in uomini di 37 anni la limitante inter-
na della volta è superiore all’ interna della base.
}IMIMIMI
=
==
DMI
LU
sr
25
AZZ
Fig. 7. — Grande falce cerebrale di uomo Fig. 8.— Tenda del cervelletto
di 37 anni. di uomo di 37 anni.
1. Limitante elastica interna. 1. Limitante elastica.
92. Limitante elastica esterna.
Ma in queste due grandi sezioni, volta e base, il tessuto ela-
stico è inegualmente distribuito ; in alcuni luoghi scarseggia, ab-
bonda in altri. Nella grande falce in generale è scarso ; il ten-
torio in molti esemplari si mostra povero di fibre elastiche , in
altri ne contiene una certa quantità. Nella volta e nella base il
tessuto elastico è più ricco nella zona vascolare che nell’aracnoi-
dea; ma vi sono casi non infrequenti, che offrano la condizione
inversa. Nel mezzo del tessuto durale le fibre elastiche comune-
a NO
mente sono scarse; ma non mancano sezioni che ne mostrino
una certa quantità.
Ho potuto notare, ma non costantemente, degli anelletti ela-
stici intorno ai nervi, e dei nodi elastici, che stringono fasci di
fibre collagene. i
Dal confronto del tessuto elastico delle diverse età, da me
esaminato, derivano due risultati. Uno riguarda la conformazione
Fig. 9. — Dura di volta
ta d'uomo di 15 anni. d'uomo di 75 anni.
1. Limitante elastica in- 1. Limitante elastica in-
terna. i terna.
2. Limitante elastica e- ‘ 2. Limitante elastica e-
sterna. sterna.
normale delle limitanti elastiche della dura cranica a 15 anni;
l’altro che col progresso degli anni non cresce il tessuto elastico
meningeo, come sì scorge in queste due figure (figg. 5 e 9); la
fig. 5 appartiene ad un individuo di 15 anni, e la fig. 9 ad un
uomo di 75.
Sezioni di dura cerebrale d’uomini di 15 anni, starei per dire,
hanno meglio sviluppato il tessuto elastico di quelle di uomini
d’ anni 25 e 37, .e non sono da meno di quelle di persone at-
tempate.
LR
Per avvicinare, quanto più sia possibile, all’esattezza questo
ragguaglio , conviene osservare di togliere i pezzi, che devono
servire al confronto da punti identici, data l’ ineguale distribu-
zione del tessuto elastico nella dura cranica. Così s’evita l’errore
che sezioni di luoghi ricchi vengano a confronto con sezioni di
punti poveri.
Non collima con le mie osservazioni l’ asserto di Melnikow
che con gli anni cresce a poco a poco il tessuto elastico : è mi-
nimo nei neonati, poche fibrille in vicinanza dei vasi; apparisce
più o meno chiaro dai 20-25 anni; è ben costituito ai 40-59
anni; e raggiunge il suo alto grado di sviluppo ai 70-80 anni.
Io non ho avuto agio d’ esaminare esemplari sotto di 15
anni, per riconoscere con precisione l’età della normale costitu-
zione delle limitanti elastiche della meninge esterna del cervello;
e devo contentarmi d’ affermare che a 15 anni sono bene svi-
luppate. Ma se sarà dato congetturare dalle osservazioni di dura
cranica di neonati, dove esistono chiari segni di limitante ela-
stica, inosservata da Melnikow e da K. Schutze, oserei asserire
che molto prima di 15 anni le limitanti meningee sono regolar-
mente cestituite.
Non avendo Melnikow tenuto conto della disuguale distri-
buzione del tessuto elastico della dura cranica, forse gli sarà
capitato di confrontare sezioni ricche con sezioni povere di fibre
elastiche. Potrebbe essere questa la ragione, che spieghi la diver-
genza tra il mio ed il suo risultato, rispetto all’accrescimento del
tessuto elastico della dura madre del cranico.
Dopo la pubblicazione di Key e Retzius sopra la dura me-
ninge, rivolsero su questa la loro attenzione Frey il 1876, Hu-
guenin il 1876, Mendel il 1886, Obersteiner il 1891, Bellinger il
1397, Kélliker, Stéòhr, Bòohm e Davidow il 1898, Soulié e Mel-
nikow-Raswedenkow il 1900.
Le loro vedute sul tessuto elastico della dura cerebrale pos-
sono aggrupparsi in 3 categorie. Nella 1® entrano Frey e Stòhr,
che ammettono un notevole contenuto di fibre elastiche ; nella
28 stanno Mendel, Bòhm e Davidow, Obersteiner, Key e Retzius
e Soulié, che danno una povertà di tessuto elastico; nella 32 fi-
gurano Kélliker ed Huguenin, che affermano che il tessuto ela-
stico è mediocremente sviluppato.
Melnikow non partecipa a nessuna di queste categorie, so-
stenendo egli che il contenuto elastico della dura cerebrale cre-
sce con l’ età; il che, secondo lui, dà ragione dei diversi risultati
degli autori.
Dea, persa
Io su questo argomento mi unisco a Kéòlliker ed a Huguenin;
e penso che le differenze degli autori sul tessuto elastico della
pachimeninge cerebrale nascano da ricerche assai ristrette, e dal-
l’ ineguale distribuzione di esso.
III. COME DECORRA L’ARTERIA MENINGEA MEDIA NELLA DURA MADRE
L’ arteria meningea media co’suoi rami e le vene compagne
giacciono nella metà esterna della spessezza della dura, ma i soli
rami arteriosi sporgono su la superficie esterna durale, allogan-
dosi nei solchi della vitrea.
L’ arteria ed i suoi rami non camminano liberi nei canali
scavati nella zona esterna, come empiricamente aveva notato
qualche autore. V’ è una strettissima connessione tra le pareti
vasali e le fibre meningee : la cui conoscenza rende esatta ragione.
d’alcuni punti patologici degli stravasi sanguigni estradurali.
. L’ arteria, entrando nella dura, si spoglia dell’ avventizia,
che possedeva prima del suo ingresso, e conserva le altre tuni-
che : intima, limitante interna elastica, muscolare , e limitante
esterna elastica.
L’ avventizia viene formata dalle fibre della meninge , che
circondano la muscolare : le fibre non sempre si dispongono cir-
colarmente, talvolta assumono direzione longitudinale, contrastan-
do spesso con la direzione delle altre fibre collagene. L’ avven-
tizia meningea si ritrova in tutte le ramificazioni dell’arteria.
La limitante elastica interna, locata regolarmente tra l’intima
e la muscolare, si compone di diversi ordini concentrici di fibre
elastiche. Melnikow dice che nelle meningee medie di persone in-
vecchiate si numerano dieci e più membrane elastiche retiformi.
A mano a mano che diminuisce il diametro dell’arteria e dei
suoi rami la limitante elastica interna s’ assottiglia, ma non si
dilegua mai.
La limitante elastica esterna, sempre più sottile dell’interna,
consta anche essa di parecchie lamine concentriche di fibre ela-
stiche, situate tra la muscolare e l’avventizia meningea. Alcune
fibre elastiche esteriori della limitante s’inoltrano nell’avventizia,
specialmente al tronco dell’ arteria meningea, e mostrano una
direzione tangenziale nei tagli perpendicolari al vase (fig. 10).
Questa limitante esterna presto scomparisce senza tenere pro-
porzione dell’ impiccolimento del lume vasale.
Tra le due limitanti corrono esili e rare fibrille elastiche, che
serpeggiano o s’ intrecciano nella muscolare.
Do
ag VND
Vene. Due vene compagne camminano addossate al tronco
arterioso, da cui sono separate da una distanza microscopica. Più
che vene, sono veri seni, fornite solamente dell’ intima, e della
limitante elastica interna, circondate da fibre meningee, che sono
strettamente legate con questa, da impedire il restringimento
del vase.
Spesso un fascio di fibre collagene gira circolarmente alla
limitante elastica, come se dovesse rappresentare un’ avventizia.
Trolard afferma che, sopra tutto in vi-
cinanza del pterion, e per una lunghezza
variabile da 1-3 cm., le pareti venose ad-
dossate sono scomparse, e si ha una sola
cavità, che egli vide larga fino a 7 mm.,
nella quale l’arteria è interamente libera
nei °/3 antero-esterni della sua circonfe-
LS"
renza.
Sopra del pterion, nel punto in cui le
vene meningee ricevono da dietro le vene
parietali medie, davanti le vene frontali
ed orbitarie, s'uniscono tutti questi vasi
e formano una cavità unica, che può ave-
re fino ad 1 cm. di diametro, nella quale
sì bagnano le arterie.
Dice Trolard che si riscontrano abba-
stanza sovente, specialmente in basso,
briglie a raggi, che dalla circonferenza
dell'arteria vanno alle pareti venose. Esse
sono ordinariamente sottilissime; altre bri-
glie più piccole e più tosto lamellari si
trovano nell’ angolo rientrante formato
indietro dall’ addossamento dell’ arteria
con le vene.
Fig. 10. — Arteria menin- L’arteria meningea media, aderendo alla
gea media presa nella dura madre per il 3° interno della sua
fossa media 1 cm. sotto periferia, è libera, o quasi libera, per gli
n iene altri 2/3 della sua circonferenza. Ed ag-
92. Vene satelliti. giunge questo autore che vi sono casì,
in cui l’arteria è completamente libera.
Questa descrizione , secondo Trolard, riguarda le vene me-
ningee situate tra il pterion ed il forame piccolo rotondo.
Trolard yede un duplice scopo in questa disposizione ana- .
tomica, cicè: 1° favorire il corso del sangue venoso ; 2° proteg-
— dd —-
gere la polpa cerebrale dalla congestione sanguigna come orga-
no derivativo di sicurezza, al pari dei laghi; e più reagendo le
vene, fortemente ripiene, contro le pareti arteriose depressibili,
restringono più o meno il lume vasale, ostacolando l’afflusso del
sangue.
Sono seducenti queste vedute di Trolard, ma non riposano
interamente sopra la verità.
Le due vene meningee sono addossate all’arteria, ma divise
dalle fibre durali, che fanno da avventizia, le quali sono più o
meno numerose, e talvolta dànno una distanza notevole. Le vene
che fiancheggiano il vase arterioso, corrispondono rispettivamen-
te per !/5 della periferia arteriosa. Qualche volta una vena sor-
passa di poco questo limite (fig. 10). Bisogna venire in prossimità
del forame piccolo rotondo per avere la fusione delle due vene;
e l’ unica cavità, che risulta, abbraccia la metà, o ?/3 della cir-
conferenza arteriosa, rispettando la metà o il !/3 interno. L’ ar-
teria in questo punto è pure circondata dall’ avventizia menin-
gea. A parte che la pressione arteriosa è maggiore della venosa,
solamente in questo luogo la disposizione anatomica può rispon-
dere alla veduta di Trolard circa la compressione venosa dell’ar-
teria. Ma ad una certa distanza dal forame piccolo rotondo, alla
maggiore pressione arteriosa s’ aggiuhge l’ ostacolo alla restrin-
zione dell’ arteria che nasce dalle aderenze d’essa al tessuto me-
ningeo ; e la pressione venosa, esercitata sopra ?/5 della periferia
dell'arteria, riesce inefficace, o poco compressibile.
La traumatologia ricava una reale utilità dalla disposizione
anatomica dell’ arteria meningea e delle sue vene compagne con
la dura.
La breve distanza tra le vene satelliti e l'arteria fa ritenere
eccezionale la ferita del solo vaso arterioso. La punta d’un ferro,
una scheggia ossea, deve essere acutissima per aprire la sola ar-
teria; ma se ha un 3 mm. di larghezza , ed agisce trasversal-
mente, offende con sicurezza, oltre l’arteria, una, o ambo le vene
compagne. Essendo comunemente d’un certo diametro il mezzo
feritore, l'arteria e le vene restano lese, ed il sangue stravasato
è artero-venoso.
Se si tiene conto del decorso delle vene, specie di canali
rigidi tra il seno longitudinale superiore ed i plessi pterioidei, sì
comprende ehe la corrente venosa si riversa senza ostacolo.
L'arteria pure non può restringere il suo lume, come le vene,
nè, come già s’intuiva, può ritrarsi nel canale meningeo, essen-
2 I
do fortemente aderente alle fibre durali, ed il sangue deve sem-
pre spicciare.
Per l’emostasi spontanea, oltre qualche zaffo, opera esclusi-
vamente la pressione endocranica esercitata contro i vasi dal
sangue fuoriuscito ; la quale , per contrapporre le pareti vasali,
deve vincere la resistenza delle fibre collagene , e la pressione
endovasale, che è abbastanza alta: nell’ arteria 80-100 mm. Hg
secondo Bergmann.
Le connessioni dei vasi con la dura spiegano ottimamente
le rotture vasali con integrità della parete ossea. Sotto l’azione
del trauma le ossa s’ incurvano in dentro, e deprimono la dura;
la quale, essendo poco elastica, s’ infrange, e le ossa restano il-
lese. I vasi sanguigni, legati intimamente alla meninge, non pos-
sono mettere in giuoco la loro elasticità, e, lacerandosi, subisco-
no la medesima sorte della dura,
Loi
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Istituto d’ Anatomia normale, Direttore G. Antonelli.
Fenomeni geo-fisici osservati durante l’ attività esplo-
siva del Vesuvio nel settembre 1904. Nota del socio
G. Dr PAOLA.
(Tornata del 18 dicembre 1904).
L'attività del Vesuvio suole appalesarsi o con sole esplosioni
centrali o con squarciature laterali e relativi trabocchi di lave
o con l’uno e l’altro fenomeno insieme — non solum per craterem
sed per ima montis latera *).
Uno studio interessante per la fisica terrestre e per la storia
del nostro vulcano è dato dall’attenta osservazione dei fenomeni
geo-fisict che accompagnano l’estrinsecazione dell’energia vulcanica.
Il Vesuvio iniziò un periodo di forte attività esplosiva il 20
giugno 1903; attiyità, che, aumentando gradatamente nei mesi suc-
cessivi, determinò, nel 26-27 agosto, dei veri efflussìi lavici laterali.
Di essi, quello avvenuto il 27 agosto dalla parte di ENE, con-
tinuò per quasi tutto quest'anno, invadendo dal lato orientale
l'estensione di tutta la valle dell’anferno.
In questo periodo eruttivo l’efflusso lavico laterale è stato
accompagnato da una successione continua di fenomeni avvenuti
al cratere principale; quali franamenti parziali ed esplosioni al
piccolo cono terminale, coi caratteristici boati ed emissioni di
sabbie, di gas e di vapori.
Nel mese di settembre di quest'anno, poi, allo stato perma-
nente di deiezione lavica laterale si aggiunse un’attività dina-
mica centrale, accentuata sino alla manifestazione di una forte
recrudescenza parosismale, da rappresentare, quasi direi, la fase
ultima risolutiva di questo breve periodo eruttivo 1903-904.
Di guisa che nei giorni 20-25 settembre 1904 di grande
attività esplosiva, il vulcano diede libero sfogo a tutte le sue
forze endogene e dal cratere principale e dalla squarciatura late-
- rale. Il dinamismo centrale si manifestò con grandiose e formi-
dabili esplosioni di scorie e di bombe lanciate in aria sino ad
un’ altezza massima di circa 600 metri, con densissimi globi di
1) PaLmwigrI L. Il Vesuvio dal 1875 al 1895. Atti R. Accad. delle Scienze
fis. e matem. di Napoli. Vol. VILI. Serie 2.8 1895.
MORI rea
fumo cinereo e con boatie detonazioni fortissime, udite da Napoli
e paesi circumvesuviani.
Il fenomeno eccentrico, efflusso lavico, fu in corrispondenza
col dinamismo del cratere, perchè da tre conetti nella valle del-
inferno si ebbero esplosioni di brandelli di lava sino a circa
150 m. di altezza.
Permanendo in quei giorni all'Osservatorio Vesuviano, mi si
è prestata l'occasione di porre in confronto i fenomeni geo-fisici
con le condizioni del Vesuvio di quest’ultimo periodo ed ho cre-
duto opportuno di farne un riepilogo, lasciando a chi ha avuto
sott'occhio continuamente tutte le manifestazioni presentate dal
vulcano, di valutarne e studiarne a suo tempo le particolarità.
I fenomeni geo-fisici concomitanti osservati furono : trepida-
zioni continue del suolo, con commozioni sensibili (fenomeni geo-
dinamici), perturbazioni degli aghi magnetici (fenomeni magneti-
ci?); e folgori guizzanti nel fumo cinereo (fenomeni elettrici).
A tali fenomeni aggiungerò i valori della pressione darome-
trica, per osservare se le variazioni di essa .abbiano avuto una
certa influenza sull’attività del vulcano.
FENOMENI GEODINAMICI — Le trepidazioni continue del suolo
durante la fase ultima esplosiva venivano palesate dal movimento
delle spirali dei sismografi elettro-magnetici Palmieri (fisso e por-
tatile), dalle oscillazioni delle masse pendolari, dall’incresparsi
della superficie tranquilla dell’ orizzonte a mercurio, dall’agita-
zione dell’ ago di rame (sospensione bifilare) dell’ apparatino di
confronto e dalle perturbazioni magnetiche (oscillazioni verticali
ed orizzontali) dell’apparecchio di variazione di Lamont.
Le scosse registrate, nei giorni in cui la fase esplosiva si
svolse marcatamente, furono diverse e in stretta relazione con l’at-
tività del cono di eruzione. Di natura, generalmente, sussultoria,
esse provenivano dagl’impulsi violenti cagionati dal ribollimento
della colonna lavica in movimento ascensionale e dalla rottura
dell’equilibrio dai gas e vapori imprigionati ad alta tensione,
quando, rendendosi liberi, strappavano e menavano in grande quan-
tità scorie e proiettili infuocati.
A queste scosse che erano limitate alle vicinanze del vul-
cano con raggio circoscritto , seguivano degli aeremoti prodotti
dalle esplosioni, le quali, determinando nell’aria circostante le
due fasi di onde atmosferiche di compressione e di rarefazione,
scuotevano fortemente le lastre delle finestre e le aperture delle
case dei paesi vesuviani sino a Napoli e Sorrento, etc.
e DA
Nella stanza dove erano collocati gli strumenti, guardando
gli aghi e le masse pendolari, si notavano dapprima oscillazioni
per effetto di onde sismiche, poscia dopo circa 7” si udiva l’urto
delle onde sonore nelle lastre degl’infissi interni, prodotte dalle
esplosioni 1).
Avendo dato un accenno sulle condizioni del Vesuvio prima
della fase esplosiva ultima, credo che non sia privo d'interesse
di trascrivere i fenomeni geo-dinamici registrati durante questo
periodo.
©
1) Stimo opportuno riportare alcuni dati, presi dall’ultima triangolazione
eseguita nel 1900 per il nuovo rilievo topografico del Somma-Vesuvio, sulla
posizione dell'Osservatorio Vesuviano rispetto al cratere terminale.
O — R. Osservatorio, m. 608 sul livello
del mare
V — Cratere; punta più alta m. 1303
sul livello del mare.
A —Puntoideale dell’asse eruttivo alla
medesima altitudine del R. Os-
servatorio.
OV — Distanza in linea retta dall’Osser-
ma A W/ vatorio al vertice del Cono m.
m. 2620 3 } 2710.
/OA — Distanza in linea orizzontale dal-
l'Osservatorio all’asse eruttivo
m. 2620.
3 <
»
\
L
L
IA 4444
LA
Scosse registrate nel periodo eruttivo 1903-904
prima del settembre 904
D Mesi Giorni | Ore | NATURA, DURATA E DIREZIONE |
Luglio 1903 | 14 |13. | Orizzontale — 7° — SW-NE.
» 14 |131' Replica di brevissima durata.
» 18 |2045'| Verticale —2°
Agosto 7 |1849 » di brevissima durata.
» da 5 32'| Orizzontale —5° — SW-NE con repli-
ca istantanea.
» 21 6 30° » leggera, d’incerta direzione.
» 24 |2327'| Verticale, di breve durata.
Settembre 31 133'| Orizzontale, leggerissima.
» 31 145 » »
Febbraio 1904 3 444'|. Orizzontale, leggerissima.
Luglio » 18 |2048' » leggera, d’incerta direzione.
> » 30 dll "» brevissima — N-S.
SRI > Ie
Scosse registrate nella fase esplosiva di settembre 1904
Giorni| ORE NATURA, DURATA E DIREZIONE
20 a o | Orizzontale — 4" — SSW-NNE.
22 Verticale — brevissima durata.
» | 1020' » > »
23 230" Verticale » »
» 125 » » »
> | 123’ » 4°
» | 2055 Verticale e orizzontale — direzione incerta.
> | 22 » leggerissima.
cade 7 >» »
24 | 382° | Orizzontale, leggera — SE-NW.
» 445° » » SE-NW.
» 653’ | Verticale, TIE issima.
» 857 Orizzontale »
» 10 12° Verticale e orizzontale.
> | 1128 » »
dc 42,37 |» » »
si ..KH19.13 Verticale, leggerissima.
>» | 1744 » »
1 65° » »
» | 2014 » »
» 20 46° » »
» | 2350’ » »
25 6 45° Verticale »
We peo
Dall ispezione di quest’ultimo quadro notiamo che i giorni
di massima intensità nei fenomeni geodinamici furono il 23 e 24
settembre, in esatta corrispondenza all’attività esplosiva del cra-
tere. Il 25, le esplosioni diminuirono e all’ attività scemata su-
bentrò una grandiosa emissione di sabbie; il 28 cessarono le lave
nell'atrio del cavallo (valle dell'inferno), rimanendo solo al cratere
qualche esplosione con fumo bianco, e finalmente nel giorno 30
il vulcano rientrò in una vera calma, che perdurò per alquanti
giorni.
Nella 1% metà di ottobre però i fenomeni geodinamici si
rinvigorirono , i tremori del suolo si palesarono nelle vibrazioni
degli aghi e parecchie furono le .scosse registrate dal sismografo.
Le maggiori agitazioni degli aghi si mostrarono nei giorni 3, 5, 6, 8,
10; e non mancarono rumori cupi uditi, alla base del gran cono
vesuviano, dal personale della stazione inferiore della fnicolgai
È naturale e logico il pensare che, cessata l’ attività esplo-
siva ignea e la fase emissiva di sabbie, il livello della lava si è
abbassato di molto; per il franamento del materiale detritico si
ebbe l’ ostruzione del canale eruttivo, ed allora i fluidi interni,
per la resistenza del materiale sovrincombente, non trovando fa-
cile uscita, con la loro forte tensione elastica dovevano provo-
care dei conati eruttivi abortiti, e scuotendo i fianchi di tutta la
massa vulcanica originare movimenti tellurici.
Riporto le scosse registrate nella 1® metà di ottobre.
Scosse registrate nella 1° metà di ottobre 1904
GIORNI ORE NATURA, DURATA E DIREZIONE |
10 4 D' D20 » 1 » »
» 492’ 56” MG n° » b
» 19 94 99" » hg » »
3 953" Verticale — 1°
» 11 23' Orizzontale — 1” — direzione incerta.
D. | 1026.53” » ig » »
> | 1339'36” » 2 » »
6 23 54' 15” » 2" » »
8 15 38' 45” » i As »
Fenomeni magnetici ?— Gli aghi magnetici dell’apparecchio
di variazione del Lamont sì mostrarono agitati da vibrazioni ver-
ticali ed orizzontali. Sebbene essi siano abitualmente perturbati
dal passaggio della ferrovia elettrica vesuviana, tuttavia le oscilla-
zioni orizzontali, con scosse molto pronunziate, e l'agitazione
straordinaria verticalmente in corrispondenza alle vibrazioni del-
l’ago di rame dell’apparatino di confronto, e dallo stesso movi-
mento delle masse pendolari, era facile discernere che i movi-
menti degli aghi, erano fenomeni dipendenti da vibrazioni del suolo
per azione meccanica, in seguito al passaggio delle onde sismiche.
L’ Ing. Montà, professore di misure elettriche nella nostra
R. Scuola d’applicazione per gl’ingegneri, il 26 settembre iniziò
all’ Osservatorio (*) alcune misure magnetiche , affine di deter-
minare i disturbi cagionati alla componente orizzontale del ma-
gnetismo terrestre, dal passaggio della ferrovia elettrica vesu-
viana. Il Prof. Montù !) ha pubblicato i risultati di queste sue
accuratissime ed importanti osservazioni nella Rivista « La Tra-
zione elettrica » di Roma. A tale scopo, egli installò, nella stanza
degli apparecchi magnetici, una bussola delle tangenti con lettura
a riflessione; e mentre faceva osservazioni continue , constatava
nell’ago magnetico, a brevi intervalli, dei moti bruschi verticali,
dei quali era chiara la origine meccanica.
Però l’amico Prof. Montù rimaneva sorpreso nell’osservare,
che alcune volte, qualche secondo prima che avvenisse un’esplo-
sione, l'ago magnetometrico pativa moti regolari di escursioni
oscillatorie; di maniera che egli mi manifestò il dubbio che que-
sti moti orizzontali potessero essere occasionati dal fatto che i
materiali infuocati (magma lavico sotterraneo) nell’ascendere, non
avendo ancora raggiunto una certa temperatura, possano produr-
re delle modificazioni nel campo magnetico sensibili al magne-
tometro.
(#) Il Direttore del R. Osservatorio Vesuviano Prof. Matteucci
ha gradito assai che il Prof. Ing. Montù, nella sua reputata com-
petenza, abbia iniziato questi studi; ed ha espresso il vivissimo
desiderio che egli ed altri cultori delle scienze fisiche e naturali,
vogliano continuare a compiere all’ Osservatorio delle ricerche così
utili alla Scienza.
1) Montù C. — Alcune osservazioni magnetiche eseguite all’ Osservatorio
Vesuviano durante l’ultimo periodo esplosivo del Vesuvio nei giorni 26-27 set-
tembre 1904. La trazione elettrica Rivista Mensile, Anno Il. N. 10, 11 Novem.
1904, Roma. i
DET eee
Il Palmieri, nell’eruzione del 1855 1), ebbe il sospetto di vere
modificazioni nel campo magnetico terrestre in seguito alle esplo-
sioni; ma dopo l’illustre e dotto osservatore sì convinse che que-
ste perturbazioni siano per la maggior parte occasionate da vi
brazioni del suolo ?).
Mi sono occupato altre volte di questo argomento 3) e poi-
chè gli aghi non restano mai deviati durante le perturbazioni,
ma solo patiscono oscillazioni attorno la loro posizione di equi-
librio, mi sono sempre convinto che queste agitazioni per effetto
di parosismi vesuviani e di terremoti sono dovute ad un'azione
puramente meccanica del suolo in seguito al passaggio delle onde
sismiche.
Difatti, energia impetuosa del vulcano, nella sua estrinse-
cazione deve necessariamente generare delle commozioni nel suolo
e queste trasmettersi agli aghi, apportandovi moti verticali e moti
orizzontali. Se oltre quest’azione meccanica si vuol considerare
che nell’emissione di sabbie vi sono miriadi di particelle di ma-
gnetite, forse potrebbe ingenerarsi il sospetto di qualche azione
influenzante magnetica, la quale sarebbe un fenomeno susseguente
alle esplosioni vulcaniche.
Ciò pare si sia verificato nella famosa conflagrazione del
Krakatau (1883) 4); nel principio di questa eruzione gli aghi ma-
gnetici dell’Osservatorio di Batavia rimasero indifferenti. Invece
cominciata l'emissione di sabbie, quando esse erano più abbon-
danti nella caduta, allora gli aghi magnetici rimasero influenzati.
Certamente proseguire ulteriormente in queste indagini, come
suggeriva lo stesso Palmieri sin dal 1888, con apparecchi grafici
e scientificamente più precisi e sicuri, sarebbe di grande impor-
tanza per potere recisamente dire se alle agitazioni del suolo, sì
uniscano talvolta azioni elettro-magnetiche e se la scienza possa
così avere qualche segno precursore delle grandi eruzioni del Ve-
1) Guarini, L. PaLmerI ed A. ScaccHi — Fruzioni vesuviane del 1850 e .
1855. Napoli 1855, pag. 116.
2) PalwierI L. — Azione de’terremoti, dell’eruzioni vulcaniche e delle fol-
gori sugli aghi calamitati. R. Acc. Scienze fis. e matem. Fasc. II. Nov. 1888.
3) Di Paora G. = Sulla correlazione dei fenomeni vulcano-sismici con le
perturbazioni magnetiche all’ Osservatorio Vesuviano. Bollettino Soc. Nat. in
Napoli, Vol. XVI. 1902. pag. 151.
Di PaorA G.— Le perturbazioni magnetiche durante la fase eruttiva ve-
suviana del 1908. Boll. Soc. Nat. in Napoli, Vol. XVIII. 1904, pag. 2.
4) R. D. M. Verbeck Krakatau Batavia 1886, citato in Girard J.—Recher-
ches sur les tremblements de terre, pag. 82-83, Paris 1890.
DO. RSA
suvio. Speriamo che anche di questi apparecchi venga presto
provveduto 1’ Osservatorio Vesuviano.
Fenomeni ELETTRICI —Il fatto delle manifestazioni elettriche
n mezzo al pino vesuviano non è nuovo, esso venne descritto
sin dalla prima eruzione storica del Vesuvio, nelle famose lettere
che Plinio il giovane inviava a Tacito. Però questi fenomeni non
compariscono sempre nelle grandi eruzioni del nostro classico
vulcano, come avvenne nelle eruzioni del 1850, del 1855 e del
1858. Non mancarono osservatori i quali studiarono il fenomeno
molto attentamente e poterono stabilire che le manifestazioni
elettriche in mezzo al pino vulcanico si hanno quando il fumo
è abbondante ed è spinto con velocità inusitata e che insieme
sia emesso copiosissimo materiale detritico. Così, di fenomeni elet-
trici, se ne ebbe esempio nelle conflagrazioni del 1822, del 1861
e del 1872, appunto perchè dopo l’attività ignea in queste eru-
zioni fece seguito una fase di emissione di fumo spinto con molta
violenza e di sabbie in grande quantità.
Nella fase esplosiva del settembre ultimo le proiezioni di
blocchi incandescenti e di materiale detritico (scorze, lapillo e sabbie)
spinte insieme ai vapori erano copiosissime, e la sabbia si vedeva
cadere a guisa di pioggia dalla parte dove il vento la trasportava.
Nei giorni 25 e 26, colonne tetre di fumo nero ascendevano
vertiginosamente a grandi altezze: le esplosioni seguite da forti
detonazioni proiettavano miriadi di frammenti di diverse gran-
dezze, in tutte le direzioni, e quando le: nubi di fumo si eleva-
vano dal cratere, in mezzo ad esse, si videro solcare delle vi-
vissime folgori e qualcuna caratteristica a zig-zag.
Ad esempio, il giorno 26 il Direttore dell’Osservatorio, Prof.
Matteucci , tornando da un’ escursione compiuta all’ ingiro del
cono, mi riferì che aveva notato due di tali bellissime folgori
quando si trovava dal lato meridionale.
Il Palmieri !) che, con grande assiduità, studiò le leggi del-
l'elettricità atmosferica, con esperienze proprie e dopo una lun-
ga serie di osservazioni, constatò che quando il fumo è copioso
e quando vi è caduta di cenere, sia in vicinanza dei crateri, sia
in distanza, il fumo dà sempre indicazioni di elettricità positiva
e la cenere, cadendo, dà segni manifesti di elettricità negativa.
Egli attribuiva alla condensazione dei vapori la cagione princi-
pale della elettricità positiva del fumo. La cenere, poi, pel fatto
1) Palmieri L. — Sulla conflagrazione vesuviana del 26 aprile 1872. Atti
R. Accademia delle Scienze fis. e mat. in Napoli, vol. V, 1872, pag. 47.
> a
della sua caduta tende a prendere elettricità negativa, accrescendo
quella positiva del fumo, e si generano così que’ rapidi incrementi
di potenziale pe’ quali si hanno le folgori.
Io penso che il fumo, costituito in maggiore quantità di va-
pore acqueo,—°9/1000 secondo Sainte-Claire-Deville !),— nei paro-
sismi vulcanici, uscendo dalle bocche eruttive con immensa ve-
locità e con altissima tensione, debba elettrizzarsi alla stessa
maniera di come avviene la elettrizzazione dei vapori nella mac-
china idro-elettrica di Armstrong. La elettricità del vapore che
la fa da corpo strofinante deve richiamare poi un’eguale quan-
tità di elettricità nella parte craterica, in modo che possiamo
considerare le nuvole di vapore acqueo e la parte craterica come
le due armature di un grande condensatore, separate dal dielet-
trico che è l’aria atmosferica. Il materiale detritico lanciato dal
cratere sì elettrizza quindi negativamente, ma per la condensazio-
ne del vapore il potenziale elettrico si accresce e diviene diverso
da quello delle sabbie o ceneri e quindi esso vince la resistenza
dell’aria per dar luogo al balenar della folgore. È bene, intanto,
far notare che per la grande rarefazione dell’atmosfera, la scarica
elettrica avviene senza una grande differenza di potenziale ; e
per la differente temperatura ed eterogeneità dei diversi strati
d’aria e per l’intervento di sabbie più o meno conduttrici si ve-
rificano le condizioni per aversi la folgore a forma di zig-zag.
Ad ogni modo risulta chiaramente confermato che due sono
le condizioni perchè si abbiano manifestazioni elettriche nelle
eruzioni vulcaniche :
1.0 è vapori debbono essere abbondantissimi e spinti con vio-
lenza dalle bocche di eruzione;
2.° essi debbono essere misti u copiosissima sabbia o cenere.
Nota— Per provare che, effettivamente, il potenziale della nuvola nel con-
densamento o aggruppamento debba accrescersi, avvenendo in essa un vero
centro d’azione, possiamo applicare il calcolo come per le nubi temporalesche,
quando le goccioline riunendosi in gocce più grosse danno luogo ala piog-
gia. 2) 3).
Difatti la nuvola si considera come costituita da miriadi di goccioline
conduttrici elettrizzate. Se v è il potenziale di ciascuna sferetta, si ha la nota
formola i
q=vr
e per n sferette
1) IsseL — Compendio di Geologia, vol. I, pag. 217.
2) Pinto L. — Fisica elementare — Napoli 1892, pag. 576 e 577.
3) NeGro C. — Fulmine — Rivista di Fisica, Matem. e Scienze Nat. Anno
5, N.° 52 — Pavia — Aprile 1904, pag. 329.
Te BRE
Quando le n piccole sfere o goccioline si riuniscono in una sola, questa
acquista una capacità assai minore della somma delle capacità delle singole
sferette e quindi le cariche elettriche passano nella gocciola formata, acqui-
stando un potenziale elettrico molto maggiore.
Per questa sfera risultante, il potenziale sarà
3 —
ma il raggio R—r)/ n, quindi per la (1)
Mia Pra desi. @)
R Eos anni
UVAT VV n
ma n > 1, sarà pure
e conseguentemente
ie
cioè il potenziale è accresciuto e quindi tacilmente può scaricarsi sui corpi
circostanti.
PRESSIONE ATMOSFERICA — La pressione atmosferica ha essa
esercitata un’azione sull’attività del Vesuvio nel settembre scorso?
Ecco una questione che si riannoda alla necessità di registrare
esattamente le condizioni meteorologiche di pari passo ai prin-
cipali fenomeni vulcanici. Pubblicherò prossimamente la discus-
sione di uno studio ampio sull’importante argomento e cioè se
vi è azione della pressione atmosferica sulle eruzioni vulcaniche ve-
suviane; nella presente nota riporto i valori della curva barome-
trica descritta durante la fase esplosiva ultima.
Il Vesuvio aveva manifestato un’ attività sensibile nella 1
metà di settembre e nei giorni precedenti all’inizio della forte
attività esplosiva, esso presentava emissione di sabbie e detriti
lavici con modeste esplosioni di brandelli di lava.
La fase parosismale cominciò marcatamente il 20 settembre,
quando dal cratere si manifestarono forti boati con getti di lava
abbondante e sbuffi di cenere, mentre dalla squarciatura laterale
la lava scorreva a ENE. Nel giorno 21 il dinamismo aumentò
notevolmente e si accentuò maggiormente il 22, 23 e 24. Il 25
si notò una leggerissima diminuzione nell’attività esplosiva, che
continuò progressivamente nei giorni successivi, sì che al giorno
30 il Vesuvio poteva dirsi calmo e della sua attività non sussi-
3
1a RR
steva che appena emissione di vapore bianco e qualche esplo-
sione con sabbia. Cessate le lave lateralmente, dal 30 settembre
alla 1% metà di ottobre il vulcano si mantenne in perfetta tran-
quillità.
Nel quadro seguente registro la media delle indicazioni ba-
rometriche avuta in ciascun giorno dalle osservazioni delle 9",
12", 15%, e 21"; a questa fo seguire il valore massimo ed il mi-
nimo osservati nella giornata. Aggiungerò pure i valori medi
della temperatura, dello stato igrometrico, della nebulosità e della
precipitazione, per avere una chiara idea delle condizioni meteo-
riche durante il periodo della forte attività esplosiva.
2.98 Se
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Nei giorni precedenti e all’ inizio della forte attività esplo-
siva la curva barometrica si mantenne quasi orizzontale, subendo
le solite variazioni diurne. Il giorno dopo avvenne un abbassa-
mento direi istantaneo, di pochi millimetri, che perdurò circa 7
ore, poscia la curva barometrica aumentò sensibilmente e sì man-
tenne ascendente sino al 26, salendo per circa 9 millimetri, come
si osserva nel diagramma del barografo Richard. L'andamento in
certo modo parallelo della curva barografica ascensionale e del
l'aumento dell’ attività esplosiva fa escludere ogni indizio d’in-
fluenza della pressione sull’eruzione. Diminuendo, intanto, l’atti-
tività eruttiva, decresceva in corrispondenza il valore della pres-
sione ; il dinamismo vulcanico continuò. la sua fase discendente,
mentre la curva barometrica risali di nuovo sino a mezzodì del
28 per proseguire nelle sue variazioni. i
L’ abbassamento, di circa 3 millimetri e mezzo , verificatosi
il giorno 21, quando già il Vesuvio era in piena attività, non ha
potuto esercitarvi alcuna influenza; basterebbe considerare che se
la tensione altissima dei vapori imprigionati dal vulcano si po-
tesse tradurre in pressione barometrica, questa acquisterebbe un
valore di centinaia di metri; ed allora è chiaro che la depressione
atmosferica di pochi millimetri si riduce ad una ben cosa insi-
gnificante.
Da questi valori comparativi appare chiaro che /’ aumentata
attività esplosiva ultima del Vesuvio non rispose alle oscillazioni
della pressione barometrica.
Dai fatti osservati, possiamo concludere.
1° nel parosismo vesuviano del settembre scorso i feno-
meni geodinamici (siano micromoti, siano macromoti) si svolsero
in rapporto di causa ad effetto;
2° le perturbazioni magnetiche manifestatesi negli aghi
magnetometrici furono concomitanti alle agitazioni dell’ ago di
rame dell’apparatino di confronto e quindi, secondo me, essi oscil-
larono per effetto meccanico del suolo, funzionando così da pen-
doli sismici ;
3° i fenomeni elettrici nel pino vesuviano, sotto forma di fol-
gori, si manifestarono quando il fumo copiosissimo , spinto con
grande violenza, era misto ad abbondantissime sabbie o ceneri;
4° le variazioni della pressione atmosferica non esercita-
rono azione alcuna nell’estrinsecazione dell'energia vulcanica.
Dal R. Osservatorio Vesuviano, 25 ottobre 1904.
Sopra alcuni casi di teratologia vegetale.—- Nota del socio
L. MarceLLO.
(Tornata del 20 novembre 1904)
Ai casi di teratologia vegetale precedentemente da me de-
scritti, credo utile aggiungerne altri, che recentemente mi è stato
dato di osservare.
Citrus Limonum L.
In alcuni fiori di questa specie, oltre ai petali normali, ne
ho rinvenuto altri interni, che decisamente apparivano derivare
dalla trasformazione degli stami, poichè erano alquanto più ri-
stretti nella regione corrispondente al filamento , ed uno anzi
portava, all'apice, tracce evidenti di una mezza antera abortita.
Si tratta quindi di un caso di metamorfosi petaloidea degli stami.
Prunus Cerasus L.
Alcuni frutti di questa specie presentavano due drupe, late-
ralmente saldate, di cui una più sviluppata e l’altra meno. Es-
sendo portate da un pedicello unico, e presentando alla loro base
un calice apparentemente normale, è verosimile il supporre che
provenissero da fiori aventi due pistilli in luogo di uno solo.
Questa supposizione è avvalorata dal fatto, che molte Rosa-
cee hanno il gineceo costituito da più pistilli liberi fra loro.
JUGLANS REGIA L.
Un frutto di questa specie, di grandezza quasi normale, è
composto di un sol carpidio e non di due, come al solito av-
viene. L’unico carpidio (v. fig. 1) trovasi accartocciato su sè stesso,
coi due margini perfettamente saldati, e lascia vedere una sola
linea suturale, come si trova nei veri follicoli, ad esempio in
quelli di Peonia. L'unico seme è venuto a perfetta maturità; però,
mentre uno dei cotiledoni è normalmente sviluppato , l’altro si
Lote
mostra molto più piccolo e quasi atrofizzato (v. fig. 2), e preci-
samente quello rivolto verso il dorso del carpidio stesso, come
appare dalla sezione trasversale del frutto (v. fig. 3).
Il caso di frutti bicarpellari divenuti unicarpellari, per aborto
più o meno completo di uno dei due carpidii, non è raro; ma,
nel caso presente, vi è la particolarità che sì tratta di ovario in-
fero, quindi meno atto a variare nel numero delle parti che lo
compongono.
I frutti normali di Noce, nel momento della germinazione,
presentano l’uscita dell'embrione mediante l'allontanamento delle
due valve: ora sarebbe stato interessante seguire la germinazione
Fig. 1
di questo frutto teratologico, non potendosi aprire come i folli-
coli normali, essendo fortemente lignificato. Io però non ho po-
tuto tare alcuna osservazione in proposito, disponendo di un
unico esemplare, che occorreva sezionare per rilevarne l’ interna
struttura.
ALLIUM TRIQUETRUM Lu.
In una inflorescenza di questa specie ho riscontrato fiori ad
architettura tetramera , anzichè trimera: infatti essi hanno otto
tepali, otto stami e quattro carpidil.
ScoLOPENDRIUM VULGARE Sm.
In una pianticella di lingua cervina, raccolta a Cava dei
Tirreni, e presentante tre sole fronde, si trovano due fronde nor-
mali ed una con l'apice dicotomicamente partito, in modo da
formare cinque lobi assai bene distinti.
rt
Questo caso teratologico nello Scoloperndrium vulgare è ab-
bastanza frequente e conosciuto; tuttavia è da notare che si ri-
scontra, per solito, in esemplari coltivati, mentre, nel caso pre-
sente, si tratta di un esemplare perfettamente spontaneo.
PoPuLus TREMULA L.
Credo interessante indicare anche un caso di deformazione
osservato in alcuni picciuoli foliari del tremolo, pure a cava dei
Tirreni. I detti picciuoli, in prossimità del lembo, sono slargati
ed appiattiti, ed avvolti in modo da formare una contorsione
spirale, costituente una cavità abbastanza vasta.
Somigliano assai ai picciuoli di Populus nigra L., analoga-
mente deformati per opera del Pemphigus spirotheca, ed è chiaro
che anche nel caso presente si tratta di una deformazione, dovuta,
forse, alla stessa causa parassitaria.
ATLANTHUS GLANDULOSA Desf.
Parimenti a Cava, lungo la via della Pietra Santa. ho po-
tuto osservare un anormale accrescimento di radici di Ailanto,
sotto quella forma conosciuta, per altre piante, col nome di code
di volpe: tali radici avevano completamente invaso un acque-
dotto, nel quale erano riuscite a penetrare.
Questo sviluppo enorme di radici, venute a contatto con
un'abbondante massa di acqua, conferma il fatto già rilevato dal
Prof. Delpino, cioè che « in date condizioni, la grande sorgente
d’azoto per le piante dev'essere 1’ ammoniaca atmosferica, la quale,
sebbene esista nell’atmosfera in tenuissime proporzioni, pure, per
una spiccata diffusione elettiva, passa nell’ acqua ed è avida-
mente assorbita dalle radici ».
Questo sviluppo di radici, quindi, a coda di volpe ha forse
lo scopo, aumentando la superficie assorbente, di procurare, in
maggior quantità, l’azoto.
Una visita a Stromboli. — Nota del Dr. BeneDIoT FRIEDLAEN-
DER e del socio E. AGUILAR.
(Tornata del 29 gennaio 1905)
1. L’attività dello « Stromboli » nel settembre 1904.
Avendo nello scorso settembre fatto un’escursione a Strom-
boli, per visitarne l’apparato eruttivo, ed essendo restati di notte
tempo sull’orlo craterico , non ci pare privo d’ interesse riferire
sui fenomeni esplosivi e sulle fiamme, che ci accadde di osservare
durante le esplosioni.
Nel pomeriggio del 17 settembre giungemmo a Stromboli, e
dopo esserci alquanto riposati dal viaggio, fatti i preparativi per
l'escursione, cominciammo l’ascensione, partendo dalla borgata San
Vincenzo. Verso le ore 20, in poco più di tre ore, raggiungemmo
la cima, che si eleva a 918 m. sul mare, e dalla quale si domina
il cratere attivo eccentrico, che a 700 m. si apre sul versante
N.-N.W. del monte !).
1) Stimiamo utile dare un cenno della orografia di Stromboli, e ci ripor-
tiamo alla descrizione del Mercalli e del Riccò, fatta con chiarezza e brevità.
La trascriviamo non integralmente :
« L'isola di Stromboli è terminata da due cime centrali di altezza poco
differente, cioè una di 925 m. e l’altra, situata un po’ più a N., di 918 m. Tra
queste due cime esiste un vallone, limitato ad E. dalla Portella delle Crovi e
a W. dalla Portella di Ginostra, il quale è con tutta probabilità il residuo del
cratere terminale dell’isola. Da tempo immemorabile il cratere terminale e
centrale dello Stromboli è spento, e quello attivo è un cratere laterale che si
apre sul versante N.-N. W. del monte, a 700 m. di altezza. Esso occupa la
parte superiore di un. gran vallone, che in alto comincia con l’antico cratere
terminale, ed in basso finisce al mare. I fianchi di questo vallone presentano
due irregolari e grosse sporgenze, chiamate i Faraglioni (formati da conglo-
merati ed arenarie vulcaniche), i quali limitano e quasi racchiudono il cratere
attivo a N.E.ea S. W. Il fianco N. W. del cratere attivo, costituito da scorie
e lapilli, discende fino al mare con forte pendio (35°) ed è chiamato la Sciarra
del fuoco, perchè sopra di esso si vedono sempre rotolare a mare le scorie
incandescenti, lanciate dalle esplosioni. La Sciarra inferiormente, presso il
mare, è larga un km. ed è limitata da due scogliere di antiche lave, che,
ascendendo, per mezzo del Filo di Baraona a W. e del filo della Sciarra e del
Filo del Fuoco ad E., vanno a ricongiungersi coi due Faraglioni ». (Sopra è!
me
Trovammo il vulcano in moderata attività schiettamente
stromboliana. Due bocche soltanto erano in eruzione: una a N.-
N.E. che non vedevamo, perchè nascosta dal fianco S.E. del cono;
l’altra a N.W., assai ben visibile dai Faraglioni di ponente.
La prima faceva esplosioni ad intervalli piuttosto lunghi e
variabili. In un sol colpo, simile a quello di un cannone, poche
scorie venivano lanciate a 50-70 m. di altezza, ed al getto si ac-
compagnava copioso fumo brunastro, carico di sabbie.
Invece la bocca che era più verso i faraglioni di W., rico-
noscibile di notte per l’incandescenza della crosta lavica super-
ficiale, era molto attiva e di forma quasi circolare, e con un’area
approssimativa di 8-9 mq.
Non sempre, ma spesso, al principio dell’esplosione si avver-
tiva un aumento sensibile nell’ incandescenza, riverberantesi sul
fumo che veniva fuori dalla bocca; talvolta si aveva l'impressione
come se la crosta lavica si gonfiasse. Questi segni precursori, di
breve durata, erano anche accompagnati sovente da un rombo
sotterraneo, leggiero, ma perfettamente distinto, paragonabile ad
un tuono udito in lontananza.
Di quando in quando, indipendentemente dalle esplosioni, si
avvertivano rumori ben differenti, come degli urli o sibili, e pro-
dotti, senza dubbio, dallo sprigionarsi delle'materie gasiformi at-
traverso le screpolature della crosta lavica incandescente.
Ogni esplosione esordiva bruscamente e violentemente e con
assordante fragore, simile a ripetute scariche di fucileria !); nel
mentre che una fitta colonna di scorie incandescenti solcava l’aria,
elevandosi ad un’ altezza di 150-200 m. Una parte delle scorie
ricadeva nella voragine craterica, la maggior parte, però, si ri-
versava lungo la Sciarra del Fuoco; mentre i grossi brani di
magma che venivano contemporaneamente lanciati nelle esplosio-
ni, senza raggiungere notevole altezza, o ricadevano nel camino
vulcanico o si fermavano sugli orli di esso.
Terminata l'esplosione la bocca si richiudeva; l’incandescenza
del grosso materiale eruttato diminuiva lentamente, sicchè dopo
periodo eruttivo dello Stromboli, cominciato il 24 giugno 1891. Relaz. dei prof.
A. Riccò e G. Mercalli. Estr: dagli Annali dell’Uff. centr. Meteor. e Geodin.—
Serie II, Parte III, Vol. XI, 1889.—Roma, 1892).
1) Dal Filo del Fuoco, presso il Semaforo, dove ci eravamo recati, il giorno
dopo la nostra visita al cratere, per osservare le esplosioni e a vedere roto-
lare le scorie incandescenti lungo la Sciarra del Fuoco, il rumore che ac-
compagnava le esplosioni poteva esattamente paragonarsi al fragore e al bron-
tolio di un tuono che si ode in vicinanza.
SR Re
5-10 minuti rimanevano pochi blocchi roventi, spiccanti sulle nere
scorie circostanti.
Le esplosioni, in media, duravano una trentina di secondi
(una sola volta ne notammo una fortissima durata circa 50°), e si
succedevano con un tempo variabile: di solito, tra un’esplosione
e l’altra decorreva una ventina di minuti. Durante l’ esplosione
la forza del getto di scorie si manteneva costante, ed a questo
si accompagnava una notevole quantità di fumo biancastro, ca-
ratteristico delle schiette esplosioni stromboliane.
Mentre, nel buio della notte, assistevamo a quella meravi-
gliosa pirotecnica vulcanica; ci fu dato di osservare un fenomeno
| piuttosto interessante, che crediamo utile riportare. Guardando
attentamente, in alcune esplosioni, la parte centrale e più bassa
del getto di materie infuocate, notammo delle fiamme azzurri-
gne !) di notevoli dimensioni, alte approssimativamente più di
2 metri, poco luminose e a contorni poco netti. Le si sarebbero
potuto paragonare fino ad un certo punto alle fiamme di CO che
sì sogliono osservare nelle fucine sul carbone coke in combustione,
allorquando si fa attraversare questo da una forte corrente di
aria, spinta da un mantice ?).
All’osservazione del fenomeno luminoso ci riuscì utile un
binocolo a prisma di 7 !/» diametri, sebbene anche ad occhio
nudo—nonostante la distanza di circa 200 m. dalla bocca esplo-
dente—le suddette fiamme fossero visibili. Evidentemente alcune
esplosioni di scorie erano accompagnate da getti di gas combu-
stibili, ardenti con fiamma bluastra e poco luminosa, e che per
la grande tensione con cui i gas erano emessi, non poteva assu-
mere, bruciando, una forma netta, nè contorni distinti.
A chi non avesse osservato attentamente, il fenomeno sa-
rebbe potuto passare inosservato, essendo la luminosità delle
scorie molto superiore a quella delle fiamme. A noi due, del resto,
riuscì di vederle, per ben tre volte, sia ad occhio nudo che col
1) Pure a Stromboli il Matteucci notò delle fiamme durante le esplosioni.
(R. V. MartEUcci— Sull’attività dei vulcani Vesuvio, Etna, Vulcano, Stromboli
e Santorino nell'autunno del 1898—Boll. d. Soc. Sismol. Ital. Vol. V. Mo-
dena, 1899).
2) Anche al Vesuvio, il 6 marzo 1903, uno di noi (Aguilar) ebbe agio di
osservare di giorno, per due volte, una fiamma bluastra, alta qualche metro
e mezzo, fra il getto di scorie. Il Vesuvio era allora in moderata attività strom-
boliana, e le esplosioni avevano luogo da un conetto centrale, visibile magni-
ficamente dall’orlo craterico, dal quale distava circa 55 a 60 m.
ARS CSA
binocolo, tanto distintamente, che non rimane alcun dubbio sulla
loro autenticità.
Queste fiamme osservate durante le esplosioni a Stromboli,
erano molto meno appariscenti di quelle osservate da uno di noi
al Kilauea e al Tongariro 1).
Prodotti gassosi.
Sulla parte più alta dell’orlo del cratere attivo, cioè verso
S., si trovavano piccole fumarole acquose; invece grosse fumarole
esistevano intorno alle bocche eruttive ed emettevano, senza in-
terruzione, copioso fumo bianco. Sensibile era poi l’odore dell’a-
‘cido cloridrico e dell'anidride solforosa. A questi gas esalanti dal
fondo craterico, si aggiungeva l’acido solfidrico, in quantità piut-
tosto rilevante, e proveniente, insieme con scarso vapor d’acqua,
da fumarole quasi estinte sull’ orlo dell’ antico cratere (918 m.)
verso S. E.
2. Paragone dello Stromboli con altri vulcani attivi.
Quando si sono visitati parecchi vulcani attivi, come il Ve-
suvio, Etna, Vulcano, Stromboli, Kilanea, Mauna Loa, Tongariro,
Auruhoe e Ruapehu, e molti vulcani spenti, si viene facilmente
ad una conclusione che « la formazione orografica ed il carattere
dinamico dei vulcani dipendono principalmente dalla fluidità del
magma >.
Questa conclusione coincide in gran parte con la classifica-
zione dei vulcani e delle loro manifestazioni nei tipi che noi di-
remo « stromboliano » e « vulcaniano ».
La fluidità del magma logicamente può dipendere: 1.° dalla
sua composizione chimica, che determina il punto di fusione e
la viscosità ad una data temperatura; 2.° dalla temperatura. Le
differenze chimiche hanno, senza dubbio, la maggiore influenza
sul carattere dinamico e per conseguenza sulla configurazione dei
vulcani, giacchè è noto che il punto di fusione si eleva con il
percento di acido silicico.
In generale i vulcani acidi sono del tipo vulcanzano, cioè a
magma piuttosto viscoso, laddove i vulcani basici sono del tipo
stromboliano, o a magma piuttosto scorrevole *).
1) FRIEDLAENDER B. Der Vulkan Kilauea auf Hawaii. Berlin, H. Paetel, 1896.
— Some notes on the Volcanoes of the Taupo District, in Transactions ot
the New Zealand Institute—1898. pg. 488-510. l
2) Come è noto, il termine sfromboliano è usato, dalla maggior parte dei
vulcanologi, per indicare lo stato di moderata attività esplosiva di un vulcano.
Mano e
Le differenze mineralogiche e chimiche sono di facile osser-
vazione, e la loro influenza sul dinamismo dei vulcani è ben nota;
invece poco o nulla si sa delle differenze di temperatura. Se è
difficile determinare il grado di calore delle lave fluenti, è quasi
impossibile determinare quello del magma nelle bocche attive; ed
anche se fosse possibile fare queste misure, non conosceremmo
che la temperatura degli strati più superficiali. È solo la mag-
giore o minore luminosità dei getti che ci può fornire qualche
indizio della sua differente temperatura; ma questo mezzo è tutt’al-
tro che accurato, e sotto qualche riguardo è dubbio se si può
stabilire qualche cosa sul grado di calore degli strati inferiori del
magma; d’ altra parte è possibile che la luminosità del magma
incandescente non dipenda soltanto dalla temperatura, ma anche
dalla composizione chimica. Osservando, però, le lave del Kilauea,
del Vesuvio e dello Stromboli, troviamo che le differenze chimi-
che e mineralogiche sono troppo poco importanti per spiegare
le differenze di luminosità; ed è probabile che l’ incandescenza
più viva delle lave e dei getti di scorie sia indizio di temperatura
più alta.
Secondo le osservazioni fatte da uno di noi, la succedenza
del grado di luminosità coincide con quella della liquidezza della
lava, e ciò confermerebbe l’ ipotesi delle differenze di tempera-
tura. Ecco la serie dei vulcani tipici, ordinati secondo il grado
di luminosità media dei loro getti.
1. TongariRo: (cratere Te Mari): proiettili d’ incandescenza
rossa cupa, invisibile di giorno, e di fusione molto imperfetta.
2. VuLcano: simile al precedente; però la presenza e la qua-
lità di vere bombe è indizio di una temperatura alquanto più
elevata.
Dal Mercalli, invece, questa parola è usata per denotare non la forza, ma il
carattere delle esplosioni. In quanto poi al termine vulcaniano, si può dire che
sia quasi nuovo, ed è stato introdotto dal Mercalli stesso per caratterizzare
uno stato esplosivo, diverso dal precedente , e proprio dei vulcani trachi-an-
desitici, ma che frequentemente si rinviene anche nei vulcani basaltici. (G.
MercaLLI — Notizie vesuviane. — Luglio- Dicembre 1900. Boll. della Soc. Sism.
Ital. Vol. XII, Modena, 1901). Nella presente nota, invece, queste due parole
sono da noi usate in un senso più ampio, cioè per denotare il carattere com-
plessivo dei vulcani, nonchè quello delle loro manifestazioni esplosive.
Questa nostra modifica delle parole predette ci sembra giustificata e cre-
diamo di non cagionare equivoci od errori, poichè : 1.° la prevalenza di uno
stato di attività piuttosto continua e moderata; 2.° il carattere delle esplosioni
chiamato stromboliano dal Mercalli; 3.° la fluidità del magma, sono fatti che
hanno un intimo nesso tra loro; come pure stanno in intima relazione i fatti
opposti, nel caso di vulcani vulcaniani.
SI de
3. SrromBOLI: proiettili d’ incandescenza rossa viva, ma dit-
ficilmente o appena visibili di giorno: non si schiacciano sensibil-
mente cadendo a terra.
4. Vesuvio : in attività stromboliana ordinaria, simile al pre-
cedente; i proiettili sono più luminosi e cadendo si schiacciano.
5. IDEM: in attività stromboliana violenta, come nel 23-25
Settembre 1904: incandescenza rossa vivissima, tanto da esser
visibile di giorno quando il cielo è coperto o il sole vicino al
tramonto.
6. Erna: durante l’ eruzione del 1892 (formazione dei monti
Silvestri): simile al precedente.
7. KrLaueAa E MaunaA Loa: incandescenza gialla chiara, addirit-
tura abbagliante di notte e visibilissima di giorno. Al chiaro del
sole le fontane del lago di lava, corrispondenti ai getti di scorie
degli altri vulcani, rassomigliano ad un liquido opaco di colore
arancio. Lava scorrevole come l’ acqua.
Giacchè il punto di fusione delle lave acide è più alto di
quello delle lave basiche, si potrebbe credere che generalmente
i vulcani acidi dovessero esibire un’ incandescenza maggiore e
quei basici un’incandescenza minore: perchè ci sembra un fatto
degno di nota, che, secondo le nostre osservazioni basate su pa-
recchi vulcani di diversi tipi, il contrario è vero.
Il vario grado, adunque, di luminosità, cioè di temperatura,
coincide con la scorrevolezza delle lave; e poichè queste due serie
coincidono con quella della composizione chimica, almeno fino ad
un certo grado, rimane il dubbio, se la diversità di temperatura
e di composizione chimica siano due cause indipendenti o coe-
renti della liquidezza delle lave.
Ipoteticamente si potrebbe ammettere una coerenza, poichè
più liquido è il magma, più facile ne è il trasporto dalla profon-
dità alla superficie; ed allora la maggiore fusibilità del magma
sarebbe la cagione che i vulcani più basici esibiscono non solo
lave più scorrevoli, ma anche, malgrado la più facile fusibilità
del loro magma, più calde; in altri termini la composizione chi-
mica del magma sarebbe la causa primaria che determinerebbe
da sola tutto il resto, cioè il carattere dinamico e la configura-
zione orografica dei vulcani.
Ma lasciamo le ipotesi e torniamo ai fatti e alle definizioni.
Facendo il paragone del magma dello Stromboli con quello del
Vesuvio, si nota che il primo è sensibilmente più viscoso del se-
condo. Il Vesuvio durante una fase di attività stromboliana or-
dinaria proietta delle scorie tanto fuse, che si piegano e si con-
Mc pes
torcono mentre volano in aria, e dei brani di lava, piuttosto
grossi, che, cadendo a terra, si schiacciano assumendo una forma
di focaccia. Basta poi un leggiero aumento nell’ attività esplosiva
per render visibile di giorno e a distanze piuttosto notevoli la
incandescenza delle scorie. Al Vesuvio l'intervallo fra due esplo-
sioni è generalmente assai breve ed il getto delle scorie dura
pochi secondi; a Stromboli, invece, le esplosioni hanno una
durata maggiore e si succedono ad intervalli assai più lunghi;
poi la loro forza esplosiva ed i boati, da cui sono accompagnati,
sono molto più violenti che nel caso del Vesuvio in attività or-
dinaria. Una cosa piuttosto interessante è che, a Stromboli, gran
parte delle scorie lanciate nelle esplosioni, si riversano lungo la
Sctarra del fuoco fino al mare; e ciò probabilmente dipende dalla
loro maggiore consistenza; giacchè se fossero tanto fuse come
quelle del Vesuvio, schiacciandosi nel ricadere, si arresterebbero
a formare un orlo craterico completo anche dalla parte del mare,
cioè a N.W.
Ora avendo detto innanzi che per tipo stromboliano intendiamo
un vulcano dal magma piuttosto scorrevole, e per tipo vulcaniano
un vulcano dal magma piuttosto viscoso, veniamo alla conclu-
sione che il Vesuvio, nonchè il Kilauea, ad es., è più strombo-
liano di Stromboli stesso, e questo è un po’ più vulcaniano del
Vesuvio.
La divisione dei vulcani, riguardo al loro dinamismo, in que-
ste due categorie ci sembra utile e ben fondata sui fatti; e con-
siderando un maggior numero di vulcani ed amplificando i pa-
ragoni, ci avviciniamo ancora di più ai fatti, stabilendo una suc-
cedenza di tipi. Riferendoci alla serie predetta, si potrebbe con-
siderare il Vesuvio come un vulcano leggermente wultrastrombo-
liano, ed il Kilauea come un vulcano più che ultrastromboliano,
se pure non sembra preferibile farne un tipo speciale, essendo la
differenza fra Stromboli e Kilauea tanto grande, quanto quella
fra Vulcano e Stromboli. D’ altra parte, certi vulcani superano
ancora Vulcano per la viscosità del magma, e per conseguenza
della forza esplosiva. Così. p. es., le esplosioni del Te Mari sem-
brarono ad uno di noi leggermente ultravulcaniane. Da quanto
abbiamo detto, ci pare quindi giusto di parlare di un tipo ultra-
vulcaniano (Te Mari), di uno vulcaniano (Vulcano), di uno strom-
boliano (Stromboli), di uno ultrastromboliano o vesuviano (Vesuvio);
ed infine di un tipo kawaziano (Kilauea).
Bisogna poi por mente —e crediamo che tutti i vulcano-
logi siano d’ accordo — che è quasi inimmaginabile un’ attività
DES 1. a
stromboliana (nonchè hawaiiana) a Vulcano, oppure un’ attività
vulcaniana al Kilauea. I tipi intermedi, come lo Stromboli e il
Vesuvio, esibiscono talvolta, fino ad un certo punto, esplosioni
più o meno wvulcaniane , ma solo in linea eccezionale , ed allora
quelle non arrivano mai alla purezza del tipo, essendo cagionate
da franamenti craterici o da altre temporanee e speciali circo-
stanze.
In conclusione, il dinamismo e la configurazione orografica
dei vulcani dipendono dal grado di ii del magma lavico,
e da questo punto di vista si può stabilire una serie, di cui i
limiti, da quanto si è detto, sono il Tongariro e il Kilauea.
Napoli, Ottobre 1904.
Cirrodrilus cirratus, n. g. n. sp. parassita del-
l Astacus japonicus.--Nota del socio U. PrERANTONI.
(Tornata del 29 gennaio 1905)
Il Prof. Monticelli in una sua recente permanenza a Parigi,
ricercando le Temnocefale sui decapodi d’acqua dolce delle col-
lezioni del Museo di Storia Naturale di quella città, raccolse sulle
branchie ed alla superficie del corpo degli astacidi buon numero
di Branchiobdelle che volle affidarmi in istudio, come avea già
fatto per quelle da lui rinvenute su crostacei di acqua dolce di
altri musei esteri e nazionali, perchè io potessi valermene per le
ricerche, delle quali da qualche tempo mi vo occupando, sull’ana-
tomia e le affinità di questi animali.
Nel materiale del Museo di Parigi, una forma rinvenuta su
di un Astacus del Giappone ha attratto maggiormente la mia
attenzione, perchè si allontana per le sue esterne fattezze dalle
Branchiobdelle stesse, pur avendo con questi anellidi qualche
carattere comune. Ho creduto perciò utile di darne un cenno pre-
liminare in questa nota, nella quale esporrò solo i dati risultanti
da un esame esteriore, poichè lo stato di conservazione degli
esemplari a mia disposizione non mi ha permesso uno studio par-
ticolareggiato della interna struttura. Anche dai soli caratteri
esterni, del resto, non è difficile scorgere nel curioso animale
qualcosa di assolutamente nuovo. Non dispero di poter ottenere
in seguito dal paese d’origine, mediante i dati di rinvenimento
abbastanza precisi di cui dispongo, un nuovo e più fresco ma-
teriale, adatto per uno studio anatomico.
Il verme, che è rappresentato nella Fig. 1 della tavola an-
nessa, ha una lunghezza massima di 3 mm. e mezzo, ed una spes-
sezza, presa nella regione cefalica, di !/» mm. circa. Il corpo è
quasi cilindrico, leggermente appiattito nella faccia ventrale e
nettamente distinto in quattro parti: un capo rigonfio, a cui
segue un collo ristretto, un tronco formato da sei segmenti uguali
ed in fine una regione caudale terminale, il cui estremo libero è
incavato a ventosa. La parte comprendente le ultime tre regioni
ha aspetto quasi cilindrico, essendo leggermente rigonfia nel suo
tratto mediano.
Lf
Il capo o regione cefalica (Fig. 2) è piriforme, con la parte
assottigliata rivolta in dietro e continuantesi col collo. Nel punto
ove è più rigonfio il capo presenta una corona di dodici tenta-
coli, i quali sono più lunghi sulla parte corrispondente al dorso
che su quella corrispondente al ventre. In mezzo a questa corona
sì apre la bocca, che è notevolmente spostata verso la faccia ven-
trale, ed è posta all’estremo di una specie di grugno o sporgenza;
essa a sua volta è circondata (Fig. 3) da una serie di piccole
appendici tentacoliformi, più numerose lungo il margine ven-
trale che lungo il dorsale, le quali formano una speciale coron-
cina o rosetta.
Entro la cavità boccale si rinvengono due mascelle chitinose
(Figg. 4 e 5), l'una dorsale e l’altra ventrale, foggiate sul tipo
di quelle delle Branchiobdelle. La forma di queste mascelle è
appiattita, con uno dei margini impiantato alla parete della bocca
e l’altro libero nella cavità di essa. Ciascuna mascella presenta
inoltre due facce, di cui l’una porta verso il margine libero un
grosso dente centrale (Fig. 5), e l’altra una serie di otto den-
telli: nella posizione normale le punte di tutti questi denti sono
rivolte in dietro, e nella cavità boccale si guardano le due facce
che portano i dentelli. Le mascelle possono estroflettersi insieme
colla parete epiteliale del cavo boccale e nel fuoriuscire si capo-
volgono , in modo che i denti si rivolgono in avanti, ed in den-
tro si guardano le facce provviste dell’unico robusto dente.
Il collo, nel punto in cui si attacca al capo, è assai ristretto;
esso è formato da un solo segmento privo di appendici, che va gra-
dualmente aumentando di diametro per continuarsi in dietro col
primo segmento del tronco. x
Il tronco è fatto da sei segmenti uguali, ciascuno dei quali
presenta una serie ventrale trasversa di sel o sette appendici ten-
tacolari digitiformi; in ciascuna serie ì tentacoli centrali sono più
sviluppati dei laterali (Fig. 1).
La regione caudale è formata da due segmenti, l’uno cilin-
drico, privo d’appendici, in continuazione con l’ultimo segmento
del tronco; l’altro anch’esso cilindrico, ma col suo estremo libero
formante una ventosa, senza quindi che questa assuma un dia-
metro maggiore di quello del tronco.
Il corpo tutto è di solito incurvato in modo che la bocca
e l'estremo posteriore sporgono alquanto ventralmente, formando,
evidentemente, i due punti di attacco del parassita sull’ ospite
(Fig. 1).
bg;
Dai caratteri che ho esposto nella precedente descrizione si
può desumere che il Cirrodrilus è una forma affine alla famiglia
dei Branchiobdellidi per la struttura e disposizione delle mascelle
e della ventosa, mentre se ne discosta per la netta cefalizzazione
dei segmenti anteriori, per la coroncina dei tentacoli boccali, per
la corona tentacolare cefalica e per le appendici tentacolari del
tronco. I quali tentacoli tutti, e specialmente i cefalici, non pos-
sono non far pensare ad un altro gruppo di vermi, che corri-
sponde col Cirrodrilus anche pel regime di vita: voglio alludere
agli Histriobdellidi, 0, come più recentemente sono stati chia-
mati, Histriodrilidi, sulla cui posizione sistematica a così incerte
conclusioni sì è giunti.
Io non dubito quindi che uno studio sull’anatomia del Càr-
rodrilus porterà un notevole contributo alla conoscenza delle
suaccennate forme di anellidi (Branchiobdellidi ed Histriodrilidi)
le quali, tutte od in parte, sono state classificate ora fra gli Iru-
dinei, ora fra gli Archianellidi ed ora fra gli Oligocheti, ed ora
considerate come Policheti degenerati, senza giungere ancora ad
alcuna fondata conclusione sulle loro affinità.
Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, Decembre 1904.
Lg go
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA (Tav. I.)
Fig. 1— Cirrodrilus cirratus n. g. n. sp.— L’intero animale vistodi profilo. x: 40.
» 2 — La regione cefalica vista dal lato ventrale. »< 75.
» 3 —La bocca con le mascelle estroflesse. x 160.
» 4— Una mascella vista da una faccia. x 700.
» 5 —La stessa vista dalla faccia opposta. x 600.
Su di uno sprofondamento avvenuto alla Solfatara di
Pozzuoli. —- Comunicazione del socio E. AGUTLAR.
(Tornata del 18 dicembre 1904)
L' 8 agosto del corrente anno, sul piano inclinato della pa-
rete interna S.E. del cratere della Solfatara ed a breve distanza
dalla gran massa trachitica, che va col nome di Punta della Sol-
fatara, nella zona delle piccole fumarole sprofondò il suolo, dando
origine ad una caverna piuttosto ampia, dalla quale veniva fuori
una densa colonna di vapor d’ acqua, da far quasi riscontro, a
chi la vedesse da lontano, a quella detta Bocca della Solfatara.
Pochi giorni dopo, cioè il 14, mi recai ad osservare la nuova
bocca, come era chiamato lo sprofondamento da quelli del luogo.
La grande quantità di fumo scottante ed il pericolo di fra-
namento degli orli di questa caverna, rendevano non molto facile
Nuova bocca della Solfatara
l'osservazione all’interno. Potetti, però, notare, quando il vento
deviava la colonna di vapore, che la caverna aveva una profon-
dità di circa m. 4,50, era lunga al fondo m. 5 e larga m. 3.
L'apertura esterna, di forma ellittica, misurava m. 1,60 nel senso
N.E.-S.W. e m. 1,20 nel senso N.W.-S.E. Non potei rilevare la
temperatura interna del vapor acqueo per la mancanza di un
termometro a massima, ma credo che dovesse raggiungere i 100°,
perchè era proprio scottante quando veniva a colpirmi il volto
o le mani.
SL
Tranne una leggiera diminuzione della quantità del vapore,
nessun altro fenomeno si verificò nella nuova bocca fino al 10
ottobre; ma il dì seguente, in seguito alle incessanti piogge dei
giorni precedenti, franò la volta della caverna, la quale s'è ora
in gran parte riempita, ed ha assunta la forma di una fossa ir-
regolarmente ovale, con la massima profondità a S.E., cioè di
m. 2.50, e con un diametro di m. 4,70 in direzione N.E.-S.W. e
m. 3,60 nel senso N.W.-S.E (v. la fig.). Da quest’ ampia fossa
continua a venir fuori abbondantemente il vapor d’ acqua con
uma temperatura di 98°, pari, cioè, a quella delle circostanti fu-
marole, accompagnato anche da idrogeno solforato.
Questa nuova bocca è situata a 112 m. dalla Grande fuma-
rola, dove il suolo è costituito da pezzi più o meno grossi di
trachite decomposta e dal detrito di rocce disfatte per la pro-
lungata azione dei vapori, provenienti dall’ interno del cratere.
In profondità il materiale è incoerente; superficialmente, invece,
offre una certa consistenza, cementato com'è dallo zolfo che con-
tinuamente si deposita tra il materiale detritico; talvolta, anzi,
compenetrandolo. Ecco perchè, mentre l'apertura esterna della ca-
verna, nel suo maggior diametro, misurava m. 1,60, al fondo si
aveva uno svasamento di circa 5 m. di lunghezza.
Questa fumarola dell’agosto, notevolmente più grande delle
circostanti piccole fumarole, in mezzo alle quali maestosamente
si eleva, probabilmente è la riattivazione di quella che in antico
esisteva nel medesimo luogo, ed intorno alla quale eravi la torre
fatta costruire da Breislak !).
A questa fumarola si dava il nome di Bocca grande o Bocca
della Solfatara; ora, invece, tali nomi sono conservati per la più
grande delle attuali fumarole, che si trova ad E.-S.E., ed. il cui
vapore ha una temperatura di circa 153° (Mercalli).
In tre mesi mi sono recato moltissime volte alla Solfatara
per osservare se, in seguito alla cospicua attività della nuova fu-
marola apertasi, l’ attività della grande e delle piccole fumarole
fosse diminuita; ma il risultato delle mie osservazioni è stato ne-
gativo, inquantochè sì l’una che le altre sono rimaste nella loro
normale attività.
Pozzuoli, 20 ottobre 1904.
1) BREISLAK S. — Voyages physiques et lythologiques dans la Campanie. Paris,
1801—Vol. II.
Scaccni A. — Memorie geologiche sulla Campania, Napoli, 1849.
Sulla rigenerazione sperimentale del parenchima ova-
rico.— Nota del socio FrRANcEScO CaPoBIANCO.
(Tornata del 4 maggio 1905)
L’incessante movimento rigenerativo del parenchima ovarico
per ripetizione del processo di primordiale formazione , che in-
sieme alla perenne caducità di esso fu dimostrato dal Paladino
nel 1881 e successivamente da lui confortato di sempre nuove
dimostrazioni di fatto, è ora fuori di ogni discussione. Demolite
le contraddizioni e le interpretazioni fallaci ed unilaterali ; sta-
bilito e fatto prevalere il concetto che i singoli punti dell’ovario
non sono gli equivalenti ed i rappresentanti di tutto l’ organo,
dovevano necessariamente le ricerche avviarsi in modo più razio-
nale e seguirne il generale consenso.
Il Paladino determinò, inoltre, che quel processo di rigene-
razione è diversamente vivace nelle differenti specie, in rapporto
alla età dell’animale ed alla prolificità di esse: rapporto diretto
in questo secondo caso, inverso nel primo; e che a parità di con-
dizioni tale rigenerazione può attivarsi per molteplici e svariati
momenti e fra tutti sono da considerarsi « le fasi delle forma-
zioni lutee, l’epoca dei calori, la gravidanza ed in ispecial modo
la mutilazione o castrazione unilaterale ».
Così, come per altre glandole, anche per l’ovario sì esagera
la funzione quando si lasci un solo organo a disimpegnare una
maggior copia di lavoro utile. Se non che, il meccanismo di que-
sto esaltamento dell’attività rigeneratrice dev'essere per l’ovario
assai più complesso e forse, per quanto io penso, non indipen-
dente dalla secrezione interna della glandola.
Ma è la mutilazione unilaterale il solo mezzo, del quale
possiam noi valerci per attivare il processo di rigenerazione del
parenchima ovarico, o non è possibile riescirvi, agendo diretta-
mente ? i
Da un punto di vista generale si sa che la intensità, con
cui vengono riparate perdite di tessuto, è in accordo con la ca-
pacità di accrescimento delle sue cellule, e che tra tutti predo-
minano, per questa ragione, gli epiteli di rivestimento e le glan-
dole a secrezione morfologica (Bizzozero).
L’epitelio ovarico è per le sue caratteristiche strutturali e
funzionali cospicuamente adatto per rispondere all’attesa di una
vivace rigenerazione , quando se ne sia prodotta una soluzione
di continuità, asportandone o raschiandone una parte, comunque
vada intesa la conseguenza della soppressione di elementi mecca-
nicamente (Weigert) o funzionalmente ostacolanti (Roux, Lustig).
Per tutte le precedenti considerazioni, ho io intrapreso nu-
merosi tentativi sopra ovaia di cagne, di coniglie , di gatte, di
una scimia. Con la laparatomia dal fianco aggredivo l’ovario e
dopo le necessarie manovre per agire. direttamente sulla super-
ficie, praticavo nell’ un caso o nell’altro raschiamenti o asporta-
zioni, con le norme che verrò esponendo per ciascuno.
A diversi intervalli uccidevo gli animali, raccogliendone le
ovaia, l’una lasciata sempre integra per controllo e l' altra ope-
rata. Rimandando alla definitiva pubblicazione la minuta espo-
sizione delle mie ricerche, mi limito per ora a segnalare quanto
mi è riescito osservare in una gatta di circa un anno, in avan-
zato periodo di gestazione.
Su questo animale praticai raschiamento dell’epitelio germi-
nativo in due o tre punti, delicatamente, con la lama di un pic-
colissimo bistori, e poi anche con un piccolo e sottile rasoio una
incisione a cuneo molto superficiale con asportazione del fram-
mento ed un’altra incisione egualmente cuneiforme, ma alquanto
approfondantesi come una semplice incisione lineare. La forma
delle resezioni si vedrà meglio nell’esame delle figure.
Completate l'operazione e la sutura profonda muscolare e
quella cutanea, slegai l’ animale che non mostrò di aver molto
sofferto. i
Il giorno dopo depose quattro feticini morti, ed in segui-
to visse sempre bene. Dopo un mese dall’ operazione, la uccisi
col cloroformio e raccolte le due ovaia, ne disposi per l’ esame
istologico avvertendo sin da ora che per la colorazione preferii
il miscuglio di ematossilina e scarlatto (Paladino), che, massime
per gli organi glandolari, merita incontestata preferenza. Furono
praticate sezioni in serie di entrambi gli organi — e qui ringrazio
il Dott. Ciaricola, che mi aiutò nella bisogna — e permanente-
mente inclusi.
La osservazione mi fornì reperti interessanti che espongo.
Prima di andare oltre però insisto ancora che a voler ot-
tenere risultati favorevoli occorre che tanto il raschiamento quanto
2 99 e
la resezione sieno fatti con la massima delicatezza, perchè come
mi è stato molte volte confermato, una intensa irritazione deter-
mina risentimento connettivale, che finisce per ricacciare in se-
conda linea i fenomeni che si svolgono nell’epitelio.
Nella figura 1 è riprodotta una parte di una sezione ovarica,
ritratta alla camera lucida Zeiss. Vi si vede ai due limiti late-
rali del disegno lo strato unico dell’epitelio germinativo, il quale
progressivamente si continua senza interruzione con la zona fatta
di molti piani di cellule e che corrisponde alla sede del raschia-
mento. In alcune di queste cellule era palese un vivace, movi-
mento nucleare, una maggiore complicatezza dei fili cromatici,
ma non sono riescito a scorgere vere forme cariocinetiche. La
origine di quelle cellule affollate , stipantisi in modo così fitto,
non mi pare possa mettersi in dubbio. Esse devono esser deri-
vate dall’epitelio residuato sui margini della lesione, ed il loro
aspetto e la caratteristica colorazione le differenziano sicuramente
dagli elementi connettivali sottostanti, e le assimilano invece con
quelli dell’epitelio germinativo, con i quali si continuano sui lati.
Nella figura 2 è riprodotto un altro punto, nel quale si vede
che raschiando fu anche leso alquanto il connettivo sottoposto,
in cui sì scorgono segni palesi di risentimento, ed al disopra uno
spesso strato epiteliale fatto di 3, 4, e financo 8-10 piani di cel-
lule continuantisi lateralmente e con graduale passaggio verso
l’ epitelio normale, trascurato nella figura.
Notevolmente più interessante è, però , la osservazione che
può farsi sulla figura 32, che ripete un altro punto dello stesso
ovario, cioè quel punto, ove praticai la resezione cuneiforme as-
sociata ad un leggiero raschiamento dei dintorni della lesione. Vi
sì vede a destra lo strato epiteliale unico, a sinistra fatto invece
qua e là di uno, due o tre piani di cellule, ed in corrispondenza
della breccia, che verso sinistra è alquanto frastagliata per uno
sperone connettivale che sporge sul fondo, la si vede colmata tutta
di una larga propagine, evidentemente epiteliale per la natura e
l'aspetto delle cellule e per la continuità di queste col rivesti-
mento dell’organo.
Si ha qui — mi pare —un modo di comportarsi dell'epitelio
germinativo analogo a quanto si può osservare nelle condizioni
fisiologiche, cioè a quelle incisure crateriformi, che il Paladino
vide esser frequenti nelle ovaia muliebri senza mancare in altre
femmine , e le differenze che tuttavia da quelle la distinguono
servono a rendere anche più sicuro e sensibile il modo d’ inter-
petrarne la produzione , vale a dire generatasi in conseguenza
-
Va
di una vivace e tumultuaria proliferazione epiteliale, che ha por-
tato il riempimento completo del cratere sperimentalmente pro-
dotto.
Ma più che analogia con i processi fisiologici, una identità
assoluta si trova esaminando la figura 4.
Ivi fu fatta una superficiale asportazione di tessuto di forma
triangolare, il cui apice fu prolungato con una incisione lineare,
come può ancora perfettamente riconoscersi. Il risultato della os-
servazione, come attesta il disegno, fu dei più interessanti. In-
vece della proliferazione epiteliale tumultuaria si ebbe una vera
propagine che si approfondò nella incisione con processo perfet-
tamente normale, tanto che ho non poco dubitato di trovarmi
in presenza di una propagine svoltasi indipendentemente da qua-
lunque lesione sperimentale. E veramente i caratteri ne sono tali
che par quasi impossibile come si sia riesciti ad ottenere e de-
terminare é riprodurre con tanta esattezza la immagine della
rigenerazione, che avviene fisiologicamente. Ma tenendo conto
del modo come si presenta la breccia, la sua larga apertura iniziale,
la regolare forma triangolare di essa, il restringersi brusco per
continuarsi con una stretta incisione che scende abbastanza re-
golarmente, si conforta la opinione che ci troviamo dinnanzi ad
una rigenerazione sperimentalmente provocata , la quale è riu-
scita a mentire meravigliòosamente i caratteri di una rigenera-
zione fisiologica.
Che importanza bisogna ora assegnare ai riferiti risultati ?
Il Bidoni, in un lavoro pubblicato nel 1901 sugli Annali
di Ostetricia e Ginecologia , studiò il processo intimo di quari-
gione nelle resezioni dell’ ovaio in coniglie di 3 a 4 mesi e con-
cluse, sulla base di reperti istologici, che le ferite lineari anche
profonde si rimarginano spontaneamente senza lasciar traccia,
e che quelle a cuneo rimarginano riempiendosi di connettivo
prima giovane poi cicatriziale, il quale viene spinto alla super-
ficie ovarica dal processo fisiologico di rigenerazione, che ha luogo
nel parenchima ovarico, che si trova tutt’ attorno o nel fondo
della lesione e che, ricacciando in alto il connettivo, restituisce al-
l’ovario la sua regolare superficie.
Nelle mie osservazioni, anche a me è toccato di veder com-
pletamente rimarginata una ferita lineare in un ovario di scimia,
venuta a morte senza causa nota dopo 6 giorni dall’operazione,
e tale riparazione era così completamente avvenuta da non di-
stinguersi quasi più all'esame microscopico la sede della ferita.
Sa pi
Ma osservando la figura 4 del Bidoni, che riproduce una
sezione di ovario operato da 8 giorni, io trovo qualche cosa che
si accorda con le mie osservazioni, poichè nel punto segnato col
numero 5 l’epitelio ovarico integro scende rivestendo per breve
tratto la superficie della ferita.
Ora se nei conigli, dai quali io ho avuto risultati assai meno
incoraggianti che nel gatto, è riescito il Bidoni a riprodurre
quella figura che appoggia le mie osservazioni, io ne traggo ar-
gomento per confermarmi nella idea che m’ero venuto formando,
cioè che con adeguata manovra operativa può la reazione con-
nettivale non esser così intensa nè così precoce da ostacolare il
movimento rigenerativo dell’epitelio ovarico, il quale può talora
distendersi come strato di rivestimento anche sulle pareti della
breccia sperimentalmente aperta, specialmente quando il periodo
di 8 giorni, come nel caso di Bidoni, sì prolunga sino ad un
mese come nel caso mio.
Sicché, in conclusione, senza lasciarsi trascinare ad esagerarne
la importanza, mi pare che sia consentito di affermare a buon
dritto che le demolizioni sperimentali possono ben rappresentare
un modo diretto di rendere più attivo il movimento di rigene-
razione in un parenchima ovarico, che sì supponga più torpido.
Certamente il valore di queste ricerche sarebbe assolutamente
stato di gran lunga maggiore, se avessi potuto aver la prova
della capacità degli elementi neoformati a produrre uova primor-
diali. Ma poiche la rigenerazione è, come il Paladino affermò e
gli altri confermarono , in rapporto diretto con l’ovogenesi, io
trovo che non è ingiustificato il pensare che anche dalle cellule
rigenerate possano prodursi ovuli primordiali, sopratutto quando
con maggior intervallo di tempo si consenta una più completa
differenziazione degli elementi neoformati. In quest’ ordine di idee
ho io in corso esperimenti, dei quali spero render conto completo.
Che se da essi mi dovesse risultar sicura la ovogenesi negli
elementi neoformati, io non esiterei a consigliare le demolizioni
adeguatamente praticate anche ai ginecologi, cui sorrida il pen-
siero di attivare l’ovogenesi senza produrre mutilazione di uno
degli organi così necessarii alla funzione del sesso e per il suo
prodotto germinativo e per il valore del suo secreto interno.
Napoli, aprile 1905.
pesai! LARA
BIBLIOGRAFIA
Parapino G.— Della caducità del parenchima ovarico e del rinnovamento to-
tale dello stesso mercè ripetizione del processo di primordiale pro-
duzione. Mem. con tav. Napoli, 1881.
» ‘Ulteriori ricerche sulla distruzione e rinnovamento continuo del
parenchima ovarico nei mammiferi. Con IX grandi tavole. Napoli, 1887.
» Per il tipo di struttura dell’ovaia. Rend. della R. Acc. delle Scienze
Fis. e Mat. Napoli, 1897.
» Il rinnovamento del parenchima ovarico nella donna. Atti del XI
Congresso Medico Internaz. Roma, 1894.
» Sulla rigenerazione del parenchima e sul tipo di struttura dell’o-
vaia di delfina. Rend. della R. Acc. delle Sc. Napoli, 1904.
Lustie A. — Patologia generale. Milano, 1901. Vol. 1.
Boxe E. — Sul processo intimo di guarigione nelle resezioni dell’ovaio. An-
nali di Ostetricia e Ginecologia. Anno XXIII, N. 1, p. 74, Milano, 1901.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA (Tav. Il)
Fig. 1a Sezione di ovario di gatto dopo un mese dal praticato raschiamento.
Sublimato. Ematossilina e scarlatto. ee agg normale ; ep epitelio
Oc.
rigenerato nella sede della lesione TOSSE 2. Koristka.
Fig. 2.8 — Idem della precedente con raschiamento molto più forte. Prolil'era-
Roia : | ; Oc. 3
zione epiteliale
» 17,80 media
ra a boe
» C (324 > VSS;
2) Cassetta di resistenza con l’ estremo H al suolo
Valori osservati Media Valori calcolati
Elettrodo in A è=17?.3+17°.5 17°.40 19/V=17°.40=1740 volt
> B Srl Su 8,80, aa = 810 870
» C 5.3+ 5.2 5.25 /noV= 5.22= 522 >»
» D 3.5+ 3.4 3.45 ?/0V= 3.48= 348 >»
L'ultima colonna della tabella contiene i valori dei poten-
ziali calcolati, mediante la legge di Ohm, in base al valore mas-
simo ottenuto all'estremo A del circaito e ai rapporti delle re-
sistenze, valutate a partire dall’estremo H in comunicazione col
suolo. Confrontando questi valori con quelli osservati, contenuti
nella penultima colonna, si ha, come si vede, un accordo abba-
stanza soddisfacente specialmente se si ha cura di eliminare, ad
ogni misura, qualsivoglia traccia di carica residua scaricando
bene i dischi del condensatore. |
La disposizione precedente può, evidentemente, applicarsi
anche ad un: elettroscopio comune a foglie d’oro e, in tal caso,
può servire a graduare l’elettroscopio stesso. È bene allora gio-
varsi di una cassetta di resistenza composta di 10 rocchetti da
1000 ohm ciascuno, con i quali sarà possibile realizzare delle
differenze di potenziale variabili per decimi. Si possono ottenere
variazioni anche più piccole adottando la nota disposizione in-
La
dicata da Lord Rayleigh e da Bouty nella misura di forze elet-
tromotrici col metodo di Poggendorff.
È facile, infine, determinare il potere condensante del con-
densatore aggiunto all’elettroscopio. Basta, per mezzo del milli-
amperometro G, misurare la corrente costante che, durante la
prova, attraversa il circuito. Nella verifica sopra indicata, tale
corrente aveva, fatte le debite correzioni, il valore i = 0,0017
amp. Il potenziale v nel punto A era quindi :
v= Ri= 10000X 0,0017 = 17 volt.
D'altra parte, il potenziale V indicato dall’elettrometro Braun,
relativo allo stesso punto, e corrispondente alla deviazione dè —
17?.4 è (poichè 1”= 100 volt.)
V= 174x100 = 1740 volt.
Il potere condensante del condensatore adoperato risulta
dunque :
V 1740 :
aaa ti circa.
Roma, laboratorio del Collegio Romano, Marzo 1905.
Il clima di Napoli nell'anno meteorologico 1903-904 —
Nota del socio ERNESTO ANNIBALE.
(Tornata del 11 aprile 1905)
Durante l’anno meteorologico 1903-904 si manifestarono delle
lesioni impressionanti nelle mura della parte nord-ovest dell’edi-
ficio universitario, all'altezza delle quali si trovava la sala delle
osservazioni. Fu necessario quindi, onde alleviare il peso, demo-
lire la detta sala, per la qual cosa durante cinque giorni, dal 18
al 22 aprile, non fu possibile eseguire le consuete osservazioni
giornaliere.
Intanto, dal Direttore del tempo, compianto Prof. Emilio
Villari, fui incaricato di trovare il luogo più adatto per il colloca-
mento provvisorio della gabbia meteorica coi relativi apparecchi
termometrici. La cosa non fu del tutto agevole , sia per la co-
struzione e il luogo dell’ edificio universitario, posto tra vie an-
guste della vecchia Napoli ed avente il lato a settentrione re-
lativamente più basso del caseggiato circostante, sia per cercare
le condizioni che nel miglior modo possibile rispondessero ai
dettami della scienza e sia infine perchè era mio intendimento
di non modificare l’altezza dal mare dell’Osservatorio per un pic-
colo intervallo di tempo. Dopo non brevi ricerche, dovetti per-
suadermi che migliori condizioni di quelle offerte da una stanza
della Specola Geodetica, attigua alla parte più a sud dell’Osser-
vatorio, non era possibile trovare.
Fattane richiesta al Prof. De Berardinis, direttore della Spe-
cola Geodetica, gentilmente venne ceduta. Una delle finestre di
questa stanza, nella quale si pose la gabbia meteorica , ha l’e-
sposizione perfettamente identica a quella dell'antica; se essa
presenta l'inconveniente di non avere un vasto e profondo spazio
a sè dinanzi, ciò fu riparato in buona parte da schermagli e da
pennate movibili.
In tal modo la sala delle osservazioni si potè trasportare,
sì può dire, parallelamente a sè stessa.
Fu proprio all’inizio di questo trasporto che mancò la guida
e il sapiente consiglio dell’Illustre Direttore: una malattia ribelle
3)
SIGG a
ad ogni cura lo colpì e dopo circa quattro mesi, il 20 agosto, lo
strappò a noi ed alla scienza.
Mi adoperai, per quanto mi fu dato, di disporre tutto nel mi-
glior modo possibile e nelle medesime condizioni, specialmente
quegli istrumenti o apparecchi i cui dati possono variare per la
loro esposizione, altezza o altre circostanze, e ciò per non inter-
rompere l'omogeneità nella lunga serie di osservazioni nell’ Os-
servatorio conservata. |
Per ciò che riguarda la temperatura, fin dai primi di marzo,
incominciai a fare delle osservazioni comparative tra lo stato
termico del luogo dove si trovava la gabbia meteorica e quello
dove essa con molta probabilità sarebbe stata trasportata. A tal
proposito esponevo vicino alla finestra della stanza scelta, in un
tamburo di zinco, due termometri uno a massima ed uno a mi-
nima della casa Negretti e Zambra perfettamente identici e com-
parati a quelli esistenti nella gabbia meteorica.
Riscontrai sempre tra i termometri del tamburo e della gabbia
meteorica sensibili ed incostanti differenze e precisamente un
difetto nel minimo ed un eccesso nel massimo del tamburo di
zinco, il primo oscillante tra i due e i cinque decimi di grado,
il secondo tra i quattro e gli otto decimi. Questi spostamenti
però dovevano attribuirsi non alla diversa esposizione e condi-
zione in cui trovavansi i due luoghi di osservazione, bensì al
diverso modo col quale erano garentiti gl’ istrumenti dalle ir-
radiazioni dell’aria e del suolo circostante. Ed infatti, dopo che
la gabbia meteorica fu cambiata di posto, ripetetti per lungo
tempo le medesime misure invertendo le protezioni dei termo-
metri e notai che era sempre il minimo ed il massimo del tam-
buro che presentavano rispettivamente il difetto e l’eccesso sopra
indicato.
Dopo tali fatti può ritenersi che nessun’ alterazione venne
a subire la continuità delle osservazioni termiche dallo sposta-
mento della sala meteorica.
_ Ciò esposto , prima di passare all'esame dei varii elementi
meteorologici, ricorderò ancora che nessuna modificazione venne
apportata nel corso dell’anno 1903-904 a quanto si usò nei pre-
cedenti in riguardo alle ore di osservazioni, agli apparecchi im-
piegati, al metodo seguito nella determinazione delle medie, ecc. 1).
1) Vedere E. ANNIBALE « Il clima di Napoli ecc. » Boll. Soc. di Natur. in
Napoli, An. XVI, Vol. XVI, e seguenti.
ARMA
Pressione barometrica
. La pressione media annuale calcolata sui valori notati nelle
quattro consuete osservazioni diurne, fu di mm. 756, 235, risul-
tando così superiore solo a quella dell’anno meteorologico 1899-
900 dell’ultimo sessennio.
Il disavanzo è tutto dovuto alla media invernale, essendo
quella della primavera e della state notevolmente in eccesso sulle
corrispondenti dei cinque precedenti anni e la media autunnale,
se non superiore, almeno mediamente uguale a quelle della stessa
stagione del detto periodo.
Il seguente specchietto conferma quanto ho accennato 1).
-
| MEDIE
Î
STAGIONI | 1898-99 | 1899-900| 1900 901|1901-902|1902-903' 1903-904
|
|
|
Inverno. . | ‘59,13 | 753,58 | 757,73 | ‘56,73 | 761,448 | 754,596
3
Primavera. | 756,20 | 754,45 | 755,84 | 755,38 | 755,490 | 756,347
Estate . . | 757,10 | 756,24 | 756,29 | 756,98 | 756311 | 757,191
|| Autunno . | 759,19 | 757,53 | 756,47 | ‘156,77 | 757,923 | (56,812
LP norgeci Nd01908 05450 (56098201 ND64650 Mb. 93 Mb6:235
L'inverno presenta ancora la forte deficienza di mm. 1,639
sull’anno, la quale viene compensata dai lievi eccessi rispettiva-
mente crescente della primavera (mm. 0,112) dell’autunno (mm.
0,577) e della state (mm. 0,956). Avviene cioè quasi l’inverso di
quanto si verificò il passato anno, in cui rimase quasi solo l’in-
verno a compensare il disavanzo delle stagioni rimanenti e a
rialzare notevolmente la media annuale.
1) Le medie dei diversi elementi meteorologici dei primi due anni furono
calcolate dal Dott. G. Di Paola: Vedere G. Di Paola « Osservazioni meteo-
rologiche ecc. » Boll. Soc. di Natur. in Napoli, An. XIV, Vol. XIV e G. Di
Paola « Le condizioni climatiche di Napoli ecc. » medesimo Bollettino, An.
DEVA V
nai (pe
Lievemente variabili risultarono le medie mensili ; notevole
però è quella che sì riscontra nei mesi invernali in cui, tra due
mesi consecutivi, si calcola una differenza di mm. 5,462.
Maggio presenta la maggiore media mensile con mm. 758,415;
febbraio la minore con mm. 752,414. Non negli stessi mesi ca-
dono le medie decadiche massima e minima , bensì quella nella
seconda di novembre (mm. 961,910) e questa nella prima di di-
cembre (mm. 749,649).
Le medie barometriche di aprile e di ottobre tendono ugual-
mente e più delle altre all’ annuale; la prima ne rimane supe-
riore per mm. 0,209, la seconda inferiore per mm. 0,256.
La maggiore variazione delle medie decadiche si riscontra
in ordine di grandezza e di intervallo di tempo, in novembre, in
aprile e quindi in dicembre; le medie decadiche di giugno e di
luglio presentano la maggiore costanza, oscillando in una varia-
zione inferiore a mezzo millimetro.
Il 29 gennaio presenta la massima media diurna, il 1° di-
cembre la minima, la prima risultò di mm. 766,15, la seconda
di mm. 741,76; alle 12" (ora di osservazione) dello stesso giorno
di gennaio si osservò la più alta pressione dell’anno (mm. 766,56)
e alle 9" (ora di osservazione) dello stesso giorno di dicembre la
più bassa (mm. 740,25).
L'escursione maggiore fatta dal barometro durante l’anno,
nei limiti delle quattro osservazioni giornaliere, fu di mm. 26,31.
Riscontrate le curve barometriche date dai registratori Richard,
la massima oscillazione assoluta ne differì per almeno due mil-
limetri, trovandosi il barometro alle 9" del 1° dicembre nello
stadio ascensionale, dopo la depressione del 80 novembre pre-
cedente.
Il
I
| | |
18‘9% 6 | I s<08 | DRS pi. 2100330
[14894 CAN Ri os°0g | 6 | eK L6*TA | 2219 | ez°Io | sosgs | eresse | ces | Gallas > | > > caquiones
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| | |
97°8 i qu. 6I 68°s | I | te SL'09 | 08°ES | T8°09 | 969°99| 0%9‘99 | pÙresac | 829°99 Dai i Sc ONINT
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GS°LT 6 i) €688 | » 15 > » 12,645
» 741,53 — Marzo > 3 LO Soa » 14,705
» 144,30 = Aprile » » DI dA » » 11,935
» 144,08 — Novembre >» d DE ib a » 12,205
La prima fu la più forte, benchè la minima quì registrata
non rappresenti la minima della stessa depressione ; questa co-
minciò a segnalarsi dalla mezzanotte del 28 novembre prece-
dente e toccò il più piccolo valore alle 18" del 30, alle 9" del 1°
dicembre il barometro trovavasi in ascesa e differiva dalla mas-
sima depressione per almeno cinque millimetri. Ciò non ostante
IR A e
continuò in tutta la giornata, come nelle tre precedenti, il vento
impetuoso di SW e mare tempostoso, ma con limitata pioggia.
Notevole fu ancora la depressione del 31 marzo: essa sì ac-
centuò verso le 10" del 30, all’1" circa del 31 toccò quasi il mi-
nimo, da quest'ora la pressione si mantiene quasi costantemente
livellata fino alle 14" da cui torna nuovamente, e quasi con la
stessa costanza e rapidità, a salire. In essa si notò vento forte
di WNW, mare agitato, pioggia abbondante con grandine, della
quale il Vesuvio ne fu completamente coperto.
Le altre depressioni non offrirono rimarchevoli note.
Temperatura
La temperatura media di quest'anno , risultata di 170,234,
fu relativamente elevata; essa superò tutte le medie annuali del
precedente quinquennio ed ebbe un eccesso sulle medie di que-
ste di 00,454.
Nel dolce clima invernale, che per il tepore superò l’anno
precedente, rare volte il termometro discese al di sotto di sei
gradi; non si può in esso riscontrare periodi di relativo freddo.
Le medie giornaliere solo nel 18 e 19 gennaio e 25 febbraio,
durante l’inverno, non superarono sette gradi, e fu nel giorno 18
che il termometro toccò la minima assoluta dell’anno di 39,5 e
nel giorno 19 che la media diurna fu minima con 69,07.
Corrispondentemente calde turono ancora la primavera e
la state: le medie di esse guadagnarono su tutti gli analoghi
valori dell’ultimo quinquennio, superando per 00,626, e per 19,375
rispettivamente la massima media primaverile e la massima me-
dia estiva dello stesso periodo.
Fin dalla seconda metà di giugno il termometro sale sopra
i 80 gradi: dal 28 di questo mese fino al 21 di agosto , cioè
per circa due mesi, rare sono le eccezioni in cui il massimo ter-
mometrico giornaliero non raggiunga tale temperatura. In rela-
zione alle indicate massime, le medie diurne scendono poche volte
al disotto di 26 gradi. Si riscontra cioé un periodo ben lungo
di caldo eccessivo, in cui il termometro il 10 luglio tocca il mas-
simo asscluto di 349,1 e il massimo medio diurno di 289,65, li-
miti questi superiori il primo per 00,1, il secondo per 00,88 ai
corrispondenti dell’anno passato, ma ben inferiori per 20,8, e per
10,37 rispettivamente a quelli eccessivi del 1900-901.
La più bassa temperatura toccata in questo periodo fu di
180,8 nel 3 agosto. Di ciò si può prender visione nel Quadro II,
deg —
in cui riporto le temperature medie ed estreme dei singoli giorni
dell’anno con le relative escursioni.
Tra le medie delle stagioni solo l’autunno presenta una dif-
ferenza in meno sui valori corrispondenti dell’ultimo quinquen-
nio, ed infatti in quest'anno, dopo il 21 agosto, lo stato termico
atmosferico scende gradatamente e costantemente nei rimanenti
mesi al disotto del consueto dolce tepore autunnale.
In riscontro con l’anno precedente si ha che l'inverno, la
primavera e la state sono rispettivamente più calde per 1°,182,
10,402 e 29,087 e l’autunno più freddo per 10,872.
Contrariamente a quanto in generale avviene, lieve risultò
la differenza in più tra la temperatura autunnale e la primave-
rile; mentre, «per esempio , nell’anno passato l’ autunno fu più
temperato della primavera per 39,534, in quest’ anno tale diffe-
renza scese a 00,26.
Nel seguente specchietto sono riportate le medie delle sta-
gioni meteoriche dell’ultimo sessennio ; in esso si può prender
visione di quanto ho accennato.
MEDIE |
STAGIONI | 1898-99
|
119,140 | 99,823 | 109,955
|
ala Ca L |
Inverno. . | 119,066 | 10°,893 | 89,617 |
Primavera. | 15°,889 | 130,943 | 140,850 | 140,470 | 140,613 | 160,015
Estate . . | 230,888 | 230,726 | 240,173 | 230,775 | 230,461 | 250,548
Autunno , | 189,214 | 199,747 | 179,733 | 18°,480 | 189,147 | 169,275
| pro
1899-900| 1900-901) 1901-902| 1902-9038! 1903-904.
Anno . .|179,014 | 179,077 | 16°,343 | 160,954 | 169,511 | 170,234
A. giudicare delle medie mensili, la temperatura segue l’an-
damento regolare da gennaio, con 100,103, si determina l’anda-
mento ascensionale lieve in febbraio, quindi sempre più marcato
nei successivi mesi fino a luglio, in cui tocca il massimo di 260,989;
in agosto già sensibile è la discesa, ma più forte ancora si deter-
mina nei susseguenti mesi invernali. Come di consueto, la tem-
peratura media mensile presenta più forti variazioni nella prima-
SA. gu
vera e nell'autunno che nell’ inverno e nella state (V. Quadro
II). Luglio torna dunque in quest'anno a riavere la massima tem-
peratura mensile a differenza del precedente, nel quale l’ebbe
agosto. Nondimeno tutti e tre i mesi estivi presentano un avarizo
sui corrispondenti del precedente quinquennio, il quale fu ri-
spettivamente e mediamente di 20,529, 20,347, 00,611.
La media termometrica mensile che più si avvicina all’ an-
nuale è quella di ottobre, con una differenza in meno di 00,150.
Tra le medie decadiche 20 risultarono inferiori alla media an-
nuale e 16 superiori; fanno parte di queste tutte le decadi della
state, tre della primavera, e le prime quattro dell'autunno : la
prima di maggio risultò quasi uguale alla media annuale, diffe-
rendone per meno di tre centesimi di grado.
|
=}
TS
=
Quadro IL.
Mesi
Dicembre
Gennaio . 7 : -
Febbraio. ‘ . ; :
Marzo = ‘ 2 5
Aprile . È
Maggio . 4
Giugno . È ;
Luglio . x i é
Agosto . x " È
Settembre È o 5
Ottobre . 5 3 È
Novembre 5 x
Anno s 4 ) 3
»
11°,952
11°.580
120,432
120,070
13.015
170.205
23.550
26°.237
26°,317
21,735
17°.685
14°,772
Medie decadiche sn Media mensile delle P: È q
E E. f Ele ‘A 15,
uo) om la) iI] fa N
(OE =| (=) (e) 2 (e) Do
= o “ - S 5 es 5 ‘E
To III. = 9h 12h 15h 21h 5 iS
129,130 | 110,279 | 11°,770 | 110,52 | 130,48 | 13°,42 | 11°,60 6,1 10 17%4 2 AdS
9°,332 | 9°.461 |10°.103 | 9°,63 | 11°,67 | 11°,98 | 109,02 | 3°.5 18 | 149,5 9 | 11°0
11°.500 | 89,833 | 10°.994 | 10°,80 | 129,65 | 13°,01 | 10°,83 39,8 27 199,6 4 150.8
129,755 | 130,713 | 12°,874 | 130,03 | 150,04 | 150,45 | 12°.25| 69,0 3î | 203 26 | 1493
180,560 | 16°,662 | 15°,735 | 16°.10 | 18°.85 | 180.89 | 150,17 50,5 10 26°," 16 210,2
18°797 | 21°.891 | 199.381 | 200,54 | 220.26 | 22°,70 | 180.42 10,6 5 280,0 31 179,4
230,530 | 250,572 | 24°.217 | 250,56 | 270,38 | 270,61) 23°,01| 16°.7 4 319,2 29 149,5
27°,735 | 27°,000 | 269,989 | 280,42 | 300,29 | 300.37 | 25°,76 200,3 e2| 341 10 13°,8
27,393 | 220,741 | 250.395 | 260,41 | 280,27 | 28°,74| 249,59 15°.6 2" 32,5 15 169,9
20°.040 | 189,702 | 20°.159 | 200,40 | 230,14 | 23%,47 | 19°.34 129,7 22 289,7 10 169,0
170,189 | 169,441 | 179,084 | 17°.23 | 18°.64 | 19°,18 | 16°.65 10°,2 29 220,9 19 12°,"
109,377 | 9°.515 | 119,555 | 11°,62 | 13°,32 | 130,57 | 11°,05 3°,9 2" 19°,8 do 159,9
_ — |17°,234 | 17°,655 | 190,584 | 19°,906 | 160,602 3°,5 |18genn.| 34°.1 10 30°,6
luglio
SR
La media decadica di maggiore eccesso sull’annuale è la se-
conda di luglio, con una differenza di 10,501, e quella di maggior
difetto è la seconda di gennaio, con una differenza di 79,902.
L'ultima di novembre poi pareggia quasi, mantenendosi leg-
germente superiore, la seconda e la terza di gennaio, decadi meno
temperate dell’anno.
Anche in quest'anno quindi come nei due precedenti la se-
conda decade di gennaio segna la minima media decadica, ed
è nel,18 di questo mese che il termometro scende al temperato
limite inferiore dell'annata di 39,5. A questo minimo tien dietro
quello riscontratosi il 27 febbraio di 3,8, il 26 dello stesso mese
e il 27 di Novembre di 39,9.
Le relazioni che passano tra le temperature osservate nelle
diverse ore di osservazione si conservano, in generale, identiche
a quelle dei precedenti anni, Così la media mensuale delle 9" ri-
sultò superiore a quella delle 21", eccettuando i mesi invernali,
la media delle 12" è sempre inferiore a quella delle 15" con la
sola eccezione di dicembre. Inoltre, ancora esiste in generale una
differenza che va aumentando dai mesi freddi ai caldi tra la
media temperatura delle 15" e quella delle 21", e il solito eccesso
della media temperatura delle 15" su quella delle 9", il quale, in
quest'anno, supera solo in settembre 39,0 e non sempre raggiunge
negli altri mesi 20,0.
La media temperatura minima e la media temperatura mas-
sima mensile anche nell’anno considerato seguono 1 andamento
della media temperatura mensile (V. Quadro III). Esse, come
quest’ultima, toccano il minimo in gennaio (min.=89,16—max.=
120,60) da questo mese vanno proporzionalmente crescendo fino
a luglio, dove raggiungano le altezze considerevoli ‘di 220,59 e
310,19 e quindi nuovamente e regolarmente decrescendo. Si deve
notare solo che la media temperatura massima di dicembre si
mantiene leggermente inferiore a quella di novembre, benché la
temperatura media del primo mese sia maggiore del secondo.
Le medie delle temperature minime, uguale a 149,024, e delle
temperature massime, uguale a 20,657, risultano superiori alle
corrispondenti dell’ultimo quadriennio.
Minor valore ebbe invece l'escursione media annuale in tale
periodo e si calcolò di 69,633.
Le medie mensili delle temperature estreme che più si av-
vicinano alle medie annuali estreme sono quelle di ottobre (diff.
temp. min.=0°,516; diff. temp. max.=0°,747) come ugualmente
avviene per la media temperatura mensile.
Quadro ILI. Anno Meteor. 1903-904
Temperature me
minima
massima
media
minima
escursione
escursione
D
Il Oì UO Hi 0
(Je No 0)
DEI
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+
c0 LO I
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11,77 | 9,61 |14,86
10,97
10,85
13,50
16,25
19,97
11,38
10,72
11,55
13,18
12,95
14,17
13,13
11,42
13,07
11,53
8,28
11,50,
13,65
10,10
8,15
8,95
9,55
9,80
8,97
6,83
7.00
minima
treme diurne | Inverno-Primavera
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| | I |
9,1 | 11,8 27 |1075| 55) 154 9,9 | 18,30 | 13,5| 230 9,5
7,6 13,1 55 | 1257 | 86) 16,1 75 | 18,52| 140) 22,6 8,6
! |
70 160 |- 90 | 12,70] 9,7] 164 6,7 |'1828| 15,1 21 6,0
9,1| 142 5,1 | 1220 79 | 15,8 7,9 | 18,45 | 15,1| 214 6,3
10,5! 15,5 5,0 | 12,29 |. 94| 15,8 6,4 | 13,20 | 10,6 | 17,5 6,9
8,3 | 15,6 73 |1350| 98) 17,6 7,8 | 1605 | 11,6 | 20,9 9,3
9,6 | 15,6 6,0 :| 13,85 | 10,1| 16,1 6,0 | 1645 | 13,1] 194 6,3
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10,8 | 172 | 69 | 1492 | 110| 186 | 76 | 17,92] 146| 211 | 65
| 18,18.| 145. 219 | 74
0 |1782| 152| 210 | 78
194 | 78 |18,48| 144| 224 | 80
I 1772 | 198 220 | 82
83 | 135 | 5,2 | 2010] 148] 264 | 191 | 1748] 180) 21,7 | 87
9,1 | 160 | 69 | 2047 | 162 264 | 102 | 18,17 |
85 154 | 69 |2162 | 168| 267 | 99 | 1850] 148| 215 | 67
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MO 65 bb | ca pipa = — 11970] 15,7] 28, 7,7
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9,4 | zoo te = le — |21,82| 159) 26,7 | 108
MOZZO e 80 | — SL —. | 21,50) 169) 264 | 95
10,7 | 166 | 5,9 | 1490 | 135| 169 | 834 |2180| 165) 262 | 9,7
11,0 | 162 | 52 | 15,80 | 116| 197 | 8,1 |19,88| 169] 224 | 55
10,0 | 198 | 9,8 | 16,22 | 120] 200 | 80 | 22,12] 168] 272 | 104
138 | 20,8 | 65 |1808 | 130| 217 | 87 |2283| 179| 271 | 92
128 | 196 | 78 | 1917 | 164| 23,8 | 74 |22,50| 180] 265 | 8,5
12,0 | 193 | 7,3 | 15,98 | 152] 185 | 53 |22.15| 181| 264 | 83
11,7 | 187 | 70 | 1605 | 130) 195 | 65 | 2105! 185] 249 | 64
11,5 | 15,7 | 42 | 17,10 | 126| 210 | 84 | 22,07| 180| 269 | 8,9
Bo-luss | ep}. — Li spit Agile. >|b28:98. | 18,5:) ‘2806 6
—__ r——_
9,92 | 16,30 | 6,38 | 15,73 |11,94 | 19,72 | 7,78 | 19,98 | 15,23 | 23,33 | 8,10
i
i
|
+
Temperature mo cai ed estreme diurne
Quadro III. Anno Meteor. 1903-904 un
| DICEMBRE = GENNAIO | FEBBRAIO
i RESERO A i C)
===+=<«=*>*‘“*=“ii Fà
SETTEMBRE Ù OTTOBRE | NOVEMBRE
a sr arr attrae
A n I O
19,2.| 27,9 | 87 | 1797 | 15,4 | 19,7 | 43.| 1645] 181) 198 6,7
195| 25,6 | 61 18,70 | 14,6 | 22,7 | 8,1 |16,12| 189] 1965 5,6
17,6 | 28, 6,3 | 17,08 | 15,6 | 196 | 40 | 1420] 122] 171 4,9
16,5 | 24,6 | 81 | 1860) 163| 208 | 45 |1283| 101| 168 6,2
17,2 | 25,7 | 85 |1880 167| 21,8 | 46 |1342] 10,1| 165 6,4
19,4 | 249 | 7,5 | 1897) 160| 213 | 5,8 | 1460] 129] 17,1 4,2
16,7 | 25,4 | 8,7 |1953| 186| 20,7 | 9,1 |15,18) 128 | 186 6,3
16,7 | 26,3 | 9,6 | 19,15) 170| 218 | 48 | 15,87] 139| 188 4,9
19,6 | 25,9 | 6,3 |15,05| 124] 17,7 | 5,8 |1472| 126] 177 5,1
19,4 | 28,7 | 93 | 13,60] 11,6| 15,2 | 3,6 | 1483 | 12,1| 168 4,2
19,4 | 27,4 | 80 |1455| 115| 168 | 48 | 1465] 120| 179 5,9
19,1 | 26,6 | 7,5 | 16,27] 138| 188 | 50 | 1497] 196| 177 5,1
18,2 | 26,4 | 8,2 |1683| 187 20,8 | 6,6 | 1485| 180| 178 4,8
18,4 | 268 | 7,9 | 15,85| 141| 171 80 | 918| 66 136 7,0
16,5 |:247 | 82. |17,37]| 149] 202 | 58 | 682] ci 86 3,5
184 | 25,1 | 67 |17,80] 15,1] 214 | 68 | g70| 68| 114 4,6
16,8 | 244 | 7,6 |17,155| 145 206 | 6,1| 688| 41| 94 5,8
14,5 | 20,4 | 5,9 | 1820] 15,0| 220 | 70| 802| 42] 12,0 7,8
13,2 | 19,7 | 65 |18,97|.160| 229 | 6,9 | 1005| 6,6| 18,6 7,0
11,5 | 199 | 84 |1890] 16,1] 228 | 67 | 970| 71| 185 7A
13,3 | 17,4 | 41 | 1740) 155| 208 | 48 |1167| 88| 141 5,8
12,7 | 21,1 | 84 | 1815| 16,1] 218 | 5,2 |1285| 105| 15,0 45
14,9 | 29,6 | 7,7 | 1810] 15,1| 20,7 | 5,6 | 1460| 12,7 | 15,6 2,9
16,7 | 244 | 7,7 |1850| 16,2] 20,7 | 45 | 12,80] 106| 16,1 5,5
17,1 | 25,2 | 8, |1880| 165] 2149 | 5,4 | 10,62| 77] 192 4,5
18,3 | 26,1 7,8 | 18,05 | 15,8| 214 5,6. |- 7,88 | 6,2 150 5,8
17,9 | 221 | 42 | 15,10] 115| 181 | 66 | 5,86| 39|. 81 4,2
15,8 | 22,7 | 6,9 | 12,37] 106| 154 | 48 | 6,58| 41| 400 | 5,9
15,1 | 215 | 6,4 |13,40| 102| 167 | 65 | 622| 48| 81 3,3
14,6 | 21,7 | 7,1 |15,38| 110| 191 | 81| 6,63 40| 100 6,0
nu Si — |15,60| 183| 185 | 52| — — Le -
24,15 | 7,41 | 17,08 |1454 | 19,91 | 5,37 | 1155 | 9,10 \14,45
| 20,16 | 16,74
ASI
L’escursione fra il massimo e il minimo assoluto dell’ anno
risultò di 309,6, anch’essa inferiore alle consuete escursioni as-
solute degli anni precedenti.
Il termometro oscillò fra limiti più estesi in aprile con
un’oscillazione mensile massima di 21°,2, e fra limiti più ristretti
in gennaio e quindi in dicembre con escursioni minime rispet-
tive di 119,0 e 11°,3. La massima superò quella dell’anno pre-
cedente, la minima ne rimase inferiore.
La maggiore escursione termometrica diurna avvenne il 14
aprile e fu di 12°,1, inferiore anche questa alla corrispondente
degli anni precedenti; ad essa segue la variazione del 2 luglio
di 110,1, e quindi quelle uguali del 20 maggio e del 5 giugno
di 110,0. La minima variazione di 2°,0 si ebbe il 3 e il 21 feb-
braio e poscia quella di 29,1 del 7 ottobre. Furono inferiori an-
cora ai tre gradi le oscillazioni termometriche del 23 dicembre,
del 4, 15, 21 e 25 gennaio, del 12, 15, 18, 25 febbraio, del 1°
marzo e del 23 novembre.
Anche in quest'anno si ripete ancora il fatto che le escur-
sioni medie mensili fra le estreme temperature seguono, in gene-
rale, l'andamento delle temperature medie mensili. Nell'anno con-
siderato si nota la sola eccezione, offerta dal mese più caldo,
in cui l’escursione differisce per solo 0°,04 in meno da quella di
giugno. Queste escursioni si mantennero fra 4°,44 che è la mi-
nima dovuta a gennaio e 89,64 che è la massima dovuta a giugno.
Per la stagione invernale la media delle oscillazioni fu di
40,89, per la primavera di 7°,42, per l’estate di 89,37 e per l’au-
tunno di 6,04. Solo la state presentò una maggiore escursione
media superiore alla omonima dell’anno precedente per 0°,23, le
rimanenti furono alle corrispondenti inferiori, come inferiore di
00,17 risultò l’escursione media annuale, che fu di 69,68.
Tensione del vapor acqueo dell’aria
La media annua della tensione del vapor acqueo si calcolò
di mm. 10, 739, solo inferiore, nei limiti dell’ultimo sessennio, a
quella del 1899-900.
Il suo andamento nelle stagioni meteoriche è identico all’an-
damento della temperatura: nell'inverno essa fu minima (7,487),
nella state, come sempre, fu massima (15,676), in primavera
(9,333) di poco inferiore all'autunno (10,348). Le medie prima-
verile, estiva ed invernale, se sì eccettua la stessa stagione del
1901-902, si mantennero superiori agli analoghi valori dell’anzi-
ET, [e
detto sessennio , fu solo l’autunno che presentò un certo deficit
sugli altri precedenti, come identicamente avviene per la tem-
peratura, facendo esclusione dell'inverno del 1898-99. Il seguente
specchietto dà ragione a quanto sopra ho detto:
wu A
MEDIE
| |
STAGIONI | 1898-99 ‘1899-900'1900-901| 1901-902; 1902-9083) 1903-904
Inverno. . 7,22 | Ta 5,96 7,58 | 6,607| 7,487
Primavera. 8,59 | 8,57 8,74 | 8,66| 8,107| 9,333
Estate . .| 13,82 | 15.16| 14,15| 13,80! 13,993 | 15,676
Autunno. ..| 11,38| 12,69} 11,18| 11,11] 10,782 | 10,343
Anno . .| 10,12| 10,90) 10,008| 10,288| 9,872 | 10,739
|
Come di consueto anche l'andamento mensile della tensione
del vapore è identico a quello della temperatura. Il primo come
l’ultimo scende da dicembre a gennaio (V. Quadro IV) toccando
ivi il minimo di mm. 6,970, da questo mese presenta un movi-
mento ascensionale fino a luglio dove tocca il massimo di mm.
16,144, per tornare gradatamente a scendere fino a novembre.
Similmente all’anno passato lievi differenze si riscontrarono tra le
medie mensili dei primi cinque mesi dell’anno meteorologico; esse
presentano una maggiore demarcazione nei rimanenti, in cui rag-
giungono il massimo nei mesì di passaggio dalla primavera alla
state (mm, 3,666), e da questa all’autunno (mm. 3,853).
Solo i mesi autunnali presentarono un disavanzo sui corri-
spondenti dell’anno decorso, come precisamente avvenne per la
temperatura.
La tensione media diurna si estese da un minimo di mm.
3,49 nel 15 novembre, ad un massimo di mm. 20,84 nel 18 agosto.
Nello stesso giorno di novembre, alle ore 12 si notò la mi-
nima tensione assoluta; non così fu per la massima, la quale si
registrò alle ore 15 del 26 giugno.
Quadro IV.
| — —=—___——___—___———__r———m_—_—_tP_____FPm—m6TTrr@purrrrr__tt 6}Git.k...ii ila FE“ REA
'
MESI
Dicembre 1903.
Gennaio 1904.
Febbraio .
Marzo. .
Aprile.
Pia na
Maggio .
Giugno. .
Luglio. .
Agosto. .
Settembre.
Ottobre. .
Novembre.
FAMMONIS O .
f asa? s (os
Media cis aa ea tiorni| Ore Se Giorni | Ore CE
HEeO Massima | Giorni | Minima Si È ic: Gi È
8,055| 10,86 | 1° buo... do. | ELSA LS 20 5,46 9 12 | 5,88
LI SRaro) eaio id 487 | 24 9,95 | 14 | 21 4,65 24 9 | 5,30
. +| 7,482) 9,93 9 | don ti RS et e 4.68 3227 ip (68
UO 7 Ridi ‘ag 5,62 | 21 | 10,89 ge fcal 4,42 9 TAN
. +1 8,694| 10,97 |24625] 4,70 | 80 | 12,70 | 27 2 4,14 3 15 | 8,56
. 511,924] 14,74°| 80 6780-28 | da 205/11 5,96 13 21 | 9,27
. a 14890| 1925.| 98 | 1164 | 17: 22,96) 26°) 16 949 | 20 15 |18/47
n esa voga ag 10480) 07] dadi 205 Da 9,24 | 80 15 |12,77
. .|15,968| 20,84 | 18 9,88 | 26 | 21,82 3 210 882 | 27 15 |13,00
ENI Vi 646 200 Tordi I 18 6,15 | 20 9 |11,22
2 |\L15288 CLI 7 BO LO ear 8 9 490 | 28 15 |11,37
Lil 7661 PR e pus Sio ae 3° 18 IR 1 12 | 9,44
. + |10,739| 20,84 s& 3,49 dica 92,96 fat 15 2,88 | 15 nov. | 12 |20,58
Ì
CES9Ò
La massima oscillazione assoluta della tensione sì verificò in
giugno (mm. 13,47) e quindi in agosto (mm. 13,00), la minima
in gennaio (mm. 5,80) e quindi in dicembre (mm. 5,88), mentre
le medie diurne danno un massimo in agosto (mm. 11,01) e un
minimo in gennaio (mm. 3,94). Le variazioni assolute furono
maggiori e le diurne minori alle analoghe dell’anno precedente.
Umidità relativa dell’aria
L'umidità relativa media di quest'anno si calcolò di 65,539
centesimi di saturazione, risultando solo inferiore a quella del
1899-900, come del resto si verificò per la tensione del vapore
nell'intervallo dell’ultimo sessennio. L'umidità diminuì fortemente
dall'inverno alla primavera, come fortemente aumentò dalla state
all’ autunno, meno rapida invece fu la discesa dalla primavera
alla state. Essa fu dunque maggiore in inverno e quindi in au-
tunno ed in modo da superare tutti gli analoghi valori del ri-
cordato sessennio. In confronto all’anno precedente solo la state
presenta una differenza in meno, la quale inoltre è molto meno
rimarchevole delle differenze in più delle altre stagioni. Nel sot-
tosegnato specchietto, noto i valori medii delle singole stagioni
dell’ultimo sessennio.
|
i MEDIE
ER |
STAGIONI | 1898-99 |1899-900) 1900-901|1901-902 1902-903) 1903-904
Inverno. 63,97 68,41 64,95 71,13; 66,897] 72,326
| Primavera. 58,78 64,54 64,11 | 64,56) 60,510] 63,052
Estate . 57,08 64,09 58,29 57,57 | 60,115] 58,549
Autunno 64,34 67,553 67,04 63,62 | 64,019] 68,198
Anno 61,042| 66,142| 63,598| 64370) 62,885| 65,530
Le medie mensili dell’umidità seguono, in generale, l’anda-
mento inverso a quello della tensione e della temperatura; dico
in generale, perchè non è così regolare come in queste ultime
Nr, IR
meteore, cioè la tensione diminuisce dai mesi freddi ai caldi, pur
presentando qualche divergenza, come in dicembre, in maggio e
in novembre (V. Quadro 5°). Più secco quindi fu luglio con cen-
tesimi 55,387, a cui segue, con quasi eguale distanza, agosto, giu-
gno ed aprile.
Metà dei mesi dell’anno, cioè i tre invernali, il primo pri-
maverile e gli ultimi due autunnali, presentarono la media men-
sile superiore all’annuale.
La media diurna massima di umidità relativa si notò V1l
febbraio e fu di centesimi 90,75 e la minima di centesimi 37,75,
il 5 agosto. Questi giorni di massima e minima media diurna
non compresero la massima e la minima assoluta, ma la prima
si verificò il 14 dicembre alle ore 15, e la seconda nella mede-
sima ora del 16 aprile.
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La variazione assoluta mensile fu massima in novembre
(cent. 62) e minima in dicembre (cent. 42); l’oscillazione annuale
poi fu di 66 centesimi.
Direzione del vento e stato del mare
Il vento predominante nell’anno, nei limiti delle quattro os-
servazioni giornaliere, rimane sempre il SW (V. Quadro VI). Poco
frequente fu in gennaio (18), in ottobre (29) e in novembre (17)
nei quali mesi ebbero prevalenza sugli altri il NE ed il N. Se
si dispongono i varii venti in ordine di frequenza nelle diverse
stagioni e nell’anno, ponendo per indici i numeri che indicano
quante volte fu osservato il medesimo vento, si ha:
Inverno SWss N87 NEs0 S4o NW>s6 Wa SEu Es
Primavera SWi1s 73 NE67 N39 SE19 NW Wi; Eio
Estate SW 146. S70 NE;0 SEss Was Es4 NW 1 Nio
Autunno NEs9 SWso Ns6 S38 E33 SE NWio Wii
Anno SWi29 NEe96 Sa21 Niss SEse Wr0° Es. NWrs
I venti dominanti conservano lo stesso ordine di frequenza
degli anni precedenti, solo qualche spostamento avviene in quelli
meno costanti; così in confronto al 1902-9083, si nota lo scambio
di posto tra il NW e il SE, e al 1901-902 tra 1’W e il SE e tra
il NW e VE, di maniera che mentre i primi quattro predomi-
nanti conservano negli ultimi tre anni un posto costante, i ri-
manenti quattro si scambiano vicendevolmente il posto, in modo
che ultimo fu prima VE poi ’W e, nell’anno considerato, il NW.
Il SW prevale nelle prime tre stagioni dell’anno meteorico,
meno in inverno , più in primavera e maggiormente in estate;
rimane invece secondo in autunno, il cui predominio è del NE.
0a - > JA
Quadro VI.
i ‘ Numero delle volte in cui fu osservato Îl vento di | 5 =
Mesi, stagimi el im | |
\N|NE| E|SE|S sw winwl £3|
| ! | 1a
Dicembre 1903 . .|28 | 18 6 LE MII Bi 5 9| SW
Gennaio 1904. . .|42|43| 1 (0) 4 | 18 f 9| NE
Mebbraio: ila. i; Ja 19 1 del Z0S7 112 8| SW
Miao dr I) 15810] 2a 20 41 6] 7 |ESW
ec liolaa|-«&| 16 sea lo
Maggio . RA ARR RARI Ao SL a
Giugno ‘ 4|15| 5| 9|26|50| 3| 8| SW
n I RR R05 | dA RO | A81 913 SW
Agosto 215] 6/12|24/48|14] 3) SW
Settembre . 7|81| 7|16|15|84| 7) 3| SW
Ottobre . 16 ‘87|13| 5|13|29| 4| 7| NE
Novembre . | ES I (EOS (IC MA (708 VOS 6 ri i AI
Mesi CES
naz | sol sui | 00-88 da 6) sw
Primavera . . . .|32|67|10|19|73|115/15|17] SW
Estate . . . . .|10|50|24|28|70/|146|26|14]| SW
Autunno. . . . .|56]|99|33|28]|38|80|14]|16| NE
Anno. . . . . .|185|296) 75 |86|221/429/ 79/78) SW
|
Riportando, come feci negli altri anni, i casi osservati ai
quattro venti cardinali e formando le relative proporzioni per
1000, se ne hanno 831 per il S, 256 per il N, 229 per 'W e
184 per l E; l’ordine di frequenza quindi non risulta lo stesso
di quello degli anni precedenti, prevalendo qui il N all’W. In
confronto all’anno passato il N e 1'E ebbero maggiore incremento
sui corrispondenti, gli altri riportarono una frequenza minore.
Facendo un computo analogo, ripartendo gli otto venti nei
quattro quadranti, se ne ottennero 295 per il 1° (NE), 162 per
il 2° (SE), 401 per il 3° (SW) e 142 per il 4° (NW), e anche
Sgt =
quì in comparazione a quanto si verificò l’anno precedente, av-
viene il non raro scambio di posto tra lo Scirocco e il Maestro.
Molto ventosa si mostrò l’annata e in ispecial modo dicem-
bre, febbraio e marzo. Si registrò vento forte o impetuoso in 37
giorni dell’anno, cioè in numero doppio di quello del precedente.
Di essi ben 20 ne appartengono all’ inverno, 6 alla primavera,
dovuti tutti a marzo, 3 alla state e 8 all'autunno. Come dallo
specchietto quì riportato si vede, febbraio, come nell’ anno pre-
cedente, fu il mese più ricco di venti forti con ben 11 giorni
ventosi, lo segue dicembre e marzo con 6 e quindi novembre
con 4, ottobre e gennaio con 3, agosto con 2, luglio e settem-
bre con 1. Calmi completamente risultarono i tre mesi aprile,
maggio e giugno.
Mesi e giorni
Dicembre 1°
» D
» 4
» 6
» 12
» al
Gennaio 15
» 17
» 20
Febbraio 1°
» 4
» D
» 6
» 10
» (LI
» 12
» 14
» 15
» 16
» 18
Marzo 1°
» 5
» 26
» PIT
» 30
» BI
Luglio n
Agosto 253
» 25
Settembre 27
Ottobre 9
» 11
» 18
Novembre 14
» 195,
» 24
» 25
89 —
Ore in cui
Vento fu osservato
il vento
SW 9-12-15-21
SW 9-12-15
S-SW-W 9-12-15
SW 9-12-15-21
W 21
SW 12
W 9-12-15
SW 9-12-15
NE SE
W 9-12-15-21
S 21
SSW 9-12-15-21
SSW 9-12-15
SW 9-12-15-21
SSW 12-15
W 9-12-15
SW 12-15-21
W 9-12-15-21
NW 9-12-15-21
SW 9-12-15
WNW 12-15
NE 12-15
S 15-21
S 9-12-15
SW 15-21
WNW 9-12-15
SE p05)
W 12-15-21
S-W 12-15
W 12-15
SW 9-12-15
SW 9-12
E-NE 12-15
NE 9-12-15-21
NNE 9-12-15
SW 9-12
SW 9-12-15-21
Stato del mare
nei
giorni corrispondenti
Tempestoso.
Grosso.
»
»
Agitato.
»
»
Grosso.
Calmo.
Grosso.
»
»
Agitato.
»
Grosso.
Agitato.
(Grosso.
Agitato.
Grosso.
Mosso.
Calmo.
Agitato.
>
Mosso.
»
»
Agitato.
»))
Mosso.
Grosso.
Mosso.
Calmo.
Mosso.
»
Agitato.
»
Pg GIA
I venti forti predominanti furono del 3° quadrante ; si fe-
cero sentire per 24 volte nel corso dell’anno, a distanza li se-
guono quelli del 1° e solo qualche volta quelli del 4.°
Stato del cielo
La media nebulosità atmosferica calcolata, come di consueto,
in decimi di cielo coperto, fu di 4,294, cioè inferiore di meno
di un centesi.no alla media dell’ultimo quinquennio
Emerge per nebulosità l’inverno con una media di 6,305, su-
periore ancora a quella del 1899-900, massima dell'ultimo pe-
riodo. Quasi ad ugual distanza lo seguono la primavera (4,000)
e l'autunno (4,758) e quindi la state (2,121) con un terzo delle
nebulosità ad esso spettante (V. Quadro VII).
In relazione a quanto ho accennato, più nuvolosi risultano
i mesi invernali non solo in confronto agli altri mesi dello stesso
anno, ma anche ai mesi dell’ultimo sessennio, se sì fa solo qualche
eccezione. In nessun mese si toccarono i “/10 di cielo coperto, ri-
scontrandosi in quelli invernali le medie rispettive di 6,460, 6,073
e 6,388. A questi mesi seguono, per decrescente nebulosità, ot-
tobre con 5,669 e quindi a maggior distanza marzo (4,895), aprile
(4.590), novembre (4,458) e settembre (4,117). Agosto, come nel
precedente anno, risultò il mese più sereno (1,645), lo seguono
luglio (1,823), maggio (2,629) e quindi giugno (2,933). Le medie
di questi ultimi tre mesi con quella di settembre risultarono in-
feriori all’annuale.
I giorni sereni, misti e coperti dell’anno, come dal Quadro
VII si vede, furono rispettivamente 98, 209, 54, classificati, come
sempre, con le norme stabilite dall'Ufficio centrale di Meteorolo-
gia in Roma e cioè, ascrivendo alla prima categoria quelli con
media nebulosità da 0 a 1 decimo di cielo coperto, alla seconda
quelli compresi tra 1 e 9 e alla terza quelli da 9 a 10. In con-
fronto dell’anno precedente si nota una lieve diminuzione nei
giorni sereni e una più marcata nei misti, tutto a vantaggio dei
coperti.
— 91 —
Quadro VII
È = NUMERO DEI GIORNI RENO GIORNI
Mesi, Stazioni ed Ano |\SE -— ——|_ -—
sE o vin Pioggia| Neve | Gra
Dicembre 1903 . . .|6,460 1 20 10 22 » »
! Gennaio 1904. . . .|6,073 4 18 9 17 » 1
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| |
(Anno LL. + | 4294 99 |212| 55 |141| 0 | 6
Tra le stagioni l’estate ebbe, come sempre, la prevalenza
sulle altre pei giorni sereni; in essa se ne contarono 46; a di-
stanza la segue la primavera (26), quindi l’autunno (19) ed in-
fine l'inverno con solo 8 giorni sereni. L'ultima stagione ha la
prevalenza sulle altre pei giorni coperti, l’autunno pei misti.
Il massimo numero di giorni sereni (17) si riscontrò nei due
mesi estivi, luglio ed agosto, nei quali mancarono i coperti, se-
guono questi due mesi, maggio con 13 sereni e nessun coperto,
e quindi giugno con 12 sereni e 2 coperti. Il massimo numero
Rai - rat
di quest'ultimi l’ebbero febbraio (11) dicembre (10) e gennaio (9).
In tutti i mesi dell’anno, tranne in luglio ed in agosto, i giorni
misti superano i sereni.
Di giorni piovosi se ne contarono 141 nell’anno e nessun
mese ne fu esente, abbondarono, in relazione alla nebulosità, più
di ogni altro in dicembre, in cui se ne contarono ben 22, e
quindi in gennaio e in febbraio con cinque in meno ; scarsi fu-
rono in luglio e in agosto (4) correlativamente al massimo nu-
mero di giorni sereni e alla scarsa nebulosità.
Più piovoso risulta l’ inverno con 56 giorni di pioggia, lo
segue, con 14 giorni piovosi in meno, l’autunno e quindi, sempre
proporzionalmente alla nebulosità, la primavera e la state. In
tutto l’anno solo in 6 giorni cadde la grandine; essi furono così
distribuiti nei vari mesi: 2 in febbraio e 1 rispettivamente in
gennaio, in agosto, in ottobre e in novembre.
Data la dolce temperatura dominante in inverno e in au-
tunno, neve nel corso dell’anno considerato non ve ne fu.
Precipitazione acquea
L'altezza dell’acqua caduta in quest'anno meteorologico rag-
giunse mm. 993,7, superando la media normale di mm. 94,7 e.
rimanendo inferiore all'altezza dell’anno più piovoso (1899-900)
dell’ultimo quarantennio per mm. 837,2. Si possono noverare
nell’anno 7 periodi di pioggia: il 1° di 9 giorni, che fa seguito
al tre ultimi piovosi del novembre dell’anno precedente, in esso
caddero mm. 59,8 di acqua; il secondo di 14 giorni, dal 24 di-
cembre al 6 gennaio, col solo intervallo di un giorno comple-
tamente coperto, in cui l'altezza d’acqua caduta fu di mm. 146,8;
il terzo di 7 giorni, dal 12 al 18 gennaio, con mm. 42,0; il quarto
di 6 giorni del 5 al 10 febbraio con mm. 26,0; il quinto di 8
giorni, dal 24 al 31 marzo, con mm. 33,6; il sesto, il più lungo,
ma interrotto da quattro giorni non consecutivi senza precipi-
tazione, che comprese 28 giorni, dal 21 settembre al 15 ottobre,
in cui l'altezza dell’acqua caduta raggiunse mm. 210,0; il setti-
mo periodo finalmente, di soli quattro giorni, dal 24 al 27 no-
vembre, con mm. 95,7 di acqua.
L'altezza totale annua va ripartita nelle diverse stagioni nella
seguente maniera: mm. 359,9 all’inverno, mm. 130,8 alla prima-
vera, mm. 78,2 alla state e mm. 394,8 all’autunno. Comparando
queste altezze con quelle delle corrispondenti stagioni dell’ulti-
mo quinquennio, come nel seguente specchietto, rimane sempre
rimarchevole l’ oscillazione della precipitazione nella medesima
stagione dei diversi anni. La primavera di quest'anno segna il
minimo dell’ altezza registrata in questa stessa stagione del pe-
riodo ricordato.
Le altre stagioni rimangono comprese nelle massime oscil-
lazioni che l'inverno, la state e l'autunno rispettivamente offrono
nei ricordati anni. Tendono più verso i massimi rispettivi (mm.
480,5 e mm. 488,0) le precipitazioni dell'inverno e dell’autunno,
più verso il rispettivo minimo (mm. 21,7) quella della state.
MEDIE
|
STAGIONI | 1898-99 1599.000 1900-901|1901-902, 1902-903) 1903-904
|
| | |
A | :
Inverno. .| 246,0) 480,5
206,0 397,0 |. 2522 389,9
Primavera. | 141,2| 3595| 2034| 2289) 1521) 1308]
Estate. .| 181,7) 115,1 562| 217) 1608| 782
Autunno . Di | Vos 411,4 438,0 339,4 394,8
Anno . .| 8145| 133809| 8770) 10863| 9045| 993,7
| |
L'acqua caduta in inverno (mm. 389,9) fu pressochè ugual-
mente abbondante a quella dell'autunno (mm. 394,8), mentre ne
furono ben scarse la primavera e la state.
La massima mensile di mm. 226,0 si deve a dicembre; altri
mesi ancora ricchi di pioggia risultarono gli autunnali, se ne
ebbero mm. 172,0 in ottobre, 122,4 in novembre e 100,4 in set-
tembre (V. Quadro VIII).
I mesi estivi segnarono il minimo di precipitazione, più
povero ne fu luglio (mm. 12,1), lo segue maggio (mm. 17,5) e
quindi giugno (mm. 30,4).
an. LOR
Quadro VIII
i ACQUA CADUTA IN MILLIMETRI | & È ,i I
Mesi ed Anno FEST ata È Ri
1.3 Dec.|2.2 Dec.|3.2 Dec.| Mese | #8 | 9 E
dA Ae, 9
Dicembre 1903. . .| 59,8] 498 | 1164] 226,0| 31,3 14
Gennaio 1904... | .30;47| (43.0-|--14,5 (6849. 178 17
Febbraio: ©. 0 =. AT AO 260E TITO 14 1
Marzo". Ge 0,3 18,5 | 33,6 | 524 16,9 31
Aprile cgiciiziati 1,9 » 53,0.;- 60,9. |. 20,2 23
Maggio» (ama Lg as 0,7 1,0 + 17,90) 4 5)
Giano. 2,0 | 27,2 1,2 | 304| 21,8 13
elio: cana » 8,9 3,2 121 6,2 30
BORG IRA e 4,8 » 30,9 | 35,7 25,1 23
Settembre . ... _. + 9,0 |. 138,9 | 62,5 | 100417) (38,9 15
“Oboe”: 1. 91,6. | ‘(665/15 139°) METZION IZ 14
Novembre... ie, 23,3 » 99,1 | 122,4] 49,2 24
|
Anni Ti dra | -- _ | —_ 993,7 | 38,9 |15 sett.
La decade più piovosa fu la terza di dicembre con mm.
116,4, la quale fornì circa la metà dell’abbondante precipitazione
di questo mese, la segue la terza di novembre con mm. 99,1,
decade più abbondante di pioggia del passato anno, quindi la
prima di ottobre (mm. 91,6) e a distanza la seconda (mm. 66,5)
dello stesso mese. Priva di ogni precipitazione fu la seconda de-
cade di aprile, la prima di luglio, la seconda di agosto e la se-
conda di novembre, solo 0,3 millimetri di acqua ebbe la prima
di marzo e 0,7, 1,0, 1,2, 2,0, 2,9 e 3,2 rispettivamente la seconda
e la terza di maggio, la terza e la prima di giugno, la seconda
di febbraio e la terza di luglio. Come si vede, non poche furono
le decadi in cui la pioggia si lasciò desiderare, ma solo nei mesi
estivi la siccità portò qualche danno alla campagna.
La maggiore altezza raggiunta in un giorno fu di mm. 49,2,
dovuta al 24 novembre, inferiore all’altezza del 29 dello stesso
mese per mm. 5,9, la decade che la comprende viene seconda,
come si è visto, per l'abbondante precipitazione.
Teniporali
Ancora limitato fu il numero dei temporali segnalatisi du-
rante l’anno meteorologico 1904-904. Essi non presentarono per
la maggior parte fenomeni degni di nota. Rimarchevole durata
ebbe quello delle 9" 15" del 16 febbraio e notevole è in esso
l'abbondante grandine caduta, la quale coprì di bianco manto
il Vesuvio e il Somma. Forti scariche elettriche ebbe quello del
20 luglio, scariche a terra con pioggia torrenziale e grandine
quello del 23 agosto.
Nell'inverno si segnalarono 8 temporali, nessuno di essi ap-
partenne a gennaio, ma 5 ne ebbe febbraio e 3 dicembre: la
primavera fu priva di temporali; abbondante per lo contrario ne
fu la state in cui se ne contarono 7, 4 in luglio, 2 in agosto e
1 in settembre, più abbondante ancora ne fu l’autunno con 12,
così distribuiti nei suoi mesi: 4 a settembre, 3 a ottobre e 5 a
novembre.
Dei 27 temporali registrati ben 12 ne avvennero durante la
notte (dalle 21" alle 9"); della maggior parte di essi non fu pos-
sibile osservarne la provenienza, tanto più se si pensa che l’Os-
servatorio, dispiacevolmente, durante la notte resta privo di per-
sonale, essendo sprovvisto della più modesta abitazione.
La provenienza fu varia, ma in linea generale prevalse for-
temente quella del primo e quarto quadrante.
Nel quadro seguente riunisco tutti i temporali segnalatisi
durante l’anno meteorologico, indicando di ciascuno il giorno e
l’ora in cui toccarono la città, la provenienza e qualche breve
particolare.
Quadro IX.
ANNOTAZIONI |
ESE
DATA Reti Provenienza
città |
| |
Dicembre 4 | 8"80m Inosservato| Con lampi e tuoni e discreta pioggia.
» 31 | 12" 00m | NW Passa ad E, attraversando la città con
lampi e tuoni e pioggia dirotta.
» » | 21"00m W Con lampi e tuoni e discreta pioggia.
Febbraio 5 6"00% Inosservato » » » » » i
» 16 | 22 15m NW Pochi lampi e tuoni.
» » | 720% | Mosservato| Qualche tuono. Lieve grandinata.
» » | 95m | NW Passa a S e quindi a SE. Fase massi-
ma: 9° 20%, durata: dalle 8% 45m
| alle 9" 45%, Durante il temporale
' grandinate con chicchi minuti, dia-
| metro massimo 4 mm. Dopo il tem-
porale il Vesuvio ed il Somma si
| mostrano coperti di grandine.
» 20 | 11° 00m ||. NW Passa ad W e quindi ad E con scarsa
| pioggia.
Giugno 13 | 0"85® Inosservato| Con lampi e tuoni. Forte pioggia.
Luglio 15 | 16" 00m E Con lampi e tuoni.
» 16..| 17*30m.| E Passa ad W girando per S. Scarsa
pioggia.
» 20 | 15" 30m NE Passa ad E e quindi a S. Fase massi-
ma alle 15" 40%, abbondante pioggia
e forti scariche elettriche.
» 29 | 15% 15m NE Con lampi e tuoni, pioggia discreta.
Agosto 3 | 14"30m | NE Passa ad W con lampi e tuoni. i
» 23 | 22" 40m | N Con forti scariche elettriche, di cui al-
cune a terra, lampi continui e piog-
gia torrenziale. Fase massima alle
23". Alle 23" 30" acqua mista a
rosse grandine.
Settembre 3 | 18" 30m S Lara e tuoni leggieri. Pioggia discreta.
» 15 | 5"00® Imosservato| Con lampi e tuoni, pioggia torrenziale.
» 27 | 6" 00m » i Con lampi e tuoni, pioggia abbondante.
» 28 | 14" 15m | W Con lampi e tuoni, scarsissima pioggia.
Ottobre 1° | 22% 15m S Con lampi e tuoni, pioggia discreta.
» 9 | 20"50® | Inosservato | » » » » »
» 10 9" 35m » » » » »
Novembre 24 | 8" 50m N Con pochi lampi e tuoni.
» 25 | 7"00% | Inosservato » » »
» » | 20% 45m | » » » »
» 26.1 -8*008 N Con ripetuti lampi e tuoni.
» » Tola 30m | SW » » »
|
La pressione atmosferica e sue relazioni con l’attività
del Vesuvio nel periodo 1871-1905.— Nota del socio
G. Di Paora.
(Tornata del 29 maggio 1905)
Nel meccanismo delle eruzioni vulcaniche, alle cause per-
manenti che le determinano, sieno le acque del mare o delle
piogge (nettuniani), sia semplicemente il solo calore interno del
nostro sferoide terrestre (plutorzani), alcuni geologi hanno rite-
nuto che la rapida diminuzione della pressione dell’ aria debba
avere influenza sulla reazione del magma lavico interno contro
le forze esterne della crosta terrestre , favorendo così il feno-
meno grandioso dell’accendimento dei vulcani.
È ben noto come la crosta terrestre suole gonfiarsi e depri-
mersi, compiendo delle vere oscillazioni, a guisa delle pareti
elastiche di un vaso chiuso pieno di gas, quando la pressione
barometrica cresce o diminuisce. Poichè la forza espansiva dei
vapori , nell’ interno del vulcano , è certamente la causa delle
eruzioni vulcaniche, così, dice lo Stoppani !), nasce spontaneo l'am-
mettere che l'atmosfera non rimane passiva nei rapporti colle eru-
zioni ; e se la diminuzione della pressione dell’aria non è vera-
mente la causa del terremoto o dell’eruzione, parrebbe essere
questa una condizione favorevole alla manifestazione dei feno-
meni vulcanici (s2smiez, eruttivi).
Lo Scrope *) che studiò i fenomeni eruttivi dello Stromboli,
ed il Silvestri 3) quelli dell'Etna, affermarono recisamente lo stret-
to rapporto che passava tra le vicende della pressione atmosfe-
rica ed i fenomeni vulcanici, ritenendo sempre che nella massi-
ma attività endogena vi sia depressione nella curva barometrica.
Il Laur 4) osservando i fenomeni secondari vulcanici, che
si manifestano al Geyser di Montrond (Loire), in relazione alla
1) Sroppani — Corso di Geologia. — Vol. I, pag. 517 — Milano, 1878.
2) Scrore—Les Volcans, leurs caractéres et leurs phènomenes.—Paris, 1864
pag. 333-334.
3) SiLvestrI — Esplosione eccentrica dell'Etna avvenuta il 22 marzo 1883.
Catania 1884 (Atti dell’Acc. Gioenia di S. N. Vol. XVIII).
4) Laur — Sur les barométriques et les eruptions (Comptes Rendus des
Sciences, 1883, pag. 469).
x. 7.7 ga
pressione dell’aria, trovò che prima dell’ eruzione eravi una de-
pressione atmosferica. Queste osservazioni egli comunicò all'Ac-
cademia di Francia in diverse memorie, e nell’atto di presen-
tarle domandò , perfino, una data di priorità su queste nuove
teorie.
IT moti sismici, che sono considerati come conseguenza di
eruzioni interne, sono, secondo alcuni, in connessione con le va-
riazioni della pressione dell’aria. Il De Rossi !), compilando la
statistica dei terremoti, nella formazione dei quadri grafici espri-
meva graficamente per ciascun giorno il numero , l'intensità,
l'estensione geografica delle scosse in relazione con la curva della
pressione barometrica di Roma, scelta come luogo centrale della
penisola. E dall’esame di queste tavole, egli constatò che quasi
tutti i massimi sismici e l'aumento di terremoti, furono in coin-
cidenza con la depressione barometrica, trovando in questa una
condizione favorevole al manifestarsi di tali fenomeni.
Finalmente, quando il microscopio (tr0mometro) rese mani-
festi i continui movimenti della crosta terrestre (fenomeni mi-
crosismici), il P. Bertelli potè enunciare la legge che: un forte
abbassamento barometrico , ed anche in generale una variazione
qualunque piuttosto rapida mella pressione barometrica, accompagna
o di poco precede 0 segue i moti tromometrici.
Non mancarono, però, scienziati i quali negarono ogni con-'
nessione reciproca, come di causa ad effetto, tra la energia e la
frequenza delle eruzioni con le oscillazioni della pressione atmo-
sferica.
Il Mallet *) studiando il meccanismo dello Stromboli, dal punto
di vista del carattere ritmico delle sue eruzioni e in rapporto
allo stato dell'atmosfera, potè affermare che « nessuno equilibrio
tra le forze espansive e repressive può possibilmente esistere nel mo-
mento di una eruzione, la produzione della quale prova un eccesso
di pressione di molte atmosfere, il quale gradatamente si è andato
accumulando dal tempo în cui Vl ultima eruzione tornò allo stato
di quiete. (
Laur — Influence des baisses baromètriques sur les eruptions des gaz et
d'eau au geyser de Montrond (Loire) (Comptes Rendus des Sc. 1883, pag. 1426).
— Influence des baisses barométriques brusque sur les tremblements de
terre et les phenoménes eruptits (Comptes Rendus de V Acc. des Sciences,
1885, pag. 289).
1) De Rossi — La Meteorologia Endogena—Tom. I, pag. 158. Milano 1879.
2) Mater R.— Il meccanismo del vulcano attivo Stromboli — trad. Sil-
vestri — (Lollettino del Vulcanismo It., Anno III, pag. 53-57, 1876).
— 99
L'Ing. Arcidiacono !) dell’Osservatorio Geodinamico di Ca-
tania, in una pregiata memoria, sul periodo eruttivo dell’ Etna
dal 19 Luglio al 5 Agosto 1899, osservò che nei sei mesi e mezzo
che precedettero l'esplosione centrale dell'Etna del 19 luglio 1899,
non sì ebbe perfetta corrispondenza tra le variazioni della pres-
sione atmosferica ed i fenomeni vulcanici presentati dal cratere
centrale etneo
Se la depressione barometrica fosse connessa in reciproca
relazione con i fenomeni vulcanici, allora i vulcani attivi, i sof-
fioni colle loro emanazioni, i Geyser, le Salse, etc., ci rappresen-
terebbero dei barometri naturali e ci potrebbero ‘preda re
le variazioni del tempo.
Invece la quistione è stata obietto di indagini e di discus-
sioni, ma è rimasta sempre controversa, perchè mancano i molti
fatti bene accertati, basati su lunga serie di accurate osservazioni
dirette, e sui quali potersi fondare uno studio speciale, onde de-
fimire nettamente questa pretesa relazione tra lo stato dell’atmo-
sfera (meteorologia) e la endo-dinamica tellurica.
Al nostro classico Vesuvio, che tra i vulcani attivi è quello,
che meglio sì presta ad ogni indagine, per lo passato, quando
erompeva in fragorosi e terribili incendi, tentarono di fare os-
servazioni meteorologiche, nel secolo decimottavo, il Serao, il
Vairo, il P. della Torre, il duca della Torre ed altri, ma senza
Serle. Il Palmieri ?) nella conflagrazione del 1855, facendo os-
servazioni diurne sulla pressione atmosferica, dice di aver notato
più copiose le lave con l'abbassamento del barometro, ma 7207
essendo possibile una misura comparativa, così non fu possibile ca-
vare pel momento alcuna conclusione.
Il Direttore del R. Osservatorio Vesuviano, Prof. Matteucci,
mettendo a mia disposizione una serie continua di osservazioni
meteorologiche, che si vanno compiendo, quotidianamente, sul-
l'Osservatorio medesimo sin dal 1864, accompagnate da una cro-
nistoria del vulcano, mi ha dato la possibilità e l’ agio di por-
tare un modestissimo contributo in tale ricerca.
Ho distribuito il lavoro in modo che dalla pura scorta dei
fatti si possa:
1°) analizzare le condizioni del vulcanismo in rapporto alle
variazioni della pressione dell’ aria;
1) Arcmpiacono S. — Sul periodo eruttivo dell'Etna dal 19 Luglio al 5
Agosto 1899 (Atti dell’Accademia Gioenia di S. N. in Catania, 1900).
2) G. Guarini, L. PALMieRI ed A. ScaccHi — Eruzioni Vesuviane del 1850
e 1855 (&. Accademia delle Scienze) pag. 90— Napoli, 1855.
— 100 —
2°) con calcoli approssimati, comparare i risultati dei valori
della potenza dinamica della forza impulsiva ‘endogena con quelli
della pressione atmosferica, tradotti in peso quale forza repressiva.
I,
Lo studio comparativo tra l’attività del Vesuvio e lo stato
meteorico dell'atmosfera (pressione), lho limitato dal 1871 sino
all’aprile del corrente anno 1905. Durante questo periodo di
tempo, il vulcano estrinsecò la sua attività con una grande con-
flagrazione, quella del 1872 , e con diversi parosismi centrali ed
eccentrici. Il Vesuvio, per due anni consecutivi, dal dicembre 1868
al 1870 si mantenne in una fase di emanazione, ed iniziò un
periodo stromboliano nel gennaio 1871. Nell'aprile 1872 avvenne
la terribile eruzione che, per intensità e quantità di lave in cor-
renti, fa la più grandiosa della 2% metà del secolo scorso.
Nel dicembre 1875, dopo un riposo di circa un triennio, il
Vesuvio riprese la sua attività stromboliana, la quale non è stata
quasi mai interrotta sino al giorno d'oggi, mantenendo la sua
gola in perenne comunicazione fra l'interno e l'esterno, dando
spettacolo di fasi parosismali notevoli, come quelle del 1885 e
1889, delle due eruzioni laterali del 1891-94 e 1895-99, della
fortissima fase esplosiva del 1900 con le relative recrudescenze,
dei forti periodi stromboliani del 1901 e del 1903 con lave in
correnti, della fase esplosiva ed effusiva del settembre 1904, in-
fine delle recrudescenze del 1905.
In tal guisa , noi consideriamo una serie abbastanza lunga
di fatti, per poter studiare le relazioni di massima attività del
vulcano in rapporto alle variazioni della pressione atmosferica.
In questo periodo il Vesuvio si è trovato ora nei momenti
critici, cioè, della rottura dell’equilibrio, quando i vapori con la
loro potenzialità cinetica hanno vinto la resistenza del materiale
sovrincombente, facendo sgorgare le lave in corrente dai fianchi
del cono, ed ora in un periodo continuo di attività stromboliana,
quando da una fase modesta o debolissima si passa a quella esplo-
siva notevolissima.
i
A chiarimento dei quadri seguenti, aggiungo che il R. Os-
servatorio Vesuviano è a 608 m. sul livello del mare, ed il poz-
zetto del barometro Fortìn a 632 m. Nel quinquennio 1900-904
ho trovato una pressione massima assoluta di mm. 721,47 ed una
minima assoluta di mm. 681,08 con una differenza di mm. 40,39.
La pressione media annuale è di mm. 706,97. .
— 101 —
13 Gennaio 1871
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Nei primi giorni del 1871 il crate- Db Barometro. im'xam. e a 0°
re terminale fece varie esplosioni di | Giorni Si u | Media]
proiettili incandescenti. Il 13 gennaio 9)" | 12° | o 000 dieta
la fase stromboliana si accentuò e |
l’ eruzione si manifestò in un modo 2 : i pei È
eccentrico, determinando un’ apertura Il | 691,00 | 691,00 | 691,16 | 691,05
sull’orlo settentrionale del piano cra- RO A ta: È CSI.
terico, da cui venne della lava, che 12 | 691,17 | 692,60 | 694,40 | 692,72
andò sempre aumentando tino al prin- Ù a io 7 0 848
cipio di marzo. 13 693,10 | 695,40 | 691,00 | 692,50
14 697,70 |. 698,00 | 628,80 | 693,16
Massima ass. mensile mm. 710,59 il 31 |
Minima » > Rist ‘658.000
Differenza mm. 22,50
Media normale mensile 1) mm. 703,10
La pressione è bassa e stazionaria, ascen-
dente dal 13.
26 Aprile 1872
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 00
Î
- |
Al principio del 1872 il cratere ri- RESGED
pigliò vigore e nel marzo il lato di | Giorni | mi pa
Nord del cono pati una piccola fen- o) 12
ditura, dalla quale, verso la base, uscì
una lava senza strepito, che s’ impa- Di =, SET Da
ludava nell’ Atrio del Cavallo. 2 (08,9 703,7 | 708,9 | 708,80
La sera del 24 aprile si vide il cono 5 E 3 “ad ARE
vesuviano solcato da splendide lave 4: dei i A e Cia
che tosto si raffreddarono. Il 25 tutte DE n ARRTTIITANE É È i
queste lave erano spente. Ed il 26 di 109,15 | 709,15 | 709,17 | 709,15
alle ore 3 !/, il fian:o NW del gran
cono si squarciò con una grande fen-
ditùra, venendo fuori dalla parte in-
Ian | Media
diurna
26 | 711,18) 711,00) 7il,i4| 711,10
il Sri 9 710,90 | 710,90 | 709,10 | 710,3)
teriore impetuoso torrente di fuoco, ‘ ’ | ; 7 ' i
mentre dal cratere superiore, a larghe |
Dara , proiettili intuocati cadevano i E o ec -
SA aL rr Massima ass.* mensile mm. 711,18 il 26
i ; Minima » » » 696,13 » 12
| Differenza mm. 15,05
Media normale mensile mm. 706,07
L'andamento del barometro è ascendente,
anzi la sua massima altezza coincide con
| l’inizio della grande eruzione.
[
1) Le medie normali sono state ricavate da un quinquennio di osservazioni, 1900-
1904.
SA —
18 Dicembre 1875
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
| Barometro in mm. e a 0°
Dopo la grandiosa eruzione | Giorni ——_{rraianni
del 1872, il vulcano presentò i gr | 12" | 15° | ju Media
un periodo di calma sino al diurna
1875. Nel dicembre del 1875 |
si notò un risveglio nelle fu- 16: "|
marole e al 18 dicembre, in | |
seguito ad uno sprotondamen- 17 | 712,82| 712,12) 710,87 | 71059| 71060
to avvenuto nell’ interno del | '
cratere dalla parte di SSE, si 18. | 703,69 | 708,42 | 707,65 707.86 703,15
formò una nuova bocca, che
emise fumo copioso con river- 19 | 707,78) 708,11| 708,21 | 709,88 | 708,49
beri luminosi. | |
715,08 | 715,20 | 71448 | 71475 | 71486
Massima ass.8 mensile mm. 717,75 il 22
Minima » » * 68490 » 4
Differenza mm. 32,85
Media normale mensile mm. 704,83
La pressione è discendente sino al 18, mantenen-
dosi al disopra della normale; dal 17 al 18 si
ebbe una depressione di mm. 5,17.
9 Gennaio 1884
I CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 0°
L'attività moderata strom-
Giorni
boliana prosegui sino al 1883; gu Jon 15" 9pr Media
verso il dicembre di detto diurna
anno vi fu una diminuzione |
nell’ attività e al 9 gennaio 8 703,03 | 705,99 | 704,69 | 704,09 | 705,45
1884 il vulcano ebbe una forte
ripresa, determinando una pic- 9 708,16 | 708,58 | 709,28 | 711,26 | 709,42
cola corrente, che uscì presso
la base del cono e venne giù 10 716,08 | 717,40 | 717,37 | 71801| 717,21
pel suo versante NNW. | |
Massima ass.* mensile mm. 718,47 il 22
Minima » » » 701,01 » 28
Differenza mm. 17,46
Media normale mensile mm. 708,10
La pressione barometrica è ascendente, al disopra
della normale.
|
ttt nnt
ito
103 —
2 Maggio 1885
CONDIZIONI DEL VESUVIO
PRESSIONE ATMOSFERICA
| .
AI 2 maggio 1885 si notò i | Barometro in mm. e
un incremento sensibilissimo | Giorni | i | veul n sa Media
al Vesuvio, e prima del mez- | 12" Lo. Gioni
zodìi al cono si notarono due
‘enditure dall te cl ar- cia 1 2a 3a =
da BRIO Trecase e Tome am | 1 | 708,63) 703,70] 70382| 70298 70339|
nunziata, cioè a SE, con e- à È BicR Mpa ei bi
missioni di lave in corrente. ti 105,00 | 705,83 | 705,72 | 706,69 I 705,81
d 106,99 | 707,28 | 706,49 | 705,77 | 706,63 |
Massima ass.* mensile mm. 712,40 il 12
698.09 » 14
14,31
Minima » » »
Differenza mm.
Media normale mensile mm. 705,82
la normale.
3 Maggio 1889
La curva barometrica è ascendente, al disopra del-
PiESSIONE ATMOSFERICA
| CONDIZIONI DEL VESUVIO
Barometro in mm. e a 0°
L'attività fu sempre assai uc |
limitata negli anni precedenti 2 EE LISI CRETO ROSI Ta 7 ARRE RMBREA TIT TO
al 1889 e degni di menzione 9" | 12" | 15° | 2d 10 ie
furono i fenomeni accaduti ai | !
o IA a | 70647 70688 | 706,39 | 705,98 | 706,50
BORE 3 |
CE 3 | 70490] 70486 70421 | TOLTA | TOLTI
da una fenditura determina- Sira ne Da z rta
if illa ‘parto di Ottaisno 4 (05,18 | 705,21 | 105,21 | 705,99 | 705.39
vi fu emissione di lava.
Dal cratere, intanto, comin-
ciarono eiezioni di proiettili.
di ceneri e di scorie, le quali
lentamente formarono in se-
guito un altro cono.
Massima ass.® mensile mm. 709,20 il 13
» 699,95. » 26
Minima
»
Differenza mm.
»
9,25
Media normale mensile mm. 705,82
La curva barometrica è quasi stazionaria; si ha
una depressione di mm. 2.26 dalla mattina del
Zoal 3i
Ì
|
— 104 —
7 Giugno 1891
CONDIZIONI DEL VESUVIO
Il 7 giugno alle 17"?/, il
gran cono si squarciò.
Nell’istante in cui avvenne
la squarciatura, alla sommità
del cono apparve una grande
colonna di fumo, mentre lun-
go la linea della fenditura si
formarono diverse bocche e-
ruttive , facendo riversare le
lave nell’Atrio del Cavallo.
PRESSIONE ATMOSFERICA sed
Barometro in mm. e a 0° si
Gioi re sii
6 706,99 | 706,82 | 706,71 | 705.67 | 706,54
7 707,34 | 707,84 | 707,67 | 708,48 | 707,83
8 709,39 | 710,70 | 709,48 | 703,25 | 709,45
Massima ass.8 mensile mm. 712,08 il 9
Minima » » » 705,67 » 6
Differenza mm. 6,41
Media normale mensile mm. 707,73
La curva barometrica è ascendente.
7 Giugno 1892
CONDIZIONI DEL VESUVIO
L'attività stromboliana del
cratere non venne mai me-
no durante la fase effusi-
va eccentrica, e le lave si ac-
cumulavano nell’Afrio del Ca-
vallo. Dal febbraio al maggio
1892 le colate di lave si spin-
sero sino alla Vetrana, e ver-
so la 2 metà di maggio, tut-
to parve ritornare in calma.
Ma il 7 giugno 1892, dopo un
anno preciso, si ebbe un ener-
gico risveglio, e mentre dal
cratere si videro esplosioni di
proiettili infuocati, dalla parte
del crepaccio del 1891 si for-
marono dei conetti e qualcu-
no con vere e proprie esplo-
sioni.
PRESSIONE ATMOSFERICA |
Barometro in mm. e a 0°
uni ME pnt
6 704,56 | 704,07 | 704,18 | 704,80 | 704,55
ti 105,15 | 707,25 | 707,29 | 706,29 | 706,49
8 106,21 | 707,42 | 707,50 | 707,40 | 707,23
Massima ass.® mensile mm. 711,55 il 29
Minima » » > (004136 SESG
Differenza mm. 7,19
Media normale mensile mm. 707,73
La curva barometrica è ascendente.
— 105 —
3 Luglio 1895
finì per fendersi (10" 18") nel
suo lato posto a NW. In que-
sta fenditura si stabilirono
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 0°
Cessato il periodo eruttivo | Giorni | ———— $i, e ASSI
1891-93, nell’autunno 1894 co- ii dg I tai Cet 9 Media
minciò a sorgere nell’interno | diurna
del cratere principale un pic-
colo cono d’eruzione, il quale 2 711,85 | 711,50 | 711,28 | 71141 | 71146
per le sue esplosioni strom-
boliane crebbe rapidamente in 3 713,12 | 712,65 | 71241| 71341) 712,89
altezza.
ll 3 luglio 1895, dopo alcu- + (13,30 |" 713,5b-| ‘713,10 | 713,73.| (013,42
ne scosse di terremoto, il cono
Massima ass.* mensile mm. 715,99 il 4
703,02 » 6
10,97
Minima » » ta
delle bocche dalle quali ven- ri ii
nero delle colate di lava.
Media normale mensile mm. 708,75
La curva barometrica è ascendente e raggiunge la
massima altezza il giorno 5.
7, 9, 10, 18, 17 Settembre 1898
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA |
Barometro in mm. e a 0°
Nei primi di settembre l’at- | Giorni =
tività del Vesuvio era mode- gu Tee pri 9qr Media
| stissima; le lave etfluivano diurna
: mediocremente e il cratere
| mostrava un debole dinami- 6 411;99-|o711#40. | 710:99- -- 11:11]: 1182
smo. 7 (10,61 | 710,95 | 710,41 | 710,65 | 710,65
Il giorno Y il dinamismo 8 41:45 |. LIDO |. 710,86. 711,09) 7151
del cratere si rianimò, lancian- 3) L1I16 | 010.921 710,61 “ 709,89 1 710.02
i do ceneri, pietre e proiettili 10 110,91 | “710/86 | ‘71046 ‘710,93 | 710.79
! infuocati. Il 9 si ebbero forti Ki TRES TIZI ZI0,8L. ‘10,86 | KS9
i boati e le esplosioni aumen- 12 710,00 | 709,56 | 708,66 708,70 | 709,23
i tarono dal 10, sino ad un mas- 15 709,56 | 709,54 | 708,64 708,68 | 709,06
‘i simo di violenza, che si ma- 14 710,51 | 710,64 | 710,86 711,56 | 710,76 |
nifestò dal 13 al 17. Contem- 15 FLIEDi UP ER o 711,00). 710890) “#LE2L
poraneamente a questo dina- 16 (10,41 | 710,63 | 709,89 710,84 | 710,44
i mismo al cratere, vi fu un 17 110,70 | 710,69 | 710,68 710,76 | 710,70
aumento dell’ efftusso lavico 18 11,01 | 710,75 | 710,60 710,63 | 710,75
| laterale.
Massima ass.8 mensile mm. 711,82 il giorno 11
Minima » » » 702,58 » » 28
Differenza mm. 9,24
Media normale mensile mm. 709,24.
La pressione si può dire stazionaria, ma quasi
sempre al disopra della normale.
e —
24. Aprile, 5 e 13 Maggio 1900
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
| Barometro in mm. e a 0°
Il Vesuvio nel periodo e- | Giorni
ruttivo 1895-98 presentò vari
massimi, che sarebbe troppo
lungo enumerare. Î
Dal settembre 1899 il vul- | Aprile
cano si mantenne in una mo- pa 710,10 | 709,75 | 708,04| 707,13 | 708,75
derata ed uniforme attività. 23 704,48 | 703,40 | 702,23 | 702,25 |: 703,09
Media
diurna
9QR 193 45" | Da a
Nel 24 aprile 1900 il dinami- 24 | 701,84] 70308 | 701,79 | 702,22 | 701,98
smo al cratere si manifestò 25 702,20 | 702,16 | 702,352 | 703,36 | 702,76
molto sensibile con esplosioni 26 | 70182) 705,48 | 705,50 | 705,41 | 705,56
di scorie e bombe , e questo
stato di cose perdurò sino al
4 maggio. Da questo giorno
AT, - îe : Minima »
cominciò un dinamismo pro- | + . pc
nunziatissimo e nei giorni se- Differenza mm. 23,04 i
guenti l’attività aumentò e- La curva barometrica è discendente con depressio-
. e i D RO ‘ 99 c
normemente con violentissime ne di mm. 2,69 dal 23 al 24.
esplosioni e spaventevoli boa-
ti. Il giorno ll le esplosioni ===
Massima ass.a mensile mm. 714,50 il 15
» >» 691,46 »
erano cessate e questa quiete PRESSIONE ATMOSFERICA |
apparente perdurò due giorni. ì
Il 13 verso le ore 1l ripigliò | Barometro in mm. e a 0°
l’attività esplosiva. Sicchè pos- | Giorni | — i Media
siamo considerare tre momen- pg 12" | 15" 21° Se
ti di tutta questa forte atti- diurna
vità esplosiva e cioè: |
|
|
Maggio
20 Aprile — 4 Maggio; 2 706,02 | 705,59 | 704,03 | 703,85 | 704,82
5 — 10 Maggio; 5) 702,50 | 702,63 | 702,40 | 703,85 | 702,84
13—.... Maggio in poi. 4 704,39 | 705,12 | 705,22 | 706,47 | 705,50
5 707,86 | 707,86 | 707,76 | 705,99 | 707,46
6 708,65 | 708.52 | 708,11 | 707,95 | 708,30
rd 707,95 | 707,72 | 706,75 | 705,93 | 707,08
8 701,89! 704,78 | 704,17 | 704,16 !. 704,50
9 |
10 699.51 | 70024 | 700,33
11 702,72 | 70401 | 74,53 | 706,26 | 704,38
12 708,10 | 708.70 | 708,42 | 708,81
13 706,41 | 706,86 | 706,45 | 706,40 | 706,40
14 701,20 | 700.07 | 699,44 | 706,17 | 701,72
15 701,48 | 703,30 | 702,45 | 702,53 | 702,44
708,38
Massima ass.8 mensile mm. 703,70 il 12
Minima » » » ‘69944 > 14
Differenza mm. 9,26
Media normale mensile mm. 705,82
Dalla curva barografica Richard !) si rileva che la
pressione dal 1° al 3 è decrescente per mm. 7
Ascende sino al 6 e poi decresce nuovamenta.
Dal 3 al 4 il barometro sale per mm. 4,05.
Dopo queste variazioni si ha una depressione di
mm. 2,30 dal 12 al 13.
702.93 | 70223 | 701,68 | 69953 | 70159!
701,88 | 700,49
1) Alla fine del 1899 1’ Osservatorio Vesuviano venne fornito del barometro grafico,
a registrazione continua, Richard.
SOT —
2 e 8 Settembre 1900
| CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA O
|
Barometro in mm. e a 0°
Una recrudescenza nell'at- | Giorni RA ; 0540 METE i a
tività del cratere terminale si gu 12% 15% gjr ; Media
manifestò con tortissime e- d.urna
splosioni e getti di lave il 2
e il giorno 8.
709,48 | 709,81 | 709,88 | 70947 | 709,53
709,86 710,06 | 710,06 | 711,20 | 710,29
710,76 | 710,76 | 7.0,70| 710,75 | 710,74
711,98 712,31 | 711,91 | 712.00 | 71205
712,29 | 712,27) 711,66 | 711,60) 711,95
711,45 | 71145 | 71107 | 711,16| 71128]
711,63 | 711/87 | 711,64 | 711,16'| 71157
710,69 | 710,68 | 710,13 | 709,78 | 710,82
709,42 | 709,10 | 708,78 | 708,41 | 708,92
DONATO
Massima ass.a mensile mm. 714,68 il giorno 16
Minima » » »i 06008» a 11
Differenza mm. 8,40
Media normale mensile mm. 709,24
La curva barografica è ascendente.
» » dal 7 all’3 discende per mm. 2,09
6 e 13 Novembre 1900
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 0°
Dopo alcuni saltuari incre- | Giorni eta
menti poco notevoli durante gu | 12" | 15° | gj: | Media
la metà di settembre e di ot- diurna
tobre, il 6 novembre 1900 al
cratere si manifestò un sensi- 4 706,28 | 706,28 | 706,28 | 707,40 | 706,56
bilissimo risveglio, con atti- 5 708,58 | 709,03 | 708,60 | 709.19 | 708,85
vità dinamica esplosiva, che 6 709,12 | 709,52 | 709,34! 709,26 | 709,31
7
8
raggiunse una grande vee- 709.01 | 709,00 | 708,61 | 708,84 | 708,86
menza il 7. Nei giorni succes- 708,81 | 709,17 | 708,77 | 710,77 | 709,38
sivi si ebbero esplosioni di
materiale frammentario e in- 11 699.33 | 697,95 | 696,86 | 696,39 | 697.65
candescente, ma il 13 comin- 12 698,31 | 698,61! 698,62 | 698,48 | 698,50
ciarono esplosioni fortissime, 13 697,28 | 697,02 | 697,02 | 698,02 | 697,58
che perdurafono per molti 14 700,57 | 701,29 | 701,74 | 703,38 | 701,74
giorni. |
Massima ass.* mensile mm. 714,65 il 1.9
Minima » » » 688,23 » 30
Differenza mm. 26,42
Media mensile normale mm. 706,57
La curva barografica è ascendente dal 4 al 9; — in
questo giorno la pressione raggiunse un massi-
mo di mm. 710 (mezzodi) e discese per mm. 13,60
in 52 ore, toccando un minimo di mm. 696,40 il
giorno 11 alle 5°.
Dal 12 al 13 depressione di mm. 1,60, però la pres-
sione è al disotto della normale.
= IR —-
15 Febbraio 1901
CONDIZIONI DEL
VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA i
Barometro in mm. e a 0°
Nel 1901 l’attività esplosi- | Giorni di 14 da
va al cratere è molto minore gu 12” 15° 9h Media
di quella dell’anno preceden- A diurna
te, e registriamo solamente i
le brevi e fortissime esplosio- 14 (04,54 | 704.94 | 701,90 | 706,61 | 705,19
ni, avvenute la sera del gior- 15 707,34°| 707,32 | 707,15 | 704,65 | 706,61
no 15, verso le ore 21, che 16 699,99 700,16 698,20 | 699,91 699,56
lanciarono molto materiale 17 702,50 | 705,48 | 702,81 | 702,60 | 703,84
gu mentazio con brani di 18 700,53 | 702,13 | 701,95 | 701,57 | 701,54
ava.
Il giorno seguente e poi il
17 e 18 continuarono le esplo-
sioni di materiale incande-
scente, con boati fortissimi. ‘
Massima ass.8 mensile mm. 705,75 il 9
Minima » » » 696,29 » 25
Differenza mm. 13,46
Media mensile normale mm. 704.80
La curva barografica è ascendente dal 14 al 15 —
Una rapida depressione si ebbe nella giornata
del 16 per mm. 6,45.
4. Marzo e 1 Aprile 1903
CONDIZIONI DEL VESUVIO
PRESSIONE ATMOSFERICA
Dopo circa un periodo di
riposo sino al dicembre 1902,
il Vesuvio manifestò un’ at-
tività sensibile stromboliana.
Nel mese di marzo quest’at-
tività assunse carattere di
vero parosismo. E difatti, nei
giorni 4, 5,6.... sino al 18,
il dinamismo fu ininterrotto
con esplosioni di proiettili in-
candescenti , ceneri e boati.
Queste esplosioni furono vio-
lentissime il 10 e 12. Dal 19
si ebbe una diminuzione nel-
l’attività sino a tutto marzo.
Nell’ aprile dal 1° in poi, il
cratere riprese la sua attività
esplosiva con getti di pietre
basaltiche e brani di lava.
Barometro in mm. e a 0?
Giorni ;
a” 12” a
diurna
Marzo |
3 709,28 | 697,43 | 696,06 | 639,21 | 698,24
4 01,32 | ‘701,70 | 702,05 | 702,25 | 702,07
5 706,91 | 708,83 | 708,34 | 708,95 | 708,25
9 | 701,775) 701,73) 700,98| 70083 | 7013:
10 | 702,15 | 703,38 | 703,75 | 705,34 | 703,65
il Si ivss 708,65 | 708,15 | 708.20 | 706,61
12 | 706,40) 705,70} 705,41 | 706,07 | 705,89
Marzo | | | |
30 I 709,82 | 709.97 | 109,54 | 709,55. | 01009;72
31 | 707,63 | 705,23 | 704,23 | 701,66 | 704,94
Aprile | | | |
| 700,73 | 700/85 | 700,73 | 702,35 | 70008
2 | 702,50 | 702,53 | 702,33 | 703,20 | 702;39
5) | 701,59 I (01,59 | 700,77 | 7OLA1 | 701,31
NR Massima ass.a mensile mm. 712,16 il 9
arzo }
-
i Minima » » » 692,18 » 12
Media normale mensile mm. 705,03
\ Massima ass.* mensile mm. 713,76 il 3
i Minima » » » 697,04 » 27
Media normale mensile mm. 706,07
Dal 3 al 4 marzo la pressione ascende
> 9 Cali, » » »
Dall’11al 12 » » diminuisce per mm. 3,24
Dal 21 mar zo al 1° apr. » » » SO
Aprile
Cm i i i -:
— 109 —
18 Giugno 1903
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 0°
Il cratere del Vesuvio si Giorni ed i ara
mostrò quasi tranquillo du- qu 12% 15° gji | Media |
rante il mese di maggio e | diurna |
nella 1® metà di giugno 190.3. |
Il 18 del mese sudetto il di- 17 707,49 | 707,32 | 706,63 | 707,80 | 707,18
namismo si rianimò con esplo- 18. | 706,89 | 707,25 | 706,88 | 706,73 | 706,93
sioni di ceneri, lapillo, pietre 19 105,80 | 705,81 | 706,28 | 705,78 | 705,91
basaltiche e brandelli di lava. 20 | 705,65 | 706,07 | 705,42
705,47 | 705,65
Il 20 nel fondo del cratere si 21 704,35
(04,51 | 704,14 | 704,17 | 704,29
osservavano 3 bocche ; da due 22 703,94 | 703,49 | 703,55 | 703,55 | 703,63
di esse allineate NW-SE av- |
venivano alternativamente e- 25 708,13 | 708,42 | 708,05 | 709,35 | 706,48
splosioni di sabbie e blocchi 26 709,42 | 709,72 | 709,15 | -709,24 | 709,88
solidi incandescenti di dimen- 27 708,53 | 708,94 | 708,94 | 709,01 | 706,85
sioni discrete. Quest’ attività 28 709,15 | 709,65 | 709,33 | 709,99 | 709,53
esplosiva aumentò durante il | |
mese e le esplosioni erano tor- =
tissime, accompagnate da boa- Massima ass.a mensile mm. 710,58 il 29
ti, il 26, 27, 28 sino al 2luglio. { Minima >» > >» 699,49 » 3
Differenza mm. 11,08
Media mensile normale mm. 707,73
Dal 17 al 18 depressione di mm. 0,76
» 25 al 26 la pressione ascende.
12, 17, 25 Luglio 1903
I CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 0°
Dal 2 luglio all’11 vi fu de- | Giorni —-
cremento nel dinamismo del (e) PIRRO Sal O: 15" 91" Media
cratere, il 12 l’attività si ma- diurna
nifestò con esplosioni forti, le |
quali aumentarono sensibil- li (‘| 708,91 | 709,77] ‘109,93 | 710,26 | ‘709,71
mente il 17 e giorni seguenti. 12 709,57 | 709,54 | 709,30 | 708,59 | 709,25
Il 20 si ebbe un primo traboc- 13 708,48 | 708,62 | 708.35 | 708,17 | 708.40
co lavico. Il 25 si ebbe un al- |
tro aumento nell’ intensità e- 16 709,13 | 709,07 |! 708,64 | 707,94 | 708,69
splosiva, che, continuando,die- 17 €07,41 | 707,57 | 708,10 | 708,65 | 707,93
de luogo a nuove fenditure 18 707,27 | 708,44 | 708,18 | 708,58 | 708,I1
con sgorghi lavici.
21 705.56 | 706,68 | 706,38 | 706,81 | 706,60
25 706,45 | 706,73 | 706.81 | 708,21 | 707,05
26 708,55 | 708,73 | 708,64 | 708,66 | 708,64
27 707,40 | 706,78 | 706,56 706,48 | 706,80
28 | 70649 | 70707 | 707,00 | 708,39 | 70723 |
Ì Ì Ì
Massima ass.® mensile mm. 712,60 il 2
Minima » » » 702,69 Vl’ 8
Differenza mm. 9,91
Media mensile normale mm. 708,75
Dall’ 11 al 12 pressione quasi stazionaria.
Dal 16 al 17 leggiera depressione di mm. 0,72.
Dal 25 al 26 pressione ascendente.
— 110 —
10 Agosto 1903
| CONDIZIONI DEL VESUVIO
Nei primi giorni l’attività
fu mediocre e una recrude-
scenza si ebbe dal 10 al 12
con esplosioni stromboliane.
PRESSIONE ATMOSFERICA |
sli
Barometro in mm. e a 0°
api E” 128 di guri Matia
9 109,42 | 709,45 | 708,96 | 709,00 709,20
10 708,45 | 708,45 | 708,26 I 708,15 | 708,32 |
11 | 709,46 | 709,34 | 710,32 | 709,40 | 709,63 |
12 710,07 | 710,18 | 710,01 | 710,87 | 710,30
| | Ì |
27
20
Massima ass.a mensile mm. 712,16 il
Minima » » » 705,76 »
Differenza mm. 6,40
Media normale mensile mm. 708,78
Dal 9 al 10 leggiera depressione di mm. 1,80.
21 Agosto 1903
CONDIZIONI DEL VESUVIO
PRESSIONE ATMOSFERICA
Il 21 cominciò ad aumenta-
re l’attività con forti e sen-
sibili esplosioni stromboliane,
e il 26 (ore 12,10) avvenne la
squarciatura del cono con e-
emissione di lave. Il 27 si
ebbe il secondo efflusso lavico
laterale dalla parte di ENE,
dalla quale vennero tutte le
lave che invasero poi l’esten-
sione di tutta la valle dell’in-
ferno.
Barometro in mm. e a 0° I
e | 1 15" op | Media
diurna
21 710,36 | 710,41 | 710,18 | 710,56 | 710,37
22 710,23 | 710,15 | 709,81 | 709,81 | 710,00
23 711,41 | 711,48 | 711,24 I 11,33..], ‘(1026
24 11,26 | ‘711,24 | 711/36.| 710;94
25 710,51 | 710,5L1| 710,25 | 710,29 | ‘710,39
26 | 710,79 | 710,86 | 710,82 | 710,97 | 710,86
27 | ‘(41:93 | (12,46... 711,46 | 111,42 | 711,74
Ì '
Massima ass.a mensile mm. 712,16 il 27
Minima » » » ‘705,76 » 20
Differenza mm. 6,40
Media normale mensile mm. 708,78
La curva barografica quasi stazionaria. La pressio-
ne è stata sempre al disopra della normale. Dal
25 al 26 leggerissimo aumento. |
— 11 —
2 Marzo 1904-
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
Barometro in mm. e a 0°
Dopo un'attività mederata | Giorni Ata ci eZ
dal settembre 1903 ai primi gu | 19% | 15° | 9» | Magia
iurna
dell’anno 1904, il cratere di-
mostrò una certa rianimazio- | | |
ne il 2 marzo 1904, con butti 1 | 694,30 69450 695,63 | 699,97 | 695,97
di cenere e fumo abbondante. | |
11 3 si ebbero esplosioni di
proiettili infuocati, che prose- '
guirono sino al giorno ll, 3 106,55 | 706,38 | 704,91 | 10447 | 05,57
4
703,69 | 705,04 | 705,39 | 706,10 | 705,05
LAS)
mentre la lava effluiva tran-
quillamente nella valle dell’în- 100,59 | 699,81 | 697,98 | 697,37 | 695,93
ferno. ! |
Massima ass.* mensile mm. 712,76 il 9
Minima » » » 692,18 >» 81
Differenza mm. 20,58
Media normale mensile mm. 705.03.
La curva barografica è ascendente.
22 e 28 Agosto 1904
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA |
Barometro in mm. e a 0° |
Nel mese di agosto il dina-
mismo fu sensibilissimo al cra- gr
tere con boati e getti di lava
dal 22 al 24 e dopo alcuni
Giorni | EJ | | Media.
12" | 15" 21 diurna
709,62 | 709,71 | 709,62
giorni di modesta attività, si ZIO] | 709.62 | 709,64
. x È. | | | |
i Sei 22 | 70382| 708,32 707,41 | 705,24 | TOTAA
al 3 settembre. 23 | 703,91] 708,91| 703,9L | 70402 | 703,94
24 704,86 | 705,16 | 705,25 | 705,27 | 705,12
97 | 71001| 710,49 | 71049| 710,89 | 710,47
28 III Za T1L,00)) 7102.) 710/70
29 711,78 | 711,78| 71138 | 71190] 711,71
Massima ass.* mensile mm. 714,05 1° 8
Minima» » » 702.14 il 25
Differenza mm. 11,91
Media normale mensile mm. 708,78
Depressione di mm. 4,37 dal 21 al 22. Pressione
ascendente dal 27 in poi.
— 112 —
22 Settembre 1904
| CONDIZIONI DEL VESUVIO
Le lave continuavano ad
effluire lateralmente nella 1.8
metà di settembre. Il crate-
re contemporaneamente dimo-
strava un’ attività sensibile,
eiettando sabbie, detriti lavici
e modeste esplosioni di bran-
delli di lava. Nella 2.8 metà
invece il dinamismo del cra-
tere subì una forte recrude-
scenza parosismale, che comin-
ciata il 20, raggiunse la mas-
sima violenza nei giorni 22,
93, 24.
PRESSIONE ATMOSFERICA pata
Barometro in mm. e a 0°
Giorni
e [oe Te 1 aes
19 | 706,26 | 706,17 | 705,96 | 705,69 | 706,02
20 | 70545 | 705,47 | 705,14| 706,14| 705,52
91 | 70252) 701,90] 701,50) 70225| 70204
99 705.00 | 706,19 | 706,29 706,39 | 705,96
23 | 70841 | 70670| 706,61 | 70505 | 706,70
94 | 706,90| 707,80| 707,27 | 708,60) 70751
25 | 709,69] 70948| 708,62! 709,01 | 70901
Massima ass.a mensile mm. 713,04 il 13
Minima » » » 701,50 » 21
Differenza mm. 11,54
Media normale mensile mm. 709,24
La curva barografica dal 19 discende sino al 21.
Dal 21 è sempre ascendente.
17 Novembre 1904-
CONDIZIONI DEL VESUVIO
Dopo le ore 21 del giorno
17, il cratere, che era in una
vera fase solfatarica, m mife-
stò delle esplosioni strombo-
liane, aumentando il suo dina-
mismo nei giorni seguenti.
PRESSIONE
ATMOSFRRICA |
|
Barometro in mm. e a 0°
Sona Di Jide | 15E, | 24 Ero
17 | 70924| 70890) 70874) 71088 | 70931
18 | 71089] 71081 | 70961! 71001 | 71021
19 | 711,68] 71915] 71182) 71979) 719,41
20 | 71260] 71930] 711,70) 711,73] 712,08
713,20 il 12
696,02 » 25
17,18
Massima ass.2 mensile mm.
Minima » » »
Differenza mm.
Media normale mensile mm. 706,57
La pressione è ascendente.
113 -
4. Marzo 1905
VESUVIO
Massima ass.* mensile mm. 712,26 il 50
Minima » » » 690,47 » 17
Differenza mm. 21,79
Media normale mensile mm. 705,82
CONDIZIONI DEL PRESSIONE ATMOSFERICA o
Barometro in mm. e a 0°
Nel mese di marzo di que- | Giorni
st’anno, il Vesuvio si è mani- gu 19% 15" gg: | Media
festato con umn’attività strom- | diurna
| boliana sensibile. Nei giorni ! |
| 4, 5, 6, dal cratere si ebbero 1 100,84 ! 100,72.| 699,62 | 699,32 | 700,12
| forti esplosioni con detriti e 2 699,62 | 699,22 | 698,87 | 699,14 69921
blocchi di lave incandescenti. 3 699.27 | 698,82 | 698.00 | 696,99 | 698.27
Diminuita quest’ attività nei 4 698,02 | 698,29 | 700,32 | 698,73 | 698,73
| giorni successivi , il dinami- 5 700,85 | 701,00 | 701.00 | 700,42 | 70081
|| sno del cratere si rianimò
| con notevoli getti di lava e 14 706,40 | 706,44 | 706,21 705,61 | 706,51
materiale detritico nei giorni 15 704,84 | 704,84 | 704,82 | 704,87 I 704.84
tb. d6- 17, 18. L6 703,76 | 703,56 | 703,22 | 701,49 | 703,00
| 17 700,06 | 699,74 I 700,32 | 702,14 | 700,56
18 (05,45 705, 76 | 705,64 705,73 | 705,64|
19 704,81 | 705,05 | 705,02 | 706,03 | 705,22 |
' 20 706,45 | 706,79 | | 706,31 | 706,35 | 706,91
Massima ass.* mensile mm. 713,30 il 50
Minima » » » 696,90 » 3
Differenza mm. 16,51
Media normale mensile mm. 705,05 !
Pressione stazionaria bassa sino al 4. |
Depressione di mm. 1,62 dal 14 al 15. I
1° Aprile 1905
CONDIZIONI DEL VESUVIO PRESSIONE ATMOSFERICA
3 I Barometro in mm. e a 0°
I Il Vesuvio negli ultimi di { Giorni | i ì
marzo scemò la sua attività, | jon» posta 97 | Media
facendo sole esplosioni di sab- | | diurna
bie e di vapori. Il 1° di aprile i | | |
riprese il suo dinamismo e si Marzo | _ i | L'ETEE: RAEE E È
notarono esplosioni forti di "I Table DI I (199 aloe GLIO | LISTA
iveco eiomazione lt 1 | 710;99 | 710,95 | 71060] 71062 | 71079
dure al d. Le 9 zIORI | 98 709.88 | 710.32
4 all'S esplosioni di sabbie e = 710, DOLL Ooh ADE 109,88 Oo
vapori bianchi. Il 9 forti de- Pi 108,17 107,90 | 707,12 | 707,12 | 107,57 |
SA prat ak 4 707,57 | 70849 | 70691 | 707,02 | 70749|
tonazioni con esplosioni di | )
3100 aa ei cina 8 | 705,70) 70549) 70451 | 70448] 705,04
; 9 706,69 | 706,97 | 706,87 | 706,83 | 706,84
| 10 706,54 | 706,48 | 705,28 | 704,05 | 705,58
12 703,95 703,63 | 703,09 | 703,16 | 703,45
12 703,22 | 703,22) 703,28 | 704,74) 703,61
Leggierissima depr essione dal 31 al 1.0
Dal giorno 8 al 9 la pressione aumenta, e poi de-
cresce sino al 17.
— 114 —-
QUADRO RIASSUNTIVO
DATE DELL'INIZIO
DELLE COSPICUE FASI ERUTTIVE
O DI FORTI ESPLOSIONI
Nene
1872
1875
1884
1885
1889
1891
1892
1895
1898
T900. 4
1900 |
1900 |
1900 |
1900
1900
1900
1901
1903 |
1903. |
19038 |
1903
1903 |
1903 |
1903
1903
1903
1904
1904
1904 |
1904 |
1904 |
1905 |
1905 |
1905
|
1871 |
=]
ID
_
NIN VO
Ae AA0 0
Gennaio
Aprile
Dicembre
Gennaio
Maggio
Maggio
Giugno
Giugno
Luglio
Settembre
Aprile
Maggio
Maggio
Settembre
Settembre
Novembre
Novembre
Febbraio
Marzo
Marzo
Aprile
Giugno
Luglio
Luglio
Luglio
Agosto
Agosto
Marzo
Agosto
Agosto
Settembre
Novembre
Marzo
A prile
Aprile
Casi osservati N. 36.
Pressione ascendente
stazionaria alta
N. 19
ANDAMENTO DELLA PRESSIONE
Pressione stazionaria bassa
» ascendente (massima)
Depressione di mm. 5,17 dal giorno
Pressione ascendente
» »
» stazionaria alta
» ascendente
» »
» » (massima)
» stazionaria alta
Depressione di mm. 2,69 dal giorno
Pressione ascendente
Depressione di mm. 2,50 dal giorno
Pressione ascendente
Depressione di mm. 1,99 dal giorno
Pressione ascendente
Depressione di mm. 1,46 dal giorno
Pressione ascendente
» »
» »
precedente
precedente
precedente
precedente
precedente
Depressione di mm. 6,90 &al giorno precedente
0,76 »
Pressione stazionaria alta
» » »
Pressione ascendente
Depressione di mm. 1,50 dal giorno
Stazionaria alta
Pressione ascendente
Depressione di mm. 4,47 dal giorno
Pressione ascendente
» »
Pressione stazionaria bassa
Depressione di mm. 1,37 dal giorno
Pressione ascendente
Pressione discendente
5 »
Totale N. 24
Massima diminuzione rapida della pressione mm. 6,90.
»
precedente
precedente
precedente
N. 10
stazionaria bassa » 2
Totale N. 12
— 115 —
in9
Dal 1871 al 1905 il Vesuvio talvolta ebbe esplosioni tre-
mende, in seguito alle quali sì avverò lo squarciamento del fianco
del cono, facendo uscire torrenti di lave, tal’altra proiezioni im-
mense di materiale detritico (ceneri, sabbie, lapillo) ed incande-
scente, accompagnate da fumo densissimo, ed infine effusioni di
lave riversate tranquillamente dal cratere terminale, alla stessa
maniera del rigurgito di un liquido da un vaso.
Consideriamo quest’ultimo caso, come quello che spesso suole
avverarsi al nostro vulcano, cioè l’elevarsi gradatamente del magma
fluido sino alla cima più alta del gran cono, e per conseguenza
di un vero trabocco lavico dal cratere centrale.
Siccome 1 colonna di 4 m. di lava liquida (considerata la
sua densità 2,5) deve fare equilibrio ad 1 pressione atmosferica,
così per il solo fatto dell’innalzarsi di essa lava sino a 1300 metri
sul livello del mare, quale può valutarsi il Vesuvio !), occorre di
vincere una pressione di 325 atmosfere.
Ora, 1 atmosfera in peso ha il valore di kg. 10328,4 per m. q.,
sicchè le 325 atmosfere equivalgono a tonnellate 3356,73 per me-
tro quadrato.
Non essendo facile calcolare il valore della pressione che
esercitano i vapori premuti entro i focolari vulcanici, perchè ignota
la loro temperatura, sì può in certo modo vedere quando sia
grandiosa la potenza dei fenomeni vulcanici, dal fatto dello sca-
gliamento di blocchi solidi impastati di grandissima mole.
Il Daubuisson >) riferisce che il Cotopaxi lanciò un blocco
di circa 100 metri cubici, ossia di tonnellate 350. Hamilton, nella
eruzione del Vesuvio del 1779, assicura di aver misurato un blocco
di 33 m. di circonferenza e 5 di altezza, cioè un volume di circa
200 m. cubici e del peso di tonnell. 500.
Il Matteucci >), nel periodo eruttivo del maggio 1900, misurò
il più gran proietto lanciato in quel parosismo, e lo trovò di un
volume di 12 m. cubici, con un peso di 30 tonnellate. Di questo
blocco, conosciuti alcuni dati necessari e l’altezza a cui venne
1) La parte più alta del Vesuvio, dalle ultime misure geodetiche fatte
nel 1900, risultò di m. 1303 sul livello del mare.
2) DAauBUISSON — Tr. de Geognosie, T. I, pag. 173. — 1819.
3) MartEUcci R. V. — Sul periodo di forte attività esplosiva offerto nei
mesi di Aprile-Maggio 1900 dal Vesuvio (Bollettino della Soc. Sismologica It.,
Wol: VI). 1901.
Si
lanciato (300 m. dal cratere e 380 dal fondo), l'Ing. Viglino ne
valutò la traiettoria; ed applicando le formole elementari della
meccanica, la forza viva della massa dei gas, per tale scaglia-
mento, risultò di kgm. 45599655.
Supponendo poi di 4 mq. la superficie del blocco, sulla quale
agirono normalmente i gas, calcolando la pressione risultante, nel
momento in cui esso era animato dalla velocità di 1 m. per se-
condo, si ebbe un valore di kgm. 1140 per cm, ossia di 1108
atmosfere.
Il Riccò !), per spiegare la potenza dei fenomeni vulcanici,
applicò 1 principi della termodinamica servendosi di un caso molto
semplice e razionale. Nella eruzione di Vulcano del 1890, venne
slanciato in aria una massa di materiale vulcanico, che chiudeva
il cammino vulcanico, di circa 130 m.; il chiaro scienziato pa-
ragonando il focolare vulcanico ad una caldaia di una macchina
a vapore, quando si apre la valvola di sicurezza, applicò la for-
mola dello Zeuner ?) relativa ai getti di vapore nel caso adiabatico,
e servendosi della tabella ausiliare, egli considerò il caso quando
il vapore acqueo è a 14 atmosfere, a cui corrisponde secondo il
Regnault una temperatura di 196°. Ciò è ben facile a conseguirsi
dall’ acqua che giunge in contatto dei materiali vulcanici in-
candescenti, i quali hanno una temperatura tra 300° e 12000,
Per questo scopo, calcolando in cifre tonde, il Riccò ottenne, per
valore di tutta l'energia complessiva cinetica del getto e di quella
meccanica equivalente alla termica svolta dalla condensazione e
raffreddamento del vapore eruttato in un minuto, un’energia di
11400 milioni di kgm. per metro quadrato.
Questi valori, certamente, sono assai approssimati ; essi ci
danno appena una pallida idea della potenzialità cinetica delle
forze endogene.
Infatti, mutando 1 dati, nei calcoli accennati, sì otterrebbero
risultati molto più sorprendenti, perchè in certi parosismi il
Vesuvio ha slanciato in aria una massa di materiale vulcanico
enormemente più considerevole di quella di Vulcano.
La pressione atmosferica, che fa equilibrio ad una colonna
di mercurio di 760 mm. di altezza, è calcolata in peso da kg.
10328,4 per ogni metro quadrato di superficie. Per l'abbassamento
1) Riccò A. — Applicazioni della termodinamica alle eruzioni vulcaniche
(Atti dell’Acc. Gioenia di S. N. Catania, Vol. V, 1892-93).
2) Zruner — Théorie mecanique de la chaleur avec ses applications aux
machines. Trad. 2e ed. Paris, 1869, pag. 399.
SA —
di 1 millimetro di mercurio, si ha una diminuzione in peso di
kg. 18,59 per mq.
Volendo considerare tutta la base del Vesuvio, che ha un
perimetro di circa 50 km. con un’area approssimata di 200 kmq.,
allora, la pressione, che gravita su questa superficie dell’imbasa-
mento vulcanico, considerata a livello del mare, è rappresentata
da tonnellate 2065680000, e per l'abbassamento di 1 millimetro,
il peso diminuisce di tonnellate 2715000.
Nel caso nostro, della massima depressione riscontrata di
mm. 6,90, si ha una diminuzione di peso, per ogni metro qua-
drato di superficie, di kg. 93,15, e su tutto l’imbasamento vul-
canico di tonnellate 18754200.
CONSIDERAZIONI E CONCLUSIONI
Dalla molteplicità dei fenomeni vulcanici eruttivi osservati
ed analizzati in relazione alle variazioni della pressione atmosfe-
rica risulta :
1° che dei 86 casi studiati, quelli in cui l’attività del vul-
cano si dimostrò cresciuta in rapporto all’ aumentata pressione
furono 24, in numero maggiore di quelli in cui vi fu una certa
coincidenza coll’ abbassamento del barometro;
2° vere depressioni barometriche rapidissime non abbiamo
riscontrate, essendo stato il massimo abbassamento del barometro
di mm. 6,20;
3° la depressione atmosferica di pochi millimetri, tradotta
in peso sulla superficie di 1 metro quadrato è un valore assolu-
tamente insignificante, in relazione alla pressione esercitata per
metro quadrato dalla potenza dinamica della forza impulsiva en-
dogena.
Il valore della pressione atmosferica, quale forza repressiva,
calcolata sull’imbasamento vulcanico è certamente una cifra non
indifferente; ma la crosta terrestre che rappresenta la resistenza
esterna al magma lavico fluido interno della caldaia vulcanica,
ha indubbiamente uno spessore tale da esercitare una pressione
che raggiunge diecine di migliaia di atmosfere e quindi la de-
pressione di parecchi millimetri di mercurio, non può avervi
influenza sensibile.—Ciò nel caso che l’azione interna della forza
endogena stia per vincere la resistenza esterna della crosta solida
terrestre e così dare libero sfogo all’ascensione del vulcano.
Nelle condizioni in cui la gola del vulcano è in perenne
comunicazione fra l’interno e l'esterno, la depressione di pochi
— 115 —
millimetri limitata alla superficie della bocca del cratere è un
valore affatto trascurabile, che non può assolutamente avere in-
fluenza sul rapido innalzarsi della colonna lavica, che suole vin-
cere ogni ostacolo e sfogare con scoppi di vapori e materiale
solido.
Il Silvestri, osservando la coincidenza, per me casuale, del-
l'abbassamento barometrico (13 millimetri) nell’ inizio della con-
flagrazione dell'Etna nel 1883, e valutando la diminuita pressione
in peso, riferendosi alla pressione gravitante sui 14 miriametri
quadrati di superficie, quale approssimativamente considerasi tutto
l’imbasamento Etneo, ne rimase così impressionato che non esitò
a confermare l’azione intfluenzante della pressione atmosferica, ed
affermare 22 modo assoluto che l'abbassamento barometrico fu causa
efficiente della eruzione del 1883.
Il vapore acqueo è la causa precipua di tutte le eruzioni, e
quindi il motore dell’ innalzamento del magma fluido nel canale
vulcanico. Senza indagare, per il momento, se quest’acqua sia in
parte quella del mare, la meteorica o la originaria, resta il fatto
che il vapore acqueo rappresenta il prodotto principale che si
sprigiona dai vulcani. Ciò posto, alla temperatura p. es. di 10000,
che è quella delle lave, la vaporizzazione dell’acqua certamente
è totale; difatti il punto critico di temperatura dell’acqua, al di-
sopra del quale la liquefazione è irrealizzabile, è di 332° secondo
Clausius, di 370° secondo Strauss, con una pressione di 195,5
atmosfere, di 364°,3 secondo Battelli, con una pressione di 194
atmosfere.
In queste condizioni è naturale poter dedurre che la enorme
pressione dei vapori premuti nel focolare vulcanico acquista una
così alta tensione, di cui le più terribili esplosioni non darebbero
idea; e per conseguenza ben capace di produrre tutti gli effetti
meccanici straordinariamente ultra potenti, cui il nostro sferoide
terrestre, spesse volte, dà terrifico e grandioso spettacolo.
Dal nostro studio speciale, intanto, sì ha ragione di poter
concludere che: l’attività eruttiva del Vesuvio non è influenzata dai
cambiamenti rapidi della diminuzione di pressione atmosferica.
Dal R. Osservatorio Vesuviano, maggio 1905.
Sulla forza elettromotrice dell'elemento Daniell a clo-
ruro d’ammonio. (Nota del Dott. G. VANNI).
(Tornata del 18 giugno 1905)
La forza elettromotrice degli elementi idroelettrici derivati
dal genere Daniell è stata oggetto di numerose ed importanti
ricerche, fra le quali basterà citare quelle classiche di Sir. W.
Thomson !) di Latimer-Clark *), di Raoult 3) e quelle più recenti
di Wright 4 e del Fleming °). Riferendomi ad una modificazione
recentemente proposta %), di cui intendo occuparmi in seguito, mi
è sembrato interessante studiare il valore della forza elettromo-
trice di un elemento campione Daniell, quando al solfato di zinco
sì sostituisce una soluzione satura di cloruro di ammonio, vale
a dire quando il liquido eccitatore si trova in condizioni ben de-
finite. poco diverse da quelle in cui viene adoperato in pratica.
La forma più adatta per tale ricerca, si è trovata, dopo varì
tentativi, essere quella dell’elemento ad U proposto dal Fleming.
e rappresentato dalla fig. 1. Per evitare l'inconveniente della dif-
1) W. THÒomson — Papers on Electricity and Magnetism pag. 245.
2) Larimer- CLARK — Journal soc. tel. Eng, January 1873.
3) RaouLt — Annales de Chim. et de Physique (IV) t. II 1864.
4) WricaT — Phil. Magaz. (V) t XIII. 1882.
5) FLEMING — Phil. Magaz. (V) t XX. 1885.
5) Posrrano — Revue scientifique Mars 1905.
SURI)
fusione, che è piuttosto notevole, del solfato di rame e del clo-
ruro di ammonio, si è fatto uso di una modificazione da me at-
tuata fino dal 1898, vale a dire di riunire i due recipienti A. e
B, contenenti le soluzioni, con un tubo di diametro minore, nel
quale si trova un robinetto di vetro R a largo orificio Questo
robinetto viene aperto solo quando si debbono eseguire le misure
e, allo scopo di rendere minima la diffusione, bisogna fare in
modo che la superficie di separazione dei due liquidi corrisponda
al livello del robinetto e per conseguenza tener conto, nell’ef-
fettuare il riempimento dei due recipienti, della differenti den-
sità delle soluzioni Con le soluzioni da me adoperate, sature alla
temperatura di 20°, le altezze delle colonne liquide, sulla super-
ficie di separazione, stanno nel rapporto di 10 a 11 circa.
I metalli ed i sali di cui si è fatto uso sono quelli chimi-
camente puri del commercio, e furono forniti dalla casa De Hàen
di Hannover. Per diminuire la tendenza che ha il rame ad ossi-
darsi, l’elettrodo positivo dell'elemento è costituito da un cilindro
Fig. 2.
di 5"" di diametro ricoperto con vernice di bitume di Giudea, e
terminato da un dischetto orizzontale di 1 cm. di diametro rico-
perto di rame elettrolitico. L’elettrodo negativo è costituito da
un bastone di zinco distillato, amalgamato con mercurio puro.
Ad ogni serie di misure, il dischetto positivo veniva ricoperto
con rame elettrolitico e quello di zinco veniva amalgamato.
Per misurare la forza elettromotrice si è adoperato il me-
todo di compensazione del Poggendorff, ma per evitare i gravi
ren > rr CU
So: —
inconvenienti delle variazioni dell’elemento campione e della dif-
ficoltà di conoscere, con la voluta precisione, la temperatura degli
elementi da paragonare, ho preferito di fare la misura in modo
diretto, facendo passare una corrente di nota intensità attraverso
ad una resistenza campione, pure conosciuta. La disposizione è
quella indicata dalla fig. (2). »
La corrente data da batteria P di due accumulatori, attra-
versa un resistenza campione AB bene isolata, della casa Hartmann
Braun, avente il valore di 10 ohm internazionali costruita in
costantano e capace di sopportare, senza alterazione sensibile,
fino a 0,300 ampére.
Il circuito comprende pure un reostata R a variazione con-
tinua del Bidwell e un milliamperometro compione Weston, W,
precedentemente tarato, appartenente al Gabinetto di Fisica tecnica
dalla R. Scuola degli Ingegneri di Roma. In derivazione ai due
estremi della resistenza AB e in opposizione con la batteria P
sì trovano disposti i tre elemerti Daniell ad U da studiare I, II,
III aventi la capacità rispettive di 100 80 e 70 cme. circa, riem-
piti con le soluzioni preparate nelle condizioni già indicate e pos-
sibilmente identiche. La comunicazione con l'estremo A viene
stabilita per mezzo di un commutatore C a tre direzioni in modo
da potere, a volontà, intercalare l’uno o l’ altro degli elementi.
La corrente, dopo avere attraversato una cassetta di resistenza
R (destinata a diminuire la intensità della corrente nel periodo
di tentativi che precede l'equilibrio) va, per mezzo di una chiave
d’ inversione I, ad un galvanometro aperiodico a specchio D’Ar-
sonval.
Ciò posto, la misura della forza elettromotrice dell'elemento
inserito nel circuito, si fa molto semplicemente. Spostando la
manovella del reostato Bidwell a contatto rotante, si fa variare
la resistenza del circuito principale fino a che sia nulla la cor-
rente data dall’elemento introdotto nel circuito di compensazione,
vale a dire fino che l’ago del galvanometro G, stia a zero. Chia-
mando allora i la corrente del circuito principale, misurata dal-
l’amperometro campione Weston, ed R la resistenza AB, si ha
per la cercata f. e. m.
E= HI =1239 1239 1240 1240 1240 > —1,289
Un'altra serie di misure, fatta il giorno 13 maggio, ha dato
i seguenti risultati: (temp. t = 200,2).
Elemento I i—124,5 124,5 124,6 1246 1245 E=1",245
» II — 1240 1240 1240 1241 1240 = 1,240
> INI — 1240 124,0 1240 124,1 1240 = 1,240
In conclusione, si può ritenere
E = 1°" 94 (+ 0,05)
come valore medio della forza elettromotrice cercata, a t = 20°,
con l’approssimazione del 5/0 circa.
Importa però notare che questo è il valore massimo della
forza elettromotrice, e che si ha con soluzioni sature preparate da
poco, con elettrodi puri, e sopratutto quando non si è avuta dif-
fusione sensibile fra i liquidi. Basta la più piccola traccia di tale
diffusione per ridurre notevolmente la forza elettromotrice, spe-
cialmente per il deposito di rame che, in caso di mescolanza, si
ha sull’elettrodo di zinco. La diminuzione può essere del 3°/, e
più; così, per es. uno degli elementi sopra indicati è sceso da
1‘,24 a 1°,20 lasciandolo a sè stesso, per alcune ore, con il ro--
binetto aperto. Di questa circostanza occorre tener conto volendo,
in pratica, adoperare il cloruro di ammonio come liquido eccita-
tore in un elemento Daniell ordinario a vaso poroso; ma di que-
sto fatto e dei risultati effettivi che si possono avere con tale
disposizione, intendo occuparmi in un altro lavoro.
Roma, Maggio 1905. Laboratorio di Fisica del Collegio Romano.
Sulla dimostrazione sperimentale del principio del
contatto del Volta — Nota del Dott. G. VANNI.
(Tornata del 18 giugno 1905)
La classica esperienza immaginata da sir W. Thomson (Lord
Kelvin) per dimostrare la legge del contatto del Volta consiste,
come è noto !) nel disporre un ago metallico leggerissimo, mo-
bile intorno ad un asse verticale, al disopra di due mezzi dischi
formati da metalli differenti. Se sì colloca l’ ago in posizione
perfettamente simmetrica rispetto alla linea di separazione dei
due dischi, e se si elettrizza fortemente collegandolo con una
delle armature di una bottiglia di Leida, non si osserva nessuna
deviazione quando i due mezzi dischi sono isolati l’uno dall’ al-
tro; ma, non appena questi vengono messi a contatto, sia diret-
tamente, sia per mezzo di un filo conduttore, l'ago devia mo-
strando che uno dei mezzi dischi si trova, dopo il contatto, ad
un potenziale differente dall’altro.
Fig. 1.
L'esperienza precedente, di importanza capitale per la teoria
del contatto, è assai delicata e difficile. Essa può tuttavia effet-
tuarsi molto ‘facilmente adottando la seguente disposizione:
1) FLeemixc-JENKIN — Elechicity and Magnetism, pag. 48.
— 124 —
Il bottone E di un elettroscopio di Hankel a foglia unica,
viene, per mezzo di una pila ad acqua di sessanta elementi, por-
tato al potenziale di una cinquantina di volt. Per potere a vo-
lontà ottenere un potenziale positivo o negativo, le comunica-
zioni con i poli della pila di carica sono stabilite per mezzo di
un commutatore H a settori bene isolati, come è indicato in fi-
gura, in modo che il cambiamento delle spine del commutatore
metta a terra uno dei poli della pila e ponga l’ altro in comu-
nicazione col bottone dell’elettroscopio.
La foglia d’ oro F di questo, viene collocata in posizione
simmetrica fra i due elettrodi di ottone dorato C e C', in modo
che la distanza CC sia di 10 + 12mm circa. Infine gli elettrodi
stessi sono, per mezzo di fili metallici flessibili isolati M, posti
in comunicazione con due dischi A e B bene spianati e puliti,
uno di zinco e l’altro di rame o di argento, muniti di manichi
isolanti.
Ciò posto, sì pongano a contatto, premendoli uno contro
l’altro, 1 due dischi metallici, e poi sì separino bruscamente te-
nendone, per quanto è possibile, parallele le due superficie pre-
mute. Le cariche opposte, rese libere nell'atto della separazione,
genereranno fra i due elettrodi C e C' dell’elettroscopio un campo
elettrico, e si vedrà la foglia d’oro muoversi nel senso del corpo
elettrizzato a potenziale minore. Se, p. es., la foglia d’oro è elet-
trizzata positivamente, si vedrà portarsi verso l’ elettrodo che
è in comunicazione col disco di rame, mostrando che questo, al
contatto con lo zinco, si è elettrizzato negativamente. Accade il
contrario, se la foglia d’oro viene, dalla pila di carica, elettriz-
zata con elettricità negativa.
L'esperienza è di facile e sicura riuscita, e può servire a
ripetere in iscuola l’esperienza fondamentale del Volta, senza ri-
correre all’elettroscopio condensatore, sia operando con metalli, sia
con corpi eterogenei qualsiansi. Si potranno in tal modo ripetere
facilmente le interessanti esperienze dovute all’ Hagenbach !) e
ad altri sperimentatori, sulla diversa elettrizzazione che possono
prendere, a seconda della condizione della loro superficie, le dif-
ferenti sostanze. Per evitare lo sviluppo di cariche elettriche
accidentali dovute allo strofinio della mano con i manichi iso-
lanti dei due dischi, è bene che i manichi stessi siano, in parte
protetti da un inviluppo metallico.
!) HagenBAacH — Journal de Physique t. II (1872).
rn
— 125 —
Con la disposizione precedente è possibile verificare il fatto
importante, scoperto dal Murray !) e confermato dalle idee teori-
che recentemente espresse da Lord Kelvin ?), dell'aumento di po-
tenziale che si ha quando i dischi in contatto, invece di essere
spuliti con carta smerigliata, sono bruniti con un brunitore di
acciaio. In ogni caso, è assolutamente necessario, per la buona
riuscita della esperienza, che le superficie dei due dischi metal-
lici, siano, prima di ogni prova, ben pulite ed esenti da qual-
siasi traccia di ossido.
È facile vedere che la presenza dei contattieterogenei estranei
che bisogna necessariamente interporre fra gli elettrodi dell’elet-
troscopio e i due dischi, non altera il senso nè il valore della
forza’ elettromotrice di contatto che si vuole mettere in evidenza,
se sì suppone che gli elettrodi stessi siano di rame, o di un me-
tallo che occupi lo stesso posto nella serie delle tensioni, e sì
ammetta che, l’atto della separazione brusca dei due dischi a con-
tatto equivalga, nel suo effetto finale, alla interposizione di un
liquido elettrolitico fra il disco di zinco e quello di rame. Que-
sta ipotesi appare plausibile se si vuole spiegare il fatto della
produzione di un campo elettrico, e quindi della esistenza di una
forza elettromotrice, in una catena di sostanze alla stessa tem-
peratura terminata da corpi identici, che sarebbero i metalli co-
stituenti gli elettrodi del’elettroscopio. È da osservare, tuttavia,
che la esistenza di tale forza elettromotrice non ha nulla di
anormale, se sì riflette che la separazione dei due dischi ha ap-
punto per iscopo di rendere manifeste, per effetto dell’aumento
di potenziale che è la conseguenza di tale separazione, le cariche
opposte esistenti da una parte e dall’ altra delle due superficie
di contatto.
Ciò posto, sia A la differenza di potenziale fra gli elettrodi CU
e C' dell’elettroscopio supposti di rame, che si rende manifesta nel-
l’atto della separazione, M il metallo dei due fili di comunicazio-
ne, P quello dei due serrafili che assicurano il contatto con i due
dischi A e B, avremo, nella ipotesi che fra questi sia interposto
un liquido elettrolitico L:
A=Cu/M + M/P + P/Zn + Zn/L + L/Cu + Cu/P + P/M + M/Cu
1) Murray — On contact electricity of Metals Proc. Roy. Soc. vol. 63-1898.
2) Lorp KeLvin— Contact Electricity of Metals—Phil. Mag. vol. 46-1898.
id. — Aepinus atomized — Baltimore Lectures p. 541-1904.
CS —
Ma, per la legge dei contatti successivi, sì ha pure:
Cu/M + M/P + P/Zn = Cu/Zn
Cu/P + P/M+M/Cu=0
quindi:
A =Cu/Zn + Zn/L + L/Cu
vale a dire che la differenza di potenziale manifestata al distacco
dei due dischi è, ammesse le ipotesi precedenti, indipendente dalle
forze elettromotrici di contatto estranee.
La disposizione accennata si presta pure a mettere in evi-
denza la forza elettromotrice di un solo elemento voltaico zinco-
rame-acqua distillata. Basta, in tal caso, stabilire, la comunicazione
dei due elettrodi C e C° dell’elettroscopio con i due poli dell’ ele-
mento e portare la foglia d’oro F al potenziale di una ottantina
di volt, stabilendo bruscamente, per mezzo di un interruttore a
scatto bene isolato, il contatto fra il bottone E e uno dei poli
di una pila di un centinaio di elementi, di cui l’altro polo è messo
a terra. È necessario, nel fare l’ esperienza, di aver cura che i
due poli dell'elemento zinco-rame-acqua siano bene isolati e che
la foglia d’oro dell’elettroscopio sia disposta simmetricamente fra
1 due elettrodi. Un ragionamento identico a quello già fatto, pro-
verebbe che la forza elettromotrice dell’ elemento così messa in
evidenza non è alterata dalla presenza di contatti estranei.
È bene osservare che l’esperienza ed il ragionamento sopra
indicati lasciano impregiudicata la quistione se la forza elettro-
motrice messa in evidenza sia quella Cu/Zn che compete al con-
tatto effettivo dei due metalli eterogenei considerati, ovvero,
come appare più probabile, quella esistente fra gli strati d’ aria
a contatto immediato dei metalli stessi, vale a dire la forza elet-
tromotrice Aria/Cu+ Cu/Zn + Zn/Aria. Ciò appare tanto più at-
tendibile . se si riflette che il contatto dei dischi è necessaria-
mente imperfetto, non potendo mai eliminarsi del tutto lo strato
d’aria fra essi interposto. Considerata sotto questo riguardo, la
disposizione precedentemente indicata è analoga a quella classica,
immaginata dal Volta, nella quale si richiede l’uso dell’ elettro-
scopio condensatore; il condensatore è qui costituito dai due di-
schi metallici eterogenei portati a contatto apparente, ma , in
realtà, separati da un sottilissimo strato d’aria , il quale confe-
risce al condensatore una capacità assai grande. L’ allontana-
mento dei due disehi, aumentando la distanza delle due arma-
ture del condensatore, diminuisce la capacità del sistema, e ne
— 127 —
aumenta, per couseguenza , il potenziale al punto da deviare in
modo sensibile la foglia d’oro dell’elettroscopio.
Non sarà, da ultimo, inutile osservare che la disposizione
precedente permette di ottenere una differenza finita di poten-
ziale fra due metalli identici (gli elettrodi dell'elettroscopio) senza
interposizione di liquidi elettrolitici, mercè la separazione o spo-
stamento di alcuni dei conduttori della serie. Sarebbe quindi op-
portuno, dal punto di vista didattico, di accennare alla necessità
di evitare tale spostamento, nell’enunciare il noto principio del
Volta relativo ai contatti successivi.
Roma, Maggio 1905, — Laboratorio di Fisica del Collegio Romano.
Sul Pirata piraticus Clerk.— Nota del socio E. TRANI.
(Tornata del 20 novembre 1904)
Tra le specie di licose che vivono sulle acque, od in prossimità
di esse, una delle più comuni nei dintorni di Napoli è il Pirata pi-
raticus CLERCK; esso preferisce alle acque correnti quelle stagnanti
o pantanose e quindi lo sì trova negli stagni, nei fossi ed in
tutte le località ove in permanenza ristagnano le acque, e pro-
spera ancora una vegetazione palustre. Questo ragno si fabbrica
un abitacolo setoso tubiforme tra gli steli delle piante acqua-
tiche o tra le pietre semisommerse della riva, ed in esso sì rico-
vera quando qualche pericolo lo minaccia o quando ha bisogno
di divorare tranquillamente le prede.
Esso del resto è attivissimo e corre tutto il giorno sulle
lemne che coprono le acque, inseguendo i ditteri stagnicoli che
su di esse si posano per deporre le uova; corre anche con eguale
speditezza sull’acqua stessa, avendo i tarsi muniti di scopule, e,
. come ì Dolomedes, s'immerge sott'acqua e vi resta per un tempo
relativamente lungo, utilizzando per la respirazione l’aria tratte-
nuta dai peli idrofughi, che coprono il suo corpo. L’ attività di
questa licosa non si limita al solo giorno, ma si esplica egual-
mente nella notte.
Come in altri suoi congeneri, gli amori di questo ragno sono
precoci, e già alla fine di Febbraio molti maschi, che hanno rag-
giunto lo stato adulto, rincorrono le femmine per guadagnarsene
1 favori, che non sono concessi senza difficoltà, cosicchè il maschio
prima di ottenere il desiderato intento, prodiga ripetute carezze
alla femmina con l'estremità dei tarsi del primo paio di zampe,
non senza però una evidente esitazione, la quale del resto viene
giustificata dalla riluttanza che essa oppone alle premure di cui
è fatta segno.
L’ accoppiamento avviene per sovrapposizione del maschio
alla femmina, come già descrissi parlando dei Dolomedes: 1) vale a
dire che il maschio, stando in senso inverso a quello della fem-
1) Trani, E. — Bollettino del Naturalista, Siena, anno XXIE n. i, 1902.
129
mina, ricinge con i cheliceri questa nel pedicolo, ed allungando
ora il palpo destro, ora il smistro, raggiunge l’apertura genitale
e procede alla fecondazione. Dopo l'accoppiamento i maschi se-
guono la sorte comune della maggior parte dei ragni; così che,
passato il periodo degli amori, essi scompaiono del tutto. Tale
fatto non devesi però attribuire alla sola voracità o ferocia della
femmina, perchè la funzione dell’ accoppiamento, come d’ ordi-
nario negli aracnidi, ha per conseguenza un esaurimento tale
dell'organismo da produrre in essi la morte dopo breve tempo.
In Maggio la femmina si accinge alla costruzione del boz-
zolo, che dovrà contenere le uova.
Innanzi tutto essa, abbandonando il suo ricovero abituale,
ne fabbrica un altro più adatto, che presenta un largo spazio
orizzontale nel centro , superiormente coperto da una volta se-
tacea, avente diramazioni tubolari con aperture allo esterno.
Compiuto questo primo lavoro, essa tesse, sul piano centrale
della tela, un disco setoso, circolare, fissando prima con le filiere
accuratamente dei fili a raggi dal punto centrale alla periferia e
poi intersecando questi con molti altri, mediante ritmici movi-
menti rotatori dell'addome. Raggiunta una compattezza sufficien-
te, questa parte essenziale del bozzolo può dirsi completa. Il ra-
gno allora, sollevandosi sugli arti, emette subito dall’apertura ge-
nitale le uova, che sgorgano in una massa glutinosa gialla, la quale
lentamente si deposita come goccia rotonda nel mezzo del disco;
mentre il suo addome gradatamente si assottiglia, vuotandosi delle
uova.—Esso resta ancora per alcun tempo nella stessa posizione,
quasi immobile, aspettando che il glutine che involge le uova
si condensi, indi riacquistando ad un tratto la primitiva vivacità,
perchè liberato da uno stato di evidente sofferenza, con molti
movimenti, girando destramente intorno al cumulo delle uova,
lo ricopre di, un trasparente velo setoso, formato da fili che s’in-
tersecano nel punto centrale. Dopo di che, sovrapponendosi nuo-
vamente al bozzolo e girando su sè stesso, solleva con gli artigli
dei palpi il lembo del primitivo disco, riunendone a mano a mano
in fascetti i fili di attacco, che recide con la bocca, liberandolo
così dalla sottostante tela.
Il bozzolo isolato ha forma lenticolare; il ragno se lo fa pas-
sare fra i tarsi del terzo paio di zampe, sostenendolo per i due
lati appiattiti, ed applicando le filiere su di un punto del mar-
gine di esso vi attacca un filo, poi dando al bozzolo un movi-
mento rotatorio , mentre ricopre questo margine con un denso
strato setoso, ne rassetta i lembi con i cheliceri. È così che si for-
9
— 150 —
ma la caratteristica zona circolare, che distingue 1 bozzoli dei P4-
rata e delle Pardosa. Terminata quest’ ultima operazione, il boz-
zolo può dirsi completo: esso misura cinque millimetri di diame-
tro, nella parte appiattita; è bianco, con zona circolare grigiastra-
chiara, e contiene da 120 a 130 uova giallo-rossastre ; il ragno lo
attacca alle filiere e lo trascina seco dovunque.
È tale l'attaccamento che esso ha per le sue uova, —cosa che
del resto si riscontra in quasi tutti i generi di ragni, specialmente
in quello delle Lycosa,—che se qualcuno riesce a strappare il boz-
zolo ad un Pirata, esso perde ad un tratto la naturale timi-
dezza e non si decide a fuggire, nella speranza di ricuperarlo,
tanto da lasciarsi catturare con molta faciltà. Se poi riesce a ri-
prendere il suo nido, allora, tenendolo stretto tra i cheliceri e
sollevandosi sulle zampe, per scostarlo da terra e non esserne
impedito nella corsa, fugge quanto più gli riesce velocemente.
Dopo 20 o 25 giorni, squarcia con i cheliceri l'involucro del
bozzolo e ne fa uscire i piccoli, che avendo subita già la prima
muda conservano il colore ialino delle zampe e del cefalotorace,
e sono fulvo-chiaro nell’addome, il quale è ricoperto di radi ma
lunghi peli. I giovani ragni sin dai primi momenti possono cor-
rere velocemente, come gli adulti, ma per cinque o sei giorni
restano aggrappati all'addome della madre, che li porta seco nelle
sue cacce, non però molto estese durante questo periodo; poi
se ne libera e sì accinge a costruire un nuovo bozzolo. I pic-
coli dimorano ancora per qualche tempo nello stesso abitacolo
materno ed in seguito a poco a poco sì disperdono, lasciando
il posto ai nuovi nati che non tarderanno ad uscire dal succes-
sivo nido. Ogni femmina di Pirata costruisce da due a tre boz-
zoli ad intervalli pressochè eguali e muore allorchè 1 ultima
uidiata non ha più bisogno delle sue cure e della sua vigilanza.
Questi ragni vivono in numerose schiere nelle località ove
trovano un ambiente convenevole ai loro bisogni. Ciascun indi-
viduo però mena vita a sè ; voracissimi ed aggressivi, riescono
molto utili pel numero stragrande delle zanzare che divorano 1,
specialmente nello stato giovanile, quando, ancora non destri e
sufficientemente forti per ghermire le prede di una certa impor-
tanza, assalgono, quasi esclusivamente, questi molesti ditteri, ai
1) Le diverse specie di Pirata, i Dolomedes, le Tetragnatha exstensa e V Epei-
ra cornuta, tutti ragni che vivono o sulla superficie delle acque, od in vici-
nanza di esse, come pure il pesciolino comunemente chiamato Spinarello
(Gasterosteuus leiurus), per quanto ho potuto constatare, distruggono un gran
numero di zanzare, tanto nello stato adulto, quanto in quello larvale.
— 131 —
quali danno caccia nel momento dell’ uscita dalla galleggiante
loro spoglia ninfale. In grazia alle abitudini acquatiche, i Pirata
sfuggono molte delle cause distruttive che decimano gli altri
ragni; sono molestati solamente, con certa frequenza, dalle larve
di vari Trombidium, che vivono per alcun tempo parassiti sul
loro addome, senza che essi, a quanto ho potuto osservare, ne
risentano danno.
Napoli, Settembre 1904.
Sullo sviluppo dei tubuli retti e della rete testis
nella Cavia Cobaya.— Nota preliminare del socio ARTURO
MorgERA.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Oscar Hertwig, in tutte le edizioni del suo « Trattato di
Embriologia dell'Uomo e dei Vertebrati », alla fine del capitolo
sullo sviluppo del testicolo, consiglia di stabilire delle ricerche
nei vertebrati superiori per definire due importantissimi fatti. Le
questioni, che l’illustre A. consiglia di studiare, sono le seguenti:
In quale proporzione le cellule epiteliari derivanti dall’epitelio ger-
minativo e quelle derivanti dal rene primitivo prendono parte alla
costruzione della sostanza testicolare? I canalicoli seminiferi e le
cellule madri seminali sono formati esclusivamente dall’epitelio ger-
minativo , oppure anche da cellule indifferenti derivanti dai « Ge-
schlechtsstringen der Urniere » che vi s'intromettono ? :
Il preclaro A., intanto, dopo aver accennato a questi due
problemi, cerca di dare una risposta al primo quesito scrivendo:
Io credo che è canalicoli seminiferi derivino dall’epitelio germinativo.
mentre 1 tubuli retti e la rete di Haller provengono dai corpî di Wolff.
In seguito alla lettura dei fatti suaccennati, lettura resa ne-
cessaria dalle mie ricerche sulla struttura intima degli organi
che sono in connessione col testicolo, ebbi vaghezza di interes-
sarmi, per il momento, al primo quesito proposto dall’ Hertwig.
All’uopo le mie ricerche sono state fatte, per ora, su testicoli di
embrioni di Cavia e saranno seguite da altre su embrioni di Mus
che, per fortuna, ho avuto agio di poter ottenere nei vari stadi
del loro sviluppo.
Dopo accurati e pazienti studi, fatti su preparati di embrioni
di Cavia, fissati in vario modo, io, ultimo fra gli ultimi di
un’eletta schiera di ricercatori, ho avuta la fortuna di poter dare
una risposta alla prima questione. Tale risposta, s'intende , ri-
guarda la Cavia; ma, facilmente, potrà darsi che, per omologia
ed analogia, in seguito ad ulteriori ricerche, essa sarà simile an-
che per altri Mammiferi.
Sg
Ho avuto cura di fare le mie osservazioni su embrioni di
Cavia nei quali l’epitelio germinativo fosse già differenziato. Tali
embrioni avevano la lunghezza di 6 a 34 mm.
Nei vari preparati ho potuto seguire la formazione ed il
graduale sviluppo del corpo di Wolff. Anche nella Cavia esso
nasce sotto forma di tanti cordoncini cellulari, i quali, a poco a
poco, si differenziano, formando dei canaletti a cellule epiteliali
lievemente cilindriche. Questi canaletti sì allungano e cercano di
raggiungere il testicolo.
Mentre accade ciò, un fenomeno ben più importante, e che
è stato causa della presente nota e del lavoro particolareggiato
che ad essa seguirà, avviene nel testicolo in formazione: le cel-
lule di quelle parti embrionali dei tubuli seminiferi, i quali si
trovano nel centro del testicolo, non si differenziano per pro-
durre gli spermatomeri; anzi quelle che occupano l’asse di tali
porzioni degenerano e si staccano, rendendo, in tale modo, vacue
quelle sezioni dei tubi seminali. Ognuna di queste si allunga e
sì fonde più o meno con le altre provenienti dai canalicoli se-
minali vicini.
Dall'altra parte i « Geschlechtsstràngen » si avanzano ancora
verso il testicolo e cercano di addentrarvisi. Ciò fanno, dopo
essersi più o meno fusi, e si mettono in relazione coi rami pro-
venienti dalla fusione di quelle parti dei canalicoli seminiferi le
cui cellule epiteliari non si differenziano e alle quali ho di sopra
accennato. |
Da quanto ho detto riesce agevole il capire come, nella Cavia,
i tubuli retti sì formino a spese di quelle porzioni dei canalicoli
seminali che dal centro del testicolo si avanzano verso il lato
periferico di questo prossimale al canale di Wolff e ai cordoni
sessuali in formazione. La rete di Haller, invece, si forma per
una parte, non tanto estesa, dalle porzioni dei cordoni sessuali
che arrivano a penetrare nel testicolo e, dall’altra, dai rami fusi
dei tubuli retti in via di formazione e che arrivano a mettersi
in relazione con i « Geschlechtsstringen » suaccennati.
Sicchè in quest’animale, a differenza di ciò che è stato os-
servato dal Braun !) nei Rettili e dal Semon ?) negli embrioni
1) Braun, M. — Bau und Entwicklung der Nebennieren bei Reptilien. Arb.
aus dem zool. zoot. Inst. in Viirzburg. Bd V. 1879.
— — Das Urogenitalsystem bei einheimischen Reptilien. Arb. aus dem
zool. zoot. Inst. in Wiirzburg. Bd. IV 1877.
2) Semon, R. — Die indifferente Anlage der Keimdriisen beim Hihnchen
und ihre Differenzirung zum Hoden. — Habilitationsschrifft. Jena 1887.
— 134 —
di pollo, la rete testis e i tubuli retti non provengono dalla ger-
minazione dell’epitelio del gomitolo di Malpighi dei cordoni ses-
suali, ma da porzioni di tubi seminiferi, il cui epitelio germina-
tivo, piuttosto che dare or'gine alle cellule madri seminali, ha
dovuto, per ragioni fisiologiche, formare quei tubi che, in seguito,
sono destinati a portare il seme fuori del testicolo.
Chi avrà avuta la bontà di leggere un pochino attentamente
questo mio lavoro , si accorgerà subito come anche il secondo
quesito abbia avuta per conseguenza, nella Cavia , la sua solu-
zione e, cioè: i canalicoli seminiferi e le cellule madri seminali
sono esclusivamente, in quest’animale, formati dall’epitelio ger-
minativo.
Sulla struttura intima degli organi annessi al testi-
colo del Topo e della Cavia — Considerazioni ge-
nerali sul gruppo degli Amnioti, per il socio AR-
turo MoRGERA.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Nel passato mio lavoro sugli organi maschili dei Rettili ac-
cennai ad una serie di ricerche che avevo iniziate intorno all’ a-
natomia microscopica degli organi annessi al testicolo di alcuni
Mammiferi. I risultati da me ottenuti sono molto soddisfacenti,
perchè mi mettono in grado di poter ordinatamente, per il primo,
esporre la struttura anatomica dei vari organi che dal testicolo
conducono lo sperma al deferente.
Già ho fatto notare che i vari AA., che hanno studiati questi
organi, avevano fatte le loro osservazioni in un modo troppo su-
perficiale, trascurando completamente tutte le nozioni che al ri-
guardo si hanno in anatomia macroscopica. Ciò spiega come per
tanto tempo, nell’ argomento che io tratto, abbia regnata una
grande confusione. Si sono fatti dei tagli, si sono osservati, ma
senza aver cura di vedere se ciò che sì esaminava fossero vasi
efferenti, coni vasculosi o il vero canale dell’epididimo.
L’Aigner e il Fuchs hanno avuto cura di fare scrupolosa
mente le loro ricerche, tenendo conto dell’ anatomia grossolana.
Lo stesso ho fatto ancora io nei miei studi sui Rettili e gli Uc-
celli e la conclusione tratta da tutte queste osservazioni è stata
importantissima. Difatti i due nominati AA. hanno visto che l’e-
pididimo dei Mammiferi è privo di epitelio ciliato. La stessa
mancanza ho dimostrata nei Rettili e l’ho incidentalmente fatta
notare anche negli Uccelli.
Per compiere questi miei studi mi sono servito a preferenza
dei metodi di fissazione già da me sperimentati e dei quali ho
fatto menzione nel mio ultimo lavoro. Anche nelle presenti ri-
cerche i fissatori che mi hanno dati ottimi risultati sono stati:
il liquido del Flemming nella formula attenuata e quello dello
Zenker.
— 1396 —-
Come liquidi coloranti ho usato: l emallume , la safranina,
il violetto di genziana, il bleu di metilene, V’eosina, l’orange G.,
e tutti mi hanno corrisposto benissimo.
Per fare i preparati 2» toto, allo scopo di mettere in evi-
denza e accertare il numero dei canaletti efferenti, mi sono ser-
vito del carminio di Mayer, però la prova mi è soltanto riuscita
nel Topo, ma ciò non toglie che, a furia di pazienza e tentativi,
essa potrà essermi favorevole anche per la Cavia.
OSSERVAZIONI SPECIALI
Dirò, primo di tutto, del metodo da me usato per fare i
preparati 2 foto del testicolo e degli organi che sono in rela-
zione con esso nel Topo.
Cavati gli organi riproduttori maschili dalla cavità addomi-
nale, ho staccato la coda e il corpo dell’epididimo dalla porzione
inferiore e laterale del testicolo, recidendo con cura il po’ di con-
nettivo che li tiene uniti. Poi, dopo aver distrutto gran parte
dello stroma testicolare, ho allontanati i due organi, cercando di
aumentare con leggiere compressioni e trazioni lo spazio interpo-
sto tra l'estremo superiore del testicolo e la testa dell’epididimo
e, in questa maniera, i vasi efferenti sono stati stirati. Posto il
preparato, così fatto, fra due portaoggetti l’ ho messo in alcool
a 70° dove l’ho lasciato per tre o quattro ore. Levatolo dall’al-
cool, l'ho colorato col carminio e l’ho rischiarato coll’essenza di
anici.
Con questo metodo ho potuto osservare come i canaletti ef-
ferenti, nel Topo, siano sempre e costantemente in numero di
quattro.
Nella Cavia ho usato .lo stesso procedimento; ma, e per la
grandezza del testicolo e per altre difficoltà, esso non mi è ben
riuscito. Cercherò di ritentare la prova e ottenere un risultato
sicuro.
Nelle mie osservazioni microscopiche, fatte sulle due specie
di animali in esame, ho visto come anche in essi, al pari del-
l'Uomo, i tubuli retti e la rete di Haller, che nel Topo è poco
sviluppata, siano costituiti da un epitelio bassissimo. Essi, nel
periodo della maturazione sessuale, sono pieni di spermatozoi, di
detriti cellulari (provenienti dagli spermatociti distrutti) e di gra-
nuli di secrezione testicolare.
I vasi efferenti, invece, sono costituiti da un epitelio cilin-
drico, ciliato e secernente. }
Gli estremi di essi, che sono in relazione con gli ultimi rami
della rete di Haller, sono, nella Cavia, irti di numerose sporgenze
mammellonari, le quali aumentano indirettamente la lunghezza
dei canalicoli efferenti suddetti.
Ed ora eccoci all’epididimo. Tutti gli scrittorì dei trattati clas-
sici di anatomia sogliono affermare che l’ epididimo sia fornito
di cellule ciliate. Questa loro affermazione proviene dalle ricerche
fatte da Kolliker su di un giustiziato e da lui descritte nel suo
trattato d’ istologia edito nel 1861. Dal 1901 in poi, prima per
le osservazioni fatte da Aigner e da Fuchs sui Mammiferi , €,
in ultimo, per quelle fatte da me sui Rettili e gli Uccelli, non
v'è più dubbio che il vero canale dell’epididimo sia sprovvisto di
cellule ciliate. |
Henry, nel suo bellissimo lavoro sulla secrezione epididimaria,
trova sempre in quest'organo due specie di canali, dei quali al-
cuni sono a cellule ciliate, altri no. Egli per studiare la secre-
zione, alle volte ricorre ai tubi ad epitelio ciliato e altre volte
a quelli che ne sono sprovvisti. Per giustificarsi, 1° A., ora af-
ferma che questi ultimi siano tubi di sostituzione, ora, invece,
opina che quelli siano dei canali in via di disfacimento.
Nè l’una nè l’altra opinione sono giuste.
L’Henry non ha tenuto alcun conto dell’anatomia macrosco-
pica e perciò è incorso negli errori di opinione ai quali ho ac-
cennato. Il chiaro osservatore non s'è accorto di aver una volta
studiata la secrezione dei coni vasculosi e un’altra quella del vero
canale dell’ epididimo e, ognuno sa come queste due specie di
canali non solo non abbiano la stessa origine, ma che non siano
neanche degli organi che si debbano sostituire l’uno con l’altro.
Un'altra causa di errore per l’Henry è stata quella di non aver,
credo, fatti dei tagli seriali, perchè allora egli avrebbe forse pen-
sato alla loro vera essenza. Difatti egli si sarebbe facilmente ac-
corto come queste due specie di vasi comunichino tra loro. Ciò
l'ho dimostrato esaurientemente nei Rettili e, per conseguenza,
anche negli Uccelli, intorno ai quali incidentalmente scrissi nel
passato mio lavoro.
Sicchè, nello studio istologico dell’epididimo, bisogna badare
se ciò che si osserva siano i coni vasculosi oppure l’epididimo
propriamente detto. E ciò ho avuto cura di fare. I coni vascu-
losi, adunque, e nella Cavia e nel Topo, sono costituiti da cel-
lule più o meno cilindriche e ciliate. Queste, al tempo opportuno,
— 188 —
presentano dei granuli di secrezione, che si colorano elettiva-
mente con la safranina. Le cellule inoltre dei coni vasculosi sono
fornite dei « Kittleisten » propri di ogni epitelio ciliato.
Il canale dell’epididimo delle due specie di animali, da me
prese in esame, è costituito da cellule epiteliali prive di ciglia.
Se qualche autore ha affermato che questo epitelio fosse ciliato,
vuol dire che esso ha fatto confusione fra il vero epididimo ed
i coni vasculosi; oppure ha creduto ciglia le sporgenze dei cito-
mitomi. Difatti lo stesso Henry, discorrendo delle due specie di
canali epididimari del ratto, dopo aver fatto notare che la loro
differenza consiste nella grandezza e non nella struttura, cosa
che non è, dice che le cellule degli uni e degli altri « sont toutes
ciliées ».
Ma siccome in quest’ animale Egli ha fatte le sue osserva-
zioni proprio sul canale dell’epididimo, perchè le sezioni le ha
fatte in corrispondenza della coda di quest’organo, così afferma
che nelle cellule di esso « le plateau n’est pas constitué par des
pièces basales bien nettes. C'est simplement une ligne sombre,
sur la quelle sont implanties des cils très ténus et parfois diffi-
cilement visibles ».
Anche nella Cavia egli afferma questo, perchè dice che « les
pièces basales des cils sont peu nettes ». In questo animale poi,
l’Henry aumenta ancora la confusione perchè, nel parlare delle
due specie di tubi, comprende in essi anche i vasi efferenti. Di-
fatti, egli afferma che tutti i tubi piccoli e ciliati sono mam-
mellonati nell'interno, cosa che io ho fatto notare nei vasi effe-
renti della specie di cui ora sto parlando. E, poichè le sporgenze
diventano meno accentuate man mano che i condotti efferenti
si avvicinano ai coni vasculosi, coi quali si continuano, così l'A.
ha creduto che « les petits tubes è papilles ne seraient donc que
des tubes jeunes et la disparition des villosités serait due è
l’augmentation du calibre des tubes, sous l’influence du passage
d’une grande quantité de spermazoides ».
Le cellule dell’epididimo del Topo hanno quasi le stesse di-
mensioni di quelle dei coni vasculosi, qua e là mostrano delle
sporgenze protoplasmatiche. Le cellule epididimarie della Cavia
sono, invece, molto allungate e anch'esse fornite per lo più di
quelle sporgenze che dall’Henry sono state interpretate per ciglia
perchè, forse, l'A. era suggestionato dalla lettura dei trattati clas-
sici di anatomia ed istologia.
Epididimo e coni vasculosi sono poi provvisti di cellule basali.
an 1; A
Il deferente è costituito, sia nell’una che nell'altra specie, da
cellule cilindriche e non ciliate che, nel Topo, sono molto più
lunghe delle cellule dell’epididimo. Anch’esse producono granuli
di secrezione, che sì colorano molto bene con la safranina e abba-
stanza marcatamente se si usano colori protoplasmatici.
CONSIDERAZIONI GENERALI SUL GRUPPO DEGLI AMNIOTI
Nelle conclusioni che ponevano fine al mio lavoro sulla re-
lazione tra il testicolo e il deferente di alcuni Rettili tentai di
fare un po’ di anatomia comparata degli organi che erano stati
l'oggetto dei miei studi. Ciò feci perchè già avevo incominciate
le mie ricerche sugli Uccelli e sui Mammiferi e quindi ero in
grado di poter dare un giudizio esatto. Confrontando la presente
pubblicazione con l’altra a cui ho accennato, ognuno potrà ac-
corgersi come io abbia detto il giusto ed, infatti, dai Rettili ai
Mammiferi, tutti gli organi omologhi annessi al testicolo hanno
la stessa costituzione. Li paragonerò cominciando dal deferente
e terminando ai canalicoli retti.
Negli Amnioti il deferente è sempre costituito da cellule
epiteliali cilindriche e non ciliate. Esso si continua col condotto
dell’epididimo, il quale è ancor esso sprovvisto di ciglia. La cosa
appare naturale quando si pensi che, alla fin delle fini, se sono
vere le nozioni embriologiche che di essi si hanno, deferente ed
epididimo hanno la stessa origine. A tutti è noto che essi pro-
vengono dal canale di Wolff.
All’epididimo seguono i coni vasculosi e i condotti efferenti.
Anche in queste due specie di canali la struttura intima è quasi
la stessa: entrambe posseggono un epitelio ciliato e secernente.
L’identicità di costituzione è dovuta alla comunanza di origine,
perchè essi provengono dai cordoni sessuali del corpo di Wolff.
I vasi efferenti si continuano con la rete di Haller e i tu-
buli retti. L'una e gli altri presentano un epitelio formato da
cellule basse quasi appiattite.
La sola differenza che esiste nelle tre classi dalle quali. è
costituito il gruppo degli Amnioti, riguarda la disposizione dei
tubuli retti e della rete testis. Questi due organi, man mano che
dai Rettili si sale ai Mammiferi, vengono ad esser gradatamente
compresi nel testicolo.
Difatti, nei Rettili, i tubuli retti e la rete testis, più o meno
sviluppata, si trovano in quel tratto del mesorchio che unisce
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l’epididimo al testicolo. Nelle Testuggini e negli U Uccelli i 1 tu
retti sono ARESE dall silicon del testiColun mentre che
del mesorchio embrionale.
Nei Mammiferi, invece, il corpo di Higmoro, o tutt
quasi tutto, secondo le varie specie, è compreso tra lo stroma
sticolare.
Quale sia la causa di questo fatto la dirò in un prossi
mio lavoro, che seguirà la mia nota preliminare sullo svilupp
dei tubuli retti e della rete testis nella Cava Cobaya. 4
1854.
1856.
1880.
1886.
1891.
1892.
1593.
1895.
1901.
1901.
1902.
1902.
1905.
1904.
— 14l —
LETTERATURA
Sant-Ance, M. — Etude de l’appareil réproducteur. Paris.
Becker, 0. — Ueber Flimmerepithel im Nebenhoden des Menschen. Wien
Wochenschrift.
ENGELMANN — Zur Anatomie und Physiol. der Flimmerzellen. Pfliiger’ s
Archiv. XXIII.
— — Ueber die Flimmerbewegung. [Ienaische Zeitschr. t. IV.
ToLpr, C. — Die Anhangsgebilde des Menschlichen Hodens und Ne-
benhodens. Aus den Sitzungsbenchten d. Kais. Akad. d. Wissenschatfît.
ScHaFFrEr, I. — Ueber Driisen in Epithel d s Vasa efferentia testis beim
Menschen. Anat. Anz. Bd. 7.
Hermés, Rup. — Die Epithelverhiltnisse in den Ausfiihrungsgiingen
der minnlichen Geschlectdriisen. Dissert. Rostock.
SrRICAT, O. van DER. — La signification des cellules épithèliales de l' é-
pididyme de Lacerta vivipara. C. R. Soc. Biol. Paris. Sc. 9. T. 5.
. FrIEDMANN, Fr. — Beitrige zur kentniss der Anatomie und Physiologie
der minnlichen Geschlectsorgane Arch. f. Mikr. Anat. T. 39-40.
. ScHarreR, I. — Bemerkungen ib. die Epithelverhaeltnisse im menschli-
chen Nebenloden. Intern. Monatsch. f. Anat. u. Phys. Bd. XIII.
. DisseLHorst, R. — Die accessorischen Geschlechtdriisen der Wierbelthiere
im besonderer beriichsichtigung des Menschen. Wiesbaden.
. HAmmMAR, I. A. — Ueber Secretionscheinungen im Nebenhoden des Hundes,
Arch. Anat. Phys. Anath. Abth. Supp.
. Myers-Warps, F. — Preliminary note on the structvre and function ot
the epididymus and vas deferens in the higher Mammalia. Journ.
Anat. and Phys. Vol. XXXII.
. LenmossEk. M. v. — Ueber Flimmerszellen. Verh. Anat. Ges. Ves. 82.
PrENANT, A. — Cellules vibratiles et cellules à plateau. Bibl. Anat. Fasc. 1.
. HENRY, ALF. — Ètude histologique de la fonction sécrétoire de l'épidi-
dyme chez les Vertébrés supérieurs. Arch. Anat. Mier. Paris. T. 3.
AienER, ALB. — Ueber das Epithel im Nebenhoden einiger Siugethiere
und seine secretorische Thitigkeit. Sitzungsb. Akad. Wien, Bd. 3
Abth.
Limon, M. — Note sur l’épithelium des vesicules séminales et de l’ am-
poule des canaux deférents du Taurau. Journ. de l’Anat. et de la
Phys. Paris.
Récaunp — Note sur les cellules glandulaires de l’épididyme du Rat. C.
R. Soc. Biol. Paris T. 53.
Fucas, H. — Ueber das Epithel im Nebenhoden der Maus. Anat. Hefte
1 Abth.
Lexnossék, M. v.— Handbuch der Gewebelehre des Menschen. Leipzig.
MorcERa, A. — Contributo allo studio di alcuni organi dell’apparecchio
genitale maschile nelle specie nostrane del genere Lacerta. (Nota
preliminare). Boll. Soc. Nat. Napoli, Vol. 17.
— — La relazione tra il testicolo e il deferente di alcuni Rettili. Boll.
Soc. Nat. Napoli, Vol. 18.
Ricerche anatomiche preliminari sulla Cyphoman-
dra betacea Senatn.— Pel socio LeopoLpo MARCELLO.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Nel R. Orto Botanico di Napoli, sì coltiva questa bella so-
lanacea, di cui potei ottenere un esemplare vivente, grazie alla
cortesia del compianto professor Delpino.
È pianta indigena dell'America meridionale, specialmente del
Perù, ove fu raccolta da Bertero, ed anzi è supponibile che al-
l'orto di Napoli sia stata introdotta con semi spediti dal mede-
simo Bertero al Tenore.
I suoi frutti sono eduli, e nell'America meridionale vengono
usati allo stesso modo di quelli del Solanum Lycopersicum L.; sa-
febbe perciò interessante estenderne, anche presso di noi, la col-
tura, a scopo alimentare.
Questa pianta ha molto l'aspetto di un Solano, sopratutto
di quelli della sezione PAcHISTEMON, tanto che i primi autori che
la descrissero, la ritennero senz’altro un vero Solanum, e G. A.
Pasquale, nel catalogo del R. Orto Botanico di Napoli, la con-
siderò come appartenente a tal genere.
I caratteri principali per cui il genere Cyphomandra sì di-
stingue dal genere Solanum consistono nella forma e nella gran-
dezza del connettivo staminale, che *presso le Cifomandre trovasi
assal ingrossato e gibboso, mentre nei veri Solani è assai tenue
o quasi mancante. Forse questo grande accrescimento del con-
nettivo ha lo scopo di formare come un appulso , assai valido,
per i pronubi che visitano i fiori.
Trattandosi di una pianta molto notevole , credo piuttosto
utile rendere di pubblica ragione alcune osservazioni morfologi-
che ed istologiche sulla stessa.
— 143 —
DESCRIZIONE DELLA PIANTA
Cyphomandra betacea Sendtn.
Sendtner 0.-De Cyphomandra , novo Solanacearum genere
tropicae Americae. - Flora 1845, p. 172, n. 7. — Dunal M. F. in
De Candolle A. P.- Prodromus systematis naturalis regni vege-
tabilis etc. Tom. XIII, sect. 1, 1852, p. 393, n. 13.
Srvonmia. — Pionandra betacea, Miers I. - Contributions to
the Botany of Soudh America, in Hooker W. I. - The London
Journal of Botany, Vol. IV, 1845, p. 358, n. 7. — Solanum be-
taceum, Cavanilles A. I, Icones et descriptiones plantarum ete.,
Vol. VI, 1801, p. 15, n. 599.— Dunal M. I., Histoire naturelle,
medicale et economique des Solanum., Paris 1813, p. 169, n.
70.— Dunal M. I., Solanum generumque affiniam Synopsis etc.,
Monspelii 1816, p. 7, n. 16. — Andrews H. C., Botanists Repo-
sitory., London. 1801, n, 511. — Solanum crassifolium, Ortega C.
G., Novarum aut rariorum plantarum horti Matritensis descriptio-
num decades., Dec. 9, 1800, p. 117. — Solanum obliquum, Bertero
C. G., Plantae exsiccatae, n 1125.
Icones. — Sendtner, op. cit. t. 6, f. 1-6. — Cavanilles, op. cit.
t. 524. — Andrews, op. cit. t. 511.
Frutice ramoso, alto m. 1,50.
Foglie a prefoliazione reclinato-embriciata, sparse, ovato-lan-
ceolate. Picciuolo robusto, specialmente alla base (superiormente
alla quale notasi un breve solco) è lungo circa 11 cm. e della
massima lunghezza di 15 cm.; base rientrante in modo da for-
mare come due lobi molto ravvicinati; apice, nelle foglie giovani,
generalmente acuto, in poche ottuso, nelle foglie adulte quasi
sempre ottuso; contorno ondulato, quasi intero; pagina inferiore
verde-chiara ed addirittura biancastra nelle foglie giovani, a causa
di ricco-tomento ; nervatura pennato-reticolata.
Infiorescenze miste, lungamente pedunculate, estrascellari, de-
finite: esse incominciano a mo’ di dicotomia, i cui rami portano
fiori disposti a grappolo od a piccole pannocchie scorpioidee.
Fiori forniti di brevi pedicelli, che facilmente si disartico-
lano alla loro base d’inserzione, sicchè dei 9 o 10 fiori che com-
pongono l’ infiorescenza, appena pochi rimangono. Calice gamo-
sepalo, campanulato , a 5 denti sporgenti ed ottusi. Corolla ga-
— 144 —
mopetala, stellata, a lobi lunghi, profondi, reflessi, appena ripiegati
per il lungo allo in giù, e di colore bianco-lucente. Androceo di
cinque stami eserti; filamenti molto brevi, cilindracei, bianchi;
antere bene sviluppate, basifisse, gialle, marginate di bianco, e
ricurve da formare come lo scheletro di un piccolo palloncino,
essendo molto avvicinate per gli apici, mentre sono un po’ disco-
state per i lati, e ciò a causa del connettivo bene sviluppato ed
alquanto ricurvo; polline polveroso, sottilissimo, di colore bianco-
sporco, che al microscopio appare azzurrognolo, a granelli globosi
od ovoidali, ad esina sfornita di ispessimenti, e percorsi da una
plica longitudinale. Gineceo di un sol pistillo, bicarpellare; ova-
rio supero, piccolo, ovoideo, biancastro, biloculare, contenente ovuli
numerosi a placentazione assile; stilo terminale , sub-cilindrico,
che attraversa il foro determinato dall’ avvicinamento delle an-
tere, sorpassandole di poco ; stimma piccolo, glanduloso.
Frutto bacca biloculare, polisperma.
OSsERVAZIONI TERATOLOGICHE. — In una infiorescenza di questa
specie, ho trovato alcuni fiori 1 quali, invece di avere architet-
tura pentamera, erano tetrameri. Infatti essi presentavano il calice
di quattro sepali, la corolla di quattro petali e quattro stami, ri-
manendo il pistillo bicarpellare.
OssERVAZIONI BIOLOGICHE. — Ì fiori di questa specie sono elio-
tropici, restando aperti durante il giorno, per chiudersi di notte,
ed assumendo i peduncoli della infiorescenza ed un po’ i pedi-
celli fiorali, una posizione obliqua, per meglio volgersi alla luce.
Anche le foglie si orientano alla luce, in modo da for nare
dei mosaici fogliari veramente assai perfetti.
LE
SISTEMA TEGUMENTALE
1. Tessuto EPIDERMALE. — È costituito da una sola fila di
. cellule, è cioè un’ epidermide semplice: variando però la forma
di queste cellule sui diversi organi, è bene considerare singolar-
mente l'epidermide del nomofillo, degli antofilli e del fusto.
a) Nomofillo. — Essendo il nomofillo, in questa specie,
formato di lamina e picciuolo, guarderò partitamente 1’ epider-
mide nell’una e nell’altro.
— 145 —
Lamina.— L’ epidermide della pagina superiore è a cellule
generalmente irregolari, il cui contorno è spiccatamente ondula-
to. La loro membrana è molto ispessita. Il contenuto , incolo-
ro, è molto chiaro , il plasma abbondante, il nucleo abbastanza
grosso e rotondo, ora centrale, ora parietale.
Nella pagina inferiore della lamina le cellule epidermiche
hanno per la forma, per la membrana e pel contenuto gli stessi
caratteri di quelle della pagina superiore, sono però un po’ più
piccole e mostrano abbondanti stomi e produzioni tricomatose
frequenti. Vere cellule annesse non se ne trovano.
Picciuolo. — Tanto sul picciuolo, quanto sul nervo mediano
che con esso si continua, le cellule epidermiche sono un po’ più
grandi di quelle della pagina inferiore della lamina: sono però
irregolarmente poligonali e orientate nel senso della lunghezza.
Si notano poì dei peli, quasi sempre unicellulari e conici, che,
poco numerosi e radi alla base del picciuolo , vanno facendosi
sempre più numerosi verso l’alto, fino al nervo mediano, dove sono
numerosissimi e stipatissimi. Per la membrana e pel contenuto,
sono queste cellule abbastanza simili a quelle della epidermide
del lembo fogliare.
D) Antofilli. — L’epidermide della faccia dorsale dei se-
pali è fatta di cellule generalmente esagonali o pentagonali,
piuttosto irregolari, orientate secondo la lunghezza, a pareti suffi-
cientemente ispessite ed a contenuto non molto abbondante, ricco
però di plastidii rotondi ed incolori. Tra queste cellule sono rari
gli stomi e più frequenti i peli unicellulari.
L’epidermide della faccia ventrale dei sepali è costituita di
cellule pure poligonali, un pochino più allungate di quelle del-
l'epidermide della faccia dorsale. Gli stomi sono molto più rari
ed i peli abbondanti, massime sulle cellule situate lungo i mar-
gini liberi dei denti del calice.
Anche poligonali ed irregolari si mostrano le cellule epite-
liali della faccia superiore dei petal?: esse sono un pochino più
piccole di quelle del calice, più allungate, presentano qualche
rarissimo stoma e mancano di peli. Hanno un nucleo molto evi-
dente e sferoidale, ed un contenuto liquido, incoloro , sparso di
piccolissimi plastidii biancastri.
Più strette ed allungate sono le cellule epiteliali della faccia
inferiore del petalo , e tratto tratto, e meglio ai margini liberi
del petalo , sono fornite di peli unicellulari ; hanno membrana
abbastanza spessa e contenuto simile a quello della faccia supe-
riore.
10
DI pe
c) Fusto. — Le cellule epidermiche del fusto hanno gli
stessi caratteri di quelle del picciuolo.
2. Sromi. — Gli stomi sono generalmente ellittici, ad ostiolo
piuttosto allungato ed a cellule marginali lunghe e ben provviste
di plastidii, tra cui abbondano i clorofillofori. Essi mancano nel-
l'epidermide della pagina superiore della foglia, abbondano enor-
memente in quella della pagina inferiore e sono anche mancanti
sul picciuolo e sulla nervatura mediana. Si riscontrano pure sulle
diverse foglie fiorali: sono pochi nell’epidermide della faccia in-
feriore dei sepali e più rari in quella della pagina superiore, ra-
rissimi nell’epitelio della pagina superiore dei petali, mentre man-
cano completamente nella pagina inferiore. Sul fusto poi non ho
neppure riscontrato stomi.
Cellule annesse di una forma speciale non ve ne sono, fun-
zionando da ausiliarie allo stoma le circostanti cellule epidermiche.
3. Tricomi. — I peli della Cyphomandra betacea sono molto
piccoli e distinti in unicellulari e pluricellalari. I primi hanno
forma conica, ad apice piuttosto ottuso, e sono diffusissimi, tro-
vandosi sulle foglie, sui sepali, sui petali e sul fusto, anzi sono
numerosissimi e stipatissimi sulle nervature mediane delle foglie,
massime in vicinanza degli apici. I peli pluricellulari sono conici
e capitati: i conici risultano generalmente di due sole cellule e
sono anche abbastanza diffusi, giacchè si trovano, sebbene meno
numerosi dei precedenti, su tuttigli organi della pianta; i peli
capitati invece si riscontrano solamente sul fusto e sulle foglie
giovani e sono piuttosto rari: essi hanno la testa formata da
quattro cellule ed un pedicello unicellulare molto breve , che sì
allargandosi , ad adattare alle cellule epidermiche.
Anche per i peli non si può parlare di cellule annesse, non
differendo , le cellule situate alla loro base, dalle altre cellule
epidermiche.
Quanto al contenuto, esso, in generale, è molto abbondante,
liquido ed incoloro, ad eccezione di quello dei peli epiteliali co-
rollini, che è leggermente biancastro.
va,
FRI:
SISTEMA FASCICOLARE
Come in tutte le Solanacee, i fasci libro-legnosi sono bdicol-
laterali, risultando ciascuno di uno x7lema contenuto tra due
floemi, ano interno , l’ altro esterno. Il floema interno o midol-
lare è in contatto diretto, verso l’interno del fusto, col parenchi-
ma midollare, e verso l’ esterno con lo xilema ; l’altro, il floema
esterno, è in contatto diretto verso l’esterno, colla corteccia, e per
tal fatto potrebbe anche dirsi corticale.
È bene vedere come si distribuiscono questi fasci nel fusto,
nei nomofilli e negli antofilli.
Fusro. — Facendo una sezione trasversale del fusto giovane,
si nota che il cilindro centrale è delimitato dal parenchima cor-
ticale mercè uno strato di cellule più piccole , che rappresente-
rebbero il perzezelo. Il cilindro centrale risulta dal floema esterno,
in cui si vedono all’ infuori le fibre ed internamente i vasi cri-
brosi, e poi il libro molle ed il cambio. Seguono le fibre dello
xilema ed i vasi del legno; ed a questi succede il floema interno
o midollare , costituito da libro molle ed internamente da tubi
cribrosi. cui fan seguito le fibre, che si internano fra le grosse cel-
lule midollari.
FogLia. — Le foglie mostrano una robusta rachide mediana,
la quale va gradatamente impicciolendosi dalla base all’ apice
della lamina e dalla quale nascono, generalmente, otto nervi se-
condarii per lato, che, a due terzi della loro lunghezza e verso
il margine, si ramificano più volte, e danno origine a nervi ter-
ziarii, quaternarii e quinarii sempre più piccoli, ma sempre spor-
genti sulla pagina inferiore: le nervature senarie e le loro rami-
ficazioni sono invece poco appariscenti, perchè affondate, nel-
l'abbondante parenchima foliare.
Nel picciuolo la disposizione dei fasci è ad arco comune,
come sì sa, nei picciuoli a simmetria dorsoventrale. Questo arco
ha la concavità rivolta in corrispodenza della pagina superiore
della foglia, ed i suoi fasci, a partire dal mezzo, si fanno più
sottili, procedendo verso le estremità ; inoltre tra un fascio e
l’altro vi è uno stretto raggio midollare. La distribuzione de-
— 148 —
gli elementi nei fasci è come nel fusto, fatta eccezione del pa-
renchima scleroso, che si mostra ridotto.
Anche nelle nervature delle foglie la distribuzione degli ele-
menti nei fasci è come nel fusto, si ha cioè anche qui il tipo
bicollaterale.
ANtOFILLI — Considero separatamente i sepali ed i petali.
a) Sepali. — Ciascun sepalo è fornito di un nervo mediano
più evidente, che ne raggiunge l’apice, e di due nervature mar-
ginali, molto sottili, comprese nel suo parenchima. Queste non
raggiungono il nervo mediano, ma si arrestano alle partizioni del
calice.
b) Petali. — Anche i petali presentano un nervo mediano
che ne raggiunge l'apice e due nervi marginali, che, convergendo
fra loro, raggiungono pure l'apice dei petali, congiungendosi al
nervo mediano.
TY
SISTEMA FONDAMENTALE
Le diverse forme di parenchima che si devono considerare
nella specie in esame sono il parenchima vero , il clorenchima
ed il collenchima.
1. ParENcHIMA. — Il parenchima midollare del fusto , delle
nervature foliari, del peduncolo della infiorescenza e dei pedicelli
fiorali. non che il parenchima corticale del fusto, consta di cel-
lule abbastaaza grandi, rotondeggianti od irregolarmente polie-
driche, a membrana piuttosto spessa e contenuto poco denso,
sfornito di cloroplasti, ad eccezione delle cellule più esterne del
parenchima corticale del fusto, le quali ne abbondano: è così che
queste ultime cellule esercitano la funzione assimilatoria, mentre
le più interne, provviste di molto amido, funzionano da veri ser-
batoi di sostanze alimentari.
2. CLorencHIma. — È notevolmente sviluppato nelle foglie,
e, come si sa, prende il nome di mesofillo. Esso, come in tutte
le foglie a simmetria dorsoventrale, sì differenzia in clorenchima
palizzatiforme , in corrispondenza della pagina superiore, e clo-
renchima lacunoso, in corrispondenza della pagina inferiore.
CA,
Il primo risulta generalmente di un solo ordine di cellule
allungate, con la tipica disposizione dei cloroplasti. Il lacunoso,
un pochino più sviluppato del palizzatiforme, è fatto di cellule
irregolari, non molto ramose, che limitano fra loro un apprezza-
bile sistema di spazii aeriferi, e fornite, ma meno abbondante-
mente, di cloroplasti.
I cloroplasti, piuttosto piccoli, sono, quasi sempre, rotondeg-
gianti. i
3. CoLLENCHIMA, — Questo tessuto, destinato, come è noto,
a funzione meccanica, è sviluppato nel fusto, dove forma una
zona sottoepidermica continua ed abbastanza spessa. Le sue cel-
lule hanno parete ispessita, massime in corrispondenza degli
spigoli.
Il collenchima si trova anche bene sviluppato nel picciuolo,
nella nervatura mediana della foglia ed ancora nel peduncolo che
sorregge l’infiorescenza.
Sulle difese foliari della Dactylopetalum Barte-
ri Seconda nota del socio ALessanpro Bruno.
(Tornata del 24 agosto 1905)
In una precedente nota comunicavo !), l’anno scorso, 1’ os-
servazione da me fatta su alcuni esemplari di foglie di una pianta
esotica, originaria del Congo, la Dactylopetalum Barteri, Hook.
della famiglia delle Rizoforee. In esse io ho riscontrato, inferte
in varii punti della lamina, delle ferite più o meno grandi, limi-
tate da un tessuto più spesso , più lucido e più scuro nel suo
color mogano che non il resto della lamina e tutto simile ma-
croscopicamente al tessuto, che corre lungo il contorno della foglia,
a cui porge valida difesa, rendendolo intero, ispessito e molto
resistente. Della importanza protettiva di questo margine è prova
evidente il fatto, che in quasi tutte le foglie, che ho potuto esa-
minare, sì scorge il progredire di ferite, di origine probabilmente
biologica ed interessanti più o meno totalmente la spessezza della
lamina, paralizzato con un cercine quale più su ho descritto.
Sulla superficie del lembo, inoltre, esistono, disseminate in
gran numero, delle picchiettature più o meno superficiali, che
presentano i medesimi caratteri di resistenza e di colore del con-
torno laminare e del margine delle ferite.
La mia attenzione su tanta analogia è stata maggiormente
richiamata dall'avere, in una delle foglie di detta pianta a me
pervenute, riscontrato un’ampia ferita interessante insieme il mar-
gine ed il corpo della lamina e della quale i confini son segnati
da una neoformazione difensiva, che continua, conservandone
integralmente i caratteri, il tessuto protettivo, normalmente di-
sposto lungo il contorno laminare.
Non restava che far l'esame microscopico di siffatte forma-
zioni, per confermarne od escluderne l’analogia, per quindi in-
ferirne, nel caso affermativo, l’importanza, che avrebbe pel bio-
logo tale disposizione.
A questo esame ho proceduto e ne avrei da gran tempo ri-
ferito i risultati, se non mi avesse trattenuto la speranza di
1) A. Bruno—Sulle difese foliari della Dactylopetalum Barteri (Boll. della
Società di Naturalisti în Napoli, vol. XVIII. 1904).
cali —
potermi procurare qualche esemplare fresco di Dactylopetalum
Barterìi, su cui fare ricerche più complete ed estese. Non essen-
domi ciò ancora riuscito, comunico, intanto, le mie osservazioni
microscopiche sulle foglie da me presentate con la nota precedente.
Lo strato esterno del contorno laminare è costituito da più
serie di cellule appiattite, poliedriche ed incrostate di una ma-
teria rosso-bruna, più densa all’esterno, meno verso l’interno, so-
stanza evidentemente destinata a dare una rilevante solidità alle
cellule, le quali, d’altra parte, già presentano sulle loro pareti
un certo ispessimento.
Lungo il margine delle ferite questo tessuto è altrettanto
sviluppato: le sue cellule, disposte in parecchie serie, sono anche
qui incrostate di una sostanza rosso-bruna: la loro forma è po-
liedrica ed il loro addensamento ne rende caratteristica la di-
sposizione.
Quanto alle picchiettature, il microscopio mi ha permesso di
constatarvi la localizzazione del medesimo tessuto, di cui sopra,
e che con la sua presenza indica con ogni probabilità una rea-
zione alla puntura di qualche insetto.
Qui la forma delle cellule è nettamente poliedrica e l’incro-
stazione è del medesimo colore bruno-intenso.
Noterò, infine, come anche lungo le nervature sia ugual-
mente rappresentato un tessuto di così valida difesa; qui, però,
si aggiunge un secondo elemento di rimarchevole resistenza: un
gran numero, cioè, di cristalli di ossalato di calcio.
ni
Adunque, la identità, più che l'analogia, della struttura del
tessuto marginale nelle foglie della Dactylopetalum Barteri con
la struttura del tessuto difensivo o almeno limitante delle fe-
rite, che hanno offeso le foglie stesse, mi permette di confer-
mare tutta la importanza di un siffatto tessuto, giacchè , come
notavo nella mia prima comunicazione, quello stesso, che nor-
malmente limita la periferia della foglia, si produce in un’ altra
regione di questa, che non è la sua normale e nella quale ha
tutti i caratteri di una neoformazione prodottasi [per un ufficio
senza dubbio riparatore e perciò altamente protettivo: a più forte
er. Sa
ragione, quindi, si potrà ritenere che protettiva ne sia la fun-
zione nella sua sede normale, lungo, cioè, il margine della foglia.
La quale conclusione ne arreca a sua volta un contributo
notevole alla dimostrazione della importanza del contorno lami-
nare delle foglie, in rapporto con la protezione e con la incolu-
mità delle stesse.
Istituto di Botanica della R. Università di Napoli.
Sulle difese marginali delle foglie. — Pel socio ALESSAN-
pro Bruno.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Sotto l’azione perenne e tenace delle svariate forze esterne
gli organismi sono di continuo minacciati nello assolvimento delle
funzioni organiche e nello svolgimento della vita sì, da dovere
esaurire una non piccola parte di loro attività, per resistere alle
energie, che da ogni donde ed in tutti i modi loro si oppon-
gono.
Non tutti gli organismi, però, son così forti, nè tutte le
esterne energie così deboli, da potere queste essere vittoriosa-
mente superate, senza che quelli ne risentano nella loro tipica
struttura e nelle loro tipiche funzioni. Il più delle volte, invece,
è indispensabile per l’ equilibrio l’ adattamento alle condizioni
esterne o, come suol dirsi, all'ambiente, e l'organismo deve mo-
dificarsi, dove limitando, dove esaltando la sua funzionalità.
Infiniti e splendidi esempii di difese ci porgono gli esseri
viventi, difese, che dalla semplice produzione di una punta o
dalla secrezione di una ghiandola assurgono alle meraviglie del
mimetismo.
Al brillante argomento di biologia, quale è quello della pro-
tezione organica, intendo io apportare qui il modesto contributo
dell’opera mia, illustrando una forma di difesa nelle foglie di
numerosissime specie vegetali, sulla quale è merito del Prof. G.
E. Mattei di aver richiamato, or sono alcuni anni, per la prima
volta, l’attenzione degli studiosi 1).
*
* E
È ovvio a tutti, come la costituzione e morfologica e chi-
mica della foglia sia tale, da offrire a non pochi animali un nido
sicuro ed un pascolo facile e buono.
Se spesso, però, per assicurare la propria esistenza, questi
animali ricambiano in qualche modo l’ospitalità della foglia, por-
1) G. E. Matter — Sulla relazione che hanno i boschi con l’agricoltura ecc.
Bologna, 1898.
— 154 —
gendo esempii talora cospicui di simbiosi, non di rado essi sono
veri parassiti, egoistici e voraci distruttori. Per la foglia, quindi,
parte delle più importanti del vegetale, sorge la necessità che sia
posta nelle migliori condizioni , per far fronte a tutte le sfavo-
revoli influenze dell’ambiente esterno in genere e di quegli or-
ganismi in ispecie, siano animali, siano vegetali, che, ad esse ri-
correndo, per averne nutrimento o protezione, o l'una e l’altra
cosa insieme, non ne rispettino la integrità, nè ricambino l’utile,
che ne derivano : e la foglia sì premunisce il meglio possibile
contro simili invasori, armandosi di difese, delle quali è varia la
natura col variare dell’offesa e dell’offensore.
Or giova notare che, se sì è data, e giustamente, una grande
importanza alle spine, ai peli, alle ciglia, alle produzioni ghian-
dolari, ecc., non si è, però, fatta la debita considerazione del vario
modo di presentarsi del contorno laminare e dell’attiva sua im-
portanza nella difesa e protezione della foglia. Poichè non è
senza ragione che in molte specie il margine foliare abbia carat-
teri ben diversi dal resto del lembo nello spessore, nel colore,
nella struttura e nei rapporti.
E tanto più non deve ciò trascurarsì dalla biologia, quanto
meglio si rifletta che, a parità di condizioni, è più facile 1° of-
fendere una foglia a cominciare dal margine, che non da un
altro qualsiasi punto del lembo.
*
* *
Riconosciuta così per la foglia minacciata la opportunità di
una valida barriera tutta intorno, affinchè l offensore desista o,
per lo meno, sia ostacolato nel suo dannoso lavorio, e rivolgendo
la mia attenzione al comportamento del margine nelle foglie, mi
son potuto, alla stregua di una obbiettiva osservazione, convin-
cere che, anche nei casi meno evidenti, il contorno laminare debba,
in genere, considerarsi come qualche cosa di ben più importante
che non come un semplice limite del lembo.
E qui, benchè abbia raccolto esemplari di numerose specie,
tuttavia mi limiterò, per ora, a descrivere quelle, nelle quali ho
notato qualche carattere più saliente in rapporto allo studio in-
trapreso e più degno di essere in un primo lavoro posto in luce.
Riferirò in seguito delle altre, allorchè avrò potuto racco-
gliere un più completo ed anche più organico insieme di esem-
plari sì, da potere, con maggiore cognizione di causa e con mag-
gior competenza, rilevare la somma importanza di un mezzo di
— 155 —
difesa, che, a quanto io mi sappia, non è stato finoggi sufficien-
temente illustrato dai biologi.
Ed egualmente mi riservo di illustrare con ancor più parti-
colareggiato studio microscopico, ove occorra, le varie forme di
contorno, di cui qui tratto.
Venendo alla descrizione delle principali specie raccolte, credo
bene avvertire che i gruppi, in cui le suddivido, sono quali più
mi sembrano utili, in omaggio alla brevità del lavoro, ad evitare
inutili ripetizioni, senza, quindi, pretesa di dare criterio alcuno
di classificazione. |
Riunisco in un primo gruppo parecchie specie, nelle cui foglie
il margine corre a guisa di un cordone generalmente biancastro,
poco spesso sì, ma resistente.
Lungo tale contorno, anche quando ad occhio nudo esso ap-
parisca completamente liscio, il microscopio scorge spesso un’ar-
matura di peluzzi, ora corti, ora alquanto più lunghi, i quali de-
vono certamente contribuire non poco alla difesa della foglia.
LicustruM LUCIDUM. — Oleacee. — Giappone.
Foglie semplici, intere, ellittico-lanciolate, terminanti con
apice appuntito, ma non ispido. Penninervie ed alquanto coriacee,
sono picciuolate ed il breve picciuolo è rossiccio e quasi com-
pletamente cilindrico. i
La pagina superiore è glabra, liscia e di colore verde-cupo;
di un verde molto più chiaro è la inferiore, anch’essa glabra, ma
leggermente rugosa.
Più bianco e più trasparente del resto della foglia è il con-
torno, fatto di cellule regolarmente stratificate. La sua curva si
continua intera, senza sporgenza alcuna, che ne interrompa l’u-
niformità. È cartilagineo ed è, forse, l’unica parte capace di of-
frire una certa resistenza meccanica, costituendo così una prote-
zione alla foglia. E ricordo qui l’opinione del Delpino, il quale,
affermando che « alla straordinaria bellezza ed incolumità delle
foglie di questa specie provvedono molto probabilmente le for-
miche », non disconosce che, forse, altre cause vi concorrano.
do pra
SramIce PLANTAGINEUM. — Plumbaginee —Reg. mediterranea.
Foglie ad apice aguzzo, con lungo picciuolo, il quale si con-
tinua insensibilmente con la lamina, conservandone in massima
la consistenza ed il colore.
Esso è, infatti, bianco nel mezzo e verde ai margini, ripie-
gati in su in guisa, da formare come una gronda a concavità
in alto. Presso all’asse, il picciuolo acquista una colorazione rosea,
mentre che la lamina è di color verde-cupo, la cui uniformità è
interrotta solo dal percorso delle nervature, che appariscono come
linee biancastre. Di un verde più chiaro è la pagina inferiore.
Intorno intorno alla foglia, come anche lungo il picciuolo,
corre un margine bianco, alquanto trasparente , fatto di cellule
allungate e disposte a strati regolari. All’apice, però, sì innalza
in una punta e le sue cellule, qui un po’ più corte delle corri-
spondenti delle altre regioni, sono in serie più regolari e meno
numerose. Detto margine è alquanto cartilagineo ed al mierosco-
pio si rivela armato di numerosi peli di forma conica, i quali
aumentano verso il picciuolo e verso l'apice, dove, però , pare
cessino con l’assottigliarsi della foglia in punta.
Entrambe le facce sono leggermente scabre e cosparse di
una sostanza polverulenta, della quale non sarà inutile indagare
la natura, concorrendo probabilmente alla protezione della foglia.
Veronica speciosa.—Scrofulariacee.—Capo di B. Speranza.
Foglie semplici, ovali, lanciolate, carnose, glabre, levigatis-
sime, con apice abbastanza arrotondito.
Delle facce, entrambe verdi, la inferiore è un po’ più chiara.
Le foglie sono penninervie; le nervature secondarie sono poco
evidenti, mentre la mediana spicca sul verde della lamina per il
suo colorito rossiccio, caratteristico anche del margine laminare.
Il quale, mentre che, sia al tatto, sia ad occhio nudo, sembra
inerme, è, invece, come si scorge a piccolo ingrandimento , ar-
mato su tutto il suo percorso di corti peluzzi, il cul numero par
diminuire dalla base all’apice.
Il picciuolo, se pur può parlarsi di picciuolo in queste foglie,
è brevissimo ed espanso.
"*
* *
In altre specie il contorno laminare delle foglie è pure leg-
germente cartilagineo , ma o rinforzato da una valida dentella-
tura o protetto da fitta peluria, anche macroscopicamente visi-
CA i
bile, e di cui invano si cercherebbe la continuazione su entrambe
le superficie del lembo.
Viva attenzione richiamo su questa circostanza, poichè la
semplice localizzazione della peluria sul margine basta a farne
intuire una specifica importanza funzionale, quale non avrebbe,
se, oltre che sul contorno, si trovasse anche sul resto della la-
mina.
ARISTOLOCHIA CLEMATITIS. — Aristolochiacee. — Europa.
Foglie cordiformi, picciuolate, palminervie, di consistenza tra
membranosa e coriacea, glabre, di colore più oscuro nella pagina
superiore.
Il contorno è leggermente cartilagineo e corre sinuoso, in-
curvandosi tra brevi e numerosi dentelli, a larga base e conici,
che lo rendono al tatto un po’ pungente: il che, più che alla loro
acutezza, devesi attribuire alla loro resistenza.
LoniceRA sp. — Caprifogliacee. — Albania.
Foglie ovali, con apice allungato ed aguzzo, picciuolate, mem-
branose, penninervie, a contorno intero e regolare, e solo qualche
volta leggermente lobato.
Glabra su tutta la superficie, la lamina è, invece, lungo il
margine rivestita da numerosi e lunghi peluzzi, che, visti a un
mediocre ingrandimento, mostrano una forma appiattita, a nastro.
Visurnom Tinus. —- Caprifogliacee.— Europa meridionale e
Mauritania.
Foglie opposte, semplici, ovali, acute, coriacee, picciuolate,
penninervie, a contorno intero. Delle due pagine la superiore ha
un colorito più cupo di quello della inferiore: entrambe, e mag-
giormente la inferiore, sono rivestite da una peluria abbastanza
evidente e, in generale, localizzata sul decorso delle nervature.
L'esame di molteplici foglie di questa specie ha richiamato
la mia attenzione sul fatto che esse di frequente sono, per opera
di animali o di crittogame, dove più, dove meno, corrose per
tutta la spessezza della lamina, che ne risulta foracchiata, mentre
non mai, salvo qualche caso unico più che raro, è intaccato il
margine. Ciò io credo debba trovare sua ragione nell’essere il
contorno notevolmente armato di piccoli, ma numerosi peli, che
continuano la peluria rivestente da ogni parte il picciuolo. Non
voglio trascurare, poi, di notare come la pagina inferiore del
lembo lasci vedere nella maggior parte delle foglie, specialmente
— 158 —
nelle vicine alle infiorescenze, un certo numero di acarodomazii
più raggruppati e più grandi nella metà basilare della foglia, agli
angoli formati dalle nervature laterali con la mediana. Questi
acarodomazii , che il Bertoloni descrive come formazioni spon-
gioso-lobate, son fatti da un insieme di molti e densi peluzzi,
il cui colore giallo-rossiccio è quasi identico a quello degli acari,
che si annidano in mezzo ad essi e che probabilmente da tale
affinità di colore ritraggono una più valida protezione.
PLumpaco LarpeNTAE. — Plumbaginee. — Capo di B. Spe-
ranza.
Foglie semplici, sessili, spatolate, con la base gradatamente
restringentesi. — Penninervie e glabre sulle pagine, hanno il con-
torno armato di numerosi peli sottili, lunghi, rossicci, molto ro-
busti e aguzzi e rivolti verso l’apice della lamina, anch'esso ter-
minato da identica formazione.
Nei casì finora ricordati il contorno delle foglie o è liscio,
senz’ altra condizione di difesa che non sia la sua stessa strut-
tura, o è protetto alle volte da punte, alle volte da peli.
Vi sono, però, delle specie , in cui queste due forme pro-
tettive esistono insieme in guisa, da esser la foglia abbastanza
bene difesa contro i possibili suoi aggressori. I quali, d’altra parte,
per queste piante saranno, forse, di varia natura, giacchè sembra
probabile che la irregolarità del contorno sollevantesi in punte
salvaguardi la foglia da pericoli diversi da quelli, contro cui po-
trebbero sufficientemente provvedere i semplici peli.
Una di tali specie è la seguente.
NARDOSMIA FRAGRANS. — Composite. — Europa.
Foglie erbacee, picciuolate, cordiformi, palminervie, legger-
mente più colorite in verde nella pagina superiore, con contorno
uniformemente ondulato, che delle punte sporgenti suddividono
in tanti archi a concavità in fuori.
Sul margine di questi archi sì veggono numerosi peluzzi, i
quali si continuano in maggior numero e più lunghi su tutta la
pagina inferiore della lamina, specialmente lungo il decorso delle
nervature, sicchè tale pagina è chiaramente pubescente e al tatto
ed all’occhio. La pagina superiore è quasi glabra.
— 159 —
Il picciuolo è cilindrico , superiormente rossiccio , inferior-
mente bianco-verdastro, ed anch'esso ricoverto di folta peluria.
*
* E
E qui cade acconcio ricordare come vi siano piante con foglie
presentanti lungo il loro contorno una doppia serie di punte, la
cui diversità nella forma, nella grandezza, nella direzione e nella
resistenza induce a ritenere che una simile difesa sia opportuna-
mente predisposta contro diverse specie di offensori.
A questo riguardo è notevolissima la Dasylirion acrotrichum.
DASYLIRION ACROTRICHUM. — Gigliacee.
Foglie lunghissime, strette, lanciolate, sfioccate all’apice, molto
coriacee, validissimamente protette lungo i margini da acute spine
di duplice natura: meno numerose, ma più grandi le une, molto
più frequenti, ma più piccole le altre.
Le prime, fortemente impiantate lungo il margine, ne di-
vidono la lunghezza in altrettanti tratti, che, presso a poco
uguali alla base della foglia, si rendono sempre più brevi verso
l’ apice.
È appunto su questi intervalli frapposti alle spine che si veg-
gono inserite le punte più piccole in numero variabile da 12 a
16 in ciascun tratto, dritte ed impiantate perpendicolarmente al
contorno laminare, mentre le altre sono arcuate, rivolgendo il
vertice verso l'apice della foglia.
Il potere di queste punte deve di certo distogliere anche
grossi mammiferi da qualsiasi tentativo di offesa.
* *
Passo ora a piante, le cui foglie hanno un contorno abba-
stanza più robusto che non nei casi precedentemente studiati,
contorno, cioè, il quale, o che sia più spesso del lembo, o che
ne abbia presso a poco il medesimo spessore, è, però, sempre di
una resistenza, che potremo dire prettamente cartilaginea.
Il più delle volte è biancastro: in qualche caso accartocciato.
Infine, glabro in alcune specie, è in altre armato di peli più o
meno robusti, o semplici o ghiandoliferi.
Sit =
LAURUS CANARIENSIS. — Laurinee. — Isole Canarie.
Foglie lanciolate, lievemente aguzze all'apice, glabre, coria-
cee, picciuolate, penninervie. Il margine è continuo, biancastro,
resistente ed è costituito da una fitta palizzata di cellule a re-
golari strati paralleli: è privo di punte e di peli. Questi esistono,
invece, nella pagina inferiore, lungo le nervature: numerosi sulla
mediana, meno abbondanti lungo le secondarie. Nella stessa pa-
gina inferiore, la quale è di colorito più chiaro della superiore,
abbondano gli acarodomazii, ciascuno nell’ascella di una nerva-
tura secondaria con la nervatura mediana: se ne trovano fin nella
regione apicale.
OREODAPHNE FOETENS. — Laurinee. — Isole Canarie.
Foglie lanciolate, con apice rotondo, penninervie, picciuolate,
glabre, di color verde un po’ più scuro nella pagina superiore.
Di consistenza tra carnosa e coriacea, queste foglie presen-
tano un margine intero, inerme, cartilagineo, biancastro , costi-
tuito da parecchi strati paralleli di cellule, formanti una densa
palizzata.
È frequente in questa specie la presenza nella metà basilare
della pagina inferiore di un numero variabile (fino a 9?) di aca-
rodomazii, rappresentati ciascuno da una densa riunione di pe-
luzzi giallicci all'angolo di alcune delle nervature secondarie con
la nervatura mediana.
Eccezionalmente, trovasi qualche acarodomazio anche al li-
mite quasi della regione basilare con l’apicale di qualche foglia,
il che, però, con maggior frequenza si osserva nelle foglie più
vecchie e più sviluppate.
In queste, anzi, gli acarodomazii aumentano di numero e di
estensione, fino a seguire per un breve tratto il nervo mediano
e fondersi insieme, costituendo in parecchi come un solo e lungo
acarodomazio.
PersEA BoRBONICA. — Laurinee. — America settentrionale.
Foglie lunghe, lanciolate, con apice arrotondito, penninervie,
glabre, picciuolate, coriacee, verdi, più oscure e lucide nella pa-
gina superiore che nella inferiore. Contorno intero, biancastro,
inerme, cartilagineo e molto resistente.
RHODODENDRON CHAMAECYSTIS. — Ericacee, — Alpi.
Foglie piccole, brevemente picciuolate, ovali, coriacee, pen-
ninervie, glabre, meno che al margine, il quale è armato di peli.
CU.
Questi, non numerosi, ma molto lunghi, specialmente se messi
in rapporto con la piccolezza della foglia, terminano ciascuno
con un rigonfiamento sferico e rossiccio, di natura ghiandolare,
non visibile ad occhio nudo.
Devo qui soggiungere che negli esemplari secchi da me os-
servati in un erbario (non avendo potuto averne di freschi) non
tutti i peli presentavano siffatti rigonfiamenti e quelli che ne
erano privi avevano l’estremo libero come rotto e lacerato: il che,
evidentemente , è da ascriversi alla caduta delle ghiandole ter-
minali.
Se, poi, queste cadano via per una mera azione meccanica
o se per una effettiva attività funzionale, non ho potuto avere
finora materiale sufficiente e adatto per riconoscere.
Questi peli sono articolati sul margine della foglia, sicchè,
asportandoli, restano su quello come dei rilievi, che lo rendono
scabroso.
RHODODENDRON FERRUGINEUM. — Ericacee. — Alpi.
Foglie piccole, ovalari, brevemente picciuolate, coriacee, pen-
ninervie, con contorno ondulato e rivestito da pochi, ma lun-
ghissimi peli, 1 quali, a leggiero ingrandimento, si veggono pren-
dere inserzione nella parte più profonda delle sinuosità marginali.
La superficie della lamina è lucida ed appare come zigrinata:
la inferiore si mostra picchiettata da macchiette rosso-scure, lu-
cide, in modo irregolare disseminate e che, viste al microscopio,
sì mostrano come delle rosette a forma circolare, fatte da tante
cellule disposte a settori raggianti da un centro. Questo e l'orlo
sono più oscuri; le cellule radiali, invece, sono più chiare. Sì
tratta probabilmente di organi ghiandolari. Si trovano anche
lungo il margine, dove si alternano, in genere, con i peli.
x
E
Nelle specie , delle quali discorrerò ora, il contorno lami-
nare è molto resistente e si distingue in modo chiarissimo dal
lembo, sia per la spessezza, sia pel colore.
Il colore è alcune volte biancastro, altre volte più oscuro
del resto della foglia.
In questo secondo caso il contorno ripete macroscopicamente
l'aspetto delle nervature. L’ esame microscopico conferma, per
quanto ho potuto in qualche caso verificare, tale analogia di
struttura,
11
— 162 —
Fra queste specie ricorderò, anzitutto, quelle, che hanno un
margine intero ed inerme.
Cinnamomum AROMATICUM. — Laurinee. — Indie.
Foglie ellittiche, ad apice allungato ed ottuso, picciuolate,
coriacee, lucide superiormente.
Contorno lucido e di colore più chiaro della lamina, intero,
inerme, cartilagineo, di molta resistenza, quasi tagliente.
CoccuLus LAaURIFOLIUM. — Menispermacee. — Australia.
Foglie lanciolate, membranose, con apice aguzzo, glabre, pic-
ciuolate, di colore quasi identico su entrambe le facce. Il loro
contorno è intero , ispessito e forma come un cordoncino bian-
castro lungo la periferia della lamina. Al microscopio, con cui
lo sì riconosce sprovvisto assolutamente di peli o altre appendici,
si vede costituito di piccole cellule disposte in regolari strati,
dei quali è molto notevole il numero.
EucaLverus RUBIGINOSA. — Mirtacee. — Australia.
Organi foliari semplici, ovato-lanciolati, coriacei, glabri, ad
apice allungato, ma non aguzzo. La nervatura è pennata ed il
colore varia dal verde al rosso.
Il margine, leggermente sinuoso, è intero, cartilagineo e forma
come un orlo limitante, più chiaro.
LicustRUM cRASSIFOLIUM. — Oleacee. — Giappone.
Foglie ovali, corte, alcune, anzi, col maggior diametro tra-
sverso di poco più breve del diametro longitudinale, sì, da acqui-
stare il lembo forma quasi circolare.
Hanno un breve picciuolo e sono penninervie , glabre, co-
riacee, con apice poco pronunziato. Il margine è intero, molto
cartilagineo, leggermente accartocciato verso la pagina inferiore,
che è molto più chiara della superiore.
In questa specie esistono nettarii extranuziali descritti dal
Delpino.
LimsarA GLAUCA. — Laurinee. — Giappone.
Foglie ovali, picciuolate, penninervie, a margine intero, con
apice allungato e arrotondito. Contorno cartilagineo e rossiccio.
Una fittissima peluria ricovre tutta intera la pagina inferiore,
a cui conferisce un bel colore rosso-biondo con riflessi sericei ed
una grande morbidezza. All’ esame microscopico si veggono i
— 163 —
peli lunghi, cilindrici, aguzzi e, ciò che spiega la morbidezza, di
cui più su, non erti, ma distesi e tutti con la punta verso l'apice
della foglia. Stropicciando questa fra le dita, la peluria cade via
e la pagina inferiore resta denudata e col suo proprio colore
verde-pallido. Si noti, poi, che i peli, mentre si continuano sul
picciuolo, non esistono sul margine laminare.
Questo, quindi, resta nettamente definito dal limite, a cui
giunge la peluria sulla pagina inferiore, e sulla superiore dal co-
lore rossiccio che lo distingue dal verde del lembo. Rilevo , in-
fine, che su uno stesso ramo la peluria è più folta nelle foglie
basse che nelle alte.
Le specie che seguono, quanto al contorno, presentano , in
massima, le condizioni del gruppo precedente: a differenza di
questo, però, lo hanno seghettato o, per lo meno, irto di punte.
CAMELLIA JAPONICA. — Camelliacee. — Giappone.
Foglie ovato-lanciolate, con apice lungo ed ottuso, penni-
nervie, picciuolate, di color verde-scuro nella pagina superiore e
verde-chiaro nella inferiore.
Il contorno, cartilagineo e biancastro, è seghettato per la pre-
senza di numerosi denti, molto corti e diretti tutti verso l’apice.
Entrambe le pagine della lamina sono glabre.
FaLcarIA Rivini. — Ombrellifere. — Europa.
Foglie pennato-partite, a lacinie molto lunghe e strette. Pic-
ciuolate e glabre, hanno un margine seghettato, anzi aspramente
seghettato.
I denti, diretti tutti nel medesimo verso, sono molto aguzzi,
di forma triangolare e limitati da un contorno biancastro ispessito.
RHAMNUS ALATERNUS. — Ramnacee. — Europa.
Foglie picciuolate, ovali, di colore verde-cupo nella pagina
superiore e verde-chiaro nella inferiore, entrambe lucide. Penni-
nervie, con apice aguzzo, hanno un contorno cartilagineo, bian-
castro e frequentemente interrotto da brevi rilievi, forti ed acuti,
la cui punta guarda 1’ apice della foglia, rivolgendosi, però, al-
quanto in dentro.
La pagina superiore è glabra, salvo che lungo il decorso
della nervatura mediana e della zona vicina, su cui, mercè il
dg ie
microscopio, sì scorge una folta peluria; questa si osserva anche
lungo la nervatura mediana, e qua e là altrove, sulla pagina in-
feriore.
Questa specie è da ascriversi tra le acarofile, perchè le sue fo-
glie presentano nella pagina inferiore, all’ascella di aleune nervature
secondarie con la mediana, degli organi acarofili, fatti da un ad-
densamento di peluzzi ed appariscenti sotto forma di rilievi e di
piccoli tubercoli sulla pagina superiore. Due di queste formazioni
si trovano sempre al punto di distacco dalla mediana delle prime
due nervature secondarie. In qualche rarissimo caso ne ho viste
alla base quattro, in due coppie, ciascuna ai lati di una nerva-
tura secondaria.
Terminerò questa breve rassegna, richiamando l’osservazione
su un certo numero di piante, che, dal punto di vista dello studio
da me intrapreso, hanno un interesse tutto speciale.
Sono piante che dànno un esempio cospicuo di eterofillia,
essendone le foglie varie nella loro conformazione, quasi direi,
di difesa da ramo a ramo.
Mentre, infatti, nei rami più bassi la foglia è validamente
protetta da numerose punte, queste, a misura che si salga ai
rami più elevati, vanno man mano diminuendo, fino a mancare
del tutto.
È questo, di certo, non meno convincente esempio della par-
tecipazione del margine foliare nelle funzioni protettive, ed è
ancora una prova, sia del legame intimo tra struttura e funzione,
sia dell'adattamento all'ambiente, sia, infine, dell'opportunità, con
cul procede la natura, regolando la produzione di organi speciali
là, dove è necessario, senza inutili sciupii.
Nei casi in esame sono i rami più bassi quelli più esposti
a pericoli da parte di grossi animali, ed è perciò che quelli soli
hanno nelle loro foglie la valida difesa di punte, numerose o
non, ma robuste ed aguzze, mentre che, contro offensori più pic-
coli o che possano, mercè faciltà di movimenti, raggiungere la
pianta a qualsiasi altezza, le foglie di. tutti i rami, armate o
inermi che siano, hanno un contorno spesso e resistente.
— 165 —
PRUNUS CAROLINIANA. — Rosacee. — America settentrionale.
Foglie semplici, lanciolate, glabre, con apice aguzzo, breve-
mente picciuolate, penninervie, lucidissime nella pagina superiore,
il cui color verde è più oscuro di quello della inferiore.
Il contorno, biancastro e lievemente cartilagineo, è in alcune
foglie inerme, in altre armato di punte, il cui numero varia da
una o poche a molte.
ILEx AQUIFOLIUM. — Ramnacee. — Europa, Armenia, Persia,
Caucaso, Tunisia, Algeria.
Foglie semplici, brevemente picciuolate, ovali, acute, penni-
nervie, coriacee, glabre su entrambe le facce, delle quali la su-
periore, molto lucida, è di un colore verde più scuro che non la
inferiore. Il picciuolo , di forma quasi cilindrica, è appena pu-
bescente.
Astraendo da tali caratteri comuni a tutte le foglie dell’ Ilex
aq., dobbiamo di queste distinguere su una stessa pianta due forme
affatto diverse. Le foglie dei rami più elevati han forma ovale e
terminano allo estremo apicale con una punta aguzza, a guisa
di spina.
Pel resto della lamina il margine è intero, molto resistente
e biancastro.
Nelle foglie dei rami più bassi, invece, il contorno, oltre al-
l’appuntirsi all'apice, si rialza di tanto in tanto nel suo percorso
in lunghi denti, terminanti con punta aguzza e gialliccia. Ed è
degno di nota che in ciascuna foglia le punte, in luogo di tro-
varsi nel medesimo piano della lamina, sono variamente dirette,
in alto le une, in basso le altre, in guisa da risultare la lamina
molto increspata alla sua periferia.
I denti sono grandi, disuguali: il loro numero anche è vario
da foglia a foglia (fino a 24?) e perfino in una stessa foglia le
punte dei due lati, alle volte regolarmente appaiate, sono più
spesso in numero differente.
Così cospicua eterofillia deve, senza dubbio, essere in rapporto
strettissimo con la necessità di difesa contro grossi animali. A
questi sarebbe possibile assalire la pianta nella sua parte basilare
più che nell’alta: donde il bisogno di una energica difesa in quella
regione, mercè l'adattamento delle foglie, le quali, d’altra parte,
consistenti come sono, offrono ai denti una salda base ed un
solido impianto.
— 166 —
OsMANTHUS AQUIFOLIUM. — Oleacee. — Giappone.
Carattere di estrema importanza in questa specie, come per
la precedente, è la varietà che presentano le foglie, delle quali
quelle dei rami più bassi sono piccole e fortemente irte di nu-
merose punte, mentre che quelle dei rami più alti sono alquanto
più grandi e meno armate.
Nelle foglie più elevate, anzi, le punte sono alle volte del
tutto scomparse , non persistendo di esse che l’ apicale. Si ha,
però, modo di osservare facilmente tutte le forme di transizione,
potendosene trovare esempio su un medesimo ramo.
Nelle basse ho numerato fino a 26 punte.
Queste son dirette verso l'apice ed, in generale , sono non
simmetricamente disposte sui due lati, anche in rami alti.
Gli altri caratteri son comuni: infatti le foglie, siano del 1°
siano del 2° tipo, terminano con apice aguzzo, sono coriacee. glabre,
penninervie, picciuolate.
Il contorno, o molto, 0 poco, o niente armato, è, però, sem-
pre cartilagineo ed un po’ accartocciato in giù.
OLmepIieLLA CesatiANa. Baill. — Flacurziacee. — America
meridionale.
Foglie picciuolate, di forma ovale, molto allungate, con
apice aguzzo.
Il picciuolo cilindrico , scanalato nella sua parte superiore,
presenta nel punto, donde comincia il contorno laminare, un
nettario extranuziale a ciascun lato.
Le foglie, di consistenza coriacea, sono penninervie e por-
gono una lieve differenza nel colorito -delle due pagine, diffe-
renza, che è quasi nulla nelle foglie giovani.
Completamente glabre, hanno un contorno ispessito e come
cartilagineo, in alcune completamente inerme, in altre armato
di punte spinescenti e molto acute, il cui numero varia da foglia
a foglia ed anche per ciascun lato in ogni singola foglia.
Come per 1° Zlex aquifolium , anche qui, le foglie dei rami
più bassi sono le più fortemente armate , sia pel numero , sia
per la resistenza ed acutezza delle punte , le quali, variamente
dirette, provocano come una ondulazione nella superficie laminare.
Credo utile riassumere in un quadro sinottico i principali
caratteri, da cui nella descrizione ha preso origine la divisione
in gruppi da me fatta e che, come dicevo in principio, assoluta-
mente non ha la pretesa di una classificazione, ma solo il valore
di una falsariga, su cui guidare il lavoro con la maggiore brevità.
\ inerme
leggermente
cartilagineo I peli
\
armato di denti
peli e denti insieme
: 2 iner
omofille, con margine \ PASSI
cartilagineo ‘ È vata
8 | peli ghiandoliteri
® .
armato di
È | peli semplici e ghiand.
2
a
E | x armato di punte
— molto carti- \
la \_ lagineo | |
inerme
eterofille, con margine cartilagineo, in alcune foglie inerme, in altre va-
riamente armato.
*
*® *
A convincersi della importanza della protezione marginale,
basta dare uno sguardo ad un esemplare vivente di ciascuna
delle specie da me più innanzi citate e di quelle in particolar
modo , nelle quali è più evidente la difesa, poichè si è colpiti
dalla grande incolumità, di cui le loro foglie godono nella la-
mina e particolarmente nel suo margine.
E, quand’anche in piante quali 1’ Ilex, l’ Osmanthus, ecc. si
scorgano foglie ferite, un’attenta osservazione fa riconoscere in
primo luogo che, pur essendo numerose in via assoluta le foglie
danneggiate, è, invece, minima la loro percentuale sulle incolumi,
ed, inoltre, che le ferite, che rendono discontinui i tessuti, o altre
offese da parassiti, non interessano, in generale, il margine e son
dovute a crittogame.
di i, pe
Così nella Veronica speciosa ho notato spesso l’azione di pa-
rassiti, specialmente sulla pagina inferiore, laddove integro è il
margine.
Tale anche ho visto il contorno nel Laurus canariensis, men-
tre su entrambe le facce della lamina (e più sulla inferiore) ho
riscontrato tracce di parassiti in una discreta invasione di cor-
picciuoli rossicci.
Prove non dubbie di un’azione parassitaria ho raccolto anche
in non poche foglie di Litsaea glauca, ma solo sulla pagina su-
periore e mai lungo il margine; e questo è appena qualche ra-
rissima volta intaccato nell’ Eucalyptus rubiginosa, mentre il resto
della foglia è spesso cosparsa su entrambe le pagine di una quan-
tità relativamente grande di chiazze nere, circondate da un
alone rosso.
Allorchè, dunque, trattasi delle difese foliari, è d’uopo con-
siderar distintamente la lamina ed il margine.
Quando l’offensore è una crittogama o un animale con ap-
parato boccale succhiatore, è evidente che la foglia potrà essere
colpita direttamente nel lembo, senza che per nulla abbia ad
esserne interessato il contorno, il quale, quindi, non è chiamato
a svolgere la sua azione protettiva.
Quando, poi, l’otfensore ha un apparato boccale trituratore
o è tale, ad ogni modo, da colpire prima il margine , per indi
assalire il lembo, allora è che il contorno deve essere nelle mi-
gliori condizioni predisposto a respingere il nemico.
Di guisa che non potrà dirsi insufficiente la difesa ottferta
dal margine, solo perchè si vede colpito il parenchima laminare
di una foglia.
La difesa è, invece, da mettere in rapporto con la natura
e col potere dell’ offensore, e la corrosione di una foglia, nella
quale il margine resti intero, non intirma punto la tesi da me
sostenuta.
Potrebbe infirmarla, forse, a prima vista, un altro argomento:
la osservazione, cioè, nelle stesse piante, di cui più su, di nume-
rose foglie offese non solo nella lamina, ma anche nel margine,
e ciò, non ostante la valida protezione, che quest’ultimo ottre.
Qui 10 stesso aggiungerò di avere in qualche foglia di Plum-
bago Larpentae osservato delle ferite interessanti anche il mar-
gine: ma, sia per il loro aspetto, sia per la presenza in altre
foglie di ferite, in tutto identiche alle prime, salvo che nella
estensione, non raggiungendo esse il contorno, è lecito ritenere
cominciata l’azione ottfensiva dal centro alla periferia e non vi-
— 169 —
ceversa: nella quale ipotesi è facile comprendere come il margine
non si sia potuto a sufficienza proteggere : esso, infatti, nella
Plumbago Larpentae è validamente armato, ma in modo attivo
solo verso lo esterno.
L'argomento in contrario, cui più su accennavo, perde ogni
importanza, quando si consideri la morfologia e la ubicazione
della foglia danneggiata ed i suoi rapporti con le foglie prossime.
Questi fattori, accuratamente vagliati, mostrano come |’ ot-
fesa rimonti a quando la foglia era ancora giovane, ancora nella
gemma, quando, cioè, era così tenera e provvista di sì poco ener-
giche difese, da non poter validamente opporsi all'assalto di un
nemico qualsiasi.
Nelle piante succitate, infatti, ho visto foglie corrose anche
nel margine, e non*poche, ma le ho notate nello stesso tempo
contorte da un lato in modo, da risultarne la nervatura mediana
ricurva a concavità verso la corrosione e a convessità dal lato
opposto.
Da ciò si comprende come il danno alla foglia sia stato pro-
dotto, quando questa era ancora in isviluppo, sicchè, arrestato,
o meglio ostacolato, il normale accrescimento del lembo nella
metà offesa, l’altra metà con accrescimento normale ha avuto il
predominio e, quindi, come in casi analoghi avviene per qua-
lunque membro di pianta o di animale, si è determinata una
torsione della lamina.
Ancora un argomento ne vien porto dalla seguente osserva-
zione, che ho avuto agio di fare.
All’ estremo di un ramo di Ilex aquifoltum ho trovato tre
foglie successive, alterate per buona parte della loro lamina.
Le prime due, a cominciar dal basso, lo erano molto più
della terza, ed, inoltre, eran danneggiate quella di sinistra nella
metà destra, l’altra nella metà sinistra, nelle due metà, cioè, vi-
cine, mentre la terza lo era verso il mezzo. Infine, le prime due
erano contorte abbastanza, rivolgendosi scambievolmente il vertice
l'una contro l’altra.
Orbene, riandando alla disposizione primitiva di esse foglie
nella gemma, le metà corrose delle prime due dovevano esser
situate l'una contro dell’altra ed entrambe sovrapposte alla terza,
di guisa che, ravvicinando le foglie così, come dovevano esserlo
nella gemma, risultava probabile che un medesimo fattore le
avesse contemporaneamente danneggiate, quando, ancora erano
sovrapposte, quando , cioè , erano ai principii del loro accresci-
— 170 —
mento e la potenzialità protettiva del margine non ancora suf-
ficientemente sviluppata.
*
0:
Concludendo, da quanto ho riferito si rileva come anche il
margine foliare si debba ascrivere fra i mezzi di difesa, di cui
può disporre l’organismo vegetale.
Aggiungerò, anzi, che, dalle molteplici osservazioni fatte su
molte altre specie ancora, oltre che sulle descritte, mi son potuto
convincere che è nella generalità delle piante che il contorno
foliare presenta dei caratteri, che lo differenziano dal resto della
lamina, caratteri, che, poco evidenti in moltissime specie, sì esal-
tano in altre, dove maggiore è la partecipazione del margine alla
difesa delle foglie e maggiore la gravità di pericoli, cui queste
vanno esposte.
L’ argomento a me sembra degno di rilievo e di ulteriori
studii, e nella ricerca di altri esempii, che facciano al caso, e
nel verificare quali modificazioni istologiche siano la base delle
differenze, che macroscopicamente osserviamo.
Come si sarà notato, nelle descrizioni fatte ho insistito anche
sulle differenze di colore, che offrono le varie regioni di una
stessa foglia e non ho trascurato di ricordare, ove ne era il caso,
la presenza di nettarii extranuziali e di organi acarofili, potendo
ciò giovare in seguito, se ora l'insufficienza del materiale rac-
colto non permette di giudicare del loro attivo concorso alla di-
fesa delle foglie.
Istituto di Botanica della R. Università di Napoli.
Su di una Oxalis spontanea nell’Orto Botanico di Na-
poli. Nota del socio G. Ripa.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Da parecchi anni nei prati del nostro Orto botanico nasce
una specie di Oxa/zs, molto affine alla O. cernua, ma distinta da
questa per il suo portamento più delicato e per altri caratteri,
dei quali mi occuperò in prosieguo. In una mia precedente nota 1!)
pubblicata in questo stesso « Bullettino », mi occupai di tale
Oxralis; dissi di crederla un discendente illegittimo dell’ Oralis
cernua, e, non avendola trovata descritta in nessuna opera fito-
grafica, la chiamai maculata, per le sue brattee fiorali ed i suoi
sepali macchiati di un color rosso-porporino.
Mi sono lungamente occupato di essa, e parecchie ricerche
ho fatto allo scopo di poterla meglio classificare, ma senza alcun
risultato, perchè i suoi caratteri non si riscontrano in nessuna
delle specie descritte.
Poichè 1° O. maculata ha, come ho già detto, delle affinità
con lO. cernua, ed a questa vennero erroneamente riferite altre
specie “), non credo che sia superfluo ritornare sull’argomento, e
dare maggiori ragguagli di essa.
L’0. maculata, per i suoi caratteri e sovratutto per le sue
infiorescenze multiflore , con fiori cernui, va riferita al gruppo
delle Caprinae 3). Al pari di non poche altre specie di tale grup-
po, la ritengo eterostila e triplostaurogama, quantunque nel nostro
Orto botanico non nasca che la sola forma mesostila 4).
1) Rippa G.— Su di un probabile discendente dell’ Oralis cernua (Bull.
Soc. Nat. in Napoli, vol XIV, 1900, pag. 1).
2) Rippa G. — Ulteriori osservazioni sull’ Oralis cernua (Bull. Orto Bo-
tanico di Napoli, vol. II, pag. 177).
3) De CanpoLLe — Prod. syst. nat. vegetab. vol. I pag. 695.
4) Parecchie Oxralis eterostili triplostaurogame hanno il loro nettario, che
è leggermente colorato , in un cercine poco appariscente, circolare, alla base
esterna dell’androceo. Gli stami lunghi hanno verso la base una prominenza,
il cui ufficio verosimilmente è quello di funzionare da nettarostegio. Tale pro-
minenza manca negli stami brevi.
Ca e
Intanto, poichè anche l’Oxralis cernua è una specie eterostila,
triplostaurogama, possiede anch'essa una forma mesostila, la quale
potrebbe andar confusa con quella della quale m’occupo, sicchè
non è fuor di proposito farne rilevare le differenze.
Nell’Oralis cernua mesostila 1) le singole foglioline hanno un
colorito più intenso, sono più carnose e più raccorciate ed hanno
alla base una zona triangolare formata dall’ aggruppamento di
numerose macchioline rossastre. Per contrario nell’ O. maculata
le foglioline sono meno raccorciate, più profondamente divise,
con nervature secondarie meno pronunziate e più parallele di
quelle dell’altra specie e mancano della zona rossastra anzidetta.
Le infiorescenze dell’ 0. cernua mesostila sono più robuste
di quelle dell’ 0. maculata, le brattee non sono tinte in rosso;
nell’O. maculata i bottoni fiorali sono più acuminati di quelli del-
l’altra specie. In quest’ ultima il calice mostra i sepali bicallosi
all'apice, uniformemente verdi, mentre nella precedente i sepali
per un certo tratto nei margini ed all'apice sono colorati in rosso
porporino. I corpuscoli gialli, che formano il callo all’ apice dei
sepali dell’ O. cernua, sono nell’O. maculata nascosti dal pigmento
rosso-porporino testè cennato. Finalmente la corolla della 0. cer-
nua mesostila è di colorito giallo-pallido e più grande di quella
dell'O. maculata, che è colorata in giallo-d’oro ed ha fattezze
più delicate.
Anche le forme mesostili di altre Oxal:s affini alla cernua
potrebbero confondersi con quella in discorso; ma quando avrò
detto che in nessuna di esse si ha la speciale colorazione dei sepali,
ogni dubbio sarà tolto.
L’Oxralis maculata è caulescente; ha il fusto bulboso, cilin-
drico, verdastro o qualche volta rossastro, eretto o decumbente.
Foglie raggruppate alla sommità del caule, lungamente picciuo-
late, con picciuolo verde oscuro, glabro, articolato e guainante;
guaina membranacea, biancastra cigliata ai margini verso l’alto
e con 2 grosse ciglia, una per lato, divergenti e biancastre. Le
foglioline sono obcordate, subbilobe, a lobi ineguali, cuneiformi,
articolate alla sommità del picciuolo , glabre nella pagina supe-
riore e raramente punteggiate di rosso, pubescenti e glauche in
quella inferiore , cigiiate nei margini e terminate da una mac-
chiolina rossa all'apice del nervo mediano. Infiorescenze 6-8 flore,
ascellari, cimose, con peduncolo articolato alla base, pubescente
1) Rippa G.-— Osserv. biologiche sull’ Oralis cernua (Bull. Soc. Nat. in
Napoli, vol. XVI, 1902, pag. 283).
— 173 —
verso l’apice. Fiori cernui pedicellati, di mediocre grandezza, ac-
compagnati ciascuno da piccole brattee ovali-ellittiche, rosso-por-
porine all’apice e nei margini, puberule.
Pedicelli gracili, cilindrici, articolati, pubescenti. Calice a se-
pali gamofilli alla base, ellittici, pubescenti, verdi in basso, ros-
so-porporini in alto. Corolla gialla con unghia verdastra. Stami
10, ineguali, quei lunghi con una prominenza nettarostega sul
dorso e con filamenti pubescenti; i 5 brevi hanno filamenti glabri
e ricurvi ad S verso l'alto, volgendo così l’antera all’esterno. Il
polline degli stami lunghi e brevi è di colore giallo-aranciato.
Stili pubescenti; stimmi giallo-verdastri, terminati da grosse pa-
pille. Capsula allungata.
Sono anche affini alla Oralis cernua, e come tali alla macu-
lata, VO. sericea e la compressa, descritte da Thunberg nel 1781 1);
ma — al dire dello stesso Thunberg — la prima se ne distingue-
rebbe sovratutto per le foglie, che sarebbero « tomentosis
praecipuae subtus » mentre la seconde ne sarebbe distinta
per i peduncoli uniflori, di minore lunghezza, e per i picciuoli
compressi. Qualche autore ha creduto di riunire alla cerzua le
due OVralis anzidette, ma, in altro mio lavoro ?) ho fatto notare
come esse ne sieno distinte.
Non è poi a pensare che .si possano riferire alla Oxals da
me descritta, perchè mentre questa è caulescente, le due prime
sono acauli ed hanno le foglie con picciuolo compresso-alato, e
ciascuna fogliolina è detta « subtus Mhirsuta » per VO. compressa,
e « supra virentia cum circulo rubro et pilis albis hirta: subtus to-
mentosa » per VO. sericea 3), la qual cosa non si osserva nell’0.
maculata.
Inoltre si potrebbe credere che l’Oralis lybica del Viviani *)
ovvero VO. £hrenbergu dello Schlectendal °) potrebbero essere
non altro che lO. maculata ; sarà facile però dimostrare il con-
trario. L'O. lybica Vis. 5), se non può dirsi con certezza che ri-
1) THuxBERG. — Dissertatio de Oxalide.
2) Rippa G. — Ulteriori osserv. sull’Oralis cernua (Ball. Orto botanico di
Napoli, vol. IL. pag. 177).
3) Jacqun — O xalis monogr. pag. 34 e 40.
4) Viviani — Flora lybica.
5) SCHLECHTENDAL — Hortus halensis, fasc. I, pag. 11, Tab. VI.
5) E certamente da riferire all'O. compressa, lO. lybici descritta dal Go-
dron nella Flore de France (vol. I, pag. 326). All'uopo veggasi quanto ho detto
oi ag)
sponde all’ 0. cernua, pure è assai ben distinta dall’O. maculata.
L’O. Ehrenbergi Schlcht, deve poi senza nessun dubbio ripor-
tarsi alla forma microstila dell'O. cernua, e questo si rileva non
solo dalla figura che l’ autore ne dà, ma ancora dal testo, ove
fra l’altro è detto «< Styl: 5 exstrorsum curvati, staminibus brevio-
ribus breviores videntur.... » 1).
L'Oxalis Burmanmi e VO. Pes-caprae infine sono da ripor-
tarsi all’O. cernua.
La varietà Namaquana di quest’ ultima, descritta da Harvey
e Sonder ?), per i suoi caratteri non risponde alla 0. maculata,
sicchè questa deve ritenersi affine, ma non deve confondersi con
la cernua. Che poi esista affinità tra le due Oralis, vien provato
dal fatto che impollinai legittimamente l Ox. maculata con il
polline della forma longistila e microstila dell’ Ox. cernua e ne
ottenni un buon risultato, così come l’ottenni pure, trasportando
il polline degli stami brevi dell’ Or. maculata sugli stimmi del-
l’Ox. cernua microstili. Le impollinazioni illegittime mi diedero
un risultato poco soddisfacente.
Se poi l’Oralis maculata debba ritenersi un ibrido, non ho
sufficienti dati per dimostrarlo. Alcuni individui natimi da semi,
riprodussero i caratteri della pianta madre, ma tutti spettavano
alla forma mesostila.
nelle mie: Ulteriori Osserv. sull’Oralis cernua nel Bull. dell'Orto bota-
nico di Napoli, vol. 2.9, pag. 177).
1) SCHLECHTENDAL, Op. cit.
2) Harvey AND SonpER. — Flora capensis, vol. I, pag. 348.
Ricerche sulla impollinazione del Castagno e del
Faggio. — Nota del socio G. Rrppa.
(Tornata del 24 agosto 1905)
IMPOLLINAZIONE DEL CASTAGNO
Per lungo tempo si è considerato il Castagno come una
pianta anemofila !), perchè si credette che le sue infiorescenze ad
amenti, la mancanza di organi petaloidei e lo speciale odore dei
suoi fiori fossero tutti caratteri di spiccata anemofilia. Non per-
tanto in prosieguo, con ulteriori e più accurate osservazioni, si
è potuto dimostrare che anche il Castagno, benchè sì riferisse
alle Cupulifere, deve ritenersi per entomofilo.
Già da un pezzo è noto agli apicoltori che la Castanea vesca
è una pianta che produce del miele, e Meurel, fin dal 1869, la
indicava come nettarifera. Schròter *) assicura che un apicoltore
a Soglio, Val di Bregaglia, gli mostrò del miele, fatto esclusi-
vamente con i fiori del Castagno , il qual miele per altro era
amaro ed aveva l’odore dei fiori di Castagno, forse perchè, du-
rante la fioritura, le api visitavano esclusivamente quest’albero.
Schròter, adunque, considera la Castanea vesca come specie
entomofila, e ne trova la conferma nel colore vivace e nell’odore
pronunziatissimo dei fiori staminiferi: colore ed odore che pos-
sonsi dire caratteri, che militano a favore della entomofilia. Egli
inoltre, riosservandone i fiori staminiferi, potè « constatare il fatto,
che il Castagno è una pianta nettarifera » ?).
Kirchner 4, al dire dello stesso Schréòter, osservò che il pol-
line del Castagno è vischioso; si attacca agli insetti e non è por-
1) DeLPiNno. — Biologia vegetale, in Annuario scientifico industr. del Treves,
vol. 8 (1871) pag. 328; Ulteriori osservazioni sulla dicogamia nel regno vege-
tale, pag. 30. Tuttavia il Delpino, a quanto mi consta, in questi ultimi tempi
ammetteva che tra le cupulifere vi fosse qualche tipo entomofilo.
2) Societé helvetique des Sciences Natur. (Compte rendu de la reunion de
Zermat, 9-11 settembre 1895, pag. 74).
3) ScHROTER, in op. cit. pag. 75.
4) Krrcuner.— Uber einige irrthiimlich fur windbliithig gehaltene Pflanz
in Jahreshefte Ver. vaterl. Naturk Wiirttemberg, Vol. XLIX 18593, pag. 96-110.
RMRIO
tato via dal vento. Tuttavia secondo quest’autore, quei della Ca-
stanea vesca sarebbero dei « fiori a polline ». Un parere analogo
esprime il Locco !) in una delle sue ultime pubblicazioni.
Malgrado però che Schròter ed altri *) si sieno occupati della
impollinazione della Castanea vesca, ed abbiano cercato di rin-
tracciare il nettario nei fiori di questa pianta, non pare che le
loro ricerche sieno state fruttifere. Mi sono anch'io occupato della
quistione, e nella presente nota riferisco il risultato delle mie
ricerche.
I fiori mascolini della Castanea vesca sono, come è noto.
raggruppati in spighe composte, le quali sono ascellari, allungate
ed erette. Essi mostransi agglomerati, assai piccoli, di ineguale
grandezza e sviluppo. Oltre che ad un verticillo di organi del
perianzio (di colore biancastro), hanno anche dieci stami, i quali,
benchè abbiano dei filamenti assai allungati, non sono flessibili,
e sono terminati ciascuno da una piccolissima antera.
Il fondo di siffatti fiori staminiferi vedesi occupato da pe-
luria, e, con accorto esame. si scorge che l’ inserzione dei fila-
menti attornia un glomerulo di minute protuberanze giallognole,
coniche, glandolose (circa 4 o 5), ciascuna delle quali è coronata
da un ciuffo di peli alla estremità.
Io non dubito che siffatte protuberanze (che morfologica
mente rappresentano l’avanzo del pistillo) sieno dei veri nettarili,
e che ad esse sia dovuta la secrezione mellea, che sì osserva nei
fiori staminiferi del Castagno.
Epperò, a quanto mi risulta, tale secrezione non si può sem-
pre ed agevolmente constatare, a causa di numerosi Trips ed
altri piccolissimi animali, i quali infestano la infiorescenza e non
esitano a raccogliere il secreto.
Ho conservato per diversi giorni nell'acqua un ramo fiorito
di castagno, ed ho notato che i fiori staminiferi durano straor-
dinariamente a lungo, conservando rigidi e vegeti i lori filamenti
di color bianco ed il polline attaccato all’antera per sei o sette
giorni, e ciò malgrado che avessi tenuto il ramo esposto in luogo
ben ventilato per diverse ore al giorno. Tali fiori erano alquanto
melliferi, vedendosi talvolta delle gocciole di liquido insidente
1) Locco. — Bliuthenbiologische statistik, 1894.
2) Vedi pure: KxurH.—Handbuch der Blithenbiologie, Band II pag. 568.
— 177 —
fra gli organi dell’androceo e sui ciuffetti di peli, che coronano
il vertice delle glandole delle quali ho poc'anzi detto.
Tutti i caratteri fin qui riportati sono proprii dei fiori en-
tomofili, e non lasciano alcun dubbio che anche quei del Casta-
gno sieno da considerarsi come tali. Eppoi il polline attaccaticcio
e non cadente spontaneamente dall’antera, il grande numero di
fiori staminiferi, i quali sono bianchi al pari dei filamenti sta-
minali, e la posizione eretta delle infiorescenze sono caratteri che
militano pur essi a favore della entomofilia.
Nei fiori pistilliferi di Castanea vesca non mancano adatta-
menti entomofili. Difatti gli stimmi (che sono circa 6 per ogni
fiore) sono puntiformi e con qualche rarissima papilla stimma-
tica all’estremo dello stilo, non prestantesi a raccogliere polline
anemofilo. Tuttavia non potrei con sicurezza affermare che cosa
possa richiamare i pronubi nei fiori feminei del Castagno. Ad
ogni modo quei pochi rami che producono fiori pistilliferi, dopo
di averne prodotti 1-3, terminano anch'essi allungandosi e pro-
ducendo dei fiori maschili.
LE:
FORMAZIONE DELLA CUPULA
Nello studiare i fiori feminei di Castanea vesca ebbi agio di
fare qualche ricerca intorno alla formazione dell’involucro, che li
avvolge.
Il frutto di Castanea, come quello di qualche altro genere
di Cupulifere (Fagus, Notofagus) è circondato da un involucro,
il quale ha uno scopo puramente difensivo, dovendo tener lon-
tano con le sue produzioni spinose i rosicanti arboricoli. Della
formazione di tale involucro si sono già occupati il Tognini !),
il Celakovsky ?), e qualche altro, e in generale si ritiene che esso
sia di natura puramente assile. Benchè in massima parte le mie
ricerche si accordassero con quelle degli altri osservatori, pure
le conclusioni ne differiscono abbastanza.
1) Togni F. — Ricerche di morfologia ed anatomia sul fiore femineo e
sul frutto dei Castagno — Atti dell’ Ist. Botan. di Pavia, Ser. II, vol. 3, 1874,
pag. 1.
2) CeLaKovsky L. — Uber die Cupula von Fagus und Castanea — Pringes-
heim's Jahrb. ete. XXI, 1890, pag. 128 (Refer. in Just's Botan. Jahrb. vol.
XVIII, pag. 394).
— 178 —
La cupola di Castanea, giusta le mie ricerche, si deve con-
siderare come formata dalla coalizione di quattro rami distico-
filli. Non pertanto si danno dei casi in cui concorrono a tale
formazione cinque e perfino sei rami. Quando ciò accade, o il
ramo postico o tutti due i rami postici sono sdoppiati. Ad ogni
modo resta sempre salva la quadruplice divisione longitudinale
dei ricci, divisione accentuata dalla porzione nuda esterna dei
rami coaliti. Ciascun ramo appiattito si sviluppa come una ca-
lotta sferica triangolare, ove la parte nuda è limitata dalle due
righe foliari.
Nell’interstizio compreso fra le due righe foliari in ciascun
ramo vi è uno sviluppo di organi spinosi, la cui natura non è
foliare, come potrebbe credersi, ma epidermica, essendo delle ge-
nuine emergenze. I rami sono coaliti fra di loro lateralmente
per i margini della loro porzione nuda, e le quattro porzioni nude
in alto preparano un orificio ad otto denti, da cui emergono i
tre fiori inclusi.
Adunque un riccio di Castagno può essere definito come lo
sviluppo di due dicasii laterali sterili con aborto del ramo me-
diano, alternanti con un dicasio centrale fertile. Talvolta si danno
dei ricci quinqueflori o quadriflori, ma allora è chiaro, che si sono
prodotti due nuovi assi di terzo ordine.
DIE,
ANEMOFILIA DEL FAGGIO
Nella primavera di quest'anno osservai che su di un Fagus
sylvatica in piena fioritura le api accorrevano in grande quan-
tità e determinavano tale un ronzio, da essere questo avverti-
bile a distanza. Poichè il Faggio, al pari di molte altre cupuli-
fere, è da considerarsi come anemofilo , credetti che le api si
recassero a visitare i suoi fiori per tutt'altro scopo, che quello
di raccogliere del miele.
Le api però non si limitavano a visitare soltanto i fiori del
Fagus sylvatica, ma con eguale frequenza si portavano anche a
quelli di una varietà a foglie rosse del Fugus europaea ed a quelli
del Fagus latifolia.
Questo mi decise ad analizzare i fiori e vedere se mai anche
il Faggio non fosse entomofilo piuttosto che anemofilo, come ge-
neralmente veniva considerato.
— 179 —
I fiori maschili del Fagus sylvatica (var. cuprea)!) e quelli
femminili del /. latifolta non mancano di caratteri di vera ane-
mofilia. In questi ultimi gli stimmi sono assai lunghi e con abito
affatto anemofilo. Quanto ai fiori staminiferi è da far notare che
essi sì raggruppano in piccole infiorescenze pendule, le quali ri-
cordano il tipo dicogamico anemofilo « pendulifloro » stabilito
dal Delpino ?).
Nei fiori staminiferi della varietà a foglie rosse del Fagus
europaca notai un calice gamosepalo urceolato tinto in rosso, la
qual cosa mi fece supporre un principio od un residuo di ento-
mofilia; al centro si trova una piccola asticciuola pelosa, la quale
non rappresenta se non il pistillo abortivo. Quantunque avessi
osservato attentamente i citati fiori staminiferi, affine di rintrac-
ciare la esistenza del nettario, pure di tessuto nettarifero non
rinvenni indizio di sorta. Tuttavia nei fiori staminiferi di Pagus
europaca ho spesso notato la presenza di qualche Trips, la qual
cosa farebbe pensare che in detti fiori possa anche darsi qualche
scarsa secrezione zuccherina, non potendosi altrimenti spiegare
la presenza dei 7'/rps. Ciò malgrado le specie di Fagus da me
osservate devono ritenersi come assolutamente anemofile. La con-
ferma di questo si ha nel fatto che il polline non è attaccatic-
cio, ma caduco spontaneamente ; eppoi il polline viene cacciato
dalle antere e sollevato in nuvolette dalle piccole ondate di vento:
ora questi sono caratteri di indubitabile anemofilia.
*
Contrariamente a quanto in generale si credeva, che le Cu-
pulifere fossero recisamente anemofile, pure dalle osservazioni qui
riferite circa la mesogamia del Castagno e del Faggio, si può
argomentare che esse si possono agevolmente distinguere in due
tipi; in anemofile, cioè, ed in entomofile.
L’ anemofilia del Faggio, già nota del resto, trova la sua
riconferma nel fatto che, ponendone dei rami fiorenti su carta
1) Nella varietà cuprea del Fagus sylvatica notai che le foglie hanno vi-
stosi e regolari ciuffi di peli nella pagina inferiore, e propriamente dove le
nervature seconlarie si uniscono alla primaria. Al di sotto di tali ciuffi di
peli trovasi una minuscola incavazione, ma non in forma di grotta o di tasca,
la quale rappresenta un bellissimo domicilio di acari.
2) Deteino F. in Annuario Scientifico industriale, vol. 8 (1871) pag. 329.
Il tipo pendulifloro avrebbe « mobile il peduncolo dei fiori staminiferi; così le
parti sbattute dal vento sono i fiori penduli e mobilissimi ».
— 180 —
bianca ed in luogo riparato delle correnti aeree, il polline ab-
bandona spontaneamente ed 2 toto la cavità dell’antera, depo-
sitandosi sulla carta, dove si può raccogliere. Inoltre, scuotendo
il ramo fiorito, il polline scappa via sotto forma di piccole nu-
vole. In ciascun fiore maschile gli stami, che sono da 3 a 9,
sono inseriti in modo sull’angusto talamo da non lasciar spazio
vuoto al centro, sicchè in tali fiori manca affatto il nettario.
Al pari del Castagno saranno entomofile anche altre Cupu-
lifere non ancora studiate sotto un tal punto di vista. Così lo
saranno tutte quelle, delle quali i fiori staminiferi sono disposti
in infiorescenze erette, ed avranno, oltre al polline attaccaticcio,
un corpo glandolare nel centro.
Ricerche ulteriori staranno a dire se mì sono apposto al
vero.
Su di alcuni nuovi casi di teratologia vegetale — Se-
conda nota del socio G. Rippa.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Sono intento, come già dissi in altra mia nota !), alla com-
pilazione di un « Contributo alla teratologia vegeta-
le » e vado raccogliendo e studiando tutti quei casì, i quali mi
sembrano interessanti.
Espongo mano a mano il risultato delle mie ricerche, sicchè
la presente fa seguito alla mia precedente pubblicazione sull’ar-
gomento , e contiene la descrizione di quei casi, che non sono
registrati nè nel manuale del Penzig ?), nè in altra pubblicazione
posteriore.
CarpaMINE CreLIpoNIA Lin.
Cloranzia—In una pianta di Cardamine Chelidonia, che
raccolsi nell’Orto botanico, notai le seguenti alterazioni. Il calice
aveva i sepali trasformati in foglioline verdi, la corolla con pe-
tali verdi ma alquanto sbiaditi; l’androceo era piuttosto normale,
ma le antere erano malamente sviluppate e con polline imper-
fetto. Il pistillo aveva sviluppato un podogino di discreta lun-
ghezza , e le valve erano divenute carenate, in modo da somi-
gliare non poco al frutto della Capsella Bursa-pastoris.
I fiori, che occupavano la parte alta della infiorescenza, erano
maggiormente deformati, e gli stami avevano le antere verdi. Il
pistillo dei fiori supremi, a differenza di quello dei basilari della
infiorescenza, somigliava grandemente ad una siliquetta di Lep?-
dium. Lo stimma in tutti i casi osservati era sempre regolarmen-
te sviluppato, mostrandosi così la parte più refrattaria all’altera-
zione. Gli ovoli sembravano alquanto alterati. Ora se si pensa che
la specie ha una siliqua lunga oltre quattro centimetri, si vede
1) Rippa G.— Su di alcuni nuovi casi di teratologia vegetale — Bull. Soc.
Natur. in Napoli, vol. XVIII, anno 1904.
2) Penzie O. — Pflanzen-teratologie.
— 182 —
che nel caso osservato era convertita in siliquetta, affine per i
suoi caratteri a quelle di Lepsdium e di C'apsella.
Oltre la infiorescenza terminale, la pianticella sviluppava
altre tre infiorescenze ascellari, ma molto piccole, i cui fiori erano
egualmente clorantici
La pianta non presentava traccia alcuna nè di fungo pa-
rassitico, nè di altra offesa esterna. Il fusto era normalmente svi-
luppato, così come erano pure le foglie, sicchè il caso teratolo-
gico descritto dipendeva da altre cause. Ed in vero, sezionando
il fusto, vi scorsi delle minuscole gallerie scavate da bruchi, i
quali avevano distrutto la sostanza midollare del fusto medesimo.
Questo caso era analogo a quello di Brassica Napus, da me
altra volta descritto 1).
SreLLARIA MEDIA Vill. Sm.
Della .Stellaria media sono note diverse forme, delle quali
qualcuna è caratterizzata sovratutto dalla maggiore o minore
grandezza fiorale ovvero dall’essere i fiori cleistogami o casmo-
gami. Tutte queste forme però hanno fiori ermafroditi e fertili.
Ma una pianta, nata a caso sul mio terrazzo, presentava lo
strano carattere di avere i fiori unisessuali, sovratutto fisiologi-
camente parlando. Ed infatti essi avevano: un calice di cinque
sepali ovali-ellittici, pubescenti; nessuna traccia di corolla ed un
pistillo normalmente sviluppato. In qualche fiore si notava la pre-
senza di 2-3 stami, ma con antere assolutamente prive di polline.
Nelle cariofillee vi è qualche esempio di specie dioiche, sicchè
questo di Stellaria media, quantunque teratologico, non dovrebbe
meravigliare, ma nelle specie dioiche è possibile la fecondazione,
tanto naturale, quanto artificiale.
La forma feminea di Stellaria assunse proporzioni conside-
revoli di sviluppo, producendo una infinità di fiori, nei quali per
l’assenza della corolla mancava la funzione vessillare.
Ora in tali fiori non poteva aver luogo nè la omogamia (per
la mancanza di stami fertili e di speciale adattamento), nè la
staurogamia, per la mancata visita dei pronubi.
Impollinai in diverse volte un gran numero di tali fiori, con
polline preso dalla forma « macrantha » e « brachipetala » ma con
1) Rippa G. — Su di alcuni nuovi casi di teratologia vegetale — (Bull. Soc.
Natur. în Napoli, vol. XVIII, anno 1904, pag. 167).
— 183 —
risultato assai meschino , chè appena tre semi apparentemente
abboniti potetti raccogliere.
Ho conservato lungamente , moltiplicandola agamicamente,
questa forma, ma l'eccessivo caldo, non mi ha permesso di ulte-
riormente tenerla in vita.
Fapa vuLearIs Mill.
Frutto bicarpellare — Il frutto delle leguminose ordi-
nariamente è costituito da un sol carpello. Tuttavia per diversi
caratteri si ha ragione di credere che esso sia dì origine pluri-
carpellare. Ne parlano in favore anche i casì teratologici osserva-
ti, dei quali qualcuno si è perfino normalizzato ed è divenuto
carattere distintivo di specie (Swartzia dicarpa Mor; Caesalpinia
digyna Rottl.) o di generi (Affonsea, Archidendron). Uno di siffatti
casi teratologici è stato da me osservato nella Faba vulgaris
Mill., in cui un frutto era costituito da due carpelli, i quali per
altro erano sinfitici per circa la metà di loro lunghezza, e rac-
chiudevano semi di sviluppo e costituzione normali.
OxALIS corNICULATA Linn.
Un fiore di questa pianta era solitario, accompagnato da 2
brattee , delle quali una con lembo più espanso e cucullato. Il
calice era di 5 sepali normali, la corolla di 4 petali; l’ androceo
di 9 stami, non differenziati, come di consueto, in brevi e lunghi;
gineceo di 3 carpidii.
OxALIS TROPAEOLOIDES Hook.
In questa graziosa pianticella, tanto diffusa nell’Orto bota-
nico, e che da qualcuno è ritenuto come varietà dell'O. cornicu-
lata, ho notato un fiore con le seguenti alterazioni.
Calice tetrasepalo, e sepali gamofilli alla base; corolla a
quattro petali alternisepali ; androceo di otto stami, distinti in
brevi e lunghi (4 e 4); gineceo di tre carpidii.
Così alterato, questo fiore somigliava moltissimo a quello di
una crocifera.
— 184 —
Acer osLoncum Wall.
Dialisi cotiledonare — Una pianticella germogliante
presentava dialisi completa in un cotiledone, quasi completa in
altro, poichè il fenomeno non interessava che la sola parte la-
minare di esso, lasciando normale il picciuolo.
Foglia trilobata. — Nell’ Acer oblongum le foglie sono
oblungo-ovali; io ne raccolsi una la quale era nettamente triloba,
‘con lobo medio più grande dei laterali, dei quali uno era meno
sviluppato dell’ altro. Tra gli Acer non mancano specie a foglie
lobate; sicchè il caso da me osservato, può dirsi benissimo un fe-
nomeno atavico.
SALVIA GESNERIAEFLORA Hort.
Alla sommità di una infiorescenza di questa Salva, tra gli
altri, trovai un fiore, più piccolo per dimensioni, con tubo co-
rollino un po’ ventricoso e con lembo quadripartito, a partizioni
opposte. Il pistillo, lungamente eserto, era di sviluppo normale;
ma gli stami avevano perduto il connettivo ad altalena, ed ave-
vano soltanto la mezza antera fertile, come di regola.
CyCLAMEN NEAPOLITANUM Ten.
Nel nostro Orto botanico il Cyclamen neapolitanum nasce
abbondantemente, ed oltre al tipo se ne hanno parecchie varietà,
distinte fra di loro per la forma delle foglie, per quella dei sepali
e pel colorito e conformazione dei petali.
Su di un vigoroso individuo di tale specie osservai diversi
fiori, i quali si allontanavano dal normale. Infatti un primo fiore
aveva il calice normale, la corolla di non meno di dieci petali,
i quali apparentemente sembravano costituire due verticilli, ma
in realtà erano disposti in ordine spirale ; la loro forma non era
per niente mutata, e solamente erano divenuti liberi, con lembo
ed auricole normali, cui succedeva una regolare unghia coclea-
riforme, rispondente al tubo corollino urceolato dei fiori normali.
Gli stami erano ridotti a due , liberi, con antere normali per
forma e pollinifere, a deiscenza biporosa. Il pistillo non presen-
tava nessuna anomalia, sicchè questo fiore teratologico verisimil-
mente avrebbe potuto produrre dei semi.
— 185 —
In un secondo fiore riscontrai un calice di sette sepali, dei
quali quattro erano più piccoli degli altri; una corolla di sei
petali gamopetala ; sei stami ed un pistillo normalmente svilup-
pati. La deformazione in questo secondo fiore osservato riduce-
vasi ad un aumento numerico di sepali, di petali e di stami. Un
terzo fiore differiva poco dal primo descritto. Il calice era normale;
la corolla di nove petali, disposti a spirale ; un androceo di quat-
tro stami ed un pistillo subnormale. Finalmente un quarto fiore
della medesima pianta aveva: un calice normale di cinque se-
pali; una corolla di dodici petali disposti in ordine spirale, ep-
però di essi quattro erano più esterni e liberi l’ uno dall’ altro,
e sei più interni, distinti in tre gruppi, ciascuno dei quali aveva
1 petali lateralmente saldati nella regione dell’ unghia e liberi
nel lembo ; a tali petali ne seguivano altri due perfettamente
liberi fra di loro.
L’ androceo si componeva di quattro stami; il pistillo po-
teva dirsi normale.
In quest’ultimo caso descritto era di notevole il numero dei
fillomi, che era rimasto immutato dal teorico, cioè di 25. Cosichè
bisognerebbe ammettere la risurrezione di 5 staminodii teorici
petalizzati, più uno stame petalizzato.
UngenaDpIA specrosa Endl.
Frutto tetracarpellare.—Il frutto della Ungnadia spe-
.ciosa è tricarpellare. Infatti Bentham ed Hooker (Genera plan-
tarum, vol. I, pag. 398) vi riferiscono il carattere di « Capsula
3-loba, loculicida, 3-valvis, coriacea, loculis 1-spermis ». Io ne
raccolsi uno formato da quattro carpelli, tutti egualmente svi-
luppati e con semi abboniti.
ULmus campestRIs Linn.
In una pianticella germogliante di questa specie notai un
singolare fenomeno, del quale non mi resi conto, per le ragioni,
che vado a dire.
Su di unica radice, il tratto ipocotileo era perfettamente
sdoppiato (ma con sdoppiamento sinfitico) e portante alla cima
due coppie di cotiledoni. Era questo un individuo di Ulmus sdop-
piato fin dall’inizio, nel quale si poteva scorgere tanto una mol-
tiplicazione, quanto una sinfisi. Forse la più probabile interpre-
tazione era quella di spiegare il fatto con la teoria della molti-
— 186 —
plicazione degli assi, sostenuta dal Delpino !); tuttavia potrebbe
anche darsi che due oosfere fecondate sì sieno unite e fuse in
parte, producendo un individuo semidoppio.
L’unione dei due fusticini era accennata visibilmente da un
solco mediano e da una compressione dei due fusticini assieme
fusi, che si notava per tutta la loro lunghezza, essendo libere,
come ho detto, le due coppie di cotiledoni e le rispettive gem-
mette.
AGAPANTHUS UMBELLATUS Herit.
Dimeria. — Trovo in una infiorescenza di Agapanthus, tra
fiori regolari, un fiore dimero. Nell’androceo vi sono quattro stami,
dei quali tre sono normali ed il quarto mostra una manifesta
sinfisi, completa dalla base fin verso l’apice, ove i filamenti di-
ventano liberi, e ciascuna porzione si termina in un antera nor-
male. Così in questo fiore vi sono 5 antere in luogo di 4.
Come intanto spiegare questo fenomeno? Dipende da aborto
o da altra causa ?.
LiLium croceum Chaix.
Una pianta di Lil2um croceum da me coltivata in vaso, pro-
dusse soltanto due fiori. Di questi l’uno era normale, l’altro era
esclusivamente maschile, non avendo per niente sviluppato il pi-
stillo. Verificai altre piante, ma i loro fiori erano del tutto er-
mafroditi ?).
ArIsARTM vuLcare Kunth.
Fra numerose infiorescenze di Arisarum vulgare ne rinvenni
una, la quale era normale in tutte le sue parti, e soltanto un
asse di fiore mascolino erasi commutato in un piccolo spadice se-
condario, il quale appena fuoriusciva dalla spata.
1) DeLpino F. — Teoria generale della Fillotassi, pag. 127 e seg.
2) Nel « Bollettino del Naturalista » (Anno XVIII — 1878 — pag. 85) il
sig. A. Corti scrive che in alcuni fiori di Lilium bulbiferum osservò che il
pistillo era rudimentale, presentando solo una lunghezza complessiva di mm.
5.5, invece di mm. 50. Il fiore da me studiato , come ho detto, non presen-
tava nessuna traccia di pistillo.
— 187 —
LYCOPODIUM COMPLANATUM
Un ramo fruttifero di questa specie mostrava verso l'alto
della spiga due altre spighette secondarie ascellari ed opposte.
Una di tali spighette secondarie presentava anche una terza
spighetta ascellare.
Così alterato, il ramo sembrava terminato come da una in-
fiorescenza ad antela.
Sulle affinità tra Valerianacee e Dipsacee secondo
le idee del prof. Hòch. — Nota del socio EmiLro PaGuia.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Assai recentemente negli annali Botanici dell’Engler è com-
parso un importante articolo del Prof. Hòck, ove è studiata la
questione dell’affinità tra Valerianacee e Dipsacee, in seguito alla
scoperta nella Cina centrale di un nuovo genere, dedicato allo
stesso Prof. Hoòck, cioè chiamato Hockia, il quale genere , assai
affine a Triplostegia, tiene il giusto mezzo fra le due famiglie. I
caratteri assegnati dall'autore a questo genere sono i seguenti :
«< HoecKIa. Herba perennis. Folia pinnatilobata. Inflorescentia
laxa, pyramidalis. Flores symmetrici, basi epicalyce tetraphyllo
instructi. Calycis limbus minimus indistinctissimus. Corolla alba
vel albi rosea. Stamina 4. Fructus unilocularis ».
Siccome io stesso mi sono occupato dello studio delle Vale-
rianacee, anche in rapporto alla loro affinità con altre famiglie,
mi piace ora riportare le conclusioni cui è giunto il Prof. Hòck,
rilevando in che coincidono ed in che discordano con quelle da
me ammesse,
Nei suoi precedenti lavori, il Prof. Hòck, pur riconoscendo
che il genere Trplostegia presentava molte affinità con le Vale-
rianacee, aveva continuato ad ascriverlo alle Dipsacee, special
mente per la presenza di un doppio calice, unico carattere con-
siderato proprio delle Dipsacee e mancante alle Valerianacee.
Ma il genere Hoòckia comprende una pianta che non diffe-
risce dalla Tyriplostegia, se non per la presenza di un calice sem-
plice e non doppio. Questo genere, quindi, come hanno ricono-
sciuto Engler e Graebner, spetta alle vere Valerianacee; ma non
potendosi affatto separare da Tyiplostegia, anche per ragioni fito-
geografiche, imperocchè entrambe dello stesso territorio, si è
obbligati ascrivere anche la Triplostegia alle Valerianacee, come
già aveva supposto l’Hòck, in precedenti lavori, e come ora ap-
punto va confermando nel citato studio.
Ma, ammessa anche la yiplostegia, a calice doppio, fra le
Valerianacee, cessa ogni differenza tra le due famiglie. Per que-
— 189 —
sto l Hòck propende a ritenere le Valerianacee e le Dipsacee
come due serie divergenti di una medesima famiglia, alla stessa
guisa delle Cesalpinee e delle Papilionacee, ovvero delle Rosacee
e delle Pomacee. Certamente i tipi più evoluti delle due serie,
come Succisa e Knautia, paragonati a Valerianella è Felia, dif-
feriscono assai fra loro , però conviene riconoscere che questa
differenza non è così grande come ad esempio quella fra Pirus
ed Alchemilla. La disposizione cefaloidale dei fiori, caratteristica
delle Dipsacee , che ha indotto gli autori a collocarle immedia-
tamente vicino alle Composte , si trova anche in parecchie Va-
lerianacee. Inoltre è di grande importanza il constatare che il
genere Morzna, considerato come una delle Dipsacee più evolute,
ripete in tutto il tipo d’infiorescenza di Tyiplostegia.
Per queste ragioni l’ Hòck, riunendo le Valerianacee in una
stessa famiglia con le Dipsacee, stabilisce le seguenti sette tribù
o sezioni, che così caratterizza:
I. PLecTRITIDEAE. — Infiorescenza dicasiale o dicotoma ; due
brattee (con due stipole per ciascuna) formanti un involucro di
5-6 appendici; corolla con bozza calcariforme; stami 3; frutto
triloculare , senza pappo, due logge sterili, intristite e situate,
come pure lo stame dispari anteriore, in opposizione alla brattea
superiore; piante erbacee, per lo più con foglie indivise. Di ori-
gine americana. Genere: Plectritis, Aligera.
II. VALERIANELLEAF. — Infiorescenza come nella I, talvolta
cefaloidale, compressa; brattee libere ; corolla senza bozza cal-
cariforme; stami 8 o 2; frutto triloculare, con una sola loggia
fertile in opposizione alla brattea superiore, senza pappo ; piante
erbacee, per lo più con foglie indivise. Di origine dell’ emisfero
nord. Generi: Valerzanella, Fedia.
III. VALERIANEAE. — Infiorescenza come nella II; brattee per
lo più libere, raramente un poco connate; corolla con bozza
calcariforme più o meno sviluppata; stami 3 od anche 1 solo;
frutto quasi sempre (nelle erbacee) uniloculare, o triloculare ed
in tal caso con una sola loggia fertile, situate come presso II,
spesso con pappo ; piante per lo più perenni, raramente annue
(in tal caso diverse da II per il pappo e le foglie pennatifide). Estese
in tutte le parti del mondo ad eccezione dell'Australia. Generi:
Centranthus, Valeriana, Astrephia.
IV. PatRINIEAE. — Infiorescenza come nella II; brattee libere;
stami 4, di eguale lunghezza; frutto trilocularè, con una sola loggia
fertile: suffrutici con foglie pennatipartite. Originarie dell'Asia e
dell'Europa Orientale. Generi: Patrinia, Nardostachys.
— 190 —
V. TripLostEGIEAE — Infiorescenza come nella I; brattee
riunitein un semplice o doppio involucro esterno; stami 4 dieguale
lunghezza ; frutto uniloculare (nell’ovario sì trovano ancora tracce
delle due altre logge, che spariscono affatto a maturità); frutici
od erbe con foglie pennatifide. Originarie dell’ Asia Centrale ed
Orientale e della Nuova Guinea. Generi: Triplostegia, Hockia.
VI. MorinzaE.— Fiori in falsa spiga, i cui verticillastri sub-
cefaloidali sono ascrivibili a forme dicasiali o dicotome ; 4 brattee
formanti un doppio calice esterno: stami 4, didinami; frutto uni-
loculare; frutici von foglie pennatifide. Originarie dell’Asia e del-
l'Europa Orientale. Generi: Morina.
VII. ScasIosacraE. — Infiorescenza cefaloidale ; brattee per
solito 4, formanti un doppio calice esterno ; stami 4, spesso di
uguale lunghezza ; frutto uniloculare: piante perenni ed annue;
foglie pennatipartite o pennatilobate. Estese a tutto il Vecchio
Continente. Generi : Cephalaria, Dipsacus, Succisa, Knautia, Ptero-
cephalus, Callistemma, Scabiosa, Pycuocormon.
Dopo avere l Hòck così caretterizzato le tribù o sezioni
in cui sono raggruppabili queste piante, egli ritiene i gruppi
I, II, III, IV, V, come Valertanacee vere, ed i gruppi VI e VII
come Dipsacee vere, che però propende a chiamare Seabdiosa-
cee, avendo quest’ultimo nome il vantaggio della priorità, ed
ancora il vantaggio d’indicare un genere abbastanza conosciuto,
molto ricco di specie, e largamente diffuso. Così stabilite, le
Valerianacee vere presentano infiorescenza dicasiale, ovario tri-
loculare, e semi senza albume, mentre le Dipsacee vere presen-
tano infiorescenza cefaloidale, ovario uniloculare, e semi con
albume.
Per rilevare poi le relazioni filogenetiche che esistono fra
questi vari gruppi, anche in rapporto alle famiglie affini, ’Hock
traccia il seguente schema genealogico :
— 191 —
| ORQUIIVIFIXBG
090 VOI]
|
VBAOVIIO()
| ogeogIqopradeg
QBOIULIYV A bi
ogorSajso]dra], | !
oasoIqeos | i
R[[PUBLIE]E A a:
VULIO]( 2IPaA SNYuBIZu9n 2UBLIOTEA erqdo.19gsw OBOpuiLIgoATI
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rr—————_—----——_-—-_r_ rrR re-—-—
OOIINOLNOUHO-0UN OddA'TIAS IO IdIL ODITDOHN OddN'TTAS IA IdIL
— 192 —
In questo schema conveniamo perfettamente con l’Hòck nel
ritenere le Dipsacee o Scabiosacee, come egli le chiama, assai
prossime alle Valerianacee, ed anche riteniamo la manifesta af-
finità fra Valerianacee e Caprifoliacee. L’Hòck, pure ammettendo
che le Valerianacee sono affini alle Linneae , propende a farle
derivare da un tipo prossimo alle Sambucee. A noi sembra però,
come altrove dicemmo, che l’antenato vero delle due famiglie si
debba riconoscere nel genere Abelta, od in un tipo a quello affi-
nissimo, stante il carattere assai significante dell’ovario trilocu-
lare, con una loggia fertile e due sterili; da questo genere sa-
rebbero derivate due serie, cioè Valertanacee vere con l’inter-
medio del genere Nardostachys e Dipsacee vere, con l’intermedio
del genere Triplostegia. Ma dove non possiamo condividere le
idee dell’Hòck è riguardo all’ affinità di queste famiglie con le
Cornacee, con le Rubiacee, con le Ilicacee e specialmente con
le Sassifragacee. Le Cornacee sono troppo affini alle Ombrellifere
ed alle Araliacee per potere figurare come immediatamente pros-
sime a queste. Le Rubiacee, pure rilevando qualche coincidenza
di carattere con le Caprifoliacee, non ci è possibile ritenerle
troppo affini ad esse. Ci sembra poi troppo incerta la derivazione
di questo gruppo di famiglie dalle Sassifragacee , le quali par-
rebbero avere altra origine e posizione.
Per le precedenti ragioni è opportuno stabilire la posizione
delle Valerianacee e delle Dipsacee secondo il seguente schema,
che riportiamo da altro nostro lavoro:
. Campanulacee
Lobeliacee
Caprifogliacee |
Sambuceae Abelia
| Caliceree
Composte Cordenoviacee Stilidiacee Cifiacee
Dipsacee Valerianacee
Concludendo, adunque, lo studio dell’ Hòck è importantis-
simo, perchè rivela nuove affinità tra Valerianacee e Dipsacee,
e, rivelando i rapporti esistenti tra le due famiglie, caratterizza
meglio le loro divisioni in tribù più naturali di quelle fin qui
ammesse dagli autori.
Sulla costituzione e genesi dello strato cuticolare
dello stomaco muscoloso degli Uccelli. — Studi del
socio Domenico VigorIta. (Con le tavole II, III e IV).
(Tornata del 28 luglio 1901)
PARTE PRIMA
Il rivestimento cuticolare dello stomaco muscolare degli uc-
celli può essere ancora campo fecondo d’ investigazione, per la
importanza sua nella meccanica digestiva di tali animali e per
le non poche, nè lievi divergenze di opinioni, che si son venute
accumulando sulla sua costituzione.
In effetti, esso per il suo aspetto particolare e per la sua
speciale costituzione chimica rappresenta una particolarità nell’i-
stologia, degna di ogni considerazione.
Mentre l’ esofago presenta il suo epitelio con caratteri nor-
mali e proprii, mentre tali caratteri presentano rispettivamente
lo stomaco glandolare e l’intestino, troviamo invece nel rivesti-
mento dello stomaco muscolare questo strato, che non ricorda
niuna delle caratteristiche del rivestimento , le quali contraddi-
stinguono le sezioni precedenti o successive immediate. Mi parve
utile perciò insistere nell’esame di tale strato cuticolare, cercando
di precisarne la costituzione e la genesi, nonchè alcuni caratteri
istochimici, rilevando quindi le note istografiche, istogenetiche ed
istochimiche che lo differenziano dal rivestimento delle regioni
prossimiori e studiando il modo come dagli epitelii normali evo-
lutivi si passi poi nella profonda modificazione del rivestimento
dello stomaco muscolare, e come da questo si ritorni poi alla
struttura normale propria del rivestimento intestinale. E poichè
insieme ai cangiamenti superficiali hanno luogo anche le varia-
zioni nella compage di tutta la parete della porzione ingerente
e digestiva dell’apparato gastrico; e parecchie di queste variazioni
sono state ora con maggiore precisione, ora meno accuratamente
viste e descritte dai differenti autori, io non ho trascurato di
notare volta per volta le differenze rilevate.
Volendo riassumere quanto finora si è detto sull’argomento,
devo dapprima ricordare il Cuvrrr, che, avuto riguardo al mag-
18
— 194 —
giore o minore sviluppo dello strato muscolare, distingue « il gi-
« gerio semplice o stomaco muscolare semplice, e il gigerio compo-
« sto o stomaco muscolare composto >.
L’uno e l’altro rivestiti internamente di una strato corneo
di spessezza e consistenza diversa, secondo la forza di triturazione
degli alimenti nei varii animali.
Tale strato di natura cornea (Cuvier) sembra composto di
piccoli aghi cilindrici, stipati-tra di loro e perpendicolari alle pa-
reti dello stomaco ; essi sì separano l’uno dall’altro e si distaccano
dalla parete con la stessa facilità.
Distaccando lo strato di rivestimento interno dello stomaco
muscolare dalle parti sottostanti, MANDL osservò per il primo, se-
condo dice l’Oppel, la superficie di esso stomaco tutta cosparsa
di forellini, che suppose essere gli sbocchi di rispettive glandole.
Le quali glandole furono, difatti, in seguito descritte da altri
autori, e Morin le trova stipate nel Colombo, Pollo, Usignuolo,
ecc., distintamente separate mercè tessuto connettivo nei Pappa-
galli, formanti gruppi nell’ Oca, e attribuisce inoltre alla secre-
zione di esse glandole la formazione del rivestimento cuticolare.
Il quale dice risultare formato da tanti fili, che da principio pa-
ralleli, sì uniscono poi ad una sostanza contenente cellule.
LEeyDIG, ritenne anche lo strato, impropriamente detto corneo,
formato dal prodotto della secrezione glandolare, nella quale si
troverebbero nuclei provenienti da cellule.
Lo stesso MoLin, in un altro suo lavoro, dimostra che da
ogni otricolo glandolare vien fuori un cilindro, e che tutti i ci-
lindri, che BerLIN descrive di struttura omogenea e non formati
di cellule, si mantengono paralleli in alcuni (Pollo, Colombo, Oca,
ecc.); mentre in altri (Usignuolo, Passero, Pappagallo) emergono
fasci di fili che, fuorisciti, s'intrecciano in modo vario.
Il FLower paragona la formazione dei bastoncini, cioè dei
prolungamenti dei cilindri dello strato corneo racchiusi nel lume
glandolare, e la loro espulsione, allo sviluppo del pelo.
Tali cilindri, da Hasse e da Cazin ritenuti anche come il
prodotto del secreto glandolare, che viene sotto forma di fili,
possono essere sinuosi, lineari, riuniti in gruppi, e sono annidati
in una sostanza intermedia o matrice (preparata, come dice Hasse,
delle cellule dei pezzi arcuati d’unione, o, come dice Cazin, dalla
secrezione della mucosa superficiale) di natura omogenea, più molle
negli strati profondi, con granuli più evidenti, più oscuri, più
larghi, residui di nuclei cellulari.
— 195 —
Le reazioni chimiche fatte dal CurscHamanN sui detti fili mo-
strano come essì non si alterano, se trattati con liscivio potassico
a caldo e negli acidi minerali diluiti. Al contrario si sciolgono,
se bolliti nell’acido solforico ed acido cloridrico. Ciò che gli fece
ritenere trattarsi di una sostanza molto affine alla chitina, e la
paragonò a quella che costituisce il guscio delle uova dei Pla-
giostomi e dei Rettili; WrepeRsHEM, alla sua volta, paragonò lo
strato cuticolare al tessuto elastico dei vertebrati superiori e Ca-
zin allo strato che sì trova alla superficie delle altre mucose, come
dell’intestino e dell’utero. WrepERSHEM descrive poi come ogni fi-
lamento secretivo mostra alla sua terminazione periferica un ispes-
simento a clava, che si presenta a forte ingrandimento come una
piccola formazione cava.
Il CATTANEO, parlando del Colombo, descrive la da come
un insieme di lunghi prismi aderenti, disposti paralleli, non tutti
della stessa lunghezza, e di qui l’aspetto scabroso della cuticola.
Da ciascun prisma pende, secondo lo stesso autore, una fibra
conica, intorno alla quale girano le glandole tubulari che secer-
nono la cuticola. Quasi identica struttura osserva nella cuticola
del Gallo.
In seguito, in un altro suo lavoro sul Melopstttacus undula-
tus, il CamtANEO descrive anche in quest’uccello i prismi, che però
non sono aderenti fra loro, ma sepolti in una matrice epiteliale,
che si colora in rosso con la miscela carmino-picrocarmina, men-
tre i prismi cornei non s'imbevono dei reagenti coloranti, con-
servando invece il loro colore naturale, cioè giallo-citrino. E dai
risultati delle sue osservazioni deduce come la cuticola può risul-
tare o dal solo prodotto della secrezione delle glandole della mu-
cosa (Gallinacei, Colombi), e dalla secrezione dell’epitelio super-
ficiale e glandolare insieme (Psittaci), oppure dalla sola secre-
zione dell’epitelio (Rapaci).
BercoNnzINI ritiene lo strato cuticolare formato, in alcuni
casi, di prismi ialini, omogenei, ravvicinati fra di loro, e con ra-
dici coniche che penetrano nel lume glandolare, ed in altri casì
invece avente una struttura omogenea ed amorfa, senza traccia
di prismi cioè, e lo considera fatto o quasi esclusivamente di se-
crezione glandolare, o di secrezione grandolare e di epitelio in-
terglandolare, o di sola secrezione interglandolare.
I risultati del mio studio in proposito furono esposti nella
mia tesi di laurea, presentata alla Segreteria universitaria nel-
l’anno scolastico 1900-1901 e nella quale si conserva l'originale.
Posteriormente il Bauer pubblicò la sua contribuzione all’istologia
— 196 —
dello stomaco muscolare, nella quale si propose di stabilire il modo
di comportarsi dei fili del secreto rispetto alle cellule glandolari.
Egli riconosce che mentre lo strato corneo è stato già accurata-
mente studiato (Hasse, CartANA0, Cazin), lo studio della sua de-
rivazione dagli zaffi di secreto degli otricoli glandolari non è in
niun modo dilucidato e conclude che in accordo all’ opinione di
HepenIus si debba parlare di uno stato « cheratinoide ». Impe-
dito di pubblicare subito questo lavoro, perchè lontano da Na-
poli, non mancai di fare comunicare notizia particolare delle mie
indagini alla Società dei Naturalisti di Napoli, nella seduta del
28 luglio 1901.
Da questa breve rassegna bibliografica si rileva il bisogno
di ulteriori indagini sull’ argomento, avendo di mira non solo il
modo di secrezione dello strato cuticolare della mucosa dello sto-
maco muscoloso, ma benanco la costituzione e composizione sua.
Ho eseguito le mie ricerche su materiale proveniente dalle
seguenti specie :
1. Strix passerina, L.
2. Falco tinnunculus, L.
3. Passer domesticus.
4. Columba domestica.
5. Meleagris gallopavo, L.
6. Gallus domesticus.
€. Anas boscas, L.
8. Anser domesticus.
Per i saggi chimici ho limitato le mie esperienze allo strato
cuticolare del Meleagris gallopavo, giacchè pel suo maggior svi-
luppo ne è più agevole il completo distacco e più sicuro il risul-
tato delle ricerche, potendo escludere qualunque partecipazione di
tessuti diversi.
E per lo studio poi dello sviluppo istogenetico mi son ser-
vito di parecchi embrioni di pollo in diversi stadii di sviluppo,
e propriamente di embrioni di sette, dieci, quattordici, diciotto,
[venti] e ventuno giorni. Non ho mancato di fare delle osserva-
zioni anche su stomachi di pulcini dopo quattro giorni nati.
METODI DI PREPARAZIONE
Trattandosi di uno studio comparativo , ho seguito sempre
lo stesso metodo di lavoro. Preso di ogni specie l’intero apparato
gastrico, che ho aperto longitudinalmente, l’ho lavato con cloruro
di sodio, soluzione 0.75 °/o. Tra i liquidi induranti ho scelto la for-
— 197 —
malina in soluzione al 5 e 3 °/o, il sublimato corrosivo al 2 ‘/o,
e le varie soluzioni di bicromato. A norma dei casi ho seguito i
processi successivi, cioè il lavaggio in acqua e la immersione negli
alcool a concentrazione crescente fino all’ assoluto, nel quale ul-
timo li ho lasciati non oltre le ventiquattro ore.
Come liquidi coloranti ho adoperato l’ematossilina alluminica,
il carminio Mayer, il picrocarminio, la colorazione doppia di ema-
tossilina e scarlatto , nella proporzione di due parti della prima
ed una del secondo, secondo la formola proposta dal prof. Pala-
dino.
Di tutte, le due prime colorazioni mi hanno dato migliore
risultato, e di queste la seconda più della prima.
Il metodo tenuto per queste colorazioni è stato quello ordi-
nario ed abituale per ciascun mezzo colorante.
PARTE SECONDA
OSSERVAZIONI PROPRIE
Esporrò i miei risultati analiticamente e secondo le specie,
descrivendo successivamente l’epitelio dell’esofago, dello stomaco
glandolare, di quello muscolare, dell’intestino e dei relativi punti
intermedii o di passaggio, a fine di mettere sottocchi la diffe-
renza notevole che si trova fra il rivestimento della mucosa dello
stomaco muscolare e quello delle regioni prossimiori.
Strix passerina, Linn.
Esofago — Esaminando una sezione trasversa dell’esofago di
una Strix passerina, si vede come la superficie interna presenti
elevazioni ed avvallamenti alternantisi e corrispondenti alle 1ma-
gini delle pliche longitudinali tagliate di trasverso.
Osservando la mucosa, la si vede risultare formata da:
a) Un epitelio di rivestimento pavimentoso a molti strati
e costituito di elementi, che, allungati nei piani inferiori, diven-
tano poliedrici in quelli di mezzo, e gradatamente appiattiti verso
la superficie. I nuclei di tali cellule sono di forma vescicolare,
contengono uno o più nucleoli, e quelli degli strati profondi pre-
sentano, non di rado, caratteristiche fasi cariocinetiche.
Nelle preparazioni ben riuscite e con forti ingrandimenti,
spesso, si può osservare la superficie echinata di queste cellule.
— 198 —
8) Glandole semplici, molto numerose, vicinissime le une
alle altre, disposte in un ordine unico, laddove nelle sezioni di
tagli trasversali sono disposte anche in più ordini e secondo le
anfrattuosità della superficie.
Sono acini semplici, rotondi od ovoidali, con lunghi dotti
escretori, che attraversano tutti gli strati dell’epitelio di rivesti-
mento e sboccano alla superficie della mucosa. Le sezioni tra-
sversali dell’ esofago (fig. 12) le presentano nella loro lunghez-
za e le glandole hanno l’ aspetto di vere fiale, il cui collo lun-
go sarebbe rappresentato dal dotto escretore. L’ epitelio che le
riveste è fatto di elementi poliedrici, e le cellule, tagliate secondo
la spessezza della glandola, mostrano la forma di prisma penta-
gonale o esagonale, e, viste a forte ingrandimento, il loro pro-
toplasma si presenta granulare e finamente reticolato, con nucleo
piccolo e nelle cellule proprie della glandola spostato verso la
base, mentre è centrale in quelle che rivestono il dotto escretore,
le quali differiscono dalle altre anche perchè sono un poco più
alte. Il lume del dotto escretore va restringendosi di diametro a
misura che si avvicina allo sbocco. Ciascuna glandola è rivestita
esternamente da una membrana propria, che proviene dal con-
nettivo interglandolare, e che si arresta, in parecchi tagli, vicino
al dotto escretore ad altezze diverse.
AI disotto della mucosa notasi una parete propria risultante
di tessuto connettivo, dal quale proviene la parete connettivale
propria delle glandole, e poi succedono gli altri strati che io
ometto di descrivere.
Una osservazione, che non voglio trascurare di riferire, è
quella che ho avuto occasione di fare sopra un esofago di Strix
passerina raccolto dopo due giorni dalla morte dell’ animale. In
esso le glandole non presentavano che la sola parete propria, e
degli elementi glandolari non erano rimasti integri che i soli
nuclei, e, raramente, qualche contorno di cellule. Nel lume glan-
dolare si trovava un detrito finamente granulare, risultante pro-
babilmente dal disgregamento postmortale sopravvenuto negli
elementi epiteliali. A differenza di questi elementi esofagei , in-
vece, le glandole del proventricolo e ventricolo conservavano il
loro epitelio senza tali alterazioni. Ciò, senza dubbio, deve essere
in relazione di una resistenza maggiore degli elementi di questi
ultimi relativamente ai primi, e tale resistenza acquista anche
maggior significato, se si pensi che nel proventricolo dovrebbe
essere più facile un processo di autodigestione. Ed è da supporsi
che il secreto delle glandole esofagee non sia privo, in questi ani-
— 199 —
mali, di potere digestivo, che si esplicherebbe forse nel caso no-
stro come un autodigestione postmortale.
Stomaco glandulare — La mucosa di quest’ organo non pre-
senta fatti che non siano noti. Su di essa emergono numerose
papille villose, rivestite esternamente di epitelio cilindrico e con
esse connettivo fibrillare.
Lo strato glandolare è fatto da tanti pacchetti, che hanno
una forma rotonda, ovale, ovale-allungata, e sono disposti in una
o due file.
Ognuno di questi pacchetti glandolari è fornito di una ca-
vità centrale, rivestita di epitelio, e nella quale sboccano nume-
rosi tubuli glandolari semplici, disposti radialmente intorno , e
rivestito di epitelio, che si tinge vivamente ai mezzi coloranti.
Negl’intervalli tra gli sbocchi di questi otricoli tubulari, la ca-
vità centrale presenta del pari un rivestimento sd le cui
cellule però reagiscono meno intensamente alla imbibizione, ed
hanno forma cilindrica, con protoplasma finamente granulare e
reticolato. Il nucleo è approssimativamente rotondo, non molto
grande, fornito di uno o più nucleoli , e situato presso la parte
centrale della cellula, sebbene non manchino dei casi in cui è
evidentemente spostato eccentricamente. Le cellule che rivestono
gli otricoli hanno forma prismatica, sono più strettamente unite
alla base che lateralmente , con protoplasma granulare e fina-
mente reticolato, con nuclei in posizioni diverse e contenenti uno
o più nucleoli. I pacchetti sono rivestiti da una membrana pro-
pria connettivale, che proviene dal connettivo interglandolare.
Negl' interspazii che restano tra più pacchetti vicini tra loro si
osservano vasi e follicoli linfatici.
Punto di passaggio tra l’esofago e lo stomaco glandolare.
Dalle osservazioni fatte risulta che le glandole dell’ esofago
si continuano per brevissimo tratto al di là del punto di pas-
saggio, ove sottentrano le papille villose. A vero d're, questa so-
stituzione delle papille villose alle glandole presenta l’aspetto di
una vera trasformazione delle glandole esofagee in glandole su-
perficiali dello stomaco glandolare. In altri termini, dai miei pre-
parati si riporta l’ impressione come se le fiale glandolari s’ in-
grandissero e si dilatassero e divenissero più superficiali (fig. 2).
Nella dilaminazione della « muscolaris mucosae », evidentissima
nel punto di passaggio , trovasi una sola glandola a pacchetto,
più piccola delle altre che succedono, le quali sono disposte in
DE I
più serie. Inoltre , lo strato dei muscoli circolari dell’ esofago si
conserva pressochè eguale di spessezza al principio dello stomaco
glandolare, mentre lo strato longitudinale diventa più sottile.
E notevole, nel punto di passaggio, la presenza di vasi ab-
bastanza pieni di sangue.
Stomaco muscolare. Strato cuticolare. — In generale questo
strato nei rapaci non è molto solido, ma piuttosto molle. Nella
Strix passerina ha dimensioni medie, e risulta formata da tanti
prismi, i cui prolungamenti costituiscono gli zaffi, che penetrano
nel lume delle glandole tubulari, dove seguono un cammino dritto,
mentre diventano alla superficie libera inclinati e sinuosi. Fra
essi si trovano degli elementi epiteliali, dove isolati, dove ag-
gruppati e tutti in diversa fase di plasmolisi. Tali elementi si ri-
tiene generalmente diano la sostanza interposta tra i prismi e
deriverebbero dallo sfaldamento dell’ epitelio superficiale delle
glandole. Nella Strix passerina , però, ho potuto osservare chia-
ramente che essi possono derivare anche dalla desquamazione
delle cellule dei fondi glandolari.
Mucosa. — Risulta di glandole tubulari semplici, che non son
tutte della stessa altezza ed hanno epitelio di rivestimento co-
stituito di cellule combacianti ed ordinate per la metà basale
delle glandole, mentre per l’altra metà i tubi sono rivestiti di
epitelio più basso e sottile, per cui sembrano pieni, giacchè limi-
tano uno spazio sottilissimo. Sono strettamente unite tra di loro
e solo agli estremi sì discostano alquanto; come pure, mentre cor-
rono per un buon tratto perpendicolari allo strato cuticolare, in
alto poi s’incurvano leggermente. A forte ingrandimento (fig. 38)
le cellule dell’epitelio glandolare hanno la forma prismatica, con
protoplasma finamente granulare, con grosso nucleo spostato verso
la base e contenente uno o più nucleoli. Non mancano nelle cel-
lule del fondo cieco delle fasi cariocinetiche.
Una sezione praticata perpendicolarmente alla lunghezza delle
glandole mostra, come si vede dalla fig. 4, che esse risultano
formate da tanti acini semplici, rotondi od ovali, aventi nel lume
il secreto glandolare, che corrisponde alla sezione dello zaffo.
Non mancano delle glandole biforcate, e la loro biforca- .
zione simula quasi una comunicazione tra loro.
Questo strato glandolare poggia sopra un altro strato con-
nettivale, che si mantiene pressochè dello stesso spessore, e con-
tiene molti nuclei sparsi, con uno o più nuclei. Uno strato così
— 201 —
fatto, osservato anche dal Molin, vien detto dall’Oppel membrana
compatta, che la ritiene fatta di connettivo con sparsi nuclei, che
mostrano una regolare disposizione nello strato. Tale membrana
appartiene alla mucosa, e 1’ Oppel non sa se paragonarla alla
membrana descritta nei pesci, oppure se sì tratta di una forma-
zione a sè, nel qual caso il suo significato potrebbe essere il se-
guente: che essa, forse di natura elastica, quantunque non avesse
riconosciuto fibre elastiche nella membrana compatta, potrebbe
completare o sostituire la « muscolaris mucosae ».
Punto di passaggio tra lo stomaco glandolare e quello muscolare.
Lo strato cuticolare comincia a presentarsi come uno strato
sottile, e traccia di esso sì trova già sul limitare dello stomaco
glandolare. Nelle sezioni longitudinali (fig. 6) che comprendono
l’ estremo terminale dello stomaco glandolare ed il principio di
quello muscolare con l’intermediario punto di passaggio, si nota
il progressivo apparire di tale strato cuticolare. Sulla superficie
della mucosa dello stomaco glandolare, in mezzo alle eminenze
papillari della mucosa, che si vedono in lunghezza, e nello spazio
che rimane tra le sezioni trasverse di tali eminenze, si nota una
sostanza come rappresa, la quale qua e là ha l'aspetto finamente
granulare, in qualche punto sottilmente fibrillare, con vacuoli e
punti di maggiore addensamento , ed in mezzo ad essa cumuli
di elementi epiteliali ancora perfettamente riconoscibili e viva-
mente intinti alla colorazione.
Tali cumuli epiteliali sono sovratutto evidenti sul margine
libero della sezione, ove appare quasi uno strato limitante della
detta sostanza, il quale ha aspetto più denso ed omogeneo. La
figura dei cumuli epiteliali è varia e si vedono alcuni di essi
‘come serpeggianti fra gl’interspazi. La provenienza di questi ele-
menti ammucchiati mi pare evidente. Essi devono derivare dalla
desquamazione delle superficie delle villosità, laddove la sostanza
granulare interposta può ritenersi dovuta in parte a metamorfosi
dell’epitelio desquamato, ed in parte anche ad elaborazione delle
cellule di questo, molte delle quali sono ancora floride e rigo-
gliose. Seguendo via, lungo il tratto di passaggio la sostanza gra-
nulare interposta aumenta sempre di più, diviene più densa e le
cellule epiteliali desquamate scarseggiano, mentre le cellule ci-
lindriche che ancora rivestono la superficie della mucosa presen-
tansi come vacuolizzate, in modo da ricordare le cellule calici-
formi nel processo della secrezione mucosa dell’intestino. Si hanno
— 202 —
dei punti, in cui si vede come la sostanza granulare presenta un
aspetto alveolare e nel lume degli alveoli sono isole di epitelio
cilindrico, le quali non sono altra cosa che le sezioni trasverse
innanzi accennate delle papille.
Tali note microscopiche si accentuano sempre più passando
nello stomaco muscolare , ove lo strato cuticolare ha i caratteri
che vedremo in seguito.
I rimanenti strati presentano le seguenti modificazioni :
La membrana compatta e lo strato. circolare della « muscola-
ris mucosae » cessano nel punto di biforcazione. Il connettivo che
si trova sotto il secondo strato della « muscolaris mucosae » dello
stomaco glandolare diminuisce in spessezza, passando nello sto-
maco muscolare, mentre lo strato dei muscoli circolari s’ ispes-
sisce. Quella longitudinale sì mantiene quasi uniforme, come si
mantiene tale la sierosa. |
Nel punto di biforcazione si trovano in alcuni tagli anche
due glandole a pacchetto.
Punto di passaggio tra lo stomaco muscolare e V intestino.
Anche qui si nota un passaggio graduale dello strato cuti-
colare attraverso all’intestino, la cui particolareggiata descrizione,
per opportunità di preparati, io rimando a quando parlerò del
gallo, a proposito del quale ho descritto le fasi graduali di tale
passaggio.
Per gli altri strati le modificazioni si riducono alle seguenti:
Lo strato spesso ed alto delle glandole otricolari si va man
mano abbassando, e le glandole sì trasformano gradualmente in
quelle di Lieberkiin, le quali appariscono , in sezione trasversa,
in mezzo ad un connettivo ricco straordinariamente di corpu-
scoli linfoidi, la cui presenza si nota anche per una certa lun-
ghezza del principio dell’intestino.
Nelle altre specie che seguono non descriverò minutamente
le osservazioni fatte, ma solo farò notare le differenze che pre-
senta l’una specie dall’altra.
Falco tinnunculus, Linn.
Poco importanti sono le differenze che presenta per ciò che
riguarda l’esofago e lo stomaco glandolare ed il passaggio da quello
a questo, riducendosi tali differenze a semplici modificazioni degli
strati, per ciò che riguarda la loro spessezza rispettiva,
— 203 —
Quanto allo stomaco muscolare, lo strato cuticolare, oltre ad
essere meno spesso di quello della civetta, è composto di pri-
smetti molto inclinati rispetto al piano della mucosa, e che hanno
anche un decorso flessuoso. Le glandole seguono un cammino
tortuoso al pari degli zaffi. La membrana compatta è più mani-
festa, alquanto più spessa di quella della specie precedente, ma
meno ricca di questa in nuclei. Essa segue un cammino molto
ondulato. È
Anche qui, come per la civetta, le modificazioni del passag-
gio dallo stomaco glandolare a quello muscolare sono progressive.
Che anzi 1’ analogia tra le due specie è così intima, che io non
esito a richiamare quanto ho descritto a proposito della specie
precedente, risparmiandomi di ripeterne la descrizione. Però nel
falco la membrana compatta non si arresta nel punto di transi-
zione, ma continua invece per un buon tratto nello stomaco glan-
dolare, rimanendo al di sopra dello strato superiore della « musco-
laris mucosae », come pure essa membrana si continua abbastanza
attraverso l’intestino.
Passer domesticus, Linn.
Nell’esofago del Passer domesticus, le cui glandole della mu-
cosa hanno la forma di grossi acini, si notano molti elementi
linfoidi tra gli elementi dell’epitelio di rivestimento e tra il con-
nettivo che divide i due strati muscolari e quello che penetra e
s'insinua tra i singoli fasci di fibrocellule, che nel passero sono
robustissime.
Lo strato cuticolare dello stomaco muscolare è di una spes-
sezza media e si colora leggermente con il carminio di Mayer.
È intramezzato da strie chiare e nel fondo si trovano pochi re-
sidui epiteliali. I prismi che lo compongono sono lunghi ed esili.
Le glandole tubulari della mucosa sono piuttosto brevi, hanno
nn rigonfiamento alla base, e sono molto strettamente unite tra
di loro.
Nel rimanente non vi sono notevoli differenze dalle altre
specie.
Columba domestica.
Le glandole della mucosa esofagea presentano un fondo di-
latato, divisa ognuna da setti incompleti, per cui esse glandole
pigliano la forma di acini composti.
— 204 —
Le papille villose dello stomaco glandolare sono corte, ade-
renti fra loro e ricoperte, come al solito, di epitelio cilindrico
semplice.
I tubi dei pacchetti glandolari, come osservò Cattaneo, sono
formati ognuno da due serie di cellule glandolari, che hanno la
forma di goccia, e sono disposte lateralmente ad un sottile con-
dotto cilindrico.
Niente di notevole si osserva nel passaggio dall’esofago allo
stomaco glandolare.
Nello stomaco muscolare si nota uno strato cuticolare piut-
tosto spesso e duro, che si colora anche leggermente.
I sottili prismi che lo compongono presentano rami laterali,
che incontrandosi con quelli di prismi vicini vi si fondono e si
anastomizzano, in guisa da rappresentare veri ponti di connessione
tra i vari prismi. Negl’interspazii che questi ponti lasciano tra
loro si trovano elementi epiteliali in gran numero, i quali al pari
dei ponti vanno gradatamente diminuendo a misura che si al-
lontanano dallo stomaco glandolare, fino a scomparire del tutto
in una massa omogenea, che pare risulti dalla fusione dei prismi,
dei ponti e della plasmolisi degli elementi epiteliali interposti a
questi ultimi. Gli zaffi che penetrano nel lume delle glandole
sono quasi tutti biforcati. Le glandole, come quelle della specie
precedente, hanno un rigonfiamento alla base, dove non si tro-
vano tutte allo stesso livello. Sono separate tra loro da un sot-
tilissimo strato di connettivo interglandolare , ed i nuclei degli
elementi glandolari, di cui risultano composti, sono situati nel
mezzo e sono di figura caliciforme.
Nel passare dallo stomaco glandolare a quest’ultimo, si os-
servano molto bene, nella zona media, i ponti che uniscono i
prismi tra di loro ed i numerosi elementi epiteliali che si tro-
vano annidati negl’interspazii.
Meleagris gallopavo, Linn.
Si notano nel fondo dell’epitelio di rivestimento dell'esofago
delle propagini di connettivo, che sì arrestano ad un certo punto
dello spessore dell’epitelio.
Le glandole, che hanno la forma di grossi acini composti
(fig. 52) sono come nelle altre specie, circondate dalla solita mem-
brana propria, la quale però, in questo caso si trova in rapporto
di continuità con lo strato connettivale che involge l’intero strato
glandolare. Si trovano nella mucosa frequenti e numerosi ele-
— 205 —
menti linfoidi, che in certi punti costituiscono veri noduli lin-
fatici, e non è raro il caso di osservare delle glandole, il cui lume
è coartato per metà da uno di questi cumuli.
Gli elementi glandolari dei diversi tubi che compongono i
pacchetti glandolari del proventricolo sono di forma pressochè
sferica, con protoplasma granulare, con nucleo rotondo, e con
prolungamento ad uncino alla base.
Nello stomaco muscolare è notevole lo strato cuticolare di
grande spessore, il quale si colora leggermente col carminio Mayer,
e si osservano in esso dei residui epiteliali (fig. 72). Si stacca allo
stato fresco facilmente dallo strato glandolare sottostante, e molto
più facilmente ancora se sì lascia lo stomaco per qualche tem-
po nell’alcool a 70 °/o. Staccato, mostra sulla superficie numerose
e piccole sporgenze, che altro non sono che gli zaffi che pene-
trano nel lume delle glandole tubulari, e per i quali lo strato
cuticolare si attacca a quello glandolare. Gli zaffi, che si aspor-
tano molto facilmente dalla parte a cui sono attaccati, dissociati
in glicerina, dopo essere stati in alcool a 70 °/o, od in quello al
terzo, si mostrano costituiti di tanti fili che si colorano bene con
il carminio di Mayer, dopo averli lasciati per circa un’ora in co-
lorazione, ed alcuni mostrano una struttura come pavimentosa
in superficie, come si può vedere dalla fig. 8*. Sono a margini
lisci o dentati, o fuoruscendo dal dotto si fondono con altri vi-
cini, o proprio sulla superficie della mucosa o anche prima di
arrivarvi, allorchè i dotti delle glandole sono più brevi e con-
vergono per poi sboccare insieme.
Ciò dà l'impressione come se essi fossero quasi tutti, come
si osserva anche nel colombo, biforcati, 0, come nell’oca e nel-
l’anitra, triforcati pure. Trattati con tionina, soluzione acquosa,
si colorano dopo circa un quarto d’ora, ma non mostrano alcuna
presenza di mucina. Lo stesso risultato si ottiene con il carminio
mucinico. Altrettanto è dello strato cuticolare. Negli acidi: HCI,
HsS04 e HNO3, concentrati, dopo esservi rimasti per un quarto
d’ora, si gonfiano e pigliano l'apparenza di una sostanza gela-
tinosa.
Dei pezzi di strato cuticolare, s'intende unitamente agli zafti,
trattati con gli acidi suddetti, concentrati ed alla temperatura
dell’ebollizione, si sciolgono dopo mezz'ora; trattati a freddo con
gli stessi reagenti, occorre un tempo maggiore per ottenere lo
stesso effetto. La potassa caustica, in soluzione al !/s 00, ha iden-
tica azione, quantunque essa sia efficace dopo un più lungo
tempo.
— 206 —
Per poter concludere sulla natura del detto strato cuticolare
ho istituite ricerche comparative con pezzi di unghie e di scaglie
delle zampe di tacchino, nonchè pezzi di elitre di una Melolontha
vulgaris. Di ogni organo ho preso la stessa quantità, circa quat-
tro centigrammi, che ho sciolto in sei centimetri cubici dei rea-
genti suddetti.
La reazione è stato identica per le unghie e per le scaglie
e diversa da quella dello strato cuticolare, il quale ha invece
presentato analogia di reazione con le elitre della Melolontha
vulgaris. Ciò indica chiaramente che lo strato cuticolare ha co-
stituzione che, mentre è diversa da quella delle unghie, è iden-
tica o si avvicina moltissimo alla composizione delle elitre.
Le rispettive reazioni, con i risultanti colori, sono prospet-
tate nella tavola annessa (tav. II).
Sulle soluzioni così ottenute, beninteso quelle sole dello strato
cuticolare, ho praticato il metodo del Trounner per la ricerca
dello zucchero, ma i risultati sono stati negativi.
Un ultimo esperimento fatto sullo strato cuticolare è stato
quello descritto dal Bauer nel suo ultimo lavoro: « Beitrag zur
Histologie des Muskelmagens der Vogel » e che è il seguente :
Preso uno stomaco muscolare di tacchino l’ho fissato in un
miscuglio a parti eguali di bicromato di potassa, sol. 5 °/o; ed
acido osmico, sol. 2 °/o, facendovelo restare per 24 ore. Per la
preparazione dei tagli ho seguito i soliti metodi, e per colori ho
adoperato, fra quelli che consiglia il Bauer, il bleu di metilene
e la safranina.
E difatti con tali metodi son riuscito a vedere nello strato
corneo le granulazioni descritte dal Bauer.
Tornando, dopo questa breve digressione , alla descrizione
istografica, devo dire che le glandole della mucosa hanno la so-
lita forma tubulare semplice, e sono riunite in gruppi di cinque
ed anche più, come si può vedere dalla figura. Le cellule non
sono perpendicolari all'asse delle glandole, hanno una forma che
s'avvicina alla sferica, ed hanno un uncino dalla parte che s’at-
tacca all’asse glandolare.
Tanto la zona media che trovasi fra lo stomaco glandolare
ed il muscolare, quanto quella che trovasi fra quest’ ultimo e
l'intestino non offrono niente di notevole.
— 207 —
Gallus domesticus.
Le cellule epiteliali di rivestimento dell’esofago sono molto
appiattite negli strati superficiali, sicchè la loro forma non è
perfettamente delineata; quelle degli strati medii sono pentago-
nali con nucleo evidente; quelle degli strati profondi confinanti
col corion hanno la forma rotondeggiante più o meno regolare.
Il passaggio dallo stomaco muscolare all’intestino è anch'esso
contrassegnato da trasformazioni graduali della mucosa e spe-
cialmente da modificazioni nella superficie dell’epitelio che la ri-
veste. Lo strato spesso, denso ed omogeneo di rivestimento va
mano mano perdendo il suo aspetto uniforme, e la sostanza di
cui esso consta non è più così vitrea ma presenta qua e là ele-
menti formali, i quali reagiscono vivamente alle colorazioni, come
del pari la sostanza vitrea mostrasi anche più facilmente tingi-
bile. Gli zaffi, i quali al livello dello stomaco muscolare pene-
trano diritti come radici nel terreno, nel lume degli otricoli glan-
dolari, raggiungendo in massima il fondo di esse e conservan-
do una relativa pallidezza alla colorazione al carminio, comin-
ciano ad accorciarsi nel punto di passaggio verso l’ intestino,
sono di colorito più roseo con lo stesso trattamento, sono meno
omogenei, fino a che all’inizio dell'intestino assumono un carat-
teristico decorso spiroide, stretto, e sono fortemente colorati in
rosso. Corrispondentemente, lo strato superficiale diviene meno
continuo, presentasi qua e là con larghe interruzioni, nelle quali si
trovano gruppi di elementi cellulari, in cui il protoplasma è quasi
completamente scomparso, residuandone uno strato periferico più
denso, quasi un limite più accentuato, mentre il nucleo presen-
tasi ridotto ad un piccolo granulo. Procedendo oltre , si giunge
alla struttura tipica dell’ intestino, e del caratteristico strato co-
ticolare non rimane che qualche blocco più o meno meschino
attaccato alla superficie. In ultimo queste tracce scompaiono com-
pletamente.
Anas boscas, Linn.
Nell’ epitelio di rivestimento dell’ esofago si possono distin-
guere due zone: la superficiale più sottile, fatta di elementi molto
corneificati, con nuclei o molto piccoli o addirittura assenti; l’altra
inferiore, più spessa, le cui cellule sono in uno stato di maggior
af, - ge
floridezza, con nucleo frequentemente eccentrico e con limite pe-
riferico abbastanza deciso ed evidente.
Lo strato glandolare poggia su di uno strato di connettivo
compatto, quasi di forma rigida, che si colora come la parete
propria delle glandole e come il connettivo fibrillare interglan-
dolare.
Lo strato cuticolare è spesso e si colora leggermente. Gli
zaffi, emergendo dalle glandole, si fondono tra loro e costitui
scono uno strato omogeneo, il quale dà l’apparenza d’inviare pro-
lungamenti biforcati o triforcati nello interno dei lumi glandolari.
Nella porzione dello stomaco muscolare vicino all’intestino
ed in quella vicino al proventricolo, le glandole poggiano su uno
strato di connettivo fibrillare, anzichè sullo strato sottile di « mu-
scolaris mucosae, » e tale connettivo è, per struttura, analogo a
quello visto nell’esofago. i
Anser domesticus, Linn.
Gli elementi superficiali dell'epitelio pavimentoso dell'esofago
sono nettamente distinti dai medii, e lo strato profondo epite-
liale presenta delle approfondazioni, entro cui penetra il connet-
tivo del corion sottostante.
Queste approfondazioni di altezza differente possono talora
accompagnarsi lungo la spessezza dello strato epiteliale.
Lo stomaco muscolare sì presenta come quello dell’ anitra,
ed una sezione praticata nel senso trasversale dello strato glan-
dolare mostra (fig. 9) l’ aggruppamento delle glandole in fasci
costituiti da dodici ad una quarantina di glandole. I fasci sono
separati da connettivo compatto, e nei lumi glandolari si vede il
detrito, che in certi fasci occupa quasi tutto lo spazio, od anche
lo divide in due, tre, quattro lobi. Ciò dipende dallo sviluppo
maggiore o minore dello stroma, giacchè dove esso è più svi-
luppato si ha una divisione maggiore. In alcuni di questi fasci
sì trova, fra il detrito e la parete propria del fascio, un reticolo.
— 209 —
PARTE TERZA
SVILUPPO ISTOGENETICO DELL’ APPARATO
Embrione di pollo di sette giorni.
Come alle osservazioni istografiche esposte innanzi, ho pra-
ticato una serie di ricerche sullo sviluppo istogenetico.
Nei giovani embrioni la cavità gastrica sì presenta come un
semplice rigonfiamento del tubo digerente primitivo , senza dif-
ferenziamento alcuno, non fornito nè di muscoli nè di glandole.
La spessezza delle sue pareti è uniforme, e l’epitelio che le ri-
veste è eguale (Cattaneo 221, 1884).
In un embrione di sette giorni si distinguono nettamente
l’esofago, lo stomaco glandolare e quello muscolare. Al micro-
scopio questi tre organi si mostrano così costituiti:
Esofago. — La mucosa è fatta di epitelio stratificato, le cui
cellule aventi una forma quasi sferica, hanno protoplasma come
striato. Segue un sottilissimo strato di connettivo sottomucoso.
Nella tunica muscolare si distinguono gli strati di muscoli,
quantunque non ancora nettamente distinti tra di loro.
Stomaco glandolare. — Lo strato della mucosa è quasi iden-
tico a quello precedente, e si osservano delle invaginazioni, che
danno luogo, in certi punti, già ad acini glandolari semplici. Il
connettivo sottomucoso, che segue, forma uno strato alquanto più
spesso che non quello dell’ esofago , dal quale però non differi-
scono i due strati muscolari e la sierosa.
Stomaco muscolare. — La mucosa, come negli organi prece-
denti, conta un maggior numero di cellule, e non ancora si nota
nessun accenno ad invaginazioni dell’ epitelio. La tunica musco-
lare non è di spessezza uniforme, essendo maggiormente svilup-
pata in basso.
Embrioni di dieci giorni.
Nell’esofago di quest’'embrione la mucosa presenta degli av-
vallamenti, e gli strati della muscolare sono ben distinti tra loro.
Lo stomaco glandolare presenta un più gran numero di in-
vaginazioni e quindi di acini glandolari. Gli strati muscolari sono
14
IE-: gea
ben distinti, e nella sottosierosa i vasi sono completamente
formati.
Osservando lo stomaco muscolare, si nota internamente un
piccolo strato di una sostanza omogenea, come se fosse muco,
trasparente ed incolore, e non manca anche nello stomaco glan-
dolare. A questo strato succede quello dell’ epitelio stratificato
costituente la mucosa, alla cui superficie sì notano in gran nu-
mero delle spesse spine, e dove il piccolo strato di sostanza omo-
genea si stacca da quello della mucosa sì vedono le dette gra-
nulazioni restare attaccate ad esso strato. Ciò fa pensare che le
dette granulazioni non siano che il primo prodotto della secre-
zione glandolare.
Embrioni di quattordici e di diciotto giorni.
In quest’embrione la mucosa dell’esofago si mostra a larghe
ondulazioni, e sì nota qualche invaginazione del suo epitelio stra-
tificato. Gli strati della muscolare sono completamente formati,
e non è raro il caso di trovare, massime nel terzo strato, evi-
denti gangli nervosi.
Lo stomaco glandolare mostra ancora lo strato di sostanza
omogenea visto precedentemente, ma più spesso di quello. La mu-
cosa, fatta a leggieri avvallamenti, ha le cellule dell’epitelio ci-
lindrico stratificato lunghe e finamente granulari. Segue il solito
strato di connettivo sottomucoso , indi quello glandolare, i cui
acini glandolari, come si vede dalla fig. 12, incominciano a rag-
grupparsi tra loro, e sono rivestiti internamente di epitelio stra-
tificato, con elementi cubici e prismatici, ed esternamente cir-
condati da connettivo, che rappresenterebbe la membrana propria
della glandola. Comparisce pure lo strato inferiore della « musco-
laris mucosae ».
Nello stomaco muscolare l’accenno di strato cuticolare visto
innanzi si presenta maggiormente sviluppato e leggermente co-
lorato, assumendo inoltre uno stato filare. É diviso in due pic-
coli strati, di cui il primo ha un aspetto omogeneo e poco colo-
rato, ed il secondo invece, che contiene le granulazioni, assume
una colorazione rosea.
La mucosa si presenta leggermente plichettata e rivestita di
elementi cilindrici allungati, con protoplasma finamente granu-
lare, con nuclei fusiformi e molti granuli. Tra questi elementi si
osservano degli spazii irregolari, che raffigurano grosse cellule ca-
liciformi. Le cellule superficiali mandano delle propagini nell’in-
— 211 —
terno della mucosa , e già si vedono formare le glandole tu-
bulari.
Ancora più distinti si presentano i tre organi costituenti lap-
parato gastrico in un embrione di diciotto giorni. E la loro strut-
tura è anche più differenziata di quella dell'embrione precedente.
Difatti, nell’esofago si notano pliche molto sporgenti e rive-
stite di epitelio pavimentoso stratificato, nonchè frequenti inva-
ginazioni di questo, che danno poi piccole glandole acinose sem-
plici. Gli altri strati sono maggiormente sviluppati.
Nello stomaco glandolare , oltre a presentarsi lo strato cu-
ticolare quasi compatto, si osservano i pacchetti glandolari, che
hanno raggiunto il loro completo sviluppo, disposti in un’ unica
serie. Lo strato inferiore della « muscolaris mucosae »; abbastanza
sviluppato, non è continuo e presenta, negl’interspazii dei pac-
chetti glandolari, dei piccoli rialzi.
E lo strato cuticolare dello stomaco muscolare è più spesso
e più compatto di quello osservato nell’embrione precedente.
Le glandole tubulari sono quasi completamente formate; gli
strati muscolari ben distinti, e la sierosa contiene delle fibrille
connettivali con molti granuli interposti.
Embrioni di ventuno giorni e pulcini dopo quattro giorni nati.
Gli organi dell'apparato gastrico dell’ embrione di ventuno
giorni si presentano sempre più sviluppati di quelli degli em-
brioni di cui innanzi, e più differenziata ne è la loro struttura.
Nell’esofago di questi embrioni si osserva la completa for-
mazione delle glandole acinose semplici.
Il sottile strato cuticolare dello stomaco glandolare è più
compatto, ed i pacchetti glandolari, che si trovano al disotto di
uno strato ben distinto e continuo di « muscolaris mucosae »,
sono completamente formati, disposti in due serie e divisi fra
di loro da setti connettivali. Segue un sottile strato muscolare
circolare, indi uno più robusto longitudinale, e poi un altro cir-
colare, meno sottile del primo, nel quale si trovano dei gangli.
La sierosa, piuttosto spessa, è ricca di cellule connettivali.
E nello stomaco muscolare, lo strato cuticolare, nella cui
massa si trovano disseminati degli elementi epiteliali, è molto
spesso e si colora leggermente col carminio Mayer. Esso risulta
formato come di tanti prismi i cui prolungamenti costituiscono
gli zaffi che penetrano fin quasi alla metà delle glandole tubu-
lari, che, nell’embrione di ventuno giorni, sono belle e formate.
— 212 —
Gli strati muscolari che seguono, ricchi di vasi, seno molto
sviluppati e robusti, in modo da formare una rete con rigogliosa
parete.
Nel pulcino di quattro giorni poi gli organi e la loro strut-
tura sono completamente formati e differenziati.
Le glandole dell’ esofago hanno ancora la forma di acini
semplici. Di modo che le glandole acinose composte, che si tro-
vano nell’individuo adulto, si possono ritenere come formate dallo
aggruppamento di più acini semplici.
CONCLUSIONI
1.° Lo stomaco muscolare degli uccelli ha un rivestimento spe-
ciale, lo strato cuticolo-ventricolare, che si differenzia fondamen-
talmente dall’epitelio pavimentoso stratificato dell’ esofago e che
pare risulti da metamorfosi dell’epitelio della regione e da secre-
zione delle cellule di questo.
2.° La sua comparsa si accenna già verso il limite dello sto-
maco ghiandolare con alcune modificazioni nello aspetto della
superficie della mucosa, e queste vanno progressivamente aumen-
tandosi a traverso il segmento di passaggio tra stomaco ghian-
dolare e muscolare, per raggiungere in quest’ultimo la loro più
caratteristica espressione.
3.0 Analogamente graduale è il passaggio dello strato in pa-
rola nel limite verso l’intestino, ove si passa dalla struttura del
rivestimento proprio dello stomaco muscolare a quella caretteri-
stica dell’intestino, attraverso modificazioni successive, sulle quali
ho specialmente richiamata l’attenzione a proposito del gallo.
4.0 Tale strato cuticolo-ventricolare è già accennato nell’em-
brione di pollo di quattordici giorni, contrariamente a quanto
afferma il Cattaneo. Nello stesso periodo di sviluppo è anche evi-
dente la progressione graduale del suo apparire e se ne trovano
già tracce visibili al limite dello stomaco glandolare.
5.° Al microscopio esso si presenta costituito di una sostanza
o finamente granulare ed addensata, ovvero ha aspetto più omo-
geneo ed appare in prismi regolari caratteristici, che si colorano
bene con il carminio di Mayer, con la tionina ed altre sostanze
coloranti. Quest'ultima forma rappresenta probabilmente una fase
più differenziata della prima. In entrambi i casi a questa sostanza
sì trovano frammezzati elementi epiteliali, ancora normali o in
diverse fasi di metamorfosi.
— 213 —
6.0 Tali elementi epiteliali provengono, oltre che dalla super-
ficie dell’epitelio ghiandolare, in modo limitato anche dal fondo
dello strato ghiandolare, come ho potuto osservare nella civetta.
7.0 Quanto alla costituzione chimica di esso, si può dire che
le sue reazioni lo avvicinano molto alla sostanza chitinosa, mentre
lo differenziano dalla sostanza cornea.
8.° La struttura delle varie sezioni dell'apparato subisce an-
ch’essa trasformazioni nel passaggio dall’ esofago allo stomaco
ghiandolare, da questo a quello muscolare, e dallo stomaco mu-
scolare all’ intestino.
9.0 Tali cangiamenti sono graduali e progressivi ed interes-
sano non solo la mucosa che si modifica nel suo epitelio e nelle
sue ghiandole, ma anche subordinatamente i rimanenti strati della
parete, i quali presentano modificazioni nella successione e nella
spessezza rispettiva. ‘
Sento il dovere di rendere le più vive e sentite azioni di
grazie al Prof. Paladino , che mi fu largo di aiuto e di bene-
voli e sapienti consigli, durante il corso delle mie ricerche.
Istituto d’ Istologia e Fisiologia generale di Napoli.
— 214 —
BIBLIOGRAFIA
BauER M. — Beitrag zur Histologie des Muskelmagens der Vogel.
BerGoNnzINI — Sulla struttura dello stomaco dell’ Alcedo Rispida. — Atti della
Soc. dei Nat. di Modena; Memorie, serie 3%, vol. 4°. Anno 19.0 1895.
BERLIN — Bijdrage tod de spijsvertering der Vogeles. Nederlandsch Laucet. 3.
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Dissert, 25 S., 1 Tofel. Wurzburg, 1872.
— 215 —
SPIEGAZIONE DELLE FIGURE
(Tav. III E tav. IV)
Fig. 1— Sezione trasversale dell'esofago di Striîx passerina : Te, a Koristka®
i 2 — Sezione longitudinale del punto di PARsESe gio tra l’esofago e lo sto-
maco glanlolare di Strix passerina: ob. a E 3. Roristka.
» 8 — Stomaco muscolare di Strix passerina: a n; Koristka.
» 4— Sezione trasversale dello strato glandolare dello stomaco muscolare
Ap pg SE, È
di Strix passerina : = Koristka.
» 5 — Porzione di uno dei fili che compongono gli zaffi; =
to Koristka.
» 6 — Sezione longitudinale del punto di passaggio tra lo stomaco musco-
3
Ta tubo aper-
lare e quello glandolare di Strix passerina: 5 Koristka.
» — Sezione trasversale delle: Fora glandolare dello soa ‘muscolare
di Anser domesticus; Si 3 Koristka.
» 8 — Sezione ani nonale dello stomaco muscolare dell'embrione di pollo
a
3 3 DS)
» 9— Sezione sralporsala pelo stomaco muscolare dell’embrione di pollo
di 10 giorni;
di 10 giorni; 2 Pea g Koristka.
» 10—- PErAenS e Sn dell'embrione di pollo di 14 gior-
ni; TA i Koristka.
» 11 — Sezione trasversale DCO stomaco glandulare dell'embrione di pollo
di 14 giorni; ; cha g oristka.
» — Sezione a “dello stomaco muscolare dell'embrione di pollo
di 14 giorni; 2-® ° tubo aperto Koristka.
Tutte le suddette figure sono state riprodotte con la camera lucida di
Abbe.
LETTERE COMUNI A TUTTE LE FIGURE
e — connettivo.
cf — » fibrillare.
co — » interglandolare.
el — elementi linfoidi.
epgl — epitelio glandulare.
epr — >» di rivestimento.
eps — >» sfaldato.
fgl — fasci glandolari.
gl — glandole.
mi — mucosa.
mm — muscolaris mucosae.
membrana compatta.
» propria.
muscoli. ‘n "
otricoli glandolari.
pacchetti glandolari.
. parete propria.
papille villose.
secreto glandolare,
secreto primitivo.
strato cuticolare.
strato glandolare.
strato cuticolare primitivo.
vasi. i i
zaffi.
Per una rettifica. — 4 proposito di una proposta
classificazione degli Acantocefali. — Pel socio
Fr. Sav. MONTICELLI.
(Tornata del 24 agosto 1905)
In una mia nota sull’ Eckinorhynehus rhytidodes completata,
nel manoscritto, nell'ottobre del 1904 e depositata per la stampa
il 30 novembre 1904, ma, per ragioni tipografiche e litografiche,
pubblicata con ritardo, nel maggio del 1905 [Annuario Mus. Zool.
Università Napoli (N.S.) Vol. 1. N. 25, 2 maggio 1905 « Su di
un Echinorinco della Collezione del Museo Zoologico di Napoli
(Echinorhynchus rhytidodes Monticelli »], fondandomi sulle ricerche
ed osservazioni dello Shipley, a proposito del suo n. g. ArRyn-
chus (hemignathi) e della nuova famiglia di Acantocefali creata
per esso, degli Arhynchidae, ho creduto, dando maggior valore
alla caratteristica negativa degli Arhynehus (Vl assenza di pro-
boscide) di ripartire gli Acantocefali, da considerarsi, più che un
ordine, come una classe, nei due ordini degli Apronomenida (senza
proboscide: 1’ Arhynchus Shipley) e dei Pronomenida (tutti gli
altri Echinorinchi finora noti).
Mentre licenziavo le bozze della suddetta mia nota ho potuto
leggere il lavoro di Liihe « Geschichte und Ergebnisse des Echi-
norhynchen Forschung ec. (Zool. Ann. 1. Bd. 8° fascicolo, Ann,
1905), il quale, a pag. 342, osserva che il nome proposto dal Shi-
pley di Arkynchus è preoccupato; e quindi propone sia cambiato
in quello di Apororhynehus Shipley 1899. Non ero più in tempo
per tener conto di questa giusta osservazione nel mio scritto; ma
la correzione non muta per nulla l'essenza delle cose, e la rettifi-
cazione del nome può farsi facilmente dal lettore a giorno della
questione. Mi interessò , pertanto, il fatto che il Liihe, a pag.
341, ritiene pienamente giustificato il genere Apororhynehus con
la « typische weil einzige Art A. hemignathi Shipley » contro
il Merval, del quale ribatte gli argomenti, che, in una sua nota
preliminare, considera la forma illustrata dallo Shipley come
appartenente al genere Neorhynchus, brevemente riassumendo
le caratteristiche che, a suo credere, { ‘ustificavano questa con-
où
clusione; ma senza, pertanto, discutere il carattere dell’ assenza
— 218 —
della proboscide: carattere, che, secondo il Liihe, sarebbe da solo suf-
ficiente per distinguere la specie di Shipley dai Neorhynehus (Mer-.
val, L. Sur les Acanthocéphales des Oiseaux, Note preliminaire:
Rev. Suisse. Zool. Tome 12. 1905). Quantunque la nota del Merval,
dall’ A. gentilmente inviatami a suo tempo, mi fosse sfuggita,
rilettala dopo il lavoro del Liihe, fui contento che questa non
alterava per nulla le mie deduzioni sistematiche generali negli
Acantocefali, basate sul lavoro di Shipley; intorno al quale, per
la valutazione dei caratteri dell’ Apororhynchus come genere di-
stinto, si era di accordo con il Liihe. Ma il Merval serbava ad
entrambi una sorpresa rivelatrice, perchè nella sua « Monographie
des Acantocéphales d’Oiseaux (Rev. Suisse. Zool. Tome 13, 1905),
di recente pubblicata, per critica interpretazione delle figure e
del testo dello Shipley e per l'esame di esemplari dell’Echinorinco
studiato da questo A. (provenienti dalle collezioni di Vienna e
di Berlino) ha potuto concludere che esso è realmente, per le sue
caratteristiche, un Neorhynchus privato accidentalmente
della proboscide, che potrebbe conogni probabilità
essere rimasta strappata dal corpo (bulla). Il Merval
quindi considera lE. di Shipley, come del resto aveva già fatto
precedentemente nella nota preliminare senza darne una così pa-
tente dimostrazione, come Neorhynchus hemignath.
Stando così le cose, le conclusioni del Liihe confortanti, in
base al carattere dell’assenza della proboscide, quelle di Shipley
nel ritenere ben fondato il n. g. cadono di fatto; perchè la probo-
scidemancanegliesemplaridelloShipley,nondifetta
nelle specie! Conseguentemente tutta la classificazione da me
proposta non ha più ragione di essere; perchè gli Aproromenida non
esistono più fra gli Acantocefali!; che, naturalmente, sono tutti dei
Pronomenida: i due nomi da me creati devono per conseguenza
cadere in disuso ed essere dimenticati! Prima che altri criticasse il
mio operato ho voluto farlo io stesso per mettere le cose a posto
e dire francamente come è che sono stato condotto ad ingom-
brare la sistematica con una inutile nuova proposta fondata, nella
buona fede, sulle osservazioni dello Shipley, che, non da solo,
ho ritenute per salde e fondate (v. Liihe) intorno al genere
Arhynchus. Il quale, ammesso e valutato alla stregua dei carat-
teri riconosciutigli dal suo autore, mi ha condotto alle conclu-
sioni sistematiche generali innanzi esposte: purtroppo fondate
sulla caratteristica di una proboscide accidentalmente strappata
dall’ animale !
Contributo alla flora murale e ruderale di Napoli, pel
socio Fr. pe Rosa.
(Tornata del 24 agosto 1905)
Chi, passeggiando nella nostra città, leva lo sguardo più o
meno in alto è richiamato molto di frequente a mirare qualche
pianta, che ha trovato modo di nascere sui fabbricati, riuscendo
a volte di avventizio ornamento, per quanto poi di dannosa causa
di deterioramento dell’edificio o di alcuna delle sue parti.
mentre, se ben si fa attenzione, le specie predominanti sono
quasi dovunque le stesse, sia per l’esposizione del muro o della
cornice sulla quale sono impiantate, sia per l'altezza del piano dal
suolo, pure c'è modo spessissimo d’incontrarsi in altre relativa-
mente non ovvie, sia che appartengano, come d’ordinario , alla
flora locale, sia talvolta a quella coltivata.
Non mancano pure esempii di piante da piena terra, e più di
frequente, ciò s'intende, di quelle, che soglionsi coltivare in vaso,
a fin di diletto ed ornamento, su balconi e terrazze.
Si aggiunga poi che in una città vecchia come la nostra, e
dove, poco per rispetto convenzionale all’ antico, più spesso per
mancanza di cura alla buona conservazione degli edifici e mo-
numenti, qualche volta pregevoli, avviene di sovente che piante
più o meno, ma sempre dannose, per l’effetto e le conseguenze
delle loro radici, si riscontrino proprio dove meno si crederebbe.
Nè è raro il caso di trovarne di quelle che sono fra le più no-
tevoli come agenti di disgregazione in posti, che meglio andrebbero
garentiti e rispettati.
Sulle vecchie mura quasi ruderali di fortilizi e sui residui
delle cinte urbane non è meraviglia che vi si rinvengano, perchè
colà l’azione corroditrice degli agenti fisici ed atmosferici, assieme
a quella dei vegetali inferiori, per un lungo periodo di tempo, hanno
costituito dei sostrati terrosi, sui quali è più agevole la germina-
zione e la vita dei vegetali evoluti.
Ma se alle vestigia di antichi monumenti dei quali più la
fantasia che il ricordo può ricostituirne mentalmente le antiche
forme, l’ ornamento di spontanea vegetazione riesce talvolta di
i — 220 —
utile complemento estetico, dove più il bisogno di conservazione
della statica si richiede, la flora spontanea riesce essenzialmente
dannosa. Pare perciò in generale sia cosa opportuna il richiamare
l’attenzione dei possessori degli stabili e più di tutto le pubbliche
amministrazioni, che possono darsi il vanto, certamente non in-
vidiabile, di avere i fabbricati più ricchi di flora pensile, affinchè
se ne diano un po’ di conto.
Ogni tanto invero una certa resipiscenza non manca e si
accorre a sopprimere gli ospiti più o meno infesti, ma spesso
passano anni e l’opera demolitrice seguita, anche in conseguenza
dell’imperfetto e vano modo di tor via dai fabbricati le piante,
che vi hanno preso abituale dimora. Massime per le specie pe-
renni e più ancora per quelle arboree certamente non è agevole
impresa, ma per lo meno dovrebbesi con maggior frequenza ed
oculatezza ritornare al lavoro.
Ponendo intanto mente a questo stato di cose, da un certo
tempo a questa parte, son venuto osservando quelle piante, che
vivono in quelle speciali stazioni ed ho cercato di studiarle, sia
come unità specifiche, sia in riguardo alla loro frequenza, alla
loro posizione e sviluppo, non mancando a suo tempo di notarne
qualche fatto di maggior rilievo proprio a qualcuna di esse ed
accenando a quello, che potesse aver rapporto con la dissemina-
zione naturale.
Non ho la pretesa intanto di aver fatto opera completa, ma
ho creduto di abbozzare un lavoro d’ indagine, che meriterebbe
essere forse continuato, tanto più che ho avuto occasione per
qualche specie di notare come aumenti per essa l’area di diffusione.
Nonpertanto non è da ritenersi che le stazioni indicate sieno le
sole dove le specie si riscontrino, ma soltanto quelle, che mi è
stato dato di notare volta per volta.
Prima d’ogni altra cosa è bene d’ intendersi circa i diversi
posti, ai quali si riferiscono le osservazioni ed il riscontro delle
specie menzionate. Non è da considerarsi con la indicazione di
muro ogni qualsiasi parete, ma quei muri che servono alla par-
tizione di proprietà nell'abitato e talvolta a riparo di vie e scale
pubbliche, non quelli destinati a trattenere il terreno soprastante
per differenza di livello rispetto alle strade.
Per tetti e lastrici non è da far riserve od aggiungere chia-
rimenti, così per i cornicioni e le altre parti di edifici pubblici
e privati.
La nostra città nondimeno di veri ruderi pochi davvero ne
presenta, chè tutti hanno subito le trasformazioni prodotte dal-
— 221 —
l’ esigenze edilizie dei tempi nuovi, ma tratti di muraglie non
mancano, come porte dell’antica città e forti con i relativi ba-
stioni e torri, che mostrano davvero la loro potente resistenza
all’ingiurie del tempo, ed all’incuria veramente deplorevole ed im-
perdonabile delle amministrazioni cui sono affidate. In qualche
punto poi, a riparare scoscendimenti e trattenere frane, furono
da un pezzo costruiti ripari, che restarono opere greggie, che, data
la loro natura e posizione meglio ancora, come veri ruderi si
prestarono a costituire ottime stazioni di flora spontanea.
In generale i nostri edifici coverti d’ intonaco, per la mag-
gior superficie vanno esenti dall’ ospitare piante; ma i muri e le
muraglie di tufo vulcanico cementati da malta ,con i loro dorsi
per lo più pianeggianti, danno con i cornicioni e qualche speciale
costruzione, ricca di anfrattuosità pel materiale da cui risulta o
di sinuosità nel disegno del suo modello, un ricco campo di so-
strato alla vegetazione spontanea.
Si noti che questo studio è limitato alle sole piante vasco-
lari, e che per la classificazione di esse mi sono avvalso princi-
cipalmente, nei limiti del possibile, del « Compendio della Flora
Italiana » dell’ Arcangeli, non mancando, secondo il bisogno, di
ricorrere ad altri sussidi.
ELENCO SISTEMATICO DELLE SPECIE
F'ilicinese
1. Polypodium vulgare L. — Questa felce, frequente sui vec-
chi alberi nei boschi e sui muri ombrosi, l’ho trovata sulla mu-
raglia di Castelnuovo dal lato prospiciente via S. Carlo, esposta
a N.W. specialmente sulla parte più alta ed in prossimità d’una
feritoia, dove si era accumulato uno straterello di terriccio. Le
piante avevano sviluppo mediocre, essendo il posto abbastanza
colpito dal sole.
2. Grammitis leptophylla Sw.—Rara. L’ho trovata una volta,
a qualche metro dal suolo, presso una grondaia, sul muro dell’ex
monastero di S. Domenico maggiore dalla parte della piazzetta Ca-
sanova a N.
8. Scolopendrium”vulgare Act. — Relativamente ovvia nella
parte interna del boccaglio dei pozzi e cisterne di tutta Napoli.
L'ho trovata abbastanza bene sviluppata su d’un muro della R.
Università degli studi, di lato ‘alla chiesa del Gesù vecchio; ma
i migliori esemplari a notevole sviluppo si trovano numerosi in
un cortiletto interno dell'ex monastero di S. Lorenzo maggiore.
— 222 —
4. Adiantum Capillus-Veneris L. — Frequentissima nei
pozzi e cisterne, l’ho trovata spesso sotto i cornicioni nell’interno
di alcuni palazzi antichi e presso qualche grondaia in via Tri-
bunali, via Settembrini, via Forcella, a tutte le esposizioni.
È notevole che nasca nelle commessure dei marmi della base
dell’ obelisco dell’Immacolata a piazza Trinità maggiore a S.W. In
generale non si eleva molto sul piano della strada e rarametne
oltrepassa 1 quattro metri, e le piante hanno sviluppo limitato
con colore costantemente verde tenero e durante la state perdono
spesso la fronda.
5. Pteris aquilina L. — Questa felce, così frequente nei bo-
schi, che infesta i terreni sterili e che approfonda tanto il suo
rizoma, da riescire difficile il distruggerla in certi campi, ha tro-
vato modo ‘di allogarsi in un grosso cartoccio di marmo del-
l’obelisco a piazza Trinità maggiore e propriamente in quello
che è a S. W. e costituisce la prima base ornata.
Notai questa felce in quel posto circa tre anni or sono ed
allora aveva uno sviluppo relativamente limitato e presentava una
larga ed elegante fronda verso S. Ora invece si è presentata an-
che verso W. ed evidentemente il rizoma ha trovato modo di
espandersi fra i marmi ed il modello in muratura. La presenza di
questa felce merita attenzione, perchè essa è rarissima nella flora
murale.
6. P. cretica L.-— Rara. Ne raccolsi qualche esemplare nel
cortile dell'ex monastero di S. Domenico maggiore e ne ho viste
al vico Sacramento a Foria presso una grondaia, che perdeva
acqua, donde il muro esposto a N. era tutto inverdito.
Poacese
©. Erharta panicea Sm. — Questa graminacea, originaria
del capo di Buona Speranza, è diffusissima fra noi e si presenta
frequentemente sui muri d’ordinario grezzi. Ne ho trovata molta
verso l’ ospedale militare della Trinità al corso Vittorio Emma-
nuele, al Vasto a Chiaia, a Monte di Dio ed altrove. Assume
sviluppo secondo il posto dove cresce; presso lo sbocco d’ un
fognuolo alla calata di S. Antonio ai monti, ne ho raccolto di
notevole grandezza.
8. Setaria verticillata P. B. — Frequente dovunque sui cor-
nicioni e specialmente sul dorso dei muri rustici. L’ ho raccolta
al Vasto a Chiaia, a via dei Mille, al corso Vittorio Emmanuele,
— 223 —
e trovasi sul barbacane del Chiatamone, sui lastrici di Castelnuovo
a qualunque altezza ed a tutte le esposizioni.
9. Digitaria sanguinalis Scop. — Abbastanza frequente sui
muri al corso Vittorio Emmanuele, al Mandracchio, al ponte
della Maddalena.
10. Cynodon Dactylon Pers. — Ovvia dovunque sul dorso
dei muri, sui cornicioni e fra le cementature degli embrici dei
tetti.
11. Lagurus ovatus L. — Non rara sul dorso dei muri; ab-
bonda sui ripiani del barbacane del Chiatamone verso S. E. e sul
muro di Castelnuovo verso il mare.
12. Milium multiflorum Cav. — Abbastanza raro. L'ho tro-
vato in un angolo del muro della funicolare di Montesanto, espo-
sto ad E.
13. Aira capillaris Host. — Non frequente. L'ho trovata sul
dorso di un muro del nuovo tratto di via S. Pasquale a Chiaia, a
via dei Mille e sul muro accosto al ponte della Sanità verso N. E.
14. A. Tenorii Guss. — Anche meno frequente. L'ho trovata
sul barbacane del Chiatamone a S.
15. Avena fatua L. — Abbastanza frequente al Corso Vit-
torio Emmanuele presso l'ospedale della Trinità ed al ponte della
Maddalena, sull’orlo dei lastrici di varie case basse esposte ad W.
16. Sclerochloa rigida Panz. — Frequente sul ciglio di muri
e sui cornicioni dovunque, specialmente esposti a N.
17. Poa annua L. — Comunissima sui muri e terrazze a tutte
le esposizioni. Assume maggiore o minore sviluppo, secondo che
è impiantata su straterelli terrosi più o meno alti.
18. P. bulbosa L. — Assai meno frequente della precedente.
Trovasi spesso sul dorso dei muri. Ne ho raccolto alla Sanità, a
Ponte nuovo ed a S. Erasmo, a tutte le esposizioni assolate.
19. Cynosurus echinatus L. — Frequente sui muri alla Sa-
nità, al corso Vittorio Emmanuele, a Pontecorvo, al Chiatamone,
al Mandracchio ed alla Maddalena, d’ordinario a S. E.
20. Koeleria phleoides Pers. — Frequente. Al Chiatamone,
al Carmine ed alla Sanità, abbonda verso il mare a tutte le espo-
sizioni assolate.
21. Festuca ovina L.--Rara. L'ho trovata sul primo ripiano
del barbacane del Chiatamone, su di uno strato di terreno ab-
bastanza alto, a S. E.
22. Vulpia ligustica Lk.—Frequente al Chiatamone. al Car-
mine, a Castelnuovo, alla Sanità, al corso Vittorio Emmanuele
presso S. Lucia al monte, quasi sempre ad esposizione meridiana.
— 224 —
23. Bromus maximus Desf.—Abbastanza rara. L'ho trovata
al corso Vittorio Emmanuele verso la Trinità, alla via nuova di
Capodimonte ed al Chiatamone.
23. B. tectorum L. — Frequentissima sul dorso dei muri, sui
lastrici e su qualche cornicione, al vico Carogioiello, sull’obelisco
di Trinità maggiore, a Castelnuovo sui tetti della cortina e sui
lastrici verso il mare a tutte le esposizioni, più frequente verso S.
25. Lolium perenne L. — Abbastanza frequente alla Sanità,
al corso Vittorio Emmanuele, a via dei Mille, a Piedigrotta, al
Chiatamone, a Castelnuovo, sui muri del Carmine, d’ ordinario
assieme ad altre piante, che l’aduggiano.
26. Brachypodium silvaticum R. et S.—Una sola volta l’ho
trovato su di un muro a via S. Gennaro extra moenia.
27. Secale cereale L. — L’ hio trovata una volta in via San
Giovannie Paolo agli Ottocalli, presso una caditoia d’ un vecchio
lastrico a circa cinque metri dal suolo. La pianta era debole e
la spiga relativamente breve. Esposizione a N.
Questa specie sfuggita alla coltivazione è notevole pel posto
dove l’ ho trovata, perchè nei dintorni non s’ usa di coltivarne.
28. Hordeum secalinum Schreb. — Rarissima. L’ho trovata
solo sul barbacane del Chiatamone.
29. H. murinum L. — Frequentissima sul dorso dei muri a
Piedigrotta, al corso Vittorio Emmanuele, alla Sanità, a Foria ,
al Reclusorio, a Pontenuovo, al castel del Carmine, al Mandrac-
chio, a Castelnuovo ed al Chiatamone, a tutte le esposizioni as-
solate.
Cyperacese
30. Cyperus rotundus L. — Rara. L'ho trovata al corso
Vittorio Emmanuele sotto il parco Grifeo a S.
Aracese
81. Arum italicum Mill. — Rarissima. L’ ho trovata una
volta, che usciva dalla feritoia di un muro alla salita del Petraio
verso N.
Asparagacese
52. Asparagus acutifolius L. — Rarissima. L’ ho trovata
nella fenditura di un muro del fabbricato dell’ex Ritiro di Suor
— 225 —
Orsola Benincasa al corso Vittorio Emmanuele verso N. ed al
ponte della Sanità nell’emiciclo esposto a N.W.
Luililacese
33. Lilium candidum L.— L'ho trovato su di un muro
esposto a S. al corso Vittorio Emmanuele verso S. Francesco.
Sfuggito alla coltivazione.
34. Allium neapolitanum Cyr. — Piuttosto rara. L'ho tro-
vata al Petraio su di un muro a N. ed al Corso Vittorio Em-
manuele presso la Trinità, verso S.
35. Asphodelus fistulosus L. — Rarissima. L’ho trovata una
sola volta al corso Vittorio Emmanuele sul dorso di un muro
presso il parco Grifeo, dove ora sorge quel villino a mo’ di ca-
stello. i
36. Agave americana L. — Rara. L’ ho trovata su di un
muro a Piedigrotta e su di un pilastro a via nuova di Capodi-
monte, sfuggita alla coltivazione da un vaso, che ornava forse il
pilastro, a giudicare dal ferro, che doveva sostenerlo.
Urticacese
87. Urtica urens L. — Rara. Ne ho trovato esemplari sul
muro del bastione del castello del Carmine, verso E.
38. U. membranacea Poir. — Frequente sul dorso dei muri
a tutte le esposizioni e su qualche lastrico a via Tarsia, a via
Depretis verso S., su i ruderi delle case dell’antica via di Porto.
39. Parietaria officinalis L.-— Ovvia dovunque su tutti i
muri rustici e sul ruderi a tutte le esposizioni ed a qualsiasi al-
tezza. Se ne trovano forme varie per sviluppo delle foglie e co-
lore del fusto. Ve ne sono esemplari che toccano il metro col
fusto eretto e robusto a fogliame ricco ed espanso e di color
verde carico.
Notevole fra le altre una forma pusilla a foglie minutissime
ed a portamento compatto.
40.—3 diffusa. — Meno frequente della precedente; preferisce
le maggiori altezze: lastrici, cornicioni, etc. Si trova spesso nelle
commessure dei davanzali delle finestre, parapetti di lastrici, a
fusti prostrati, a volte quasi striscianti. Preferisce le esposizioni
assolate.
41. Ficus Carica L. — Questo colosso fra le piante della
flora ruderale trovasi di frequente sulle muraglie. Notevoli esem-
15
— 226 —
plari sì trovano su quella di Pizzofalcone ad E., sulla torre di
Castelnuovo a N.,sui bastioni di castel del Carmine , a Ponte-
nuovo, al Mandracchio, sul muro al disotto della via Piliero. Sul-
l’obelisco di Trinità maggiore a S. se ne nota una pianta, che mi-
naccia di assumere buone proporzioni e che assieme alla Pteris
aquilina e, quel che è più, all’ Adanthus glandulosa produrranno
serio danno a quel monumento.
Euphorbiacese
42. Euphorbia Peplus L — Relativamente rara. L'ho rac-
colta al corso Vittorio Emmanuele presso l'Hotel Bristol, sul muro
verso la Funicolare di Chiaia.
43. Mercurialis annua L. — Frequente sul dorso dei muri,
sulle muraglie di Castelnuovo e sul barbacane del Chiatamone.
Non manca qua e là su qualche cornicione. L'ho trovata a via
Roma, a via Nardones, al corso Vittorio Emmanuele verso la Tri-
nità ed alla funicolare di Chiaia.
Amarantaceae
44. Amarantus viridis L. — Rarissima. L’ ho trovata sul
barbacane del Chiatamone.
45. A. deflexus L. — Piuttosto frequente, Sui muri al corso
Vittorio Emmanuele, alla Sanità, alla Maddalena sul muro verso
il mare, a S. Lucia, etc. Sempre ad esposizione meridiana ed al-
l'altezza di non oltre 4 metri dal suolo.
Chenopodiacese
46. Chenopodium ambrosioides L. — Rara. L'ho trovata
sul barbacane del Chiatamone e sul bastione del castello del
Carmine. 0
Ranunculacese
47. Delphinium Ajacis L. — Rara. L’ ho vista al corso Vit-
torio Emmanuele verso S. Maria Apparente ed all’ emiciclo del
ponte della Sanità.
Sfuggita alla coltivazione.
— 227 —
Papaveracese
48. Papaver dubium L. — Non frequente sui muri. L’ ho
raccolta a via dei Mille verso S. ed al corso Vittorio Emma-
nuele.
Vegetazione stentata a giudicare dagli esemplari molto deboli.
49. Glaucium flavum Crantz. — Rarissima. Ne ho trovata
una, non fiorita, sul muro della Marinella verso la spiaggia di villa
del Popolo.
50. Fumaria parviflora Lam.-— Frequente sui muri rustici
e su qualche cornicione di edifici bassi. L'ho trovata al corso
Vittorio Emmanuele presso la chiesa del Santo Sepolcro , sul
bastione di Castel del Carmine, a Mergellina, etc.
51. F. muralis Sond. — Meno frequente della precedente.
L’ho raccolta sul muraglione dell’ ex Ritiro di Suor Orsola Be-
nincasa al corso Vittorio Emmanuele.
Br'assicacese
52. Matthiola incana R. Br. — Poco frequente. L'ho trovata
a Piedigrotta verso S. E., al corso Vittorio Emmanuale presso
S. Francesco, alla stessa esposizione, ed alla Maddalena presso
Pazzigno a S. verso il mare.
53. M. rupestris Guss. — Anche meno frequente. Trovasi
in copia sul barbacane del Chiatamone ed a Castelnuovo a S.
verso il mare.
54. Cheiranthus Cheiri L.- Frequente. L'ho trovata al corso
Vittorio Emmanuale presso l’ospedale della Trinità ed a S.Lucia
sul muro a S. del vico storto del Pallonetto, sul cornicione di
S. Marcellino e sul cartoccîo sporgente sulla facciata esterna di
S. Chiara, sul mercato di commestibili a Foria ed al castello del
Carmine.
5b. Arabis hirsuta Scop. — Abbastanza rara. L'ho trovata
sulla muraglia di Castelnuovo a N. ed a Pontenuovo.
56. Brassica fruticulosa Cyr. — Comune al corso Vittorio
Emmanuele presso la funicolare di Montesanto, al largo Gesù e
Maria, alla Sanità, alla Maddalena ed altrove, sempre su muri
rustici a S. o ad E.
57. Sinapis nigra L. — L’ho trovata una sola volta su di
un muro nel chiostro dell'ex monastero della Sapienza.
— 228 —
58. Diplotaxis tenuifolia DC. — Relativamente frequente al
corso Vittorio Emmanuele, a via Confalone, ai Granili, a Capo-
dimonte, etc. sempre a S.
59. D. muralis DC. — Molto meno frequente. L’ho trovata
a S. Lucia, su di un muro del palazzo dell'ex Hotel de Rome verso
S., e sul muro della rampa del palazzo Francavilla a Chiaia.
60. Raphanus sativus L. — L’ ho trovata una volta su di
un muro presso il locale dell’ex Tiro a segno.
Sfuggita alla coltivazione. |
61. Alyssum maritimum L. — Frequentissima in città do-
vunque sui muri, tetti e terrazze, specialmente volti a S.. Nasce
in copia sul barbacane del Chiatamone, a Piedigrotta, al corso Vit-
torio Emmanuele, sulle muraglie di castel del Carmine, sul Ca-
stelnuovo etc.
Incontrasi poi molto abbondantemente dovunque sulle nostre
colline e vie di campagna e fiorisce tutto l’anno.
È una risorsa per i nostri fiorai nell’inverno specialmente ;
essi ne fanno uso larghissimo (Lore de zella nap.) e ne offrono
sul mercato i fiori colorati in azzurro od altrimenti con l’anilina
e li sostituiscono all’ Eliotropio (Helsotropium peruvianum L.= Vai
niglia nap.)
62. Draba muralis L. — Abbastanza frequente sui muri a
N. L’ho trovata al Reclusorio, al castello del Carmine , etc. di
ordinario sempre in basso, a volte appena a qualche metro dal
suolo.
63. Thlaspi Bursa-pastoris L. — Frequentissima sul dorso
dei muri. Ne ho raccolta al corso Vittorio Emmanuele, a Piedi-
grotta, a Foria sul muro della caserma a S. Carlo all’ Arena, al
Mandracchio, a S. Lucia verso il mare, etc. a tutte le esposizioni.
64. Lepidium graminifolium L.——Frequente sui muri esposti
a N. Ne ho trovata a Castelnuovo, al Carmine, a Pontenuovo,
a S. Giovanni maggiore, a via Tribunali, sull’obelisco dell’ Imma-
colata a piazza Trinità maggiore.
65. Biscutella levigata L. fi. coronopifolia. — Frequente sui.
tetti, cornicioni ed anche sul dorso dei muri esposti a N., più
spesso in vicinanza di canali e caditoie. Ne ho trovata a S. Gio-
vanni e Paolo agli Ottocalli, a Pontenuovo, a S. Domenico mag-
giore, etc.
— 229 —
Capparidacese
66. Capparis spinosa L. fl. rupestris S. et Sm.—-Forma note-
voli cespugli pendenti dalle muraglie di Castelnuovo a N. verso
via S. Carlo e su quelle del castello del Carmine ad E. ed a S. Trovasi
anche a S. Maria Apparente, al Chiatamone a S. ed abbonda
sul parapetto dei iastrici dell’ Istituto chimico della R. Univer-
sità ed altrove.
Resedacese
67. Reseda alba L. — Frequente sui muri, cornicioni e tetti,
specialmente verso il mare ed in generale a tutte le esposizioni
assolate. Assume maggiore sviluppo se trovasi ad E. od in pros-
simità di grondaie o sul dorso di muri a valle di tetti. Ne ho tro-
vata in via Cesario Console sul muro della Darsena, al Chiatamone,
a Mergellina, al corso Vittorio Emmanuele verso S. Francesco,
ed altrove.
68. R. luteola L. — Molto meno frequente, anzi quasi rara.
Ne ho trovata al ponte della Sanità ad W. ed ai Granili su certe
case a S. Erasmo.
69. R. odorata L. — Trovasi per eccezione. L'ho trovata una
volta su di un cornicione a via Nilo nell'ex Seminario dei nobili
e sulla cornice d’ un balcone a via S. Maria Ogni bene.
Sfuggita alla coltivazione.
Dianthacese
70. Saponaria officinalis L. — Rarissima. Ne ho trovata una
volta una a via Pontecorvo, pendente da una caditoia forse
ostruita o quasi, che aveva reso umidissimo il muro a N.
71. Stellaria media Will. — Frequente sul dorso dei muri
rustici ed anche su qualche cornicione. Ne ho trovata più spesso
alla Sanità, a Castelnuovo, a Pontenuovo, sulla fontana di Monteo-
liveto nelle commessure dei marmi ed altrove, sempre esposta a
N. o ad E.
72. Arenaria Serpyllifolia L. — Frequente dovunque a tutte
le esposizioni sul dorso di muri, cornicioni, tetti, balconi, etc. Ne
ho raccolta al corso Vittorio Emmanuele, a Foria, a via Nuova ‘
Capodimonte, al vico Vasto a Chiaia, alla Riviera di Chiaia, alla
R. Università sui cornicioni del primo piano, etc.
— 230 —
73.—B, tenuior. — Come la specie quasi ovvia.
74. Alsine tenuifolia Cr. — Poco frequente. L’ ho raccolta
sul barbacane del Chiatamone, a Castelnuovo, ed al Reclusorio.
Portulacaceae
75. Portulaca oleracea L.- Piuttosto rara sui muri, trovasi
più spesso su qualche lastrico o balcone. Ne ho raccolta a via
Tarsia ed a via Tribunali, sui terrazzi di Castelnuovo, sempre
ad esposizione molto assolata.
Hiypericacese
76. Hypericum perforatum L. — Rarissima. L’ ho raccolta
sul dorso di un muro al corso Vittorio Emmanuele presso l’ospe-
dale della Trinità.
Malvacease
77. Malva rotundifolia L. Rara — L’ho raccolta sulla mu-
raglia di Castelnuovo verso N.,su di un muro vecchio a Ponte-
nuovo, dove si era costituito uno strato di terreno abbastanza
spesso.
(8. Lavatera arborea L.—-L’ho trovata una volta nata sul
muraglione del parco Grifeo al corso Vittorio Emmanuele.
L’esemplare presentavasi debole e data la sua inserzione pen-
deva ed era in fiore nel mese di marzo. Sfuggita alla coltivazione.
Geraniacese
‘79. Oxaliz corniculata L. — Frequentissima sui muri e pa-
rapetti di lastrici, massime negl’ interstizi dei lastroni di battuto,
specialmente verso E. e N. E. Ne ho trovata al corso Vittorio
Emmanuele, alla Sanità, a San Domenico Maggiore , a piazza
Dante, etc.
80.—R. purpurea — Come la specie, frequentissima. Ne ho tro-
vata a via dei Mille, al Chiatamone, su Castelnuovo ed altrove.
simarubacese
S1. Ailanthus glandulosa Desf. — Rarissima. Di quest’ al-
bero, originario della Cina o del Thibet, naturalizzato fra noi e
— 281 —
così frequente in tutte le condizioni, ve ne è un esemplare, im-
piantato sul primo piano ornato dell’obelisco dell’Immacolata a
piazza Trinità maggiore.
L’avevo notato fin dal 1899 ed allora aveva il fusto unico.
Essendo stato tagliato in seguito nella ripulitura che ad intervalli
abbastanza lunghi operano i pompieri per conto dell’amministra-
zione del Comune, ha rigettato ogni volta di più e le radici, che
si sono insinuate fra la base e gli ornati riportati di marmo ,
hanno per gemme avventizie dato ogni anno qualche altro getto
ed ora se ne contano una decina circa, che fanno nella buona sta-
gione bella mostra su vasta superficie, ma che non tarderanno a
far risentire il triste effetto della infesta ospitalità.
Sri
solanacese
82. Hyosciamus niger L. — Non frequente. Trovasi in esem-
plari bene sviluppati e numerosi sui lastrici di Castelnuovo, spe-
cialmente negli angoli fra le cortine e la torre verso N.E., sul
muro a destra del ponte della Sanità ed al castello del Carmine.
83. Nicotiana glauca Grahm.—Questa specie d’origine ame-
ricana, sfuggita alla coltivazione, si è naturalizzata ed è relativa-
mente frequente. L'ho raccolta al Rione Amedeo sui muri a monte,
aPosillipo verso il mare presso villa Cappelli, alla via Confalone
alla Salute.
La pianta sorpresa dalle temperature basse spesso perde la
parte aerea per rigettare in primavera, ma qualche anno resiste e
diventa sublegnosa. Fiorisce lungamente dall’aprile ad ottobre.
84. Solanum nigrum L. — Frequentissima. L'ho raccolta sulle
muraglie di Castel S. Elmo, a Capodimonte, al corso Vittorio
Emmanuele in vari posti, a Pontenuovo e sul muro finanziere
verso la dogana di S. Giovanni a Teduccio.
85.— fi. miniatum. — Rara. L’ ho raccolta su di un muro a
Piedigrotta presso la chiesa ed a S. Anna alle paludi.
scrophulariacese
86. Antirrhinum majus L. — Ovvia dovunque sui muri, cor-
nicioni, lastrici, etc. Abbonda sui muraglioni dell’ex Ritiro di Suor
Orsola Benincasa, sul cornicione dell’ edificio di S. Marcellino,
a Pontenuovo presso la torre ed altrove.
Poche specie sono così diffuse e frequenti come questa, che
riesce la più ornamentale, forse, per la ricca e prolungata fio-
— 232 —
ritura, che comincia conla primavera e finisce nell’autunno molto
inoltrato.
87. Linaria Cymbalaria Mill. — Abbastanza frequente nel-
l’esposizioni a N., formando gentili fiocchi pendenti dai muri umidi,
specialmente in prossimità di grondaie. Nasce sulle muraglie di
Castelnuovo verso via S. Carlo, al castello del Carmine; l’ho tro-
vata in via S. Domenico Maggiore ed a Pontenuovo nell’angolo
fra la muraglia e la torre all'ombra, e sui muri della R. Univer-
sità verso il Gesù Vecchio.
Lamiacese
88. Calamintha parviflora Lam. — Piuttosto frequente, mas-
sime verso la parte alta della città. L'ho trovata alla Sanità sul
ponte, al corso Vittorio Emmanuele, a Piedigrotta ed a Posillipo,
ma abbonda su S. Elmo e nella Certosa di S. Martino.
Verbenacese
89. Verbena officinalis L. — Poco frequente. L'ho raccolta
al corso Vittorio Emmanuele presso la scala Filangieri.
Plantaginese
90. Plantago Psyllium L. — Rarissima. L’ ho trovata sul
muraglione esterno dell’ex Ritiro di Suor Orsola Benincasa, espo-
sta a S.
91. P. major L. f intermedia (Gilib.). Rara. L'ho trovata sul-
l’obelisco dell’Immacolata a piazza Trinità maggiore verso W. e
nell'interno dell'ex monastero di S. Lorenzo maggiore.
Phaseolacese
92. Medicago arborea L. — Rarissima. Ne ho visto un esem-
plare a Posillipo su di un muro al disotto della via, prima di pa-
lazzo Donn’Anna verso il mare ad E. i
93. Melilotus neapolitana Ten. — Rara. L’ ho trovata sul
muro a destra di via Stella polare al ponte della Maddalena, dalla
parte di S.
94. Trifolium arvense L. — Frequente sul dorso dei muri.
Ne ho trovato al corso Vittorio Emmanuele, ai Miracoli, a Ponte-
nuovo e sul bastione del Carmine, d’ordinario in posizioni a solatio.
— 233 —
95. T. incarnatum L.— Rarissima. L’ho vista una volta al
corso Vittorio Emmanuele sul muro di sotto della funicolare di
Montesanto ed un’altra sul muro del parco Grifeo.
Sfuggita alla coltivazione.
96. T. fragiferum L. — Rarissima. L’ ho raccolta sul muro
del giardino del Vasto a via dei Mille.
97. T. repens L. — Non frequente. L’ ho trovata al corso
Vittorio Emmanuele presso il ponte di Montemiletto , al ponte
della Sanità sul muro dell’emiciclo di destra, esposto a N., e sulla
muraglia di Castelnuovo verso via S. Carlo
98. Robinia Pseudo-Acacia L.—L’ho trovata nata su di un
muro rustico a via Tasso. L’esemplare era dell’anno.
Sfuggita alla coltivazione.
99. Pisum sativum L.—L'ho trovata sul muro del giardino
Roccella al Parco Margherita.
Sfuggita alla coltivazione.
100. Lathyrus Aphaca L.—Rarissima. L'ho trovata che pen-
deva da un muro al Vomero nuovo di sotto alla villa Santarella.
101. L. sativus L. — L'ho trovata su di un muro a via S.
Anna alle Paludi.
Sfuggita alla coltivazione.
102. Vicia pseudocracca Bert. — Rarissima L'ho trovata
una volta pendente dal muro di sotto della Marinella, verso il
mare, poco dopo Villa del Popolo.
103. Cercis Siliquastrum L. — Ne ho vista una pianta di
circa 50 cm. sul muro vicino al casotto daziario a Piedigrotta.
Rosacese
104. Fragaria vesca L. — Rarissima. Ne ho visto sulla mu-
raglia di Pontenuovo a N.E.
Non è improbabile che sia sfuggita alla coltivazione che se
ne fa invaso di sopra la torre prossima.
105. Rubus discolor W et N. — Rara. Ne ho trovato sulla
muraglia di castel del Carmine verso E., sulla torre di Ponte-
nuovo, a S. Elmo ed alla Sanità sul muro dell’emiciclo a N.
Crassulacese
106. Cotyledon Umbilicus L. — Abbastanza frequente sui
muri esposti a N., più o meno umidi. L'ho raccolta a vie Con-
— 234 —
falone, a S. Antonio ai Monti ed a via Correra al Cavone S.
Efremo.
107. C. horizontalis Guss. — Piuttosto rara. L'ho vista sulla
base del monumento a Carlo Poerio al largo della Carità nelle
commessure del marmo, sulla base di una colonna a destra della
Galleria Umberto I di fronte a S. Carlo e sul primo ripiano del
basamento dell’obelisco di S. Domenico maggiore a S.
108. Sempervivum tectorum L.— Ovvia dovunque. È forse
la pianta più diffusa e caratteristica dei tetti, benchè sia frequen-
tissima pure sui muri, cornici e balconi.
A volte nasce in tanta copia, che la superficie del tetto as-
sume l’ aspetto di un prato. Un esempio bellissimo trovasi alla
Stazione della ferrovia centrale, dove una delle tettoie della gran-
de velocità ne è del tutto coperta. Preferisce in generale l’esposi-
zione meridiana, ma trovasi assai bene pure verso W.
109. Sedum ceespitosum DC. — Abbastanza frequente sui
cornicioni e balconi, non manca su qualche tetto e non è raro
di sotto ai davanzali delle finestre e le soglie dei balconi. Ne ho
raccolto a S. Lucia, alla Riviera di Chiaia, al corso Vittorio Em-
manuele, al Salvatore, etc. dovunque esposto a S. od E.
A piacese
110. Smyrnium Olusatrum L. — Rarissima. L’ ho vista in un
angolo fra la muraglia e la torre di Pontenuovo.
111. Foeniculum capillaceum Gilib. — Rarissima. L'ho rac-
colta al parco Margherita sul muro presso la chiesa tedesca.
112. Crithmum maritimum L.— Rarissima. L’ho trovata in
vari esemplari sul muro di basalto del giardino del Chiatamone
prospiciente il mare su via Partenope.
113. Daucus bicolor S. et Sm. — Frequente. L’ho trovata
sul barbacane del Chiatamone, al Leone, sulle muraglie e torri
di Castelnuovo, sul bastione del castello del Carmine a S. ed E.
ed a S. Marcellino a N.
114. D. Carota L. var. maritimus (Lam.).— Assai meno fre-
quente della precedente. L’ ho trovata sul primo ripiano del bar-
bacane del Chiatamone a S. e sulla muraglia di Castelnuovo verso .
via S. Carlo a N.
\
— 235 —
Araliacese
115. Hedera Helix L. — Non frequente, anzi rara nell’ in-
terno della città. Ne ho trovata sulla muraglia di Pontenuovo a
N.E. alla via Conte della Cerra verso N. e sulle muraglie di Piz-
zofalcone ad E. ed a N.
Rubiaceae
116. Galium murale All. — Non rara sui muri rustici, l’ho
trovata al corso Vittorio Emmanuele, alla Pedamentina di San
Martino, alla Sanità ed al castello del Carmine verso N. E.
Campanulacese
117. Campanula Erinus L.-—Abbastanza frequente sui muri
della parte alta della città. L’ ho raccolta a Suor Orsola Benin-
casa, a via Tarsia. al parco Grifeo e verso S. Francesco al corso
Vittorio Emmanuele.
118. Trachelium coeruleum L. — Frequente sui muri umidi,
esposti quasi sempre a N., presso le grondaie nell’interno de’ pa-
lazzi, sempre in posti ombrosi. Ne ho trovato alla R. Università
di lato alla chiesa del Gesù vecchio, a via S. Caterina da Siena,
nell’ex monastero di S. Lorenzo, sulle rampe del Petraio ed altrove.
Valerianacese
119. Centranthus ruber DC.—Frequentissima, specialmente
sui cornicioni; preferisce le esposizioni assolate. L'ho trovata sul-
l’edificio di S. Marcellino , a Suor Orsola Benincasa, al Museo
Nazionale, alla Sanità, al Reclusorio, al parco Margherita, al parco
Grifeo, a Posillipo etc.
120. — f. aldiflorus. Rarissima. Si trova in buon numero sol-
tanto al parco Grifeo al corso Vittorio Emmanuele.
In generale questa varietà è molto rara dovunque presso di
noi. Ne vidi una volta una pianta che pendeva da un muro sulla
via Castellammare di Stabia e Vico Equense ed un’altra che ve-
niva fuori dal muraglione sotto villa Avitabile, ora Pensione
Weiss, a Castellamare.
— 236 —
Dipsacese
121 Scabiosa crenata Cyr. — Non frequente. L’ ho trovata
a Piedigrotta, al corso Vittorio Emmanuele ed alla Sanità.
Asteraceae
122. Erigeron canadensis L.—Frequentissima sui muri; tro-
vasi pure su cornicioni e lastrici. Abbonda sul Castelnuovo, su
quello del Carmine, al corso Vittorio Emmanuele, a via S. Pa-
squale a Chiaia, a Piedigrotta ed altrove.
123. Bellis annua L. — Rara sui muri. Ne ho trovata al
corso Vittorio Emmanuele sui ripiani della scala Filangieri.
124. B. perenni: L. — Rarissima. L’ ho trovata alla Sanîtà
sul muro dell’emiciclo a N.
125. Senecio vulgaris L. — Abbastanza” frequente sui muri
rustici specialmente, ma ne ho trovata pure su lastrici a via Latilla,
a vico Nilo ed altrove.
126. Chrysanthemum segetum L. — Rarissima. L’ho trovata
una volta al Corso Vittorio Emmanuele sul muraglione dell’ o-
spedale della Trinità.
127. Pyretrum Parthenium Sm. — Rarissima. L’ho trovata
al corso Vittorio Emmanuele su di un muro del rione Murena.
Sfuggita alla coltivazione.
123. Matricaria Chamomilla L. — Rarissima. L'ho raccolta
su diun muro rustico al Pasconcello.
129. Anthemis arvensis L.—Frequente abbastanza sui muri
rustici assolati. Ne ho trovata a via Confalone alla Salute, al
corso Vittorio Emmanuele presso la funiculare di Chiaia, a via
dei Mille sul muro del giardino del Vasto, e sulle muraglie del
castello del Carmine.
130. Achillea Millefolium L.—Rara. L’ ho trovata al Ponte
della Maddalena su di un muro rustico, a Piedigrotta sul corni-
cione della chiesa ed al castello del Carmine, esposto sempre a N.
131. Arthemisia arborescens L. — Rara. L’ ho raccolta a
Posillipo su di un muro sotto via dopo il palazzo di Donn’Anna
e sul barbacane del Chiatamone sempre esposto ad E. ve ne sono
belli esemplari.
132. Inula viscosa Ait. — Rarissima. L’ho trovata sul cor-
nicione della chiesa del Gesù vecchio ed a Piedigrotta presso
la dogana.
— 237 —
133. Calendula arvensis L. — Abbastanza rara sui muri.
Ne ho trovata al corso Vittorio Emmanuele presso via Pontano
e sul bastione del castello del Carmine a S.
134. Helychrysum litoreum Guss. — Rarissima. L’ho trovata
che pendeva dalla muraglia di castel del Carmine verso la via Ma-
rina a S.
135. Carduus pycnocephalus L. — Rara. L’ho trovata a via
Cesario Console sul contrafforte del muro della Darsena, e sul
barbacane del Chiatamone.
136. Cirsium lanceolatum Scop. — Rarissima. L’ho trovata
sul barbacane del Chiatamone verso $.
137. Cichorium Intybu: L.— Non frequente. L'ho trovata
a Castel Nuovo sulla muraglia a N., all’emiciclo a destra del ponte
della Sanità, ed al corso Vittorio Emmanuele presso la Trinità
ed il parco Grifeo.
138. Picris hieracioides L.— Piuttosto frequente, massime
sul muri rustici. Ne ho trovata alla Maddalena sul muro di una
fabbrica di ceramiche, sulla scala Filangieri al corso Vittorio
Emmanuele, su di una cornice di Porta Capuana ed altrove.
139. Urospermum picroides Desf. — Piuttosto rara. L’ ho
trovata al Reclusorio su di un cornicione, a via dei Mille ed al
Petraio, sempre in posizione molto assolata.
140. Sonchus tenerrimus L. — Ovvia dovunque sui muri,
sul cornicioni, tetti, etc.
Si può affermare che questa sia la pianta, che ha maggiore
area di diffusione nell’ interno della città, trovandosi in tutte le
condizioni, sia rispetto all’altezza che all’orientazione. Se ne tro-
vano esemplari di variianni e spesso fiorendo in abbondanza
riesce ornamentale assai.
141. S. oleraceus L. — Poco frequente sui muri. Preferisce
quelli rustici; ne ho trovata al corso Vittorio Emmanuele presso
S. Maria Apparente, esposta a W.
142. Picridium vulgare Desf. -- Piuttosto frequente su muri
e cornici specialmente esposti a N. ed E. Ne ho trovata alla Sa-
nità, alla salita del Petraio ed alla Maddalena.
143. Taraxacum vulgare Lam. — Frequente specialmente
sul muri rustici ed umidi ad E. od a N. Ne ho raccolta alla via
Conte della Cerra, alla Sanità, al corso Vittorio Emmanuele, a
S. Elmo ed altrove.
144. Crepis neglecta L. — Rara. L'ho trovata a Piedigrotta,
al Chiatamone ed altrove.
.— 238 —
Tutte le piante enumerate ascendono a 144 ed appartengono
a 36 famiglie, a 118 generi e 139 specie.
Delle famiglie sono rappresentate in maggior numero: le
Asteracee con 21 generi e 23 specie, le Poace@ con 19 generi e
23 specie, le Brassicace@ con 12 generi e 14 specie, le Phaseola-
ce@ con 8 generi e 12 specie, le ilicene@ con 5 generi e 6 specie,
le Apiacee con 4 generi e 5 specie, le Liliace@e e le Dianthacea
con 4 generi e 4 specie ciascuna, le Urticacee, le Papaveracea e
le Crassulacee con 3 generi e 4 specie per ognuna, le Solanacea
con 3 generi e 3 specie, le Euphorbiacee, le Malvacee, le Scrophu-
lariacee, le Rosacee e le Campanulace@ con 2 generi e 2 specie
per ciascuna, le Resedace@ con 1 genere e 3 specie, le Planta-
ginee con 1 genere e 2 specie, mentre tutte le altre presentano
un sol genere con una specie.
I generi che presentano più specie sono: Trifolium con 4
specie e Reseda con 3, Pteris, Aira, Poa, Bromus, Hordeum, Urtica,
Amarantus, Fumaria, Matthiola, Diplotaris, Plantago, Cotyledon,
Daucus, Bellis e Sonchus con 2 specie, mentre tutti gli altri ne
hanno una sola.
Presentano varietà soltanto 6 specie.
Da questa statistica dell'elenco è facile rilevare come in ge-
nerale le famiglie più numerose, fatta qualche eccezione, sono
quelle che danno il maggior contingente alla flora murale e ru-
derale.
Le specie riscontrate si presentano variamente raggruppate e
mentre sono abbastanza frequenti i casi di specie solitarie, ovvii
son quelli di una più o meno numerosa consociazione in rapporto
sia alla frequenza delle specie, sia alla speciale postura della sta-
zione e della sua ricchezza in detriti o terreno.
Ben vero, circa la quantità d’individui, alcune specie, mas-
sime le arboree, e buona parte delle perenni sono relativamente
scarse nelle loro stazioni, mentre altre sono numerose e fra queste
primeggiano per lo più le annuali.
Circa la diffusione è da ricordare che alcune sono da con-
siderarsi affatto eccezionali e di esse principalmente quelle, che
d’ordinario sì coltivano a scopo ornamentale od agrario; mentre
altre, pure essendo più o meno frequenti nella nostra flora locale,
non si trovano nelle stazioni indicate, che in numero molto li-
mitato e spesso ancora in pochi posti, altre invece sono ovvie
e si trovano davvero in abbondanza.
Circa il modo come queste piante si diffondano e come man
mano divenga più ricca in generale e più fornita nelle singole
— 239 —
stazioni questa flora pensile, molte considerazioni sarebbe neces-
sario di fare, ma mi limito a ricordare qualche cosa circa i mezzi
di disseminazione.
Per la maggior parte delle piante riscontrate, sia che appar-
tengano e quelle specie, che hanno i frutti od i semi forniti di
speciali organi areostatici, sia a quelle che li producono minuti
e leggieri, il vento è il principale agente di disseminazione. Ma
non è da trascurarsi di tenere in conto l’ azione degli animali,
specialmente quella degli uccelli e delle formiche, e più di tutto,
quella indiretta dell’uomo, il quale interviene nel nostro caso
anche inconsciamente con l’impiantare sui lastrici e terrazze la
coltivazione di piante ornamentali. Queste col terreno del quale
abbisognano fan trasportare ad altezza notevole, rispetto in ge-
nerale al suolo che è loro proprio, una notevole serie di piante
spontanee e coltivate, i cui semi poi subiscono un facile disloca-
mento, oltrechè per effetto del vento, anche per l’ azione delle
«acque piovane. Esse infatti li trasportano meccanicamente verso
terra, ma per il loro peso in relazione alla forma e volume e per
infinite e non sempre appariscenti condizioni topiche, quelli sono
obbligati a fermarsi e germinano là dove con essi non manca
il trasporto di una quantità benanche minima di terreno o di
detriti.
Riscontrandosi nel posto le altre condizioni necessarie alla
vita, la pianta ha agio di svilupparsi e di riprodursi, preparando
con la sua azione biologica il suolo adatto alla vita di altri in-
dividui per la censervazione della sua e di altre specie, a maggiore
incremento della flora dei muri e di quella dei ruderi, argomento
di questo studio.
Camellie centenarie, pel socio Fr. De Rosa.
(Tornata del 24 agosto 1905)
La Revue horticole ha recentemente annunziato 1!) che la fa-
mosa Camellia di Pillnitz, la quale era ritenuta il più antico esem-
plare della specie coltivato in Europa e costituiva una delle mera-
viglie vegetali della Germania, è stata distrutta da un incendio.
Di quella Camellia già 1’ interessantissima ed antica rivista
si occupò qualche ‘anno fa con un articolo del signor L. Pon-
daven ?).
ba sapere che quella Camellia centenaria, si diceva nell’ar-
ticolo, che, secondo Bouché, direttore dei giardini reali di Dresda,.
provenisse dall’ introduzione che nel sec. XVIII ne fece il P.
Kamel. Infatti, si dice, che egli ne avesse portato dal Giappone
quattro esemplari, dei quali uno si affermava fosse proprio quello,
che viveva nel parco reale di Pillnitz presso Dresda.
Quella Camellia, messa in piena terra nel 1810, formava una
enorme massa di più di 26 metri di circonferenza, col tronco di
oltre un metro di circonferenza a 30 cm. dal suolo.
Per le basse temperature intanto alle quali si giunge in quella
regione si era costretti a riparare quella splendida pianta, e nel-
l'inverno la si garentiva con una specie di capanna, costruita @
bella posta in modo che potesse essere smontata in primavera.
Nell’interno di quel gigantesco riparo, che potevasi del tutto chiu-
dere, si disponevano dei caloriferi per mitigarne opportunamente
la temperatura.
Ora intanto proprio per qualcuno di quei caloriferi s’ in-
cendiò la capanna, la quale fu tutta consumata e con essa bruciò
quel singolarissimo esemplare.
Ciò segnò la fine del prezioso cimelio.
La Camellia di Pillnitz mi ricorda un’altra della stessa specie
che forse ora è la più antica che si conservi ancora, intendo par-
lare di quella, che vive nel R. Giardino botanico di Caserta, meglio
1) Le Camellia géant de Pillnitz. — Cronique. — Revue horticole. — Paris
1905, n. 3.
2) PonpaveN L.— Le doyen des Camellias.—Revue horticole.—Paris 1903, n 16.
— 24l —
conosciuto col nome di Giardino inglese, la quale pare anzi sia an-
teriore a quella di Pillnitz. Non è certo intanto, perchè non è
davvero dimostrato che quella fosse proprio superstite della prima
importazione della specie fatta, come generalmente si ripete, dal
P. Kamel. Generalmente si ritiene che la Camellia fosse stata
prima coltivata in Inghilterra, donde passò in Italia, quindi in
Francia e più tardi in Germania 1).
Nel 1891 scrissi 2) che, come affermò l'Abate Berlése, il dotto
monografista del genere Camellia?) « è a Napoli e propriamente
nel>R. Giardino inglese di Caserta che vive la pianta di Camellia
più antica, dalla quale hanno avuto origine tutte le varietà, che
sì ammirano in Europa, essendo stata piantata nel 1760 4) e la
prima a produrre semi ».
Infatti il Berlèse dice: « c'est àè Naples #) qu'on possède le
plus ancien et le plus fort Camellia simple qui existe en Europe.
Cet arbre magnifique, livré è la pleine terre depuis sa plantation -
première, qui date de 1760, se couvre de fleurs et de fruits an-
nuellement depuis de 50 ans %); ses graines sont les premières
graines indigènes qu'on ait semées en Europe, avec peu de succès
il est vrai, parce que la méère, se trouvant seule dans ce lieu, n’a
été fecondée que par elle-mème ; mais il est vrai de dire que
c'est. de ce Camellia que sont sorties les premières variétés à fleurs
simples plus belles que celle de la mère, les quelles, ayant été
fecondées par d’autres étrangères ou indigènes, ont enrichi les
collections de variètés nouvelles plus ou moins remarquables. C'est
donc le Camellia de Naples qui, par ses graines portées à l' é-
tranger ou restées dans le pays, a contribué le premier è ame-
liorer les variétés anciennes que nous possedons ».
Si potrebbe nondimeno obiettare che non sarebbe possibile
considerare quell’ esemplare come piantato nel 1760, laddove il
R. Giardino di Caserta non fu fondato che nel 1782, per ordine
di M. Carolina d’Austria regina delle Due Sicilie, dall’esimio bo-
1) BeRLÈSE (L’ ABBÈ). — Monographie du genre Camellia. — Paris, 1837.
2) De Rosa Fr. — Relazione della VI Esposizione orticola napoletana. —
Napoli, 1891.
3) BERLESE (1° ABBÈ), loc. cit.
4) Non so veramente di dove il Berlèse abbia ricavata questa data, ma
è certo che si parla proprio della Camellia tuttora vivente, perchè non si ri-
corda neppure per tradizione alcun’ altra precedente a questa.
5) Il Berlèse dice a Napoli, ma è evidente che egli intenda di parlare della
Camellia di Caserta, la quale infatti è la più antica, che si ricordi nella no-
Stra regione. \
6) Si noti che il Berlèse scriveva nel 1857.
16
— 242 —
tanico inglese Giovanni Andrea Graéfer !). Ma comunque sia, certa
cosa è, che nei primi anni del sec. XIX già i semi di essa erano
dati in dono ai giardini botanici d’ Europa ?).
Dubito che la data citata dal Berlèse debba meglio che quella
della piantagione essere ritenuta quella della sua introduzione. In-
fatti nella fondazione del Giardino dovette esser messa a terra la
pianta, che poteva avere forse già oltre una ventina di anni. Nè
è verosimile che prima, essendo allora tanto rara e nuova la spe-
cie ed unico l’esemplare, se ne tentasse subito l’acclimazione, men-
tre fiorendo anche in vaso e non accennando ad un aceresci-
mento rapido, perchè è noto come crescano a rilento le Camellie,
non poteva richiedere un pronto ed arrischiato tentativo di col-
tivazione in piena terra. Parrebbe però che, introdotta in ante-
cedenza, fosse stata messa a dimora più tardi in modo che nel
1803 desse già da tempo semi, così da averne in quantità suffi-
ciente da farne offerta ad altri.
Per mancanza intanto di archivi non è possibile esattamente
documentare la data precisa. Ma le rarissime piante che costi-
tuirono la dote preziosa di quel Giardino botanico, si sa che pro-
venivano da dirette spedizioni alla R. Casa dall’ Oriente o dal-
l'Inghilterra, e di esse un gruppo di sceltissime e rare occuparono
una larga aiuola, che per contenere fra le altre appunto la Ca-
mellia si dice tuttora dai locali scolla della Camelia.
Nel 1840 il sig. Audot, editore del Le bon jardinier, comu-
nicò alla Soczeté royale d’Horticulture de Paris alcune note di un
suo viaggio in Italia, riguardanti i giardini del mezzogiorno )
e parlando del Parco reale di Caserta, dice fra le altre cose del
Giardino inglese (jardin paysager) come un botanico potesse farvi
un interessante esame di una collezione preziosa e ben tenuta, e
fra le cose di maggior rilievo ricorda:
« Un Camellia japonica rubra, simple, formant un buisson de
6 mét. 45 centim. (20 pieds) et autant de diamétre. Il est sans
doute le seul en Europe qui soit aussi vieux et qui offre un pa-
‘reil developpement, et il faut l’avoir vu pour se faire une idée
de ce que peut devenir un Camellia. Au 10 d’avril il ètait encore
1) TeRrRAccIaNo N. — Cenno intorno al Giardino botanico delli R. Casa în
Caserta. — Caserta, 1876.
2) GraèreR G. A. — Synopsîis plantarum Regii viridari Casertani.— 1803.
Ricordato in Tenore M. — Catalogo delle piante che si coltivano nel R. Orto bo-
tanico di Napoli — Napoli, 1845.
3) Auport M. — Notes sur les jardins du sud de l’ Italie, recueillies pendant
un voyage fait en 1839-40.— Paris, 1840.
DA
couvert de fleurs par milliers, et celles qui ètaient tombées ne
formaient pas un spectacle moins beau que celles qui ornaient
les nombreux rameaux de ce buisson: c’ètait un riche tapis, cou-
vrant le gazon, dont le vert foncé faisait ressortir l’écarlate des
fleurs et l’or des étamines, et tel que l’art ne saurait l’imiter ».
Nicola Terracciano, che tenne per un trentennio la direzione
di quel R. Giardino, così ne dice: « pare, per quanto mi sappia,
fosse una delle prime Camellie introdotte in Italia 1).
Tutti gli scrittori che si sono occupati di Camellie sono con-
cordi nell’ affermare che la specie fu introdotta in Europa nel-
l’anno 1739 dal P. Giorgio Giuseppe Kamel gesuita moravo ?)
e ricevuta da Linneo, questi la chiamò Camellia japonica, dedi-
candone il nome al suo felice importatore *).
Nel 1742 figurava già nel Catalogo dell’ Orto Botanico di
Cambridge e quindi non se ne hanno più notizie. Ma pare che
dopo circa trent’ anni dalla sua introduzione sieno comparsi i
primi semi e subito dopo le varietà a fiori doppi. Dall’ Inghilter-
ra sembra fosse stata introdotta in Italia 4 e poi in Francia,
dove nel 1783 doveva già trovarsi nel Giardino delle piante di
Parigi, donde il de Lamark la descrisse nell’ Enciclopedia e ne
fece ritrarre la figura 5).
Nel 1792 apparvero successivamente in Europa la varietà
bianca, la panachèe e la rossa, ed in seguito furono importate dalla
Cina e dal Giappone l’incarnata nel 1805, la Myrtifolia nel 1808,
la Warrata nel 1809 ed infine nel 1810 la Peoniefloea e la Pom-
pomia 5).
Da queste tre ultime varietà, che fruttificarono in Europa,
e specialmente dalla varietà semplice, si ottennero ibridi, che a loro
volta incrociandosi in mille guise, diedero luogo alla tanto lunga
serie di razze e di forme, che sì coltivano nei nostri giardini, nei
quali non è pur difficile trovar coltivate anche la C. reticutata
1) Terracciano N.—/oc. cit.
2) Del P. G. G. Kamel (latinamente Camellus) si ricorda che nacque a
Brunn in Moravia e morì in Manilla, dopo aver viaggiato in Cina e nel Giap-
pone. Egli scrisse la storia delle piante dell’isola di Luzon, inserita nel 3.° vol.
dell’ Historia plantarum di John Ray.
3) Anpré Ep.—Camellia Teresita Canzio Garibaldi—IMlustration horticole—
Gand, 1870.
4) Anpré Ep. — #2 1
15. — Cellula nevroglica del III strato dei lobi ottici. Metodo (Gol-
eocta
gi. a s E
16. — Figura schematica degli strati dei lobi ottici.
17.— Cellule multipolari spinali con sistema di canalicoli. Ematossilina
oc. 4
De Pietro 1°
12
18. — Granuli del cervelletto con protoplasma a razgi di sostanza cro-
oc.4 Kor.
matica. 1 tubo aperto
imm. om.
12 im. om. ì
19. — Cellule nervose dello strato molecolare del cervelletto di colombo
i fer NERONE i SIRERO CIO SES
in rapporti di continuità. Reazione cromo-argentica. sa Kor.
ob.
20. — Cellule nervose delle corna anteriori spinali di colombo in rap-
< CIA: e sno
porto di continuità. Ematoss. e Scarlat. Biebrik. 3 Kor.
ob. 8
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PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE
dal 29 Dicembre 1904 al 31 Dicembre 1905
Assemblea generale del 29 Dicembre 1904
Presidente: Geremicca M. — Segretario: CuroLo A.
Socì presenti: Barrese V., De Franciscis F., Monticelli Fr. Sav.,
Pierantoni U., Piccoli R., Cabella A., Modugno G., Caroli E., Forte O.,
Milone U., Distaso A., Di Paola G., Aguilar E., Praus C., Amato C.,
de Rosa Fr.
Si apre la tornata alle 16.30.
Si approvano i processi verbali delle tornate del 20 novembre e 18
dicembre.
Si vota per la nomina del presidente, di due consiglieri, del segre-
tario e di due revisori dei conti. Il presidente chiama a formare il seggio
i socî Di Paola, Distaso ed Aguilar.
Risultano eletti:
De Rosa Fr. Presidente
Cutolo E. ,
Abati G.
Pierantoni U. Segretario
Di Ciommo G.
Amato C.
Si leva la tornata alle 17,38.
Consiglieri.
i Revisori dei conti.
Tornata del 29 Gennaio 1905
Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : Curoro A.
Soci presenti: Aguilar E., Quintieri L., Bruno F. Pierantoni U., Pel-
legrino M., Monticelli Fr. Sav., d’Evant T., Caroli E.
Si apre la tornata alle ore 14, 15.
Monticelli presenta una pubblicazione del prof. Montù sulla ferro-
via elettrica vesuviana e fa notare come lA. in un periodo deplori che
a suo tempo nessun corpo scientifico fece nulla per evitare i danni che
essa avrebbe potuto recare all’ Osservatorio, mostrando così d’ ignorare
del: ».
A
A
= 295 —
Credo opportono aggiungere che questo Ministero tenendo presente
l’alta importanza scientifica della forma siciliana di Cyperus Papirus, ha
rivolto al Prefetto della Provincia di Siracusa le più vive premure, perchè
le provvide disposizioni di quel decreto siano esattamente osservate.
Il Ministro
Firmato BrancHi
Per copia conforme
Il Direttore della Segreteria
O. Santoro
Si decide di insistere con una nuova lettera, per opporsi ad altri voti
fatti perchè non sia impedito ai forestieri di portar via qualche fusto
della pianta.
Si leva la tornata alle 15,20.
Tornata del 24 Agosto 1905
Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : PrerantoNI U.
Soci presenti: Balsamo Fr., Forte 0., Morgera A., Mazzarelli G.,
Milone U., Tagliani G., Geremicca M., Raffaele F., Capobianco Fr., Mar-
cello L., Monticelli Fr. Sav., Rippa G., Caroli E., Bruno F., Aguilar E.,
Siniscalchi A. M., De Franciscis F., Abati G.
Si apre la tornata alle 14,35.
Geremicca M. si compiace in nome dei socì col presidente per la sua
riacquistata salute, dopo la lunga e grave malattia sofferta.
Il presidente ringrazia il socio Geremicca ed i socii tutti.
Si approvano i processi verbali delle tornate del 28 maggio e 18
giugno.
Caroli E. legge il lavoro del socio Romano Fr.: Su alcune ricerche
citologiche sul nevrasse del Colombo, e ne domanda la pubblicazione in
nome dell’autore. i
Tagliani G. e Capobianco Fr. domandano di fare delle obbiezioni
in presenza dell’autore in una prossima tornata.
Il socio Marcello legge il suo lavoro: Note morfo-istologiche sulla
Cyphomandra betacea, e ne chiede l’inserzione nel Bollettino.
Morgera A. legge le sue due note: Dal testicolo al deferente del Topo
e della Cavia, e Sullo sviluppo dei tubuli retti e della rete testis della
Cavia Cobaya, e ne chiede la pubblicazione.
Bruno F. legge : Sulle difese foliari della Dactylopetalum Barteri, e
Sulle difese marginali delle foglie, e domanda la pubblicazione delle due note.
Il socio Rippa G. legge le sue tre note: Ricerche sulla impollina-
zione del Castagno e del Faggio; Su di una nuova Oxalis spontanea del
— 296 —
R. Orto botanico di Napoli; Su di alcuni nuovi casi di teratologia vege-
tale, e ne domanda la pubblicazione.
Il Socio Balsamo Fr. legge il lavoro del socio Paglia E.: A proposito
dei nuovi studi del Prof. Hòck sulle affinità fra Valerianacee e Dipsacee,
e ne chiede la inserzione nel Bollettino.
De Rosa Fr. legge i suoi due lavori: Contributo alla flora murale e
ruderale di Napoli e Camellie centenarie, e ne domanda la pubblicazione.
Monticelli Fr. Sav. legge la sua nota Per una rettifica, a proposito
di una proposta classificazione degli Acantocefali, e ne chiede la pubbli-
cazione.
Il Presidente riferisce sulla visita fatta all'Istituto sperimentale per
la coltivazione dei Tabacchi di Scafati nel giorno 13 luglio.
È ammesso socio ordinario residente il dott. A. Evangelista.
Si leva la tornata alle ore 16.
Tornata del 1° Decembre 1905
Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : Pieranroni U.
Soci presenti: Capobianco Fr., Monticelli Fr. Sav., Caroli E., Ro-
mano Fr., Gargano C., Abati G., Pellegrino M., De Franciscis F., Ge-
remicca M, Foà J., Piccoli R., Milone U.
Si apre la tornata alle ore 21.
Il Segretario comunica sui nuovi cambi e le pubblicazioni pervenute
in dono.
Geremicca M. legge la prima parte del suo lavoro su L’ opera dotanica
di Federico Delpino criticamente esposta, e ne chiede la pubblicazione.
Geremicca legge i due lavori del socio Marcello: Notizie sulle arbori-
cole della flora cavese e Sopra alcuni casi di teratologia vegetale e ne
chiede la pubblicazione in nome dell’A. assente.
Si approva il processo verbale della tornata precedente.
Si approva la radiazione del socio ordinario residente Cesarò Sal-
vatore, e dei non residenti Barile Giovanni, Bologna Raffaele, D'Onofrio
Angelo, Guerriero Angelo, Motta-Coco Alfio, Rossodevita Giovanni, Sun
pardi Enrico.
Il presidente comunica il passaggio del socio Ernesto Annibal alla
categoria dei non residenti.
Il presidente comunica la seguente lettera del Ministero, giunta in
seguito a nuove insistenze fatte dalla Società per la conservazione della
pianta del papiro (v. tornata del 18 giugno a pag. 294).
Ut o gg
MINISTERO DELLA ISTRUZIONE ' PUBBLICA
Roma addì 14 settembre 1905
Riguardo al papiro che cresce sulle sponde dei fiumi Anapo e Ciane,
questo Ministero non ha mancato sin qui, nè mancherà in avvenire , di
spiegare il dovuto interessamento e di far osservare le norme di vigilanza
e di protezione atte a garantire la conservazione della classica pianta.
Quanto ai permessi che furono talvolta accordati per lo svellimento
di alcuni steli del suddetto papiro, essi costituiscono una eccezione, che
una lunga consuetudine ha creato a favore della industria della fabbri-
cazione di carta papiracea, ed alla quale il Ministero scrivente fu indotto
per due ragioni. i
In primo luogo perchè, data la rigogliosa vegetazione del papiro, lo
svellimento di un certo numero di steli, effettuato di tempo in tempo e
con le necessarie cautele, non solo non nuoce, ma giova alla conservazione
e al buono sviluppo della pianta.
In secondo luogo perchè sarebbe veramente increscioso che venisse
a cessare la fabbricazione della carta papiracea, mentre questa industria
costituisce la continuazioni di una tradizione antica e interessantissima;
e mentre la carta di papiio ricavata dagli steli, per così dire, esuberanti,
forma un oggetto raro, ch): i visitatori nostrani e forestieri del territorio
di Siracusa conservano cole ricordo delle. antiche costumanze di quella
città e dei suoi monumenti.
Tanto pregiasi lo scrivente di notificare a codesta benemerita Società,
in risposta allo stimato fo slio segnato a margine della presente.
Per il Ministro
SPARAGNA
Si leva la tornata alle 22,30.
Assemblea generale del 31 Dicembre 1905
Presidente: De Rosa Fr. — Segretario : PrerantonI U.
Soci presenti: Geremicca M., Evangelista A., Parlati L., Trani E.,
Morgera A., Monticelli Fr. Sav., Cutolo A., Quintieri L., Anile A., Gar-
gano C., Siniscalchi A. M.
Si apre la tornata alle ore 14,30.
Il segretario presenta le pubblicazioni pervenuti in dono.
Geremicca M. legge la seconda parte del suo lavoro su /° opera bo-
tanica di Federico Delpino criticamente esposta , e ne chiede la pubbli-
cazione..
— 298 —
Evangelista A., legge il suo lavoro Sulle terminazioni dei canalini
dentinali e sulla presenza dei canali di Havers nel cemento dentario, e ne
domanda l’inserzione nel Bollettino.
Il sig. Luigi Cufino è ammesso socio ordinario residente.
Il Presidente indice la votazione per la nomina del Vice-presidente,
di due Consiglieri, del Segretario e di due Revisori dei conti, e chiama
i soci Geremicca, Parlati e Morgera a costituire il seggio.
Risultano eletti:
Quintieri L. Vice-presidente,
Siniscalchi A. M.
Di Paola G.
Cutolo A. Segretario ,
Police G. ! revisori dei conti
Di Blasio A. |
consiglieri,
Si leva la seduta alle ore 16.
CONSIGLIO DIRETTIVO
PER L'ANNO 1906
De Rosa Francesco Presidente
Quintieri Luigi Vice-Presidente
Cutolo Enrico
Abati Gino
Siniscalchi Alfonso M.®
Di Paola Gioacchino
Cutolo Alessandro Segretario
Consiglieri
INCARICHI ASSEGNATI DAL CONSIGLIO DIRETTIVO
Geremicca Michele Redattore del Boll.
Trani Emilio Cassiere
Aguilar Eugenio Bibliotecario
Bruno Alessandro
Vice-Segretarti
Pellegrino Michele Sri
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(81 dicembre 1905)
SOCII ORDINARII RESIDENTI
. Abati Gino — Istituto di Chimica Farmaceutica, R. Università.
. Amato Carlo — Via Tribunali, n. 339.
Anile Antonino — Istituto Anatomico (Santa Patrizia).
. Balsamo Francesco — Via Purità a Foria, n. 12.
. Bassani Francesco — Istituto Geologico, R. Università.
. Cabella Antonio — Cortile Ospedale Incurabili.
. Cannaviello Enrico — Via Pignatelli, n. 15.
Capobianco Francesco — Via Sapienza, n. 18.
. Cerruti Attilio — Via Medina, n. 1.
Cufino Luigi — Vico Impagliafiaschi ai Vergini, n. 13.
. Cutolo Alessandro — Via Roma, n. 404.
. Cutolo Enrico — Via Roma, n. 404.
. Damascelli Domenico — Corso Vitt. Emanuele, n. 440.
. De Blasio Abele — Via Rosariello alla Stella, n. 12.
. De Franciscis Ferdinando — San Gennaro ad Antignano, n. 16.
. Della Valle Antonio — Via Salvator Rosa, n. 259.
. De Rosa Francesco — Via S. Lucia, n. 64.
. D’' Evant Teodoro — Piazza Municipio, n. 34.
. Di Gaetano Mariano — Vico Gigante, n. 28.
. Di Lorenzo Giuseppe — Istituto Mineralogico, R. Università.
. Di Paola Gioacchino — Vico 2° Foglie a S. Chiara, n. 12.
. Evangelista Alberto. — Via S. Arcangelo a Baiano, n. 1.
. Fittipaldi Emilio Ugo — Via Trinità delle Monache, n. 33.
. Forte Oreste — Via S. Giuseppe, n. 37.
. Franco Pasquale — Corso Vitt. Emanuele, n. 397.
. Filiasi Emmanuele — Riviera di Chiaia, u. 270.
. Galdieri Agostino — Museo Geologico, R. Università.
. Gargano Claudio — Via S. Lucia, n. 64.
. Geremicca Michele — Largo Avellino, n. 15.
. Giangrieco Angelo — R. Scuola Veterinaria.
. Jatta Mauro — Direzione di Sanità, Roma.
. Leuzzi Francesco — Via Mergellina, n. 174.
. Massa Francesco — Via Fuori Portamedina, n. 20.
. Milone Ugo. — Piazza Cavour, n. 168.
35.
36.
3°.
38.
39.
40.
4l.
42.
43.
44.
45.
46.
47.
48.
— 302 —
Monticelli Francesco Saverio — Via Ponte di Chiaia, n. 27.
Oglialoro-Todaro Agostino — Istituto Chimico, R. Università.
Paratore Cosimo — Via Luigi Settembrini, n. 68.
Petrilli Vincenzo — Vico Gagliardì, n. 12.
Pierantoni Umberto — Galleria Umberto I, n. 27.
Pirelli Bernardino — Via Settembrini, n. 42.
Quintieri Luigi — Piazza VII Settembre, n. 1.
Ricciardi Leonardo — Via Guglielmo S. Felice, n. 24.
Rippa Giovanni — R. Orto Botanico.
Scacchi Eugenio — Istituto Mineralogico, R. Università.
Siniscalchi Alfonso Maria — Via Salvator Rosa, n. 330.
Tagliani Giulio — Istituto Zoologico, R. Università.
Trani Emilio — Via Tessitore ai Miracoli, n. 47.
Viglino Teresio — Piazza Dante, n. 41.
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SOCII ORDINARI NON RESIDENTI
. Aguilar Eugenio — Via Paradiso alla Salute, n. 39, Napoli.
. Arena Mario — Istituto Chimico, R. Università di Napoli.
. Annibale Ernesto — R. Scuola Tecnica, Sciacca.
. Barrese Vincenzo — R. Scuola di Agricoltura, Portici.
. Bellini Raffaello — R. Scuola Tecnica, Chivasso.
Bruno Alessandro — Via Bari al Vasto n. 80, Napoli.
. Calabrese-Milani Anna -- R. Scuola Normale, Avellino.
. Capozzoli Rinaldo — Aquara (Salerno).
. Caroli Ernesto — Gadinetto d’Istologia, R. Università, Napoli.
10.
. Dal Poggetto Ugo — Salita Stella n. 15, Napoli.
. D’'Avino Antonio — Liceo, Nocera Inferiore.
. Distaso Arcangelo — Piazzetta Pontecorvo n. 5, Napoli.
. Di Tullio Eduardo — S. Antonio a Tarsia n. 24, Napoli.
. Diamare Vincenzo — Università, Perugia.
. Falciani Adolfo — Via Roma n. 406, Napoli.
. Foà Jone — Vico Medina n. 9, Napoli.
. Garetti Luigi — Via Beaumont®n. 8, Torino.
. Germano Eduardo — Ospedale Clinico, Napoli.
. Giglio Giuseppe — Vico LI Porteria S. Tommaso d’Aquino, Napoli.
. Grimaldi Clemente — Modica (Siracusa).
. Jatta Antonio — Ruvo di Puglia.
. Lapietra Michele — Via Fiorentini n. 79, Napoli.
. Marcello Leopoldo — Via Balzico, n. 91, Cava dei Tirreni.
. Mascolo Guglielmo — Cava dei Tirreni.
. Marcucci Ermete — Gabinetto di Anatomia Comparata, R. Università,
D’'Adamo Antonio — Via Vergini n. 19, Napoli.
Napoli.
. Mazzarelli Giuseppe — Museo Civico di Storia Naturale, Milano.
. Modugno Giovanni — S. Cristofaro all’ Olivella n. 40, Napoli.
. Morgera Arturo — Via Duomo n. 125, Napoli.
. Paglia Emilio — Sessa Aurunca.
. Parlati Luigi — Salita Stella n. 10, Napoli.
. Patroni Carlo — R. Istituto Tecnico, Arezzo.
. Pellegrino Michele — Via Nazionale n. 12, Napoli.
. Piccoli Raffaele — Piazza lavour n. 152, Napoli.
. Police Gesualdo — Via Cesare Rossarol n. 70, Napoli.
. Praus Carlo — Casandrino (Aversa).
. Raffaele Federico — R. Università, Palermo.
. Romano Francesco — R. Istituto Tecnico, Caltanisetta.
. Romano Pasquale — Via Porta Medina n. 44, Napoli.
. Russo Achille — R. Università, Catania.
. Sacchetti Gustavo — Cervaro (Caserta).
Savastano mit Vico. Equense.
Tagliani Giovanni — Via Vittoria Colonna UA 26, Alfiano.
Vanni Giuseppe — Via Sette die n. 38, Roma.
Vigorita Domenico — Melfi.
46. Villani Armando — R. Scuola Tecnica, Cane E
SOCII ADERENTI.
Cutolo Costantino — Via S. Brigida n. 39, Napoli.
Filiasi Giuseppe — Riviera di Chiaia n. 270, Napoli.
Elenco delle pubblicazioni pervenute in cambio
(31 dicembre 1905)
EUROPA
Italia
Acireale — Accademia di Scienze, Lettere ed Arti dei Zelanti
e P. P. dello studio (Atti e Rendiconti).
Accademia dafnica di Scienze, Lettere ed Arti (Atti
e Rendiconti).
Bologna — R. Accademia delle Scienze dell’Istituto (Rendiconti).
Brescia — Commentari dell’ Ateneo.
Catania — R. Accademia Gioenia (Bollettino e Memorie).
Firenze — Archivio per l’Antropologia e 1’ Etnologia.
Società botanica italiana (Bollettino).
Nuovo Giornale botanico italiano.
Bollettino bibliografico della botanica italiana.
Monitore zoologico italiano.
« Redia » Giornale di Entomologia.
R. Società toscana di Orticoltura (Bollettino).
R. Accademia dei Georgofili (Atfî).
Società entomologica italiana (Bollettino).
Genova — R. Accademia medica (Bollettino e Memorie).
Museo civico di Storia Naturale (Annali).
Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R.
Università (Bollettino).
Rivista di Filosofia scientifica.
Società ligustica di Scienze naturali e geografiche
(Atti).
Rivista ligure di Scienze, Lettere ed Arti.
Lodi — R. Stazione sperimentale del caseificio (Annuario).
Lucca — R. Accademia lucchese (Att).
Messina — La Rassegna tecnica.
Milano — Società Italiana di Scienze naturali e Museo civico di
Storia naturale (47).
— 306 —.
Napoli — R. Accademia delle Scienze fisiche e matematiche
(Memorie, Rendiconti ed Annuario).
Accademia Pontaniana (Attà).
Annuario del Museo Zoologico della R. Università
di Napoli.
Associazione napoletana di Medici e Naturalisti (Gior-
nale).
Bollettino dell'Ordine dei Sanitarii di Napoli e Pro-
vincia.
Gl’ Incurabili.
Zoologischen Station zu Neapel (Mittheilungen).
L'Italia orticola. — Rassegna tecnica ed economica.
Annali di nevrologia.
Rivista agraria.
Padova — Accademia scientifica veneto-trentino-istriana (Att).
R. Stazione bacologica (Annuario).
La nuova Notarisia.
Il Raccoglitore.
Palermo — Il Naturalista siciliano.
Giornale del Collegio degli Ingegneri agronomi.
R. istituto botanico.— Contribuzioni alla Biologia ve-
getale.
Perugia — Annali della Facoltà di medicina e Memorie della
Accademia medico-chirurgica.
Pisa — Società toscana di scienze naturali (Memorie e Pro-
cessi verbali).
Portici — R. Scuola superiore di Agricoltura (Annuario e Bol-
lettino).
Roma —R. Accademia dei Lincei (Rendiconti).
R. Accademia medica (Bollettino ed Atti).
KR. Comitato geologico italiano (Bollettino).
Ministero di Agricoltura (Bollettino ed Annali).
Laboratorio di Anatomia normale della R. Università
(Ricerche).
Accademia pontificia dei Nuovi Lincei (Atti).
Società zoologica italiana (Bollettino).
R. Stazione agraria sperimentale (Bollettino).
Rovereto — Accademia degli Agiati (Att).
— Museo civico (Pubblicazioni).
Sassari — Studi sassaresi.
Scafati — Bollettino tecnico della coltivazione dei tabacchi.
Siena — Rivista italiana di Scienze naturali.
Bollettino del Laboratorio ed Orto botanico.
Torino — R. Accademia delle Scienze (Atti).
Club alpino italiano (Rivista e Bollettino).
Musei di Zoologia e di Anatomia comparata della R.
Università (Bollettino).
Trieste
Venezia
Barcelona
Madrid
Zaragoza
Lisboa
Cherbourg
Langres
Montpellier
Nancy
Nantes
Paris
Vienne (Isère)
Bruxelles
Louvain
— 307 —
— Museo civico di Storia naturale (Att?).
— L’ Ateneo veneto.
Spagna
— Instituciò catalana d’Historia natural (Butlletì).
Butlleti de la Instituciò Catalana de Ciences Naturals.
— Sociedad espaîiola de Historia natural (Anales y Bo-
letin).
— Sociedad aragonesa de Ciencias naturales (Boletàn).
Portogallo
— Broteria—Revista de Sciencias naturaes do Collegio
de S. Fiel.
Francia
— Société nationale des Sciences naturelles et mathé-
matiques (Mémoires).
— Societè de Sciences Naturelles de la Haute Marne
(Bulletin).
—Société d’Horticolture et d’Histoire naturelle de 1’ Hé-
rault (Annales).
— Société des Sciences et Réunion biologique de Nancy
(Bulletin des séances).
Bibliographie anatomique.
— Société des Sciences naturelles de l’ouest de la France
(Bulletin).
— Bulletin scientifique de la France et de la Belgique.
Journal de l’Anatomie et de la Physiologie de l’homme
et des animaux.
Société zoologique de France (Bulletin et Mémoires).
Muséum d’Histoire naturelle (Bulletin).
La feuille des jeunes Naturalistes.
Gazette médicale de Paris.
— Société des Amis des Sciences Naturelles (Bulletin).
Belgio
— Société royale malacologique de Belgique (Annales).
— La Cellule.
— 308 —
Germania
Berlin — Bericht iber die Verlagsthitigkeit.
Naturae novitates.
Botanische Verein der provinz Brandeburg ( Verhand-
lungen).
Bonn — Naturhistorisechen Vereines der Preussischen Rbhein-
lande und Westfalens ( Verhandlungen).
Niederrheinischen Gesellschaft fir Natur-und Heil-
kunde (.Sitzungsberichte).
Leipzig — Zoologischer Anzeiger.
Giessen — Oberhessischen Gesellschaft fiir Natur-und Heilkund
(Bericht).
Giistrow — Verein der Freunde der Naturgeschichte in Mecklen-
burg (Archiv).
Svizzera
Chur — Naturfoschenden Gesellschaft Granbinden’s (Jahres-
bericht).
Zurich — Societas entomologica.
Austria
Wien — K. K. Naturhistorischen Hof-Museums (Annalen).
Zoolog. botan. Gesellschaft ( Verhandlungen).
Prag — Ceska akademie cisare Frantiska Josefa pro vedy.
slovenost. a umeni (Pubblicazioni).
Casopis Ceské Spolecnosti Entomologické (Acta So-
cietatis Entomologicae Bohemiae).
Inghilterra
Cambridge — Philosophical Society (Proceedings and Transactions).
London — Royal Society (Proceedings, Reports of the sleeping
sickness commission, and Obituary notices).
Plymouth — Marine biological Association of the United Kingdom
(Journal).
Svezia
Upsala — Geological Institution of the University of Upsala
(Bulletin).
— 309 —
Finlandia
Helsingfors — Societas pro fauna et flora fennica (Acta et Medde-
landen).
Russia
Kiew — Société des Naturalistes (Mémoires).
Moscou — Société impériale des Naturalistes (Bulletin),
Tiflis — Giardino botanico (Lavori).
ASIA
Giappone
Tokyo — Annotationes zoologicae japonenses.
AMERICHE
Brasile
Rio de Janeiro — Archivos do Museu Nacional.
Uraguay
Montevideo — Museo nacional (Anales y Comunicaciones ; Seccion
historico-filosbfica).
Paraguay
Asuncion — Revista de Agronomia y de Ciencias aplicadas—
Boletin de la Escuela de Agricultura de la Asun-
cion del Paraguay.
Repubblica Argentina
Buenos Ayres — Museo nacional (Anales y Comunicaciones).
Revista farmacéutica — Organo de la Sociedad na-
cional de Farmacia.
— 310 —
Chili
Santiago — Deutch. wissenschaft. Vereins ( Verhandlungen).
Société scientifique du Chilì (Actes).
Valparaiso — Revista chilena de Historia Natural.
Colombia
Bogotà — El Agricultor. — Organo de la Sociedad de los Agri-
cultores colombianos.
Costa-Rica
San José — Museo Nacional (Anales, Paginas Ilustradas).
Messico
Messico — Sociedad cientifica « Antonio Alzate » (Memorias y
Revista).
Institùto geologico (Boletin, Parergones).
Stati Uniti
Boston — Society of Natural history (Proceedings).
Brooklyn — Cold spring harbor Monographs.
Chapell Hill — Elisha Mitchel scientific Society (Journa?).
Chicago — Academy of Sciences (Bulletin and Annual report).
Madison (Wisconsin,— Academy of Sciences, Arts and Lettres (Tran-
sactions).
Wisconsin geological and natural History Survey (Bwl-
letin).
Minneapolis (Minnesota) — Minnesota botanical studies (Bulletin).
Missoula (Montana) — Bulletin ot the University of Montana (Biological
Series)
New York — Botanical garden (Bulletin).
Philadelphia — Academy of Natural Sciences (Proceedings).
Saint-Louis — Academy of Science (Transactions).
Missouri botanical garden (Annual report).
Springfield (Massachussets) — Museum of natural history.
Tufts College (Massachussets — Studies.
— 311 —
Washington — United States Geological Survey (Annual report).
U. S. Department of Agriculture. — Division of Or-
nithology and Mammalogy (Bulletin. North Ame-
rican Fauna).
Smithsonian Institution (Annual report).
U. S. National Museum (Bulletin).
U. S. Department of agriculture (Jeardook).
U. S. Department of agriculture. — Bureau of ani-
mal industry (Annual reports).
Canadà
Halifax — Nova Scotian Institute of science.
PUBBLICAZIONI PERVENUTE IN DONO
(81 dicembre 1905)
AaricoLrorE (1°) Lisure — Rivista quindicinale. — Anno IV. Oneglia, 1904.
(Dono del socio De Rosa).
AGricoLtoRE (L’) PUGLIESE — Periodico quindicinale. — Anno IV. Barletta,
1904. (Dono De Rosa).
Aeuiar E. — Su di uno sprofondamento avvenuto alla Solfatara
di Pozzuoli. — Napoli, 1905. (Dono aut.).
Anne A. — Unbiologo del Regno vegetale « Federico Delpino ».
Giornale d’ Italia, 15 maggio 1905. — (Dono
De Rosa).
— Annales de la Société d’Horticulture et d’Histoire
naturelle de l’Hérault.— Anno 1901, 1902 e 1903.
Montpellier. (Dono De Rosa).
AnomaLo (L’) — Rivista mensile di Antropologia e Sociol. erimi-
nale, ece. — Anno V e VI (nuova serie). Napoli,
1893, 1894-95. (Dono del socio Monticelli).
Archivos do Museu Nacional do Rio de Janeiro,
Vol. X. 1897-99 — Rio de Janeiro, 1899 (Dono
Monticelli).
ArroLa V. — Le ipotesi nella partenogenesi sperimentale e la
fecondazione normale. — Genova, 1903. (Dono De
Rosa). .
AnTI — Del R. Istituto d’Incoraggiamento di Napoli — 3.*
Serie, Vol. I (n. 1 a 16) e alcuni numeri del
Vol. III. Napoli, 1882 e 1884. (Dono De Rosa).
» — Id. 5.* Serie, vol. IV e V. — Napoli, 1903-04. (Dono
del socio Aguilar).
BALDASSARRE S. — Un caso d’ileo-polimelia ed uno d’ iperdattilia nel
Bue. — Portici, 1904. (Dono De Rosa).
Barsamo F. — Homonymiae algarum in plantis animalibusque ten-
tamen — Neapoli, 1888. (Dono Monticelli).
— 314 —
Bassani F. — Gaetano Giorgio Gemmellaro. —Napoli, 1904. (Dono
aut.).
» — Gaetano Tenore. — Roma, 1904. (Dono aut.).
» — Relazione della Commissione incaricata di proporre .
il rimedio più opportuno per eliminare i danni
derivanti all'Osservatorio vesuviano dalla ferro-
via elettrica. — Napoli, 1905. (Dono aut.).
» — La ittiofauna delle argille marnose plistoceniche
di Taranto e di Nardò (Terra d’Otranto). Na-
poli, 1905. (Dono aut.).
BeLmonte P. e Granito G. — L’abazia di S. Pietro in Perugia e la fonda-
zione di un istituto agrario. — Bologna, 1892.
(Dono De Rosa.
BLanpIini E. — Studii e ricerche sullo sviluppo delle drupe di una
varietà di ulivo. Roma, 1903. (Dono De Rosa).
— Bollettino del Club alpino italiano. Anno 1886-87-
88-89. — Torino (Dono Monticelli).
— Bollettino quindicinale della Società degli Agricol-
tori italiani. Anno VII, VIII e IX. — Roma.
1902-04. (Dorio De Rosa .
— Bollettino della Società geografica italiana, Serie 2.4
Vol. X-XI e XII. — Roma, 1885-87. (Dono Mon-
ticelli).
— Bollettino della Società Veterinaria meridionale.
Napoli, 1904. (Dono De Rosa).
Borpiga O. — La produzione ed il commercio mondiale dei ce-
‘reali e le questioni relative. Napoli, 1895. (Dono
De Rosa).
» — Il commercio dei cereali, le vicende del loro prezzo
ed il costo di produzione del frumento. Napoli,
1898. (Dono De Rosa).
» — Dello sgombro e della utilizzazione delle spazzature
della città di Napoli. Napoli, 1898. (Dono De
Rosa).
» — Attraverso l’ Emilia e la Toscana. Napoli, 1903.
(Dono De Rosa).
» — L’infezione malarica ed il problema agrario nel-
l’Italia meridionale. Napoli, 1903. (Dono De Rosa).
» — Nuove considerazioni sul problema della utilizza-
zione delle acque cloacali di Napoli per l’Agri-
coltura della regione di Licola. Napoli, 1904.
(Dono De Rosa .
» —-Il bacino del basso Volturno e un’escursione agra-
ria nel suo territorio. Napoli, 1904.
—- Bulletin of the United States geological and geo-
graphical survey of the territories. 1875 (n. 2
— 815 —
e 8), 1876 (N. 1 e 2) Washington. (Dono Mon-
ticelli).
Campani G. e GasprieLti S. — Sulla pioggia d’acqua rossa caduta in Siena
nei giorni 28 e 31 dic. 1860 e 1.° Gen. 1861.
Studi chimici e microscopici. Siena 1861. (Dono
Monticelli).
CampaniLe F. e Rossi F. — Azione delle luci rossa ed azzurra sulla fermen-
tazione alcoolica del mosto di uva. Portici, 1903.
(Dono De Rosa).
Campanice F. e Rossi F.—-Sull’azione della corrente elettrica sui vini. Portici,
1905. (Dono De Rosa).
CarrasquiLLa Juv pe Dros L.— La Lepra. Etiologia, historia y profilaxis.
Bogota, 1905. (Dono aut.).
Casoria E. — Sulla presenza del bario e dello stronzio nelle lave
vesuviane ed in alcune rocce vulcaniche. Portici,
1904. (Dono De Rosa).
È — Una nuova carta rivelatrice dell’anidride solforosa
libera e combinata. Portici, 1904.(Dono De Rosa).
» — Studio analitico di alcune lave e pozzolane. del-
l’Agro Romano. Portici, 1905. (Dono De Rosa).
Cecere G. — La cooperazione in agricoltura. Aversa, 1903. (Dono
De Rosa).
» — La dicanapulatrice-Grossi, costruita all'Istituto ar-
tistico di S. Lorenzo in Aversa. Aversa, 1903:
(Dono De. Rosa).
Celi G. — Applicazione del principio dei vasi comunicanti al-
l’industria enologica col mezzo del robinetto
« Unificatore ». Portici, 1905. (Dono De Rosa).
Cussre È. — Les travaux de l’ amateur photographe en hiver.
Genève, 1891. (Dono De Rosa).
Caesa G. — Regesto dell’ archivio comunale della città di Ro-
vereto. Fasc. 1.9, 1904. (Dono del Museo civico
di Rovereto).
CoseLLi R. — Calendario della flora roveretana. Rovereto, 1900.
(Dono Monticelli).
» — Elenco sistematico deglì imeno,-disco,-gastero-mi-
xomiceti e tuberacei finora trovati nella Valle
Lagarina. Rovereto, 1885. (Dono Monticelli).
Comes 0. — L’avvenire dei tabacchi in Italia Conferenza. Na-
poli, 1894. (Dono De Rosa).
» — Relazione dei lavori compiuti dal R. Ist. d’ Inco-
raggiamento di Napoli nell’ anno 1902. dia
1903. (Dono De Rosa).
— Congresso botanico nazionale illo” a Palermo.
Rendiconti. Palermo; 1903. (Dono Monticelli).
—£ Big La
— Congresso (2°) nazionale degl’insegnanti delle scuole
medie. Cremona, 25-28 sett. 1903. Prato, 1904.
(Dono Monticelli).
Cosra 0. G. — Ricerche dirette a stabilire 1’ età geologica deli
calcarea tenera a grana fina di Lecce, detta vol-
garmente leccese. (Dono De Rosa).
» — Del Fusaro, delle sue industrie, alterazioni avve-
nute, ecc. Descrizione e proposte. Napoli, 1860.
(Dono De Rosa).
Costa A. — Osservazioni sull’allevamento dei bachi da seta del
seme chinese. Napoli, 1860. (Dono De Rosa).
» — Sul deposito di argilla con avanzi organici ani-
mali nel tenimento di Fondi. Napoli, 1860. (Dono
De Rosa).
» — Notizie ed osservazioni sulla geo-fauna sarda. Me-
moria IV. Napoli, 1885. (Dono De Rosa).
Danerarp P. A. —— Le caryophysème des eugléniens.—Paris.(Dono Mon-
ticelli).
DanreLE À. — L’incubazione artificiale delle uova. Lecce, 1889.
(Dono De Rosa).
Dear A. — Le mostruosità umane nella creazione. Milano, 1882.
(Dono De Rosa).
De BLasio A. — Ripostiglio di bronzi preistorici rinvenuti nel bosco
delle « Caldaia » nel comune di Guardia San-
framondi (Benevento). Siena, 1895. (Dono Mon-
ticelli).
De Bosis F. — Il gabinetto di scienze naturali e l'osservatorio me-
teorologico del R. Ist. industriale e professio-
nale di Ancona. Ancona, 1867. (Dono Monti-
celli).
De Cose G. — Le Marmitte dei giganti della Valle Lagarina. Ro-
vereto, 1886. (Dono Monticelli).
De Gasparis A. — Contributo allo studio degli Acarodomazii. Napoli,
1898. (Dono Monticelli).
DeL Garzo M. — Paolo Panceri. Cenno biografico. (Dono De Rosa).
DeL Guercio G. — Per la distribuzione della Ceroplastes sinensis Del
Guercio, propria degli agrumi in genere ed in
modo speciale del Chinotto (Citrus sinensis, Risso).
Relazione. Savona, 1901. (Dono De Rosa).
Der Lupo M. — Contribuzione agli studì di Paleoetnologia delle
provincie meridionali d’Italia — Firenze, 1884.
(Dono Monticelli).
DepgRars C. — Memoria sulla fabbricazione della colla-forte di
pelle. Napoli, 1894. (Dono De Rosa).
DE Rosa F, — Le mostre orticole di Napoli. Aprile-Giugno, 1904.
Napoli, 1904. (Dono aut.).
= al
D’Evanr T. — Un muscolo soprannumerario del laringe umano.
Napoli, 1890.
» — Osservazioni sul nervo soprafrontale. Napoli, 1891.
» — Fasci anomali del m. sternomastoideo. Napoli, 1892.
» — Sopraun ganglio sfenopalatino accessorio nell’uomo.
Napoli, 1892.
» — Su di una indicazione della laparatomia consecu-
tiva a trauma. Napoli, 1894.
» — Sulla chirurgia conservatrice degli arti. Napoli, 1894.
» — Rara anomalia della vena ascellare. Napoli, 1894.
» — Osservazioni intorno ad una anomalia del nervo
perforante di Casserio. Napoli, 1894.
» — Il nitrato d’argento nella cura dell’eresipela. Na-
poli, 1894.
» — Note anatomiche. Napoli, 1896.
» — Contributo anatomo clinico a talune lesioni cranio-
encefaliche. Napoli, 1897.
» — Studio sull’apparecchio nervoso del rene nell’uomo
e nei vertebrati. Napoli, 1899.
» — Intorno alle aree di innervazione sensitiva della
regione laterale della faccia. Napoli, 1899.
» — Sui rami minori dell’aorta ventrale e specialmente
sulla irrigazione del plesso celiaco del simpatico.
Firenze, 1901.
» — I muscoli tensori della sinoviale radio-bicipitale.
Napoli, 1901.
» — Dei rami minori dell’ aorta addominale, con spe-
ciale considerazione intorno alla irrigazione del
plesso solare. Firenze, 1901.
» — Intorno ad un’appendice peduncolata del mesosal-
pinge.—- Contributo alla embriogenia delle para-
salpingi. Napoli, 1902.
» — Intorno alle omologie del canale di Malpighi-Gàrt-
ner. Napoli, 1902.
» — Intorno alla genesi del pigmento epidermico. Na-
poli, 1902.
» — L’epitelio sensitivo dei raggi digitali delle trygle.
Morfologia ed istogenia. Napoli, 1903.
» — Considerazioni sul processo di chiusura della doccia
midollare nell'uomo. Napoli, 1903.
» — Appendici dactiloidi delle « Tryglae ». Napoli, 1903.
» — La formazione amniotica rudimentale dei Selaci.
Contributo alla morfologia e filogenia dell’amnios.
Napoli, 1904.
» —- La formazione amniotica rudimentale di alcuni pesci
(Selaci). Ricerche. Milano, 1904.
— 318 —
D’Evant T. — Rudimentire Amnionbildungen der Selachier. Jena,
1904.
» . — Contributo alla morfologia e-genesi della vena re-
nale sinistra. Napoli, 1904:
» -— Sulla funzione del m. sternocleidomastoideo e sul
movimento di rotazione e flessione del capo. Na-
poli. (Doni dell'autore).
Dr Vio G. — Il lago d’Agnano e la macerazione della canapa.
Napoli, 1867. (Dono De Rosa).
Di Paora G. — La pressione atmosferica e sue relazioni con l’at-
tività del Vesuvio nel periodo 1871-1905. Na-
poli, 1905. (Dono aut.).
» — Fenomeni geofisici osservati durante l’attività esplo-
siva del Vesuvio nel settembre 1904. Napoli,
1905. (Dono aut.).
DorurER C. — Die producte des vulcans Monte Ferru. Wien,
1878. (Dono Monticelli).
Du Buysson. — Etude sur les caractéres du genre Amblystegium
et description des espèces. Broùt-Vernet (Allier).
Fagiani P. — La peste. Napoli, 1901. (Dono De Rosa).
Ferrero E, — Osservazioni meteorologiche fatte nell’ anno 1904
all’ Osservatorio della R. Università di Torino.
Torino, 1905 (Dono della R. Acc. d. Se di Torino).
Forte 0. — Guida elementare alle esercitazioni di analisi chi-
mica qualitativa. Napoli, 1906. (Dono aut.).
Franco P. — I massi rigettati dal Monte di Somma detti Lava
a breccia. Napoli, 1889. (Dono Monticelli).
FriepLaenper B. e Acuinar E. — Una visita a Stromboli. Napoli, 1905. (Dono
Aguilar).
Garpigri A. — La malacofauna triassica di Giffoni nel Salernitano.
Napoli, 1905. (Dono aut.)
» — Osservazioni sui terreni sedimentarii di Zannone
R (Is. Pontine). Napoli, 1905. (Dono aut.).
GemwmeLLaro C. — Sulla varietà di superficie nelle correnti vulcani-
che, 1842. (Dono Monticelli).
» — Cenno storico sulla eruzione dell'Etna del 27 nov.
1842. 1843. (Dono Monticelli).
Gieviori I. — Sopra l’erbario?di Ferrante Imperato già appar-
tenente a Domenico Cirillo e conservato nella
Biblioteca Naz. di Napoli. Portici, 1901. (Dono
De Rosa).
» — Domenico Cirillo and the chemical action of light
in connection with vegetable irritability. Por-
tici, 1901. (Dono De Rosa).
» — Di alcune condizioni che ‘influiscono sulla efficacia
dei concimi chimici nei climi aridi e sulle cul-
ture arboree. Roma, 1903. (Dono De Rosa).
— 319 —
— Giornale di Viticoltura e di Enologia. Avellino,
1904. (Dono De Rosa)
Guma S. — Novello avvisatore del principio degl’incendi e della
i temperatura. Napoli, 1880. (Dono De Rosa).
Gusumpaur F. — Vocabolario botanico napolitano con l'equivalente
latino ed italiano. Napoli, 1887. (Dono Monticelli).
Harcner E. — Histoire de la creation des étres organisés. Paris,
1874. (Dono Monticelli).
— Il Raccoglitore. Padova, 1902. (Dono De Rosa).
— Il Raccoglitore. (Nuova serie). Padova, 1904. (Dono
De Rosa).
— Indice generale dei lavori pubblicati dal 1737 al
1903. (Dono della R. Ace. delle Sc. fis. e mat.
di Napoli). 1904.
Janet CH. — Les habitations à bon marchè dans les villes de
moyenne importance. Bruxelle, 1897. (Dono Mon-
ticelli).
» — L’esthétique dans les sciences de la nature. Paris.
1900. (Dono aut.).
» — Observations sur les guépes. Paris, 1903. (Dono
aut.).
» — Descriptions du matériel d’une petite installation
scientifique. Limoges, 1903. (Dono aut.).
» — Observations sur les fourmis. Limoges, 1904. (Dono
aut.).
» — Notice sur les travaux scientifiques prèsentés par
M. Ch. Janet. Lille, 1896. (Dono Monticelli).
Jarta A. — Licheni esotici dell’Erbario Levier. Genova, 1905.
(Dono aut.).
Kircaner O. — Florula Phycologica Benacensis. Rovereto, 1899.
(Dono Monticelli).
Kramer E. — La batteriologia nei suoi rapporti con l'agricoltura
e le industrie agrarie. Versione italiana del Dr. O.
La Marca. Montecassino, 1892. (Dono Monticelli).
— La Viticoltura moderna. Anno 1902, 1903 e 1904,
Palermo. (Dono De Rosa).
— Le Chrysanthéme (Journal). Anno 1903 e 1904.
Lyon. (Dono De Rosa).
— L'Economia rurale. Torino, 1904. (Dono De Rosa).
Lronarpr G. — Sulla Leucaspis Riccae Targ. Portici, 1905. (Dono
De Rosa),
Lo Moxaco D.e Arsanese M. — Primo contributo alla Batteriologia delle
carni insaccate sane. Siena, 1905. (Dono De Rosa),
Marsorta V. A. — Il Lago d’Agnano. Osservazioni intorno alle febbri
palustri ed alla macerazione della canapa. Na-
poli, 1867. (Dono De Rosa).
at
MartinoLI G. — Influenza esercitata dall’opera dello Smithfield Club
sul perfezionamento delle razze da carne nel Re-
gno Unito. Napoli, 1904. (Dono De Rosa).
MarvcceLLi T. —— Degli studi e delle vicende della R. Accademia
dei Georgofili dal 1854 al 1903. Firenze, 1904.
(Dono dell’Acc. dei Georgofili di Firenze).
Marreucci R. V. — Come dovrebbe essere studiato il Vesuvio. Napoli,
1897. (Dono Monticelli).
MINISTERO DELLE FINANZE. — Rappresentazione grafica della produzione del
Tabacco in Italia. 1890-1899. (Dono De Rosa).
Mrxistero DI AgrIcoLTURA, InpustRIA E Commercio. — Notizie e studi sull’agri-
coltura. Roma, 1877. (Dono De Rosa).
» — Relazione intorno alle condizioni dell’ Agricoltura
nel quinquennio 1870-1874. Roma, 1877 (vol. 3).
(Dono De Rosa).
» — Atlante delle principali colture agrarie in Italia.
Roma, 1876. (Dono De Rosa).
» — Intorno alla assicurazione mutua contro i danni
della mortalità nel bestiame. Roma, 1901. (Dono
De Rosa).
» — Esperienze per combattere la grillotalpa. Roma,
1902. (Dono De Rosa).
» — Annalidi Agricoltura. 1904. Roma. (Dono De Rosa).
Mrragnia L. — Relazione dei lavori compiuti dal R. Ist. d’Inco-
raggiamento di Napoli nel corso dell’anno 1894.
Napoli, 1894. (Dono De Rosa).
Morì G. — Studio scientifico - economico sull’ ex feudo Bosco
di S. Pietro. Portici, 1902, (Dono De Rosa).
Moxrmrer E. — Le Daguerréotype mis à la portée de tout le monde.
Paris. 1842. (Dono De Rosa).
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scaldamento. Firenze, 1904. (Dono De Rosa).
PER L'INSEGNAMENTO DELLE SCIENZE NATURAL
NELLE SCUOLE ScCONDARIE
Considerazioni e proposte della SOCIETÀ DI NATURALISTI in Napoli
sottoposte a referendum tra i naturalisti italiani
Nella tornata del 15 marzo 1903, la Società di Na-
turalisti di Napoli, preoccupata delle poco soddisfacenti
condizioni, che nell’attuale ordinamento scolastico sono
fatte all'insegnamento secondario delle discipline natu-
rali, nominò fra i suoi soci una Commissione alla quale
affidò il compito di formulare delle proposte sull’ inse-
gnamento delle scienze naturali nelle scuole secondarie,
da potersi tenere presenti dal legislatore in una even-
tuale riforma della scuola media.
La Commissione !), dopo maturo studio , presentò
alla Società le sue proposte in apposita relazione, della
quale fu deciso fare larga diffusione presso tutti i culto-
ri ed insegnanti di scienze naturali e presso tutti que-
gli Enti, che possono considerarsi interessati al problema
dell’insegnamento secondario. Fu inoltre stabilito di rivol-
gere a tutti la preghiera di spedire subito, ove si fosse
creduto, la loro adesione ai giudizii ed alle proposte com-
pendiate nella presente Relazione, per fare che il numero
e l’importanza degli aderenti avesse conferito maggior
valore ad una questione, che tanto da vicino interessa
la vera coltura moderna e la funzione eminentemente
educativa della scuola secondaria.
1) Fecero parte della Commissione i soci: De Franciscis Ferdinando,
Di Paola Gioachino, Distaso Arcangelo , Forte Oreste, Geremicca Michele,
Jatta Giuseppe e Monticelli Franc. Sav.
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Scrivendo quanto segue molti mesi or sono, e dandovi la
più larga diffusione fra i cultori di scienze naturali in Italia,
avemmo in animo di richiamare la loro attenzione ed il loro con-
siglio sulla questione dell’insegnamento scientifico, quale dovesse
essere in un istituto di coltura generale, avente per fine di in-
tegrare il corredo intellettuale di qualsiasi persona, emergente
dalla sfera della istruzione obbligatoria. Gelosi poi della inte-
grità e della serietà della cultura di tuttà, e del suo progressi-
vo moderno allargamento, noi non ci siamo minimamente preoc-
cupati se le scienze naturali, come qualsiasi altra disciplina col-
tivata nella scuola secondaria, debbano , oppur no , funzionare.
da diretta propedeutica per gli studii superiori; nè se la preca-
rietà di un bilancio potesse e dovesse indurre a più miti consi-
gli le esigenze della cultura. Naturalisti, avremmo tradito la Scien-
za e la Società, commisurando sul letto di Procuste di un bilan-
cio i bisogni del sapere ed inducendo su falsa via colui, che nel
parere di tecnici non sospetterebbe di certo l'inquinamento di
preoccupazioni estrinseche. Nè per questo credemmo di fare vano
accademismo, in quanto che, le nostre proposte non poggiano
sopra le mutevoli contingenze di opportunità ; riposano invece
sulle naturali basi del progresso scientifico, di cui noi compimmo
il dovere di voler prospettare ai governanti le condizioni ed i
bisogni. i
Ciò premesso, la nostra Società rivolge l’animo grato verso
i naturalisti italiani, che vollero confortare di adesioni, inco-
raggiamenti, consigli ed appunti lo studio della quistione didat-
tica e le proposte inviate al loro esame.
La nostra Società è felice oggi, nel constatare verificata a
pieno la non difficile previsione espressa, quando affermava di
non avere avuto altro compito che di fermare e
coordinare quei razionali criterii didattici, che, in
genere, erano nella coscienza della gran massa dei
naturalisti. Essa è stata ben lieta di fare oggetto di esame
accurato le singole osservazioni pervenute sull’ argomento pro-
posto ; dolente solo di non aver potuto talora tenere nel debito
conto alcuni commendevoli suggerimenti. Così, a mo’ d’esempio,
— 330 —
non senza qualche iniziale esitazione, abbiamo dovuto respingere
delle proposte, che ci suggerivano qualche spostamento nell’ or-
dine di successione delle varie discipline naturali, nè parimente
potemmo accogliere— per quanto noi non reputassimo certo di
aver trovata la migliore soluzione—altri emendamenti e proposte,
degni della maggiore considerazione, riguardanti un aumento nel -
personale dei gabinetti, una maggiore latitudine matematica nel-
l'insegnamento della fisica ed altre minori quistioni, attinenti
alla chimica, alla biologia, ecc. Credemmo altresì di dover resi-
stere, a per ora, al cortese invito di egregi Colleghi, che
ci esortavano, con lusinghiere parole, ad imprendere uno Meno
analogo, per altri ordini di scuole, e’ segnatamente per le magistrali,
in cui l’ insegnamento scientifico meriterebbe tutta una radicale
riforma, in vista della speciale missione dei maestri e delle mae-
stre !), nonchè per alcune particolari scuole professionali, — nelle
quali le scienze, impartite su per giù secondo il consueto ritor-
nello, vengono deplorevolmente meno al compito assunto.
I nostri Colleghi potranno poi rilevare dal confronto delle
proposte stampate nella presente pubblicazione con quelle che
già ebbero occasione di esaminare, gli emendamenti e le aggiunte
da noi arrecati al testo primitivo , sia dietro i rilievi fatti dai
nostri valorosi corrispondenti, sia ancora dietro un più maturo
esame da parte nostra; per cui, in qualche punto , la relazione
già stampata fu anche sostanzialmente modificata , in guisa da
non potersi più ritenere in tutte le sue parti come la genuina
espressione dei commissarii che la formu'arono la prima volta.
Noi, soddisfatti del dovere compiuto, vogliamo lusingarci che
le nostre proposte ed i nostri voti, presentati alla critica del
maggior numero che ci è stato possibile di naturalisti, e libera-
mente discussi e vagliati, vogliano trovare un’ eco simpatica
1) Con gli ultimi programmi per le scuole primarie—venuti in luce men-
tre questa pubblicazione era alle stampe—non solo viene dato novello im-
pulso alle cosiddette lezioni di cose, ma si affida ancora agli insegnanti ele-
mentari una più elevata funzione.di educazione scientifica, per gli alunni
dell'ultimo biennio. Tale innovazione sarebbe, per vero, encomiabilissima,
specialmente se potesse sostituirsi all’odierno falsato insegnamento scientifico
induttivo delle prime classi secondarie, e se, proporzionando i mezzi al fine,
si cominciasse... col mettere in grado gli aspiranti maestri di potere con con-
scienza disimpeznare il loro compito scientifico-educativo. Ma fin che duri l’at-
tuale indirizzo scientifico nelle scuole normali, non è esagerazione affermare
che la stessa lezione di cose rimarrà un pio desiderio!. A meno che non si
faccia esclusivo assegnamento sul valore personale dell’ insegnante.
Nota dell’ estensore.
— 331 --
presso i reggitori della istruzione pubblica in Italia, fiduciosi
nel trionfo della idee manifestate , e per la maturità dei tempi
e per il moderno sentire degli uomini preposti alla cosa pubblica.
*
* *
Nell’ affrontare la quistione del miglioramento degli studii
scientifici nelle scuole medie, la Società di Naturalisti credette
innanzi tutto astrarre dalla particolare fisionomia attuale di quelle
scuole; mentre, affermando il proprio convincimento, che la fun-
zione di tale istituzione debba raccogliersi tutta nell’ intento della
formazione della cultura generale e che il suo campo debba tenersi
sgombro da ogni intrusione di fini speciali, fu d’ avviso che lo
studio e le cure degli insegnanti di scienze debbano convergere
a dotare la gioventù studiosa di un corredo di cognizioni scien-
tifiche, le quali valgano a tenere il cittadino a contatto col mo-
mento storico delle scienze stesse.
E diciamo subito come noi siamo lieti di poter rilevare, che
il nostro lavoro non si è dovuto approfondire fino ad escogitare
originali provvedimenti, per dare degna esplicazione al compito
didattico delle scienze naturali, ma, più che altro, esso si è con-
tenuto a fermare e coordinare quei razionali criterii didattici che,
in genere, sono nella coscienza della gran massa dei naturalisti.
Già non occorre dire come, mirando solo al fine della cultura
generale, ossia al più completo equilibrio. ed all’ armonia di tutti
gl’ insegnamenti, dovemmo cominciare con l’ escludere dalla scuola
media ogni invadenza, ogni sapore di tecnicismo, carattere e com-
pito degli studii speciali. Chè, se da molti va lamentata la im-
preparazione, con la quale i giovani affrontano oggi gli studii
scientifici superiori, questa deficienza non va imputata allo indi-
rizzo della cultura generale, ma scaturisce appunto dallo squilibrio
didattico, che si trascina per le nostre scuole, dove pletorizzan-
do e coartando le intelligenze, dove lasciandole in deplorevole
ignoranza.
Fermati così questi criteri fondamentali, ecco i capisaldi ai
quali si rivolse lo studio della Commissione, e che hanno avuto
per oggetto :
a) definire a qual punto dell’età e del grado di coltura dei
giovanetti debba iniziarsi l'istruzione di essi nelle scienze naturali;
6) distinguere i varii rami, per ciascuno dei quali, allo stato
delle scienze, debbasi preporre uno speciale insegnante, partico-
larmente versato nel ramo affidatogli ;
— 332 —
c) coordinare, nel modo meglio rispondente ai bisogni della
scienza ed alle condizioni della scuola, la successione dei varii
insegnamenti ;
d) studiare la quistione della suppellettile scientifica, di ne-
cessario sussidio all’ insegnamento delle scienze naturali ;
e) sviluppare i particolari criterii fondamentali, ai quali
dovrebbero ispirarsi i programmi d’ insegnamento.
*
E *
Degna di molta considerazione e di ponderato esame è la
prima delle questioni, per la quale si dovrebbe, o pur no, consen-
tire una educazione naturalistica alla psiche preziosamente propizia
della prima adolescenza. Condizione di fatto innegabile, alla quale
pertanto fa riscontro l’altra della pessima prova fatta finora, nel-
l'attuazione pratica, dall’ insegnamento induttivo delle scienze na-
turali. Limitandoci alla constatazione del fenomeno e senza entrare
a discutere, se tali cattivi frutti debbano ricercare la loro origine
nel tradito spirito del metodo induttivo , ovvero nell’ influenza
di circostanze estrinseche; non ostante che una tal deliberazione
rappresenti un doloroso sacrificio , pure siamo venuti nella per-
suasione, che invece di andare incontro a maggiori danni, sia per
ora consigliabile di non persistere nell’ attuale insegnamento di
scienze naturali, che viene impartito nei primi anni delle scuole
secondarie !). E poichè l’ abolizione di esso ne renderebbe libero
il tempo che ora vi si dedica , crederemmo opportuno che quel
tempo venisse utilizzato per un proficuo rincalzo al primo cor-
redo di nozioni di matematica, dal quale le altre scienze trarreb-
bero il necessario fondamento, diretto o indiretto, per uno svolgi-
mento razionale.
Al quale scopo, se tutto deve concorrere, è necessario elimi-
nare in primo luogo uno dei maggiori inconvenienti che, in molti
casi, si verifica con l’ ordinamento attuale: l’ anacronistico poli-
morfismo d’ insegnanti adibiti egualmente alla rivelazione delle
leggi fisiche, come alla dichiarazione delle trasformazioni della
materia, alla evocazione dei fattori della vita, come al discopri-
mento del mondo inorganico. Giacchè, se per l’ insegnamento in-
1) Diciamo per ora, in attesa che una opportuna preparazione scientifica
e didattica del futuro personale insegnante — primario e secondario — per-
metta davvero una retta interpretazione dell’ insegnamento scientifico indut-
tivo. E ciò sia detto senza veruna intenzione di addebito al valore personale
degli attuali insegnanti.
— 333 —
duttivo — quale noi lo desidereremmo nel grado inferiore della
scuola media — noi troviamo utile la eliminazione di incomode
specializzazioni—causa questa non ultima dell’attuale insuccesso —
non potremmo forse non commiserare la sorte di una disciplina
e del suo forzato cultore, qualora questa dovesse essere trattata
come scienza—ed è questo il caso—da chi senta di possederla per
quel tanto che suffraga la propria cultura.
Se facile, anzi spontanea, presentasi la distribuzione dei ca-
richi, a seconda del vario indirizzo scientifico, cui dalle proprie
tendenze son portati gl’ insegnanti; intricata per altro riesce la
coordinazione degl’ insegnamenti, per la necessità di non poter
seguire un criterio assoluto di correlazione, in vista delle circo-
stanze di tempo , in cui deve contenersi il totale espletamento
del complesso programma di scienze naturali. Stante infatti la
impossibilità di iniziare con serietà e profitto insegnamenti di
storia naturale, prima che gli alunni abbiano ricevuto il corredo
sussidiario di chimica e di fisica. nè potendosi affrontare questa,
senza almeno un piccolo fondamento di matematica, si possono
utilizzare per lo studio delle scienze naturali solo gli ultimi
quattro anni di una scuola secondaria ordinata razionalmente.
D’ altronde, per l'intelligenza dei concetti generali di mate-
ria, di forza e delle varie manifestazioni dell’ energia, che vanno
richiamati nella chimica e devono presupporsi negli allievi, nel
primo dei detti quattro anni è appena possibile iniziare l’insegna-
mento della fisica. E però solo nel secondo, ossia nel terz’ultimo,
può darsi principio alla chimica, che troverebbe il suo svolgimento
tra questo e l’ anno successivo. Per modo che, esaurito nel primo
biennio l’insegnamonto di fisica e dato fondo, per la chimica, alla
parte generale ed, in massima, alla parte speciale inorganica, ver-
rebbero opportune nel penultimo anno la mineralogia e la bota-
nica, la quale si troverebbe anche accompagnata dallo studio della
chimica organica. Dopo di che, nell’ ultimo anno, riceverebbero
appropriata assegnazione la zoologia e la geologia.
Senza illudersi di aver raggiunto, con questa distribuzione,
l’ideale di un razionale assestamento delle scienze naturali, convien
rivolgere l’attenzione all'ambiente, dove s'ha da esercitare il com-
pito dell’ insegnante. Ora noi non crediamo di dovere spender
parole a dimostrare quanto sia necessaria l’ esistenza di un gabi-
netto per ciascun ramo delle scienze naturali, derivando questa
necessità logicamente dalla separazione delle cattedre, imposta’
dalle odierne esigenze della cultura scientifica; il nostro studio si
è rivolto invece a determinare in che modo si possa procacciare
— 334 —
all’ insegnante tutto l’ agio necessario per impartire 1’ insegna-
mento con efficacia, ad esimerlo da miserabili contese finanziarie
ed a permettergli di coltivare ì suoi studii e progredire nella car-
riera non per mero meccanismo amministrativo, ma col dare sfo-
go, eventualmente, alle sue facoltà intellettive.
Passando quindi all’ esplicazione del programma d’insegna-
mento, crediamo che, in vista sempre del fine della cultura ge-
nerale, pur senza dar di cozzo in tendenze particolaristiche re-
gionali, come senza scivolare in un indirizzo tecnologico, sia, più
che utile, indispensabile, che all’ insegnamento scientifico puro si
associi il richiamo delle principali applicazioni alle arti, alle in-
dustrie, all’ agricoltura, all’ igiene, ecc.
E giacchè si è nominata l'igiene, palladio da tutti oggi in-
vocato, e giustamente si chiede che trovi posto nella coltura dei
giovani, non vogliamo tralasciare di dire la nostra opinione sul
modo come gli ammaestramenti igienici dovrebbero essere im-
partiti. Noi siamo convinti che, per motivi scientifici e didattici,
l'igiene nella scuola secondaria non possa avere una trattazione
a parte e che invece gl’insegnamenti elementari di questa disci-
plina riesciranno davvero efficaci, quando vengano a scaturire
direttamente, dovunque capiti, dalle cognizioni di biologia, di
chimica, di fisica.
*
* *
E veniamo ad un sommario esame specifico delle materie.
Fisso il nostro sguardo all’ unica meta di una bene intesa
cultura generale, pensiamo che l’ insegnamento della fisica debba
essere sfrondato, fino a termini irriducibili, da veste matematica,
e che l’ aiuto della matematica debba invocarsi solo quando la
trattazione verrebbe, diversamente, ad assumere una riprovevole
forma aforistica, pur non rifuggendo da una tal forma, quando,
non potendosi un argomento omettere per speciale importanza
pratica, non si abbia modo di svolgerlo razionalmente, per l’in-
sufficienza della cultura matematica dei giovanetti.
Larga parte si dia invece all’ esperimento e si abbia cura di
illustrare in particolar modo i fenomeni più comuni e le appli-
cazioni svariate della fisica, tenendosi lontani da pure esperienze
di laboratorio.
Una lacuna poi ameremmo veder colmata nell’insegnamento
della fisica, nelle scuole secondarie: che la trattazione dei singoli
capitoli venga riassunta in una teorica generale, la quale stringa
— 3385 —
in un sol legame le sparse membra, conferendo il dovuto rilievo
al principii generali, che ora fan capolino — inafferrabili — qua
e là, e che si pianti una buona volta in piena luce il concetto
dell’ unità dell’ energia, nello stesso modo come la chimica ci
prospetta la materia nelle sue trasformazioni e ce ne fa intrave-
dere l’ unità, quantunque non ancora indubbiamente dimostrata.
Non che noi volessimo inseguire le volate della speculazione,
dietro cui piacerebbe magari slanciarsi ai cultori passionati — e
ne stimmatizziamo le debolezze—; chè anzi amiamo contenere le
considerazioni teoriche della stessa chimica nei modesti confini
della intelligenza non servilmente empirica dei fatti; e se un
maggiore sviluppo alla chimica vogliamo consentire, è solo nella
trattazione speciale delle sostanze, massime per la parte organica,
rimasta tuttora un inconcepibile aborto didattico , in contrasto
stridente con la ereditata compiacente larghezza per la parte
inorganica.
A. proposito poi di chimica, giacchè per essa' è generalmente
diffuso nei trattati il metodo di intercalare la parte teoretica
fra la parte speciale, troviamo invece conveniente per ogni ri-
guardo far precedere la parte teoretica alla parte speciale.
Al contrario delle scienze fisiche e chimiche, alle altre, che
vanno comprese sotto la denominazione di « storia naturale » è
tassativamente da inibirsi ogni larghezza nello sviluppo delle parti
speciali, quando questa debba riuscire un’ inutile ed odiosa tor-
tura mnemonica e non abbia la giustificazione di motivi pecu-
liari. Ed è da tanto tempo ed in tante occasioni che si è dimo-
strato come botanica e zoologia devono poggiare su basi bio-fi-
siologiche, che sentiamo il bisogno di astenerci da ogni superfluo
commento.
Intento l'occhio a rilevare gli errori e le deficienze dell’in-
segnamento medio odierno, siamo costretti a stimmatizzare l’in-
consulto metodo seguito nello svolgere le nozioni di anatomia e
di fisiologia animale; sul quale oggetto, sotto il pretesto di fare
cosa che direttamente interessi gli allievi, seguendo una illogica
tradizione, si impartiscono ad essi delle pure nozioni di anatomia
e di fisiologia umana , tacendo delle analoghe conoscenze per
tutta la serie animale, o riducendole ad un’atrofica appendice di
quelle.
Nè può perdonarsi il colpevole silenzio— sotto cui sì passa
ancora al giorno d’oggi—di ogni notizia che interessi le grandi
concezioni dell’ intelletto umano sulla storia degli esseri organiz-
zati; compito invero non facile, per 1’ uditorio che si ha dinanzi,
— 336 —
ma pur doveroso, per fugare il secolare errore, per parare i diso-
nesti travisamenti, per concedere soprattutto all’intelligenza delle
masse l’attesa risposta che l’éra nuova ha offerta al mitico que-
sito: chi sei, donde vieni, dove vai ?
*
* *
DISTRIBUZIONE DELL’ INSEGNAMENTO.
1.0 L'insegnamento delle scienze naturali sia impartito negli
ultimi quattro anni della scuola secondaria.
2.° L'insegnamento delle scienze naturali sia diviso in quat-
tro rami: FISICA, CHIMICA, BIOLOGIA (botanica e zoologia), GROLOGIA
(mineralogia e geologia). Ciascun ramo, da svolgersi in un bien-
nio, sia affidato ad un insegnante particolarmente in esso versato.
3.° Le materie d'insegnamento vadano distribuite, nei detti
quattro anni, nell’ ordine seguente :
1.° anno» (quart’ ultimo): fisica ;
2.° anno (terz’ultimo): fisica, chimica ;
3.° anno (penultimo): chimica, mineralogia, botanica;
4.° anno (ultimo): zoologia, geologia.
GABINETTI.
4.0 Per ciascuno dei quattro rami accennati sia istituito un
gabinetto-scuola.
5.° Sia fissata stabilmente una sufficiente dotazione per cia-
scun gabinetto.
6.° Fermo restando il criterio, che la dotazione debba inve-
stirsi in acquisto e manutenzione di materiale strettamente di-
dattico, sia fatta pure esplicita facoltà all’ insegnante di avva-
lersene per i suoi studii speciali, nei limiti compatibili con le
condizioni didattiche del rispettivo gabinetto.
7.° Ogni gabinetto sia provveduto dell’opera di un assistente.
I gabinetti di chimica e di fisica siano inoltre provveduti rispet-
tivamente di un inserviente idoneo alle. particolari mansioni.
8.° Sia istituito presso ogni scuola secondaria un piccolo
museo di merceologia, annesso al gabinetto di chimica, da restare
esposto all’ osservazione degli alunni.
Fisica.
9.° La meccanica sia svolta con quel tanto di sussidio ma-
tematico compatibile col fine della cultura generale e con l'’ ele-
mentare corredo di matematica degli allievi.
— 337 —
10.0 La trattazione delle parti speciali della fisica sia fatta
con chiara e completa dimostrazione di esperimenti.
11.0 In rapporto con gli odierni progressi dell’ elettricismo,
sia dato consentaneo svolgimento alla teoria dell’ elettricità dina-
mica, come sostrato alla teoria elementare della dinamo, avendo
opportuno riguardo delle principali applicazioni.
12.° La cosmografia, compresa nei giusti limiti di una ele-
mentarissima trattazione, sia aggregata all’ insegnamento di geo-
logia.
CHIMICA.
15.° La parte puramente teoretica nell’ insegnamento della
chimica sia ridotta allo studio delle sole leggi fondamentali delle
trasformazioni della materia, nei limiti necessarii e sufficienti a
fare scaturire chiari e precisi i concetti sulla costituzione intima
della materia.
14.0 Nella parte descrittiva si preferisca insistere sulla spie-
gazione di fatti e di cose della vita quotidiana , dando largo
svolgimento alla parte sperimentale e limitandosi ad un parco
uso di notazioni simboliche.
15.0 Sia dato adeguato sviluppo alla chimica cosidetta or-
ganica, portando specialmente l’ attenzione su tutte le sostanze
organiche di uso comune.
16.° Pur escludendo dall’ insegnamento secondario la chi-
mica-fisica , sia dato nondimeno qualche accenno di elettrochi-
mica.
17.° Siano nettamente esclusi gli esercizii pratici di analisi,
come quelli che non hanno nessun valore tecnico, nè educativo,
in un istituto di coltura generale.
BIOLOGIA.
18.0 La botanica e la zoologia abbiano uno sviluppo preva-.
lentemente bio-fisiologico.
19.0 La sistematica sia limitata, di regola, ai grandi gruppi,
salvo quando ben determinati motivi consiglino spingersi a gruppi
minori, non escluse le specie.
20.0 Nelle nozioni di struttura e funzioni degli animali sì
eviti di fare esclusivamente dell’anatomo-fisiologia umana, ma si
curi di porre nel debito rilievo la evoluzione organica nella serie
animale, elemento importante per la chiara intelligenza dell’ a-
natomia e della fisiologia dell’ uomo.
[9]
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LO
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21.° Sia reso obbligatorio un accenno alle principali teorie,
che tengono il campo, in argomento alla discendenza.
GEOLOGIA.
22.° Lo studio della cristallografia, per quanto riguarda i
singoli sistemi cristallini, sia limitato a nozioni sommarie, ma
razionali, sulle forme più importanti. Per le notazioni non si vada
al di là di un concetto generico.
283.° Sia compito dell'insegnante di fisica l’ammaestramento
degli alunni in quelle parti della fisica, che vanno richiamate in
mineralogia.
24° Lo studio delle specie mineralogiche e delle rocce sia li-
mitato solo a quelle di spiccata importanza scientifica ed alle
altre che interessano per notevole utilità pratica.
25.0 Si faccia proporzionalmente larga parte alla geografia
fisica ed alla dinamica terrestre, e sì curi di dare agli alunni suf-
ficienti cognizioni di meteorologia.
26.° Si dia una giusta misura alle nozioni riferentisi alla
storia della formazione della terra, accontentandosi di dare un
concetto generico della paleontologia, ed accennando solo ai fos-
sili di speciale e caratteristica importanza.
INSEGNANTI.
27.0 In ordine ai criterii, cui ci si è informati, e perchè si
abbia un personale praticamente idoneo all’ insegnamento, sca-
turisce il bisogno della promulgazione di norme legislative, dirette
alla formazione di naturalisti-insegnanti, preparati con indirizzo
fondamentalmente distinto da quello ora solamente in uso negli
istituti superiori.
Infine non sapremmo degnamente chiudere questi desiderata,
se non rivolgessimo un caldo appello agli uomini di governo, per-
chè sia finalmente riconosciuto, e tradotto in atto il diritto della
GroGRAFIA di assurgere nelle nostre scuole all'altezza ed all’ im-
portanza, che il momento richiede, fornendo all’ istruzione secon-
daria insegnanti di specifica competenza ed all’ istruzione supe-
riore il modo di formarli e di garentirne l’ esercizio professionale.
LE INHEE & HI
Leuzzi F. — Se vi sieno due foglietti, o due strati, nella dura madre
cranica: come sieno in essa distribuite le fibre elasti*
che: e come in essa decorra l’ arteria meningea media
(con 11 figure) . ;
Di PaAoLa G. — Fenomeni geo-fisici osser vata dal l'attività DR
siva del Vesuvio nel settembre 1904. Nota
MarceLLo L. — Sopra alcuni casi di teratologia vagetale. Nota a
3 figure) 3
FRIEDLAENDER B. e INTÀ E. — e A visita a Sii Nota
PierantoNI U. — Cirrodrilus cirratus, n. g. n. sp. parassita dell’ Asta-
cus japonicus. Nota (con la fur. ca : ;
AcuiLar E. — Su di uno sprofondamento avvenuto alla Sari
. di Pozzuoli. Comunicazione (con 1 figura) 3
Caposranco F. — Sulla rigenerazione sperimentale del perenchima
ovarico. Nota 1
Vanni G. — Sulla verifica E Jolla dio dei po-
tenziali in un circuito percorso da corrente costante.
(con 1 figura)
AnniaLe E.— Il clima di Napoli nell’ anno tico dlozica 1904- 905.
Nota ; . 3 : È ;
Di PaoLa G. — La a atmosferica e sue relazioni con Patti-
vità del Vesuvio nel periodo 1871-1905. Nota. 7
Vayni G. — Sulla forza elettromotrice dell’elemento Daniell a clo-
ruro d’ammonio. Nota (con 2 figure)
Vanni G. — Sulla dimostrazione sperimentale del po o] con-
tatto del Volta. Nota (con 1 figura)
Trani E. — Sul Pirata piraticus Clerk. Nota
Morgera A. — Sullo sviluppo dei tubulî retti e della fan eo
nella Cavia Cobaya. Nota .
MoreERA A. — Sulla struttura intima degli organi annessi al pati
colo del Topo e della Cavia. Considerazioni generali sul
gruppo degli Amnioti :
MarceLLo L. — Ricerche anatomiche prelimiaari sola G TR
dra betacea Sendtn
Bruno A. — Sulle difese foliari della Pini petali Bir Se-
conda nota.
Bruno A. — Sulle difese lega Lo foglie ° .
Rippa G. — Su di una Oxalis spontanea nell’ Orto botanico di Na-
poli. Nota .
RippA G. — Ricerche sulla o del AR e ga Tao!
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171
175
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Rippa G.— Su di alcuni nuovi casi di PORRE vegetale. Se-
conda nota. -
PagLia E. -- Sulle affinità tra Tar ianacee e Lipuscoee sane le
idee del prof. Hòch. Nota.
Vigorita D. — Sulla costituzione e genesi dello RA ptt
dello stomaco muscoloso degli Uccelli. Studi (con le ta-
vole II, III e IV) 3
De Rosa F.-- Contributo alla flora seg e ruderale di i Napoli 3
De Rosa F. — Camellie centenarie :
Romano-PrestIA F. — Alcune ricerche clielegina dar nevrasse del co-
lombo (con le tavole V, VI e VII).
PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE
Consiglio direttivo
Elenco dei socii 3 ; È
Elenco delle ian pervenute în Panino
Pubblicazioni pervenute în dono
Alligato
PER L'INSEGNAMENTO DELLE SCIENZE NATURALI NELLE SCUOLE
SECONDARIE .
Gli Autori assumono l’intera responsabilità dei loro scritti
Pay.
181
188
193
219
240
248
285
299
501
305
513
327
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Leuzzi F. — Se visieno due foglietti, o due Susti, nella dura Fiadia
cranica: come sieno in essa distribuite le fibre. elasti-
che: e come in essa decorra l’ ARG meningea, media.
(con 11 figure) .
Dr Piora G. — Fenomeni geo-fisici osservati FOLD l'attività esplo-
siva del Vesuvio nel settembre 1904. Nota . ‘ a
MarceLLo L. — Sopra alcuni casi di teratologia vagetale. Nota (con
3 figure) |
FrmmpLirnprr B: e Aguirar E. Una visita a ‘Stromboli. Nota.
PieranToNI U. — Cirrodrilus cir ratus, n. g. n. sp. parassita. dell’Asta- i
cus japonicus. Nota (con la tav. I) . Sa
AeviLar E. — Su-di uno sprofondamento avvenuto alla Solfatara SA
di Pozzuoli. Comunicazione (con 1 figura) — tun
CapoBianco F. — Sulla rigenerazione sperimentale, del perenchima
ovarico. Nota. . È Tea
Vanni G.— Sulla verifica sperimentale della distribuzione dei po- ;
tenziali in un circuito percorso da corrente costante.
(con _1 figura) . ISAIA
AvnnIBaLe E.— Il clima di N apoli nell’anno meteorologico 1904-905. Si
Nota . è i
Di Paora G. — La pressione irta e sue ‘ relazioni con l’atti-
vità del Vesuvio nel periodo 1871-1905. Nota. x
Vanni G. — Sulla forza elettromotrice dell'elemento Daniell a clo-
ruro d’ammonio. Nota (con 2 figure). VA
Vanni G. — Sulla dimostrazione sperimentale del principio del con- >
tatto del Volta. Nota (con 1 figura) (LU 0 LL 0a
Trani E.— Sul Pirata piraticus Clerk, Nota. i SLI
Morcera A. — Sullo sviluppo dei tuduli retti e della ‘rete testis 0
nella Cavia Cobaya. Nota . LE
‘MoreerA A. — Sulla struttura ‘intima degli organi annessi al testi-
colo del Topo e della Cavia. Considerazioni generali sul
gruppo degli Amnioti ih
MarceLLo L. — Ricerche anatomiche preliminari sulla Cyphoman-
dra betacea Sendtn .
Bruno A. — Sulle difese foliari della Dact lopetalum Barteri. Se- RT
conda nota. - 3 LA
Bruno A. — Sulle difese marginali delle foglie Ata i
. Rippa. G. — Su di una Oxalis spontanea nell’ Orto botanico di Na-
poli. Nota...
Ripa G. — Ricerche sulla impollinazione del Castagno | e del Fag- È
gio. Nota... ‘; n
Rippa G.— Su di alcuni nuovi casi di 4eratologia vegetale. Se-
i conda nota.
Pactra E. -- Sulle affinità tra Valerianacee è Dipsacee secondo. I
idee del prof. Hòch. Nota. ; de
Vicorita D. — Sulla costituzione e genesi dello. strato “#tisolafà ie
dello stomaco muscoloso degli Uccelli. Studi (con le ta-
vole II, IIL e IV)...
De Rosa F. — Contributo alla flora murale € ruderale di Napoli .
De Rosa F. — Camellie centenarie i
Romano-PrestIA F. — Alcune ricerche citologiche sul nevrasse del c co- 1
lombo (con le tavole V, VI ON Sa ea
(Per. |° indice completo a in fine del volume) VE
f (approvato nella tornata del 14 agosto su
IV. Del Bollettino
Arti 81. La Società pubblica un Bollettino contenente è pro-
A cessi verbali delle assemblee. e delle tornate e lavori originali dei
I > soli so0cì ordinarti.
Art. 32. I processi verbali delle tornate ordinarie debbono
contenere: :
‘ @ l'elenco dei socii presenti ; in
6) l enumerazione dei lavori originali letti, con |’ indica- dei 3 GENT À
zione se vengono o no pubblicati nel Bollettino ;. Re ito RP
* e) una breve notizia delle comunicazioni verbali ; GSS ca 1
i | d) l'indicazione delle letture e delle conferenze fatte nella Do di
tornata; :
. é) ei nomi dei socii ammessi e quelle deliberazioni che si
| crederà opportuno pubblicare. i re
«Art. 33. I lavori da pubblicarsi nel Bollettino dovranno esser a:
- letti nelle tornate. Sui lavori letti potrà esser fatta discussione. ba}
- Quindi i lavori restano sette giorni in Segreteria a disposizione Da;
di; ‘di quei soci, che volessero ponderatamente esaminarli. Trascorsi Ciara
I sette. giorni, se non è pervenuta alla Segreteria nessuna Osser- Lr
vazione da parte di alcun socio, il lavoro è passato alla stampa. - OTAEA
de Essendovi discussione, questa verrà fatta nella prossima tornata,
A CE $ informandone di autore, perchè possa intervenirvi: la discussione
|. sarà pubblicata nel Bollettino, in seguito al lavoro, tenendosene
hà, “pure conto nel processo verbale.
Art. 34 I lavori già pubblicati non possono essere stampati
‘nel Bollettino.
Pe Art. 35. .Il socio, che non è in regola con la cassa sociale,
pere non può pubblicare nel Bollettino.
«|_°’0’Art. 36.I soci ammessi a far parte della Società da meno RA
«di un anno non hanno dritto a pubblicare nel Bollettino, se non di 28 c)
der VABBUano anticipatamente l’ annata intera. are
|_»’»’. ‘Art. 37. Nel caso di lavori fatti in collaborazione da più soci, |».
ili, questi debbono essere tutti in regola con la cassa, perchè il la-
«voro possa essere pubblicato. EM Nei:
# Art. 38. I lavori debbono versare sopra argomenti di scienze Fal Di
, naturali e loro applicazioni. ISSN
Art. 39. Il Consiglio direttivo cura la pubblicazione del Bol-
gio
x Art. 40. Il numero dei fascicoli del Bollettino sarà determi-
| nato anno per anno dal Consiglio direttivo.
«—_’—. Art. 41. Gli autori avranno gratuitamente gli estratti dei
_ loro lavori. Il numero di questi sarà ogni anno determinato dal
Consiglio direttivo.
ter Seo
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4
eni
Da
Art. 42. Gli autori potranno avere un
estratti a proprie spese... 0 I
i Art. 43. Le tavole ‘e le figure nel testo
della Società *), e gli autori pagheranno; per
figura, un contributo, che sarà caso per caso s
glio direttivo, tenendo conto dell’ importo dell
condizioni del bilancio. Gli autori, pertanto, sarann
depositare una somma, che sarà anche volta per v
dal Consiglio, prima di dare alla stampa il lavoro
indicare il litografo dal. quale intendono siano eseguit
salvo il consenso del Consiglio direttivo. si
Art. 44. La Società può limitare i fogli di stam
autori hanno diritto, in ciascun anno sociale, su propo
siglio direttivo in un’ Assemblea generale ; tuttavia.
sia presentato un lavoro, che per la sua mole imp
considerevole, il Consiglio direttivo può invitare la £
in una tornata ordinaria, a deliberare sopra. la opp
stamparlo. Ta i
Art, 45. Per quei lavori, che importino una spese
straordinaria, gli autori, dietro proposta del Consigli
approvata dall’Assemblea in una tornata ordinaria, p
sere obbligati a concorrere allà spesa. I PMI
*) L’ esecuzione delle tavole del presente voluin:
rata direttamente dagli autori. di Dre dala
Per quanto concerne la parte scientifica ed amministrativa di
SEGRETARIO DELLA SOCIETÀ
Dr. ALessanpRO CuroLo, presso la sede della So
Via S. Sebastiano, 48 d.
«_ Sono vivamente pregati i sociè ordinarti non rest
la loro contribuzione annuale al socio cassiere Stig. EM.
Istituto Zoologico della R. Università. || 0
Per questo anno la Società dà agli Autori 50.
Gli Autori i quali ne vogliono un maggior numero
‘| copie in più secondo la seguente tatiffa: P. Sie ala
ESEMPLARI
Lot. 25
1/1 foglio (4 pagine).'«.| L.-1 75
1/9 foglio (8 pagine)... >» 2,25.
3/4 foglio (12 pagine) ©. > 13.90] ee
1 foglio (16 pagine)... > dia; | pube
N.B.— Nei sopra segnati prezzi va inclusa la legatura e la |
Prezzo del presente volume De
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